Vanità i severi economici studi, vanità ogni speranza di miglioramento
sociale. Tu ridevi, scrivendo ad Aspasia, della felicità delle masse,
perchè, aggiungevi: «il mio piccolo cervello non concepisce una massa
_felice_, composta d'individui _non felici_». Tu aggiungevi ancora: «I
miei amici si scandalizzano; ed essi hanno ragione di cercare gloria
e di beneficare gli uomini; ma io che non presumo di beneficare, e che
non aspiro alla gloria, non ho torto di passare la mia giornata disteso
su un sofà, senza battere una palpebra». E tu confermi queste terribili
parole col tuo presente ragionamento e coi gelidi amarissimi versi
al candido Gino. Felicità comune? vanità! Scienza? vanità! Progresso?
vanità! Anche la poesia, che non può essere utile, che non può cantare
i bisogni
del secol nostro e la matura speme,
anche la poesia è dunque vanità.
Tristano! Eppure io non sono come gli altri amici tuoi che si
_scandalizzano_.
Io so il perchè.
E io so che, per grande poeta che tu sia, il tuo tempo non è ancora
venuto. Tu non sei il vate delle ardenti rivoluzioni nazionali; tu non
sei il profeta delle cupe secessioni sociali. Riconquistati i confini
delle patrie, ricostituiti i diritti delle classi, verrà il tuo evo.
Perchè in vero tu contempli il genere umano da così sublime vetta
di pensiero e dolore, che non puoi scoprire, da così lungi e da così
alto, tra gli uomini, differenza di condizioni, di parti, di popolo, di
razza.
È un formicolìo di piccoli esseri uguali: e se n'alza un murmure
confuso di pianto.