Nell'_instituzione_ di Monaldo era sopra tutto un vizio che egli con
meraviglia s'intenderebbe rimproverare. Egli coltivò troppo in Giacomo
il desiderio della gloria. È un'ambizione questa che si suole chiamare
nobile; in verità non può esservi ambizione nobile, se nobile vuol dire
buona. Ma lasciamo lì: io non voglio, nè so nè devo fare il moralista:
certo mi piacerebbe che l'uomo facesse bene, senza aver sempre di
mira un altro, di cui far meglio; e che specialmente nell'arte e
in particolare nella poesia, la quale non è nessun merito far bene,
perchè non si può far male; o si fa o non si fa; l'artista e il poeta
si contentasse di piacere a sè senza cercare di piacere a tutti i
costi agli altri e più d'altri. Lasciamo, ripeto: io voglio soltanto
dire che questo smodato desiderio di gloria fu cagione d'infelicità
a Giacomo Leopardi. Che smodato fosse in Giacomo ancor fanciullo,
dice Carlo: «Mostrò fin da piccolo indole alle azioni grandi, amore
di gloria e di libertà ardentissimo». Notiamo quell'amore di libertà,
figlio, non fratello, di quello di gloria, come è chiaro a chi legge
il secondo de' Pensieri: «Scorri le vite degli uomini illustri, e
se guarderai a quelli che sono tali, non per iscrivere, ma per fare,
troverai a gran fatica pochissimi veramente grandi, ai quali non sia
mancato il padre nella prima età...» E più giù: «la potestà paterna
appresso tutte le nazioni che hanno leggi, porta seco una specie di
schiavitù ne' figliuoli, che per essere domestica, è più stringente
e più sensibile della civile». E che Giacomo adattasse al caso suo, o
piuttosto ne derivasse, questo principio generale, non può esser dubbio
a chi ripensi le sue parole: «Io non vedrò mai cielo nè terra, che non
sia Recanatese, prima di quell'accidente, che la natura comanda ch'io
tema e che oltracciò secondo la natura avverrà nel tempo della mia
vecchiezza: dico la morte di mio padre». Nel tempo della vecchiezza!
nel quale, come egli osserva nel pensiero citato, l'uomo «non prova
stimolo... e se ne provasse, non avrebbe più impeto, nè forza, nè tempo
sufficienti ad azioni grandi». Tuttavia osserviamo che egli conclude
come sia utilità inestimabile trovarsi innanzi nella giovinezza una
guida esperta ed amorosa, sebbene aggiunga che ne deriva «una sorta di
nullità e della giovinezza e generalmente della vita». Ebbene che cosa
poteva da ragazzo temer più che tale nullità, chi nel 17 affermava: «Io
ho grandissimo, forse smoderato e insolente, desiderio di gloria; io
voglio alzarmi, farmi grande ed eterno coll'ingegno e collo studio»; e
nel 19: «Voglio piuttosto essere infelice che piccolo»? Questo voto,
povero Giacomo, si adempiè. Ora come in lui, ancora fanciullo, fu
coltivato il funesto desiderio, che dissi? Già il padre era stato da
fanciullo (e continuò sempre a essere) animato dal medesimo sentimento.
Egli dice di sè, tra molte altre note che se ne potrebbero riferire:
«È singolare però che io nutrivo brama ardentissima di sapere, e che
allettato pochissimo dai trattenimenti puerili leggevo sempre, e più
ostinatamente, quelle cose che meno intendevo, _per avere la gloria_
di averle intese». E poi: «Mi sono rassegnato a vivere e morire senza
essere dotto, quantunque di esserlo avessi nudrita cupidissima voglia».
E la cupidissima voglia si trasfuse in Giacomo che «dai 13 anni ai
17» scrisse da sei a sette tomi non piccoli sopra cose erudite; come
dice egli stesso aggiungendo: «la qual fatica appunto è quella che
mi ha rovinato»; e in altro luogo afferma d'essersi rovinato con 7
anni di studio matto e disperatissimo, e si sa che studiava sino a
tardissima notte, ginocchioni avanti il tavolino, per potere scrivere
fino all'ultimo guizzo del lume morente. Eppure, a differenza del
padre, da fanciullo era allettato dai trattenimenti puerili: dal che si
deve dedurre, che del disperatissimo studio suggerito dallo smoderato
desiderio di gloria, fosse, almeno in parte, causa l'educazione stessa
che riceveva dal padre. Il quale nel 1801, per dirne una, aveva eretto
in casa sua una accademia poetica, che vi durò tre o quattro anni e poi
perì, quando non ebbe più la sua «casa paterna». Perchè Monaldo l'aveva
eretta? Perchè «queste accademie sono un piccolo teatro in cui si può
fare una qualche pompa di ingegno comodamente e senza bisogno di grandi
capitali scientifici, eccitano alcun principio di emulazione, accendono
qualche desiderio di gloria, impongono l'amore per lo studio o per lo
meno la necessità di simularlo...».
A quelle accademie erano poi succeduti i saggi quasi pubblici dei
figliuoli con presso a poco il medesimo intendimento. E Monaldo
mostrava certo il suo compiacimento per la splendida riuscita del suo
primogenito più che non lasciasse vedere la sua pena nell'accorgersi
come, per usare le parole della contessa Teia-Leopardi, «il gracile
corpo del figlio si sconciasse e alterasse pel faticoso e continuo
maneggio di enormi in-folio e dei pesanti volumi della Poliglotta e
dei SS. Padri». La medesima afferma che il conte Monaldo accarezzò
grandemente questa tendenza del figlio. È vero che in altro luogo
ricorda che il conte Monaldo stesso animava i figli a quegli esercizi
che giudicava molto atti a svilupparne le membra. Nel che peraltro è
da osservare che si tratta dei giuochi romani, e che con essi, sempre
secondo la contessa Teia, il conte Monaldo voleva fomentare il gusto
delle cose elevate, delle gesta e delle rappresentazioni eroiche.
Io non intendo biasimare questo padre; ma certo egli stesso sarebbe
stato più felice dell'amore dei figli, se ne avesse coltivato più le
tendenze umane che quelle eroiche, e li avesse voluti più affettuosi
che gloriosi. È vero che non avremmo avuto forse un Giacomo Leopardi,
ma egli non sarebbe stato così infelice. Ma è vero ancora che Giacomo
comprendeva di poter scegliere tra la infelicità e la mediocrità, e che
scelse la prima.
Forse non avremmo avuto... E se avessimo un Leopardi più legato di
quello che pur è, alle memorie della fanciullezza? più poeta di quello
che noi possiamo appena sognare che si possa essere?