E in religione? Egli era da fanciullo veramente pio: pativa anche di
scrupoli e giocava all'altarino con la sua sorella. Recitava alla
Congregazione dei Nobili, nella chiesa di San Vito, i suoi sacri
discorsi, e abbozzava inni cristiani. Come tetri questi inni! Al
Redentore egli diceva: «Tu hai provato questa vita nostra, tu ne
hai assaporato il nulla, tu hai sentito il dolore e l'infelicità
dell'esser nostro...» A Maria: «È vero che siamo tutti malvagi, ma
non ne godiamo: siamo tanto infelici! È vero che questa vita e questi
mali sono brevi e nulli, ma noi pure siamo piccoli, e ci riescono
lunghissimi e insopportabili. Tu che sei grande e sicura, abbi pietà di
tante miserie!» Oh! certo il piccolo Giacomo leggeva un libretto, uno
forse de' molti della sua madre severa, così severa, che appena appena
sfiorava il suo visetto sparuto con la mano offerta a un bacio; uno
di quei libri, nei quali ella segnava le morti de' suoi. Vi leggeva la
terribile massima dello Ecclesiaste: _Vanità delle vanità ed ogni cosa
vanità!_ Ma in quei primi anni egli che abbozzava l'inno al Redentore
(«dice Gesù: dall'ora del mio nascimento infino alla morte mia sulla
croce mai non fui senza dolore») doveva confortarsi con l'aggiunta,
che trovava nel libretto: _fuorchè l'amar Dio e servire a lui solo_. E
amava e serviva. Ma intanto s'imprimeva sempre più nella tenera mente,
disposta alla mestizia e alla devozione: «Rammenta che l'occhio non
si sazia per vedere, nè l'orecchio riempiesi per ascoltare». Ruzzava
e trionfava nel giardino paterno; e non importava che Carlo facesse
l'uffizio di schiavo ammonitore: esso poteva leggere nel libretto: «Non
esaltarti per gagliardia o per beltà di corpo; la quale per piccola
malattia si guasta e si disforma». Ardeva del desiderio di gloria:
leggeva: «Dove sono... quei maestri...? di loro, si tace». In verità a
me par di vedere nel lugubre libretto la traccia, o volete l'embrione,
di tante poesie e prose del nostro Poeta. «La natura è scaltra e
trae a sè molti, allaccia e inganna e sempre ha sè stessa per fine».
Indifferente di noi fa il Leopardi la natura:
Ma da natura
Altro negli atti suoi
Che nostro male o nostro ben sì cura.
«La natura fatica per proprio agio» commenterebbe il monaco pensoso.
Altra considerazione: «povero ed esule in terra nemica dove incontro
guerra ogni dì e grandissime sciagure...» Non pensava ad essa Giacomo
non più devoto, non più pio, Giacomo negli ultimi tempi della vita,
quando nella Ginestra stima gli uomini tra sè confederati contro
l'_Inimico_? Non ricordava, sia pure inconsciamente, il modo cristiano
di figurarsi la morte, come un soave abbandono del capo stanco sul
petto del divino Redentore, quando diceva:
Quel dì ch'io pieghi addormentato il volto
Sul tuo vergineo seno?
Vero che non è più il seno di Gesù. Il Leopardi ha trasformato Gesù
nella Morte, adornandola delle bianche vesti che indossava la donna che
comparve a Socrate e gli disse:
Giungere fra i tre dì tu puoi a le zolle di Ftia.
Non ricordava egli l'umile preghiera «Percuotimi gli omeri e il collo»,
l'umile confessione, «Non son degno se non di essere flagellato e
punito», quando diceva, ribelle ai pensieri che alitavano dalla lontana
fanciullezza.
La man che flagellando si colora
Del mio sangue innocente.
Non ricolmar di lode,
Non benedir com'usa
Per antica viltà l'umana gente,
Ogni vana speranza...?
Vana anche quella speranza, vano anche quel conforto! Egli aveva
cancellato la seconda parte di quella prima affermazione, e restava,
nuda terribile la sentenza di Salomone:
Vanità delle vanità e tutto vanità.
Nè paia strano che il Leopardi attingesse da libri cristiani o
religiosi la sua sconsolata filosofia. Lo osservò il Gioberti: «quando
lo scrittore deplora la nullità di ogni bene creato in particolare,
E l'infinita vanità del tutto,
non fa se non ripetere le divine parole dell'Ecclesiaste e
dell'Imitazione». E, non so se dietro lui, la Teia scriveva: «Quale è
il pensiero dominante negli scoraggiamenti, nei disgusti del figliuol
di Monaldo? L'infinita vanità del tutto. E non è questo il mesto gemito
di Salomone già da tanti secoli? _Vanitas vanitatum_». Egli tutta la
sua vita impiegò in commentare, ampliare, provare ciò che quei libri
affermavano seccamente e solennemente. Ma ne aveva tolto già una
paroletta di tre lettere, senza la quale quei libri divenivano vangeli
di dolore: =Dio=.
Alle tante vanità proclamate nei libri sacri e più, il grande
pessimista ne aggiunse una: una sola!