Con tutto questo, che speri tu? che fine hai? Ritorno, come vedi, al
primo detto. Essere utile a me? No, s'è detto. Recar utile agli altri?
S'è detto che, se mai, non lo fai apposta: dunque non è il fine tuo,
codesto. Dilettar te stesso? Ecco: se questo fosse il tuo fine, tu
chiuderesti dentro te la tua visione, e te la goderesti tra te e me,
senza quei tanti struggimenti che ci sono, per comunicare la visione
agli altri. O dunque?
La gloriola...
O povero fanciullo!
Pensa, o fanciullo, quante altre cose potrei fare con maggiore
rispondenza a codesto fine. Da condurre un esercito a volare sulla
bicicletta, tutto, o quasi tutto, meglio porta alla meta della vittoria
e della gloria. Ma poniamo che ci si arrivi anche «sulle ali del
canto». Qual disgrazia sarebbe mettersi in questa via, e per te e
per me! Prima di tutto, ne andrebbe molto tempo. La gloriola vuole
mutui uffici. Io devo conversare, e per lettere e a voce, sì con
quelli che coltivano medesimi campi, e chieder loro e averne notizie
sull'efficacia d'un concime che usiamo, e dar loro e riceverne augurii
e rallegramenti per un buon raccolto che speriamo d'avere o abbiamo
avuto; sì con quelli che professano soltanto di fornir le pianticelle,
i semi, i concimi chimici, gli strumenti agricoli, a mano e a vapore.
Quanto studio, quanta diligenza e pazienza si richiede per siffatta
coltivazione! Bisogna raccattare tutti i cocci, come fanno i contadini,
per seminarci e trapiantarci le tante pianticelle; anche i caldani
rotti raccattiamo; anche quei vasi, dove cresceva il garofano di Geva
contadinella. E star sempre lì ad annaffiare, a mondare, a potare; e
sbirciare i vasi del vicino, e struggerci ch'egli abbia papaveri più
grandi e girasoli più vistosi, e buttare a lui il malocchio, e contro
il malocchio di lui tener molta ruta, e guardare che non ci si secchi.
Ma tu dirai: Anche il tempo si raccatta! Bene: parliamo d'altro. Non
miete, chi non s'inchina. Ora, per la gloriola, ci s'inchina troppo,
tanto umile sovente è la pianticella, e ci s'inchina troppo spesso,
tante sono. Voglio dire che la nostra anima (l'anima, intendi!) si
deforma, si fa gobba, come è la schiena dei poveri contadini che
s'inchinano per il grano. E tu devi essere diritta, serena, semplice,
o anima mia! Non c'è forse sentimento al mondo, nemmeno l'avidità
del guadagno, che sia tanto contrario all'ingenuità del poeta,
quanto questa gola di gloriola, che si risolve in un desiderio di
sopraffazione! Quando sei preso da questo morbo, tu (ma tu non c'entri,
allora), io, non cerco il poetico, il buono e il bello, ma il sonante e
l'abbagliante. Oh! non cerco allora i lapilli, i nicchi, i fiori per la
mia via, ma veglio inquieto spiando i quaderni altrui, magari leggendo
di sulle spalle dello scrittore ciò che egli scrive. Allora io smetto
il mio verso, e mi metto a far quello d'altri: come un merlo noioso
che canta, in questo mentre, non le sue arie mattinali di bosco, ma
la _ritirata_: perchè, se non per voglia di gloriola, nel suo padrone
e forse in lui? O merlo dal becco giallo, tu hai voluto esser troppo
furbo! Come puoi credere che il tuo «_Io ti vedo!_» che risonava tra il
cader della guazza, sia peggio di codesto insopportabile «_Ritìrati,
cappellon!_»? Ma è pur vero che «merlo» vuol dire sì furbo e sì il
contrario! O anche, insistiamo troppo su un nostro verso o motivo o
vezzo o genere, che sia una volta piaciuto: o riusciamo stucchevoli:
non basta, diventiamo falsi. Imitiamo da noi medesimi, col vetro d'un
bicchiere, il diamante puro che una volta trovammo. E sempre, pensando
o scrivendo, siamo distratti dalla preoccupazione dell'effetto: che ne
diranno? vincerò, con questo, il tale o il tal altro? E la tua grazia,
che non è grazia se non è spontanea, si perde per sempre. Tu non vedi
più giusto e limpido; anzi non guardi più; seppure, ciò che sarebbe
peggio, non guardi, come ho detto, negli altri, e non baratti le vesti
e magari l'anima con altri, che tu veda o creda più pregiati di te!
Non pensare alla gloriola, fanciullo: non è cosa da te. Ella è troppo
difficile, o facile, a raggiungersi. Difficile: non ho già detto,
quanto è raro che t'intendano? Tu non fai se non scoprire il nuovo nel
vecchio. Gli altri, ossia i tuoi lettori e uditori, non dovrebbero dire
o pensare se non: «Come è vero! e io non ci avevo pensato». Ma questo
assentimento non ti vien sempre e nemmeno spesso. Gli occhi della
gente sono oggi così fissi nell'ombelico della propria persona, che non
hanno visto, si può dire, altro. E perchè hanno le luci velate dalla
catalessi del loro egoismo, dicono che sei tu oscuro. Puoi, quando tu
voglia, descrivere un mattino, per esempio, in campagna: chi non l'ha
mai veduto sorgere, il sole, nè in campagna nè in città, non capisce
e non approva nulla di ciò che dici. Sei inoltre oscuro, sovente per
un'altra ragione: perchè sei chiaro. Sono tanto avvezzi i lettori oggi
alle girandole, agli andirivieni, ai viluppi dei pensieri e sentimenti;
perchè gli autori, attingendo questi e quelli di sui libri s'ingegnano
con gli stucchi e gli ori a dar loro un aspetto nuovo, o fanno come
le lepri, le quali, per nascondere al cacciatore le loro traccie, si
mettono a girare e pestare su esse; sono i lettori tanto abituati ai
misteri o gherminelle degli autori, i quali, troppo comodi, vogliono
perpetuamente che s'intenda dagli altri meglio che da lor si ragioni;
che quando tu dici nel tuo semplice modo le tue semplici cose, ecco che
non ti capiscono più. Essi cercano in te quello che non c'è, e perchè
non lo trovano, ci rimangono male. E se anche ti capiscono, vale a dire
se capiscono che non vuoi dire se non quel che dici, e non sottintendi
nulla, e non hai la pretesa, assurda e comune, che il senso, nelle
tue cose, ce lo mettano i lettori, allora i più non ti apprezzano. Ai
più pare che il bello sia nei fregi e che il poetico sia nella foga
oratoria. E infine quasi tutti, come vuoi che ascoltino lo stormire
delle foglie o il gorgoglio del ruscello o il canto dell'usignuolo o il
suono della tua avena, se lì presso la banda del villaggio assorda la
campagna coi tromboni e i colpi di gran cassa?
No no, fanciullo. La gloria o gloriola si forma con l'assenso di molti,
e tu non sei udito, ascoltato, approvato, che dai pochi. È vero che
tu ti rivolgi a tutti, ma ricordati: non agli uomini proprio, ma ai
fanciulli, come te, che sono negli uomini. Ora codesti fanciulli, dato
che in nessuni manchino, in pochi però prestano ascolto. E sai quali
sono questi pochi? Sono generalmente poeti. Cioè il loro fanciullo
o ti sta a sentire solo perchè anch'esso canta e vuol sapere se tu
canti meglio o peggio di lui, o standoti a sentire finisce con cantare
anche lui. E che succede? Succede che un giorno o l'altro comincia a
fare il tuo verso. Prima fa solo qualche nota, poi qualche battuta,
infine tutta la tua canzone. E allora? Allora diventa tuo imitatore.
Ebbene? Ebbene l'imitatore è un debitore; e il debitore, presto o
tardi, parlerà male del creditore. E così, anche di quei pochi, molti
si sottrarranno dal dir le tue lodi, per assicurar le loro. E la tua
gloriola o non nascerà o intisicherà appena nata.
Ma poi ti sentiresti d'accettarla codesta gloriola? Sai come ella
nasce. Nasce in generale dalla affermazione tua stessa. È pensiero
giustissimo del nostro Leopardi: «La via forse più diretta di acquistar
fama, è di affermare con sicurezza e pertinacia, e in quanti più modi
è possibile, di averla acquistata».[29] E altrove: «Rara è nel nostro
secolo quella persona lodata generalmente, le cui lodi non sieno
cominciate dalla sua propria bocca... Chi vuole innalzarsi, quantunque
per virtù vera, dia bando alla modestia».[30] E tu, fanciullo, vorresti
che io da una seggiola o da un palco mi mettessi a gridar le tue lodi o
affermare la tua fama? «Questo ragazzo è un ragazzo miracoloso... noto
in tutto il mondo...». In questo modo la gloriola sarebbe facile. Ma tu
no, non vorresti. Eppure gli uomini non crederanno mai che sia grande
un merito che non sia tanto grande da vincere persino la modestia di
colui che l'ha. Se la tua modestia è grande, contentati d'una grandezza
assai modesta. Sarai considerato un poeta mediocre, e poichè mediocre
non deve essere il poeta, sarai proclamato non poeta. Ovvero tu, non
credendo all'amara considerazione del Leopardi, aspetterai che la
tua lode cominci dalle bocche altrui? Perchè questa lode sia tale da
crearti una vera fama, occorre ch'ella possa propagarsi per gran numero
di persone; le quali ti loderanno poi a lor volta senza conoscerti,
senza averti udito, senza averti letto! Ti loderanno per «suggestione».
Oh! il pessimo fatto che sarebbe allora il tuo! Tutto quel che tu
facessi, sarebbe ugualmente lodato: ciò che tu sentissi d'aver fatto
di meglio, sarebbe pareggiato a ciò che tu conoscessi d'aver fatto di
peggio. Persino cosa che non avessi fatto tu, ma comparisse col tuo
nome, sarebbe levata alle stelle, e così preferita a quelle che proprio
tu avessi fatte e credessi buone e belle! E che ne faresti di tale
gloriola?
Tanto più che bisogna vedere da che ti venne quella lode iniziale,
che avviò tutte quell'altre lodi. Da che? Da qualche cosa più atta
delle altre ad accecare, ad inebbriare, a far delirare la gente. Dalla
politica, per esempio: dal partito o dalla setta. Badaci, ragazzo. È
il fatto di qualcuno che vuol procacciarsi la popolarità, mettendo la
cannella a una botte, e che tutti bevano. La gran botte è la politica,
il vino che ognuno ne beve, è il proprio sentimento che si riscalda
alla botte comune: la sbornia generale è la tua gloria!
O gloriola indegna del tuo desiderio! E poi è amara. Sai che siamo al
tempo dei concorsi; al tempo delle classificazioni e premiazioni. Il
divertimento più grande che si diano gli uomini, è quello di giudicare.
In Atene fu in altri tempi una consimile mania di seder nell'Eliea
e deporre le sue pietruzze. Oggi non c'è più solo qualche pazzo, ma
molti; e non giudicano, in mancanza d'altro, i cani e gatti di casa,
ma gli scrittori e i poeti di casa e fuori. Giudicano, e classificano:
questo è il primo, quello il secondo, l'altro il terzo, e va dicendo.
Ahimè! tu, fanciullo, fai il tuo discorsino, esprimi un tuo sentimento,
esponi un tuo pensiero, mostri un tuo sorriso, versi una tua lagrima,
senza riguardarti, senza saperlo, si può dire, senza perchè; al primo
venuto, sfogando il cuore, quasi fuori di te: a mezzo le tue parole,
al tuo riso, al tuo pianto, ecco senti che il tuo uditore piglia
appunti, pesa le frasi che dici, disegna, col pollice, in aria la linea
del tuo sorriso, esamina l'acqua e il cristallo della tua lagrima: e
mormora: «Non c'è male! Benino! Bene! Benissimo! Peggio però del tale!
Anche meglio del tal altro! Primo! Secondo! Terzo! Poeta maggiore!
Poeta minore!». Certo tu, se non sei un vanarello o un frignone,
cancelli il sorriso, ribevi la lagrima, e te ne vai. Forse giuri in
quel momento di non andar più da altri, e godere o piangere tra te,
un'altra volta. Ma sei fanciullo, e torni sempre da capo, trovando però
ogni volta che per i fanciulli non c'è più luogo in questo mondo! Il
fatto è che, oltre la noia di quel sentirti sempre paragonato, come
se tu facessi un esercizio scolastico, puoi provare anche l'amarezza
d'essere posposto, con giudizio spiccio o maligno, e anche d'essere
preposto, a tali che tu non ti sogni nemmeno di emulare, a tali a cui
tu non pensavi nemmeno, a cui non dovevi, non potevi pensare, assorto
come eri nel tuo piacere o nel tuo dolore. Ti paragoneranno con gli
altri e anche con te stesso. Ti conteranno gli anni e le rughe agli
occhi e i capelli bianchi e non vedono l'ora di dirti che decadi, che
rimbecillisci, che muori. Bella carità! E un bel giorno ti butteranno
in un canto, dimenticandosi di te, e a torto. A torto sempre, perchè
ciò che hai fatto di buono non deve essere annullato da ciò che poi
faccia di men buono; e perchè non può nascere mai un portento tale da
far dimenticare, per esempio, il Leopardi. Sia grande quanto si voglia
il poeta che si aggiunge al canone, egli deve sedere su una seggiola,
o vogliam dire trono, sola: non ha bisogno di due o di tutte, e che un
altro o tutti gli altri si rizzino e se ne vadano.
La gloriola non è per te, fanciullo! La poesia pura, quando si legge,
fa che il lettore dica: Come si potrebbe far meglio e più! È vero che
codesta è illusione d'ornatista... E io penso ai panforti fiorati che
sono tanto più belli, e si contemplano così, a lungo: ma finalmente gli
ornati si gettano e si mangia il panforte solo. Tuttavia ricòrdati,
anche per via di questo esempio fanciullesco del panforte fiorato,
che generalmente si ammira e loda quel che sta sopra, non quello ch'è
sotto.
Ricòrdati che la poesia vera fa battere, se mai, il cuore, non mai le
mani.