VIII.

Con tutto questo, che speri tu? che fine hai? Ritorno, come vedi, al

primo detto. Essere utile a me? No, s'è detto. Recar utile agli altri?

S'è detto che, se mai, non lo fai apposta: dunque non è il fine tuo,

codesto. Dilettar te stesso? Ecco: se questo fosse il tuo fine, tu

chiuderesti dentro te la tua visione, e te la goderesti tra te e me,

senza quei tanti struggimenti che ci sono, per comunicare la visione

agli altri. O dunque?

La gloriola...

O povero fanciullo!

Pensa, o fanciullo, quante altre cose potrei fare con maggiore

rispondenza a codesto fine. Da condurre un esercito a volare sulla

bicicletta, tutto, o quasi tutto, meglio porta alla meta della vittoria

e della gloria. Ma poniamo che ci si arrivi anche «sulle ali del

canto». Qual disgrazia sarebbe mettersi in questa via, e per te e

per me! Prima di tutto, ne andrebbe molto tempo. La gloriola vuole

mutui uffici. Io devo conversare, e per lettere e a voce, sì con

quelli che coltivano medesimi campi, e chieder loro e averne notizie

sull'efficacia d'un concime che usiamo, e dar loro e riceverne augurii

e rallegramenti per un buon raccolto che speriamo d'avere o abbiamo

avuto; sì con quelli che professano soltanto di fornir le pianticelle,

i semi, i concimi chimici, gli strumenti agricoli, a mano e a vapore.

Quanto studio, quanta diligenza e pazienza si richiede per siffatta

coltivazione! Bisogna raccattare tutti i cocci, come fanno i contadini,

per seminarci e trapiantarci le tante pianticelle; anche i caldani

rotti raccattiamo; anche quei vasi, dove cresceva il garofano di Geva

contadinella. E star sempre lì ad annaffiare, a mondare, a potare; e

sbirciare i vasi del vicino, e struggerci ch'egli abbia papaveri più

grandi e girasoli più vistosi, e buttare a lui il malocchio, e contro

il malocchio di lui tener molta ruta, e guardare che non ci si secchi.

Ma tu dirai: Anche il tempo si raccatta! Bene: parliamo d'altro. Non

miete, chi non s'inchina. Ora, per la gloriola, ci s'inchina troppo,

tanto umile sovente è la pianticella, e ci s'inchina troppo spesso,

tante sono. Voglio dire che la nostra anima (l'anima, intendi!) si

deforma, si fa gobba, come è la schiena dei poveri contadini che

s'inchinano per il grano. E tu devi essere diritta, serena, semplice,

o anima mia! Non c'è forse sentimento al mondo, nemmeno l'avidità

del guadagno, che sia tanto contrario all'ingenuità del poeta,

quanto questa gola di gloriola, che si risolve in un desiderio di

sopraffazione! Quando sei preso da questo morbo, tu (ma tu non c'entri,

allora), io, non cerco il poetico, il buono e il bello, ma il sonante e

l'abbagliante. Oh! non cerco allora i lapilli, i nicchi, i fiori per la

mia via, ma veglio inquieto spiando i quaderni altrui, magari leggendo

di sulle spalle dello scrittore ciò che egli scrive. Allora io smetto

il mio verso, e mi metto a far quello d'altri: come un merlo noioso

che canta, in questo mentre, non le sue arie mattinali di bosco, ma

la _ritirata_: perchè, se non per voglia di gloriola, nel suo padrone

e forse in lui? O merlo dal becco giallo, tu hai voluto esser troppo

furbo! Come puoi credere che il tuo «_Io ti vedo!_» che risonava tra il

cader della guazza, sia peggio di codesto insopportabile «_Ritìrati,

cappellon!_»? Ma è pur vero che «merlo» vuol dire sì furbo e sì il

contrario! O anche, insistiamo troppo su un nostro verso o motivo o

vezzo o genere, che sia una volta piaciuto: o riusciamo stucchevoli:

non basta, diventiamo falsi. Imitiamo da noi medesimi, col vetro d'un

bicchiere, il diamante puro che una volta trovammo. E sempre, pensando

o scrivendo, siamo distratti dalla preoccupazione dell'effetto: che ne

diranno? vincerò, con questo, il tale o il tal altro? E la tua grazia,

che non è grazia se non è spontanea, si perde per sempre. Tu non vedi

più giusto e limpido; anzi non guardi più; seppure, ciò che sarebbe

peggio, non guardi, come ho detto, negli altri, e non baratti le vesti

e magari l'anima con altri, che tu veda o creda più pregiati di te!

Non pensare alla gloriola, fanciullo: non è cosa da te. Ella è troppo

difficile, o facile, a raggiungersi. Difficile: non ho già detto,

quanto è raro che t'intendano? Tu non fai se non scoprire il nuovo nel

vecchio. Gli altri, ossia i tuoi lettori e uditori, non dovrebbero dire

o pensare se non: «Come è vero! e io non ci avevo pensato». Ma questo

assentimento non ti vien sempre e nemmeno spesso. Gli occhi della

gente sono oggi così fissi nell'ombelico della propria persona, che non

hanno visto, si può dire, altro. E perchè hanno le luci velate dalla

catalessi del loro egoismo, dicono che sei tu oscuro. Puoi, quando tu

voglia, descrivere un mattino, per esempio, in campagna: chi non l'ha

mai veduto sorgere, il sole, nè in campagna nè in città, non capisce

e non approva nulla di ciò che dici. Sei inoltre oscuro, sovente per

un'altra ragione: perchè sei chiaro. Sono tanto avvezzi i lettori oggi

alle girandole, agli andirivieni, ai viluppi dei pensieri e sentimenti;

perchè gli autori, attingendo questi e quelli di sui libri s'ingegnano

con gli stucchi e gli ori a dar loro un aspetto nuovo, o fanno come

le lepri, le quali, per nascondere al cacciatore le loro traccie, si

mettono a girare e pestare su esse; sono i lettori tanto abituati ai

misteri o gherminelle degli autori, i quali, troppo comodi, vogliono

perpetuamente che s'intenda dagli altri meglio che da lor si ragioni;

che quando tu dici nel tuo semplice modo le tue semplici cose, ecco che

non ti capiscono più. Essi cercano in te quello che non c'è, e perchè

non lo trovano, ci rimangono male. E se anche ti capiscono, vale a dire

se capiscono che non vuoi dire se non quel che dici, e non sottintendi

nulla, e non hai la pretesa, assurda e comune, che il senso, nelle

tue cose, ce lo mettano i lettori, allora i più non ti apprezzano. Ai

più pare che il bello sia nei fregi e che il poetico sia nella foga

oratoria. E infine quasi tutti, come vuoi che ascoltino lo stormire

delle foglie o il gorgoglio del ruscello o il canto dell'usignuolo o il

suono della tua avena, se lì presso la banda del villaggio assorda la

campagna coi tromboni e i colpi di gran cassa?

No no, fanciullo. La gloria o gloriola si forma con l'assenso di molti,

e tu non sei udito, ascoltato, approvato, che dai pochi. È vero che

tu ti rivolgi a tutti, ma ricordati: non agli uomini proprio, ma ai

fanciulli, come te, che sono negli uomini. Ora codesti fanciulli, dato

che in nessuni manchino, in pochi però prestano ascolto. E sai quali

sono questi pochi? Sono generalmente poeti. Cioè il loro fanciullo

o ti sta a sentire solo perchè anch'esso canta e vuol sapere se tu

canti meglio o peggio di lui, o standoti a sentire finisce con cantare

anche lui. E che succede? Succede che un giorno o l'altro comincia a

fare il tuo verso. Prima fa solo qualche nota, poi qualche battuta,

infine tutta la tua canzone. E allora? Allora diventa tuo imitatore.

Ebbene? Ebbene l'imitatore è un debitore; e il debitore, presto o

tardi, parlerà male del creditore. E così, anche di quei pochi, molti

si sottrarranno dal dir le tue lodi, per assicurar le loro. E la tua

gloriola o non nascerà o intisicherà appena nata.

Ma poi ti sentiresti d'accettarla codesta gloriola? Sai come ella

nasce. Nasce in generale dalla affermazione tua stessa. È pensiero

giustissimo del nostro Leopardi: «La via forse più diretta di acquistar

fama, è di affermare con sicurezza e pertinacia, e in quanti più modi

è possibile, di averla acquistata».[29] E altrove: «Rara è nel nostro

secolo quella persona lodata generalmente, le cui lodi non sieno

cominciate dalla sua propria bocca... Chi vuole innalzarsi, quantunque

per virtù vera, dia bando alla modestia».[30] E tu, fanciullo, vorresti

che io da una seggiola o da un palco mi mettessi a gridar le tue lodi o

affermare la tua fama? «Questo ragazzo è un ragazzo miracoloso... noto

in tutto il mondo...». In questo modo la gloriola sarebbe facile. Ma tu

no, non vorresti. Eppure gli uomini non crederanno mai che sia grande

un merito che non sia tanto grande da vincere persino la modestia di

colui che l'ha. Se la tua modestia è grande, contentati d'una grandezza

assai modesta. Sarai considerato un poeta mediocre, e poichè mediocre

non deve essere il poeta, sarai proclamato non poeta. Ovvero tu, non

credendo all'amara considerazione del Leopardi, aspetterai che la

tua lode cominci dalle bocche altrui? Perchè questa lode sia tale da

crearti una vera fama, occorre ch'ella possa propagarsi per gran numero

di persone; le quali ti loderanno poi a lor volta senza conoscerti,

senza averti udito, senza averti letto! Ti loderanno per «suggestione».

Oh! il pessimo fatto che sarebbe allora il tuo! Tutto quel che tu

facessi, sarebbe ugualmente lodato: ciò che tu sentissi d'aver fatto

di meglio, sarebbe pareggiato a ciò che tu conoscessi d'aver fatto di

peggio. Persino cosa che non avessi fatto tu, ma comparisse col tuo

nome, sarebbe levata alle stelle, e così preferita a quelle che proprio

tu avessi fatte e credessi buone e belle! E che ne faresti di tale

gloriola?

Tanto più che bisogna vedere da che ti venne quella lode iniziale,

che avviò tutte quell'altre lodi. Da che? Da qualche cosa più atta

delle altre ad accecare, ad inebbriare, a far delirare la gente. Dalla

politica, per esempio: dal partito o dalla setta. Badaci, ragazzo. È

il fatto di qualcuno che vuol procacciarsi la popolarità, mettendo la

cannella a una botte, e che tutti bevano. La gran botte è la politica,

il vino che ognuno ne beve, è il proprio sentimento che si riscalda

alla botte comune: la sbornia generale è la tua gloria!

O gloriola indegna del tuo desiderio! E poi è amara. Sai che siamo al

tempo dei concorsi; al tempo delle classificazioni e premiazioni. Il

divertimento più grande che si diano gli uomini, è quello di giudicare.

In Atene fu in altri tempi una consimile mania di seder nell'Eliea

e deporre le sue pietruzze. Oggi non c'è più solo qualche pazzo, ma

molti; e non giudicano, in mancanza d'altro, i cani e gatti di casa,

ma gli scrittori e i poeti di casa e fuori. Giudicano, e classificano:

questo è il primo, quello il secondo, l'altro il terzo, e va dicendo.

Ahimè! tu, fanciullo, fai il tuo discorsino, esprimi un tuo sentimento,

esponi un tuo pensiero, mostri un tuo sorriso, versi una tua lagrima,

senza riguardarti, senza saperlo, si può dire, senza perchè; al primo

venuto, sfogando il cuore, quasi fuori di te: a mezzo le tue parole,

al tuo riso, al tuo pianto, ecco senti che il tuo uditore piglia

appunti, pesa le frasi che dici, disegna, col pollice, in aria la linea

del tuo sorriso, esamina l'acqua e il cristallo della tua lagrima: e

mormora: «Non c'è male! Benino! Bene! Benissimo! Peggio però del tale!

Anche meglio del tal altro! Primo! Secondo! Terzo! Poeta maggiore!

Poeta minore!». Certo tu, se non sei un vanarello o un frignone,

cancelli il sorriso, ribevi la lagrima, e te ne vai. Forse giuri in

quel momento di non andar più da altri, e godere o piangere tra te,

un'altra volta. Ma sei fanciullo, e torni sempre da capo, trovando però

ogni volta che per i fanciulli non c'è più luogo in questo mondo! Il

fatto è che, oltre la noia di quel sentirti sempre paragonato, come

se tu facessi un esercizio scolastico, puoi provare anche l'amarezza

d'essere posposto, con giudizio spiccio o maligno, e anche d'essere

preposto, a tali che tu non ti sogni nemmeno di emulare, a tali a cui

tu non pensavi nemmeno, a cui non dovevi, non potevi pensare, assorto

come eri nel tuo piacere o nel tuo dolore. Ti paragoneranno con gli

altri e anche con te stesso. Ti conteranno gli anni e le rughe agli

occhi e i capelli bianchi e non vedono l'ora di dirti che decadi, che

rimbecillisci, che muori. Bella carità! E un bel giorno ti butteranno

in un canto, dimenticandosi di te, e a torto. A torto sempre, perchè

ciò che hai fatto di buono non deve essere annullato da ciò che poi

faccia di men buono; e perchè non può nascere mai un portento tale da

far dimenticare, per esempio, il Leopardi. Sia grande quanto si voglia

il poeta che si aggiunge al canone, egli deve sedere su una seggiola,

o vogliam dire trono, sola: non ha bisogno di due o di tutte, e che un

altro o tutti gli altri si rizzino e se ne vadano.

La gloriola non è per te, fanciullo! La poesia pura, quando si legge,

fa che il lettore dica: Come si potrebbe far meglio e più! È vero che

codesta è illusione d'ornatista... E io penso ai panforti fiorati che

sono tanto più belli, e si contemplano così, a lungo: ma finalmente gli

ornati si gettano e si mangia il panforte solo. Tuttavia ricòrdati,

anche per via di questo esempio fanciullesco del panforte fiorato,

che generalmente si ammira e loda quel che sta sopra, non quello ch'è

sotto.

Ricòrdati che la poesia vera fa battere, se mai, il cuore, non mai le

mani.

Miei Pensieri di varia Umanità · 第 15 / 93 题