Quante volte si sarà soffermato il Leopardi ad ascoltare quelle
risse vespertine, risse sull'ora di scegliere il miglior posto per
attendervi, con una zampina su, l'aurora! Egli amava «le più liete
creature del mondo», il filosofo solitario. Pure nell'elogio che ne
scrisse, non riuscì a infondere la poesia che sentiva in quello che
egli chiama loro «riso», in quella vispezza e mobilità per la quale
egli le assomiglia a fanciulli. Ciò che ne dice, è troppo generico,
lasciando che non è tutto esatto. Per quanto l'assunto del filosofo
dovesse in quell'elogio contrastare al sentire del poeta, tuttavia
noi vi desideriamo il particolare perchè sia e legittima l'induzione
del filosofo e viva l'esposizione del poeta. Ma non un nome di specie:
tutti uccelli, tutti canterini. Nè molta varietà è, a questo proposito,
nelle poesie: in una canta al mattino «la rondinella vigile» e la
sera il «flebile usignol»; e il «musico augel» in un'altra canta il
rinascente anno e lamenta le sue antiche sventure «nell'alto ozio de'
campi»; e in un'altra è «il canto de' colorati augelli» insieme col
murmure de' faggi; e via dicendo. Ora da questi e simili esempi si
potrebbe inferire (io pensava) che il Leopardi non fosse quel poeta
che tutti dicono, o perchè non colse quel _particolare_ nel quale è,
per così dire, come in una cellula speciale, l'effluvio poetico delle
cose, o non lo colse per primo. Ma il nuovo e il vivo abbonda. E così
mi rivolgeva nella mente, come un uomo pio sussurra un'orazione per
iscacciare un brutto pensiero, i tanti luoghi coi quali il poeta della
mia giovinezza, della giovinezza di tutti, destava in me i palpiti
nuovi nel riconoscere le vecchie cose. Ripensavo le sue notti. Ecco
una notte tormentata dalla tempesta: a un tratto non più lampi, non
più tuoni, non più vento: buio e silenzio. Un'altra: una notte buia:
la luna sorge dal mare e illumina un campo di battaglia tutto ancora
vibrante del fracasso del giorno: gli uccelli dormono, e appena
rosseggerà il tetto della capanna, gorgheggeranno come al solito.
Un'altra ancora: una notte illuminata: la luna tramonta, spariscono
le mille ombre «e una Oscurità la valle e il monte imbruna», e il
carrettiere saluta con un melanconico stornello l'ultimo raggio. Oh!
i canti e i rumori notturni! il fanciullo che non può dormire e ode
un canto «per li sentieri Lontanando morire a poco a poco», o, mentre
sospira il mattino, sente, portato dal vento, il suono dell'ora!
Nessuno in Italia, prima e dopo il Leopardi, rappresentò così bene
l'estasi di una notte estiva:
allora
Che, tacito, seduto in verde zolla,
Delle sere io solea passar gran parte
Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
Della rana rimota alla campagna!
E la lucciola errava appo le siepi
E in su l'aiuole, sussurrando al vento
I viali odorati, ed i cipressi
Là nella selva: e sotto al patrio tetto
Sonavan voci alterne e le tranquille
Opre dei servi.
E nessuno meglio sentì la poesia d'un risvegliarsi in campagna al
picchierellare sui vetri della pioggia mattutina; e nessuno espresse
meglio il riprendere della vita dopo un temporale: lo schiamazzar
di galline, il grido dell'erbaiuolo, che s'era messo al coperto,
il rumoroso spalancarsi delle finestre, che erano state chiuse, e
in ultimo il tintinnìo dei sonagli e lo stridere delle ruote d'un
viaggiatore che riprende il suo viaggio; e nessuno dirà meglio mai la
sensazione d'un canto di donna, udito di notte, in una passeggiata,
dentro una casa serrata, a cui ci si soffermò per caso; o di giorno,
nel maggio odoroso, misto al cadenzato rumore delle calcole e del
pettine. Un grande poeta, o cingallegre che fate sentire le stridio
assiduo delle vostre piccole lime in questo dolce sabato sera! un
grande poeta, sebbene egli forse non distinguesse i vostri squilli
dallo spincionare del fringuello, a cui assomigliano! Così pensavo, e
venne il suono delle ore dalla torre del borgo, e io pensai all'altra
torre, la torre antica del Passero solitario. Era proprio alle mie
spalle. La primavera brillava nell'aria, sebbene non esultasse ancora
per li campi: qualche belato, qualche muggito si udiva: dei passerotti
saltabeccavano sul tetto della chiesa di Sant'Agostino, che ora è una
prigione; le cingallegre stridivano sempre. Il passero solitario però
non faceva più il nido nella torre, di cui fu abbattuta la «vetta»: mi
dissero che più tardi ne avrei sentito i sospiri d'un gufo. Più tardi:
ora il sole dirimpetto, facendo lustrare e avvampare tutti i vetri
delle case
tra lontani monti
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno.