— O Tristano, o tetro amante della morte, sei tu davvero così _morto
spiritualmente_ come affermi? è vero proprio che in cotesto desiderio
di morte, non ti turbano più, come solevano, la ricordanza dei sogni
della prima età e il pensiero d'essere vissuto invano?
Altra volta ciò ti parve, o Tristano, e il cuore ti parve perduto e
morto, incapace di provare pure il dolore. Quella volta non potevi
nemmeno più piangere la sparizione degl'inganni primi, dei _dolci
inganni_, delle _vaghe immagini_. La tua vita era un deserto allora,
come ora. La dicevi allora _spogliata, esanime_. Mancavano allora
all'anima
alta, gentile e pura,
la sorte, la natura,
il mondo e la beltà;
sapevi che l'infelicità umana era immedicabile, che la natura era
sorda e nemica, che gli uomini non ti volevano e potevano dare nè la
gloria nè la pietà, e che vano, in ultimo, vano era anche l'amore.
Nè ti ricredesti, so bene, ma il tuo cuore riacquistò la potenza di
rimpiangerlo, quel _beato errore_; e il _dolore_, secondo una tua
parola di grande virtù nelle nostre anime, _ti venne a consolare_. E da
quel rimpianto noi avemmo nova gioia di canti; gioia: perchè il dolore
del poeta è di così mirabile natura che anche quando il suono ne è
triste, l'eco ne è dolce.
E ora? Aggiungi che ora, o Tristano, si appressa il momento che tu
dormirai per sempre. E noi vogliamo la tua ultima parola. E sappiamo
che questa, che hai pronunziata or ora, non è per essere utile, come
certo non è dolce ai tuoi fratelli. Ma dei poeti grandi come sei tu, è
somiglianza col frumento della terra, che solo dopo battuto e franto,
dà il pane di vita. Dà a noi, o poeta, che abbastanza, credo io, sei
stato battuto e franto dalla natura e dagli uomini, dà ora a noi il
pane di vita, il supremo ammonimento del tuo dolore. Ma sarà possibile?
Tu sei morto _spiritualmente_, dici.