Vediamo. La gloria non ti sorride dunque più? Eppure, a me pare che
questo sogno di fanciullo ti debba rimanere. Da fanciullo, meno che
ventenne, professavi: «Io ho grandissimo, forse smoderato e insolente,
desiderio di gloria». Certo poi, sett'anni dopo, la gloria che sola
t'era concesso di cogliere, quella «a cui si viene talora colla
sapienza e cogli studi delle buone dottrine e delle buone lettere»,
ti parve tale da essere tenuta «in piccolo conto per comparazione
alle altre», e ti parve che fosse ben difficile a conseguire tra i
viventi, e non senza compenso di fastidi e dolori, e pur difficile a
ottenere e conservare tra i posteri e senza tuttavia alcun frutto di
felicità. Ti parve che ella portasse a' suoi cultori il destino «di
condurre una vita simile alla morte, e vivere, se pur l'ottengono, dopo
sepolti». Ironia! E dopo ancora t'accorgesti che il _tristo secolo_ non
apprezzava ingegno e virtù, e che pur quest'inutile gloria mancava _ai
degni studi_. Non ostante mi parrebbe che ora tu dovessi sentire nella
pallida fronte la ventata dell'avvenire: il soffio che viene dall'isola
lontana la quale interrompe l'infinito mare della morte.
No. Se ti si offrisse invece di questa gloria inferiore, che viene
dallo scrivere, quella maggiore che nasce dal fare, e ti si offrisse
in sommo grado e senza alcuna macchia, e ti si desse a scegliere tra
quella e la morte, tu sceglieresti la morte. La gloria è vanità.