O Tristano! Tristano! E tu dunque avrai avuto per tua parte il cuore
così nobile, l'intelletto così alto, e così singolare di sventura
il destino, senza utile nostro, di noi, che siamo tuoi fratelli in
dolore? Abbomini la politica, ridi della felicità delle masse: _colpa
della natura_, ripeti. Non c'è dunque nulla da fare? Non c'è più che
da _guardare stupidamente in viso questa ridicola esistenza?_ Vano
cercare, come la panacea, così il farmaco che faccia obliare, sia
pure per brevi momenti, il dolore e l'ira? che li attenui almeno?
Sei tu davvero, ripeto, così morto spiritualmente? Sei tu già
davvero di là, e come l'Aiace omerico, insensibili alle dolci parole,
silenzioso e irato, te ne andrai «tra le altre anime verso l'Erebo dei
morti»? —
Questo io imagino si potesse dire al poeta di Recanati, quando de' suoi
canti erano noti quelli dell'edizione del 1835, insieme con le operette
morali. Dopo quell'anno egli fu sulla terra altri due anni appena. Non
avrebbe dunque risposto all'interrogatore?
Rispose.
Dopo la sua morte, ott'anni dopo, comparvero altre due poesie di lui:
il Tramonto della luna e la Ginestra. Fu come se il poeta del dolore e
della morte parlasse d'oltre tomba. E in vero sono due canti che hanno
della tomba la risonanza solenne, l'efficacia persuasiva. Sembrano due
supreme testimonianze.
Egli lontano, per così dire, tra una luce pallida, cui sottentrò il
buio eterno. Il paese illuminato dalla luna, già al confine del cielo,
era ridente, variato di vaghe ombre. Ma la luna tramontò. Tutto divenne
oscuro.
Risuona un canto mesto di saluto all'ultimo raggio. Il viatore è
rimasto senza più guida. Così nella vita umana, quando è finita la
giovinezza. Gl'inganni, i dolci errori, le speranze che si appuntano in
un remoto avvenire, rientrano nell'oscurità. La quale oscurità non sarà
mai vinta dall'aurora. Ancora un po' di notte, poi la tomba. Quali sono
quelle _lontane speranze?_ quale l'_altra luce_ e l'_altra aurora_ che
è vano sperare dopo il tramonto della giovinezza?
Si allude, forse, a ciò che nell'Amore e Morte già disse:
Ogni vana speranza onde consola
sè _coi fanciulli_ il mondo,
ogni conforto stolto.