Il sole non si dileguava così presto dietro il Sanvicino: esso colorava
qua in rosa tenue, là in rosa carico, qua in oro, là in violetto, le
nuvole che parevano essere convenute per assistere alla sua discesa. A
un volger d'occhio, quella si scolorava in ardesia, questa trascolorava
in porpora. E non mi pareva che il sole dicesse cadendo quelle triste
parole. Già con me erano di troppo: ma mi ricordo che quando ero, non
un poeta giovane, ma un giovane proprio, il sole al tramonto mi diceva
sempre, come dirà anche oggi ai giovani lettori del Leopardi:
Che la beata gioventù vien meno.
Il Passero solitario dicono che sia concezione, se non lavoro, della
prima giovinezza del Poeta: dell'anno 19 che fu a lui il più ricco di
ispirazioni. Fu concepito, in vero, quando il poeta non curava più
sollazzo e riso,
Della novella età dolce famiglia.
quando non era più quel fanciullo giocondo di cui egli stesso narra:
In queste sale antiche,
Al chiaror delle nevi, intorno a queste
Ampie finestre sibilando il vento,
Rimbombaro i sollazzi e le festose
Mie voci al tempo che l'acerbo, indegno
Mistero delle cose a noi si mostra
Pien di dolcezza.
Giacomo godè il suo Sabato, «giorno d'allegrezza pieno, Giorno chiaro,
sereno». La sua fanciullezza passò, come raccontava il suo fratello
Carlo, tra giuochi e capriole e studi; ma passò in un collegio. Carlo
lodava suo padre «d'averli tenuti presso di sè»; ma certo questi li
tenne più da _rettore_ che da padre. Monaldo credeva d'avere ricevuto
una _instituzione_ molto imperfetta. «L'ottimo Torres» egli dice «fu
l'assassino degli studi miei, ed io non sono riuscito un uomo dotto,
perchè egli non seppe studiare il suo allievo e perchè il suo metodo
di ammaestrare era cattivo decisamente». Ora sin dall'età di anni
quattordici egli aveva detto fra sè che avendo figli non avrebbe
permesso ad alcuno lo straziarli tanto barbaramente. Come tenne il suo
proponimento? In una cosa intanto: nel non mandare in monastero la
figlia Paolina, come vi era stata mandata la sorella di lui, con la
quale e col fratello finchè gli visse, aveva trascorso i suoi primi
anni. Egli sofferse molto di quell'allontanamento e non volle dare a
Giacomo e a Carlo il dolore che aveva provato esso. Poi: avrà certo
raccomandato ai precettori che forniva ai suoi figli, di non essere
così pedanti da esigere da essi la recitazione a memoria di «libri
intieri senza il più piccolo errore». Ma i precettori volle che fossero
preti: don Giuseppe Torres per primo (il suo maestro «di una severità
intollerabile»); poi don Sebastiano Sanchini. Egli diede inoltre ai
figli un pedagogo, che sempre li accompagnasse, «un pedante vermiglio,
grasso, florido», don Vincenzo Diotallevi, buon bevitore. Quelli erano
i maestri o professori, questo il prefetto; il rettore, s'intende, era
Monaldo. I giuochi dei ragazzi erano quali si fanno anche oggidì nei
collegi un poco all'antica; quali mi ricordo d'aver fatti anch'io nel
collegio dei buoni Scolopi, ai quali sono grato dal profondo del cuore:
battaglie romane. Intanto che Napoleone (Monaldo nel 1797 avrebbe
potuto vederlo. «Passò velocemente a cavallo, circondato da guardie le
quali tenevano i fucili in mano col cane alzato. Tutto il mondo corse
a vederlo. Io non lo vidi, perchè quantunque stessi sul suo passaggio
nel palazzo comunale, non volli affacciarmi alla finestra, giudicando
non doversi a quel tristo l'onore che un galantuomo si alzasse per
vederlo») intanto che Napoleone combatteva ad Austerlitz o a Iena, i
piccoli Leopardi ed i piccoli cugini Antici, battagliavano a Canne o
a Zama, nel grande salone, al chiarore delle nevi, o nel giardino;
e Giacomo mostrava, sotto il nome o di Scipione o di Annibale,
quell'ardore guerresco, che si adempiè poi nel 18 coi celebri versi:
L'armi, qua l'armi: io solo
Combatterò, procomberò sol io.
Sanno di collegio le passeggiate fatte sempre insieme e sempre col
prefetto o pedagogo; sa di collegio la burla fatta al buon prete, che
Giacomo descrisse nella poesiola «la Dimenticanza»; sa di collegio quel
porsi nomi finti (Giacomo era Cleone; Carlo, Lucio; Paolina, Eurilla).
Si narra persino del romanzo letto di nascosto... Nè mancavano gli
esami e le premiazioni. «Noi tre», racconta Carlo, «fratelli più
grandi, Giacomo, io e la Paolina, davamo talvolta in casa saggi quasi
pubblici dei nostri studi». E da questa vita di soggezione continua e
di regolarità uniforme veniva quel bisogno delle fole e delle novelle,
che Giacomo raccontava e Carlo ascoltava a lungo; e derivò presto
quell'opposizione di pensieri col loro padre, che nei collegi è solita
tra alunni e superiori. Giacomo «l'onorare i genitori non intendeva
esserne schiavo». Ciò nei tempi in cui si confessava, poichè «ne fu
dichiarato empio dal prete». Il noto dissidio tra padre e figlio,
che ha diviso gli studiosi del Leopardi in due fazioni, quella dei
Monaldiani e quella dei Giacomiani, nacque, o almeno fu reso facile
o possibile, da questo fatto: che Giacomo, come i suoi fratelli, vide
da fanciullo nel padre più il superiore che il genitore; e ciò attenua
la colpa sì di Monaldo, se è di Monaldo, perchè egli operava a fin di
bene, sì di Giacomo, se è di Giacomo, perchè egli non credeva di fare
tanto male. Col tempo, Carlo lodò suo padre e della severa educazione
e dell'istruzione «forse migliore di quella dei collegi», come lodiamo
noi ora quel buon rettore di cui da ragazzi dicevamo tanto male. Certo
noi ameremmo o amiamo i nostri figliuoli in modo diverso; ma non si
può dire che Monaldo non li amasse a modo suo. Oh! egli avrebbe fatto
meglio, dico io non ostante le lodi di Carlo, a metterli a dirittura
in un collegio vero e fuori di casa. Nella tristezza della solitudine,
che si fa in esso così fiera nella celletta dopo il chiasso del giorno
e il brusìo della sera, si sarebbero essi con tutta l'anima rivolti
alla famiglia lontana. Pare assurdo il dirlo; eppure è così: al poeta
del dolore mancò nella sua fanciullezza, un po' di dolore. Non ne ebbe
assai, di dolore, Giacomo Leopardi, da fanciullo!
Io ricordo che strette al cuore sentivo quando mi giungeva, la notte,
nella veglia non consolata, «il suon dell'ore». Era la voce della
città straniera; non del borgo natio. E io pensavo a babbo e mamma. E
Giacomo non poteva nemmeno fuggendo dal padre, correre al seno della
madre. Essa, tutta occupata nel restaurare il patrimonio Leopardi, non
accarezzava i figli che con lo sguardo. Se era così dolce, come so io
d'un'altra, come sanno tutti, o quasi, d'una, poteva bastare. Ma...