Il più dolce e il più bello della sua poesia sta nel rimpianto di
quello _stato soave_, di quella _stagion lieta_. Stato soave, stagion
lieta, se crediamo a lui che tante volte e in tante forme lo dice.
Ma si può avere qualche ragionevole dubbio che fosse così. _Grato
occorre_, dice egli stesso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che tristo, e che l'affanno duri!
La qual sentenza, dell'Idillio XIV, parve al poeta troppo lata negli
ultimi anni della sua vita: onde la limitò aggiungendo:
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso.
Certamente accade in noi questo inganno continuo, che altri spiegherà,
ma che tutti, credo, possono avere sperimentato: che pensiamo sempre
che la felicità sia avanti noi, nell'avvenire, e proviamo sempre che è
dietro noi, nel passato. Ciò in un andare di vita comune, senza scosse
soverchie. Questa illusione era anche del Leopardi, poichè grato gli
era il rimembrare il passato, ancorchè tristo. E più doveva ubbidirle
a proposito della sua fanciullezza di piccolo trionfatore nei giuochi
romani, di vincitore nei primi studi, in quanto che egli non ebbe,
si può dire, che fanciullezza. La sua fanciullezza appassì come un
fiore insidiato da un baco segreto, senza nè esser colto nè allegare.
Anche l'aspetto era, non si sapeva se di fanciullo o di vecchio: di
giovane, non fu mai. Nè si sa, se di vecchio o di fanciullo fossero
più certi suoi gusti, certe sue ripugnanze, certe sue golosità,
certe sue ritrosie. Anche i suoi amori somigliano a quei grandi tuffi
di sangue, che ognuno ha provato da ragazzo, quando il genio della
specie dorme ancora o ha appena un occhiolino aperto. Lasciamo Aspasia
all'ammirazione degli uomini fatti: Nerina e Silvia sono le fanciulle
che si vedono lontano, dalla finestra del collegio, e si rivedono da
presso, nella passeggiata, con un sussulto che rende immobili, con una
vampa che agghiaccia. Non ebbe giovinezza, dunque, e il ricordo della
sua prima età addolcì o amareggiò, non so bene, quasi per intero, la
sua vita di poeta e di pensatore, come di tale che, studiando sempre
sè stesso dalla sua esperienza e qualche volta dalla sua imaginazione
e prendendo gli argomenti de' suoi giudizi, allargava sino alla storia
del genere umano e dei popoli la conclusione che egli aveva preso
intorno a sè stesso.
Nè solo è vero quello che un nobilissimo pensatore scrisse di lui,
che «il ricordare trascorsi, il rimpiangere perduti (i primi anni) fu
l'unica sorgente della sua poesia», ma altresì che della sua politica
e della sua filosofia bisogna cercare la fonte in questo suo tempo
migliore. Parrà strano a chi crede, come credono quasi tutti, a un
mutamento radicale avvenuto nelle idee e nei sentimenti del Leopardi
dopo il 17. Ma io penso che nella sua vita accadesse invece come un
cataclisma intimo, che la spezzò in due. Tra le due parti è un baratro;
ma le due parti sono della stessa formazione. Quando avvenisse questo
discidio, non si può dire a puntino: ci fu forse una lenta corrosione,
piuttosto che un improvviso schianto; ma avvenne. Negli ultimi anni
della sua vita egli derideva quel generale austriaco-papalino che si
portò così bene alla battaglia di Faenza: i papalini fuggirono, e li
.... precedeva in fervide sonanti
Rote il Colli gridando: Avanti avanti.
Ebbene, più che dalla voce popolare, egli dovè udire, fanciullo, questo
motto in casa del padre; che nella sua autobiografia ne riferisce
altri, da quell'uomo mordace che era: «Il giorno 2 di febbraio del
1797, alla mattina, i Francesi attaccarono... Ben presto..., l'inimico
si accinse a guadare il fiume; e vistosi dai popolani (papalini?)
che i Francesi non temevano di bagnarsi i piedi: «Addio» si gridò nel
campo «si salvi chi può» e tutti fuggirono per ducento miglia». E più
giù racconta che i cannoni vennero caricati con fagioli, aggiungendo:
«questa mitraglia figurò nella guerra fra il Papa e la Francia». Nella
villetta di Posilipo in cui il poeta scriveva la Ginestra, sonò forse
una sera la stessa risata che trent'anni prima aveva fatto eco, nel
palazzo di Recanati, al racconto di Monaldo. E ci sono in vero molte
differenze tra l'autore dei Paralipomeni e quello dei Dialoghetti sulle
materie correnti? Il figlio scherniva, il padre malediceva: per le male
barbe Giacomo invocava il barbiere: Monaldo il boia. Ma infine i loro
sentimenti s'incontravano, sebbene non paresse nè agli altri nè a loro
stessi.
Giacomo amava la patria italiana. Egli scrive al Giordani: «mia patria
è l'Italia; per la quale ardo d'amore, ringraziando il cielo di avermi
fatto italiano». Ma aggiunge «perchè alla fine la nostra letteratura,
sia pur poco coltivata è la sola figlia legittima delle due sole vere
tra le antiche». È un amore dunque letterario quale poteva averlo da
bambino, sebbene aspirasse allora più a erudizione che a letteratura.
Ma avesse il suo amore ardente avuto altre origini o fini, Giacomo non
potrebbe con ciò essere chiamato «patriota» come intenderemmo noi ora.
Bene lo credettero ai suoi tempi: «Quando Giacomo (dice Carlo) stampò
le prime canzoni, i Carbonari pensarono che le scrivesse per loro o
fosse uno dei loro. Nostro padre si pelò per la paura». Eppure Giacomo
scrisse quelle canzoni con lo stesso animo con cui tre o quattro anni
prima aveva con un suo discorso plaudito alla caduta dell'oppressore e
maledetto il tentativo di re Murat. E se ne accorsero poi i liberali
e i carbonari, e presero in sinistro la sua canzone sul monumento di
Dante: al che il Poeta risponde «che non la scrisse per dispiacere
a queste tali persone, ma parte per amor del puro e semplice vero e
odio delle vane parzialità e prevenzioni; parte perchè non potendo
nominar quelli che queste persone avrebbero voluto, metteva in iscena
altri attori, come per pretesto e figura». Che non potendo parlare di
Austriaci, egli parlasse di Francesi, e adombrasse col nome di questi,
che avevano, per esempio, degli itali ingegni
Tratte l'opre divine a miseranda
Schiavitude oltre l'Alpi,
quelli che, cogli altri alleati, erano stati autori di rincondurle in
patria; e potesse sperare che ad altri che a Francesi, si attribuisse,
per esempio,
la nefanda
Voce di libertà che ne schernia
Tra il suon delle catene e dei flagelli,
a me non pare verosimile. Del resto, io non altro voglio indurre da
questi fatti, se non che de' sentimenti suoi di prima del 14, è traccia
ben distinta e nel 18, nel qual anno scriveva le due canzoni, e negli
ultimi anni della sua vita, nei quali dettava i Paralipomeni. In
politica, in somma, sentì presso a poco sempre a un modo. I sentimenti
che apprendeva in casa e certo ebbe da giovinetto sino almeno il
15, restarono in lui quasi immutati. Ce ne dispiace? Pensiamo che se
per i grandi anni del riscatto avremmo voluto altro, ora però, ora e
sempre, dobbiamo trovar giusto il suo «odio delle vane parzialità e
prevenzioni».