Un poeta del nostro secolo non credo che possa parlare altrimenti che
così. E credo che ad esso alcuno potrebbe rispondere dicendo: Ma ne hai
colpa tu, di codesto: tu e i tuoi compagni. Sei tu poeta, e non altri,
colui che deve spogliare gli uomini della loro ferità! Tu sei un Orfeo
che siedi ozioso sotto un albero di Rodope: qualcuno ti si appressa
e ti domanda, perchè non canti; e tu rispondi: perchè le fiere sono
fiere. Ma devi tu, Orfeo, ammansarle, condurle dietro te, queste fiere,
e renderle uomini con la virtù persuasiva del tuo canto. In verità se
la condizione morale degli uomini nel nostro secolo non ha migliorato,
sì che una proposta di disarmo si può considerare come un'occasione,
voluta o no, di guerra, e una festa universale del lavoro non si può
credere se non una sosta avanti la rincorsa, un momento di silenzio
avanti l'uragano, l'ultima esitazione avanti la strage e lo sterminio;
se tale è lo stato degli spiriti umani in questa sera e in questa alba
di secolo; la colpa ne va data principalmente a chi ha la missione di
sacerdote e di pacificatore. E questo è il poeta e la poesia. S'intende
che non bisogna limitare troppo il concetto di poeta e poesia; non
bisogna incarnarlo in questa o quella troppo lieve parvenza; bisogna
anzi dimenticare molte cose e persone, e molti molti molti _versi_, e
ricordare, anzi, una cosa sola: che il poeta è quello e la poesia è ciò
che DELLA SCIENZA FA COSCIENZA. La scienza può dire alla poesia: Io ho
lavorato, e tu no: dal mio lavoro non è nato tutto il bene che doveva,
ed è nato anche del male che non doveva, perchè tu non hai cooperato
con me. Io ho dato il grano; ma tu non ne hai fatto il pane. Io ho
pòrto il grappolo; ma tu non ne hai spremuto il vino. Io ho fornita la
verità; ma tu non ne hai nutrite le anime. Io non posso far tutto io
sola.