La poesia benefica di per sè, la poesia che di per sè ci fa meglio
amare la patria, la famiglia, l'umanità, è, dunque, la poesia pura,
la quale di rado si trova. In Italia poi, che è la mia patria (non la
tua, o fanciullo: tu sei del mondo, e non sei d'ora ma di sempre), in
Italia è più rara che altrove. Invero non mai da noi fu amata la poesia
elementare e spontanea. Come in genere la nostra letteratura, così in
ispecie la nostra poesia ha avuto innanzi sè dei modelli. Noi abbiamo
specchiato il nostro stile nell'arte latina, come i latini avevano
fatto coi greci. Ciò può aver giovato a dare concretezza e maestà alle
nostre scritture; ma quanto a poesia, ciò l'ha soffocata: la poesia non
si fa sui libri. Poi amiamo troppo l'ornamentazione; e questo gusto lo
dimostriamo specialmente in ciò che meno lo comporta: nella poesia.
Il fanciullino italico non ruzza che ben vestito e ben pettinato: le
noci con le quali fa a filetto, devono essere coperte di carta d'oro
e d'argento. Noi vogliamo farci sempre onore: invece di badare al
giuoco, badiamo a noi: ci stiamo a sentire e ammicchiamo alla nostra
ombra. E anche più che a noi, badiamo al pubblico: guardiamo con la
coda dell'occhio i grandi che stanno a vederci: e così facciamo tutto
senza garbo e senza scioltezza. E siccome, particolarmente ai nostri
giorni, tutto da noi si fa a concorso e tutto si dà all'asta e tutto
si conclude con la aggiudicazione e la premiazione, così ci proponiamo,
più che altro, di sopraffare l'un l'altro e di conquistarci con qualche
grazietta il favore dei giudici. Nei giochi dei nostri fanciulli,
c'entra per molta parte la gherminella che è cosa da attempati. Sono
troppo scaltriti, i nostri fanciulli, e cercano meglio di esser primi,
che d'esser loro. Perciò la nostra poesia (per chiamarla così) è per lo
più d'imitazione, anzi di collezione, e sa di lucerna, non di guazza
e d'erba fresca. Noi studiamo troppo, per poetare: ed è superfluo
aggiungere che, per sapere, studiamo troppo poco. Mettiamo lo studio,
insomma, dove non c'entra.
O come? Non c'entra nel poetare lo studio? Sì, ma diretto al fine, che
Dante mostrò. Virgilio che è lo studio, conduce Dante a Matelda che
è l'arte; l'arte in genere e in ispecie. L'arte di Dante è appunto la
poesia. Dunque lo studio condusse Dante alla poesia. Ebbene Matelda,
o la poesia, è nel giardino dell'innocenza, sceglie cantando fior da
fiore, ha gli occhi luminosi, purifica nei fiumi dell'oblio e della
buona volontà. Ossia, il poeta, mercè lo studio, è riuscito a ritrovare
la sua fanciullezza, e puro come è, vede bene e sceglie senza alcuna
fatica, sceglie cantando, i fiori che pare spuntino avanti i suoi
piedi. Io, senza insistere sul valore morale del mito tanto esatto e
bello, dico, interpretando il Poeta per il rispetto artistico, che lo
studio deve essere diretto a togliere più che ad aggiungere: a togliere
la tanta ruggine che il tempo ha depositata sulla nostra anima, in
modo che torniamo a specchiarci nella limpidezza di prima; ed essere
soli tra noi e noi. Lo studio deve togliere le scorie al puro cristallo
che noi troviamo quasi casualmente; e quel cristallo pur con le scorie
val più d'un vetro che noi dilatiamo e formiamo soffiando. Lo studio
deve rifarci ingenui, insomma, tal quale Dante figura sè come avanti
Beatrice così rispetto e Matelda; che se dall'una è sgridato e fatto
piangere e vergognare come fanciullo battuto, dall'altra è, come
bambino che non vuole o non può fare da sè, preso e tuffato nell'acqua
e menato a bere alla fonte. Lo studio deve togliere gli artifizi,
e renderci la natura. Così dice Dante. La sua arte è impersonata
in Matelda, che è la natura umana primordialmente libera, felice,
innocente.
Ma noi italiani siamo, in fondo, troppo seri e furbi, per essere
poeti. Noi imitiamo troppo. E sì, che studiando si deve imparare a
far diverso, non lo stesso. Ma noi vogliamo far lo stesso e dare a
credere o darci a credere di fare meglio. Perciò sovente ci pare che,
incastonando la gemma altrui in un anello nostro, noi abbiamo trovata
e magari fatta la gemma; e più sovente ci imaginiamo che, dorando la
statua di bronzo, quella statua non solo sia più bella, ma diventi
opera nostra.
Noi non gettiamo più il martello contro i blocchi di marmo: ci
accontentiamo di pulire e lustrare le statue belle e fatte. Al più al
più, noi facciamo l'arte di Giovanni da Udine: eleganti stucchi: ma non
ricordiamo quel che Giovanni disse, mi pare, a Pietro Aretino che ne lo
ammirava: Bambocci vogliono essere!
E le scuole ci legano. Le scuole sono fili sottili di ferro, tesi tra
i verdi mai della foresta di Matelda: noi, facendo i fiori, temiamo a
ogni tratto d'inciampare e cadere. L'ho già detto: se uno si abbandona
alle delizie della campagna, teme, che lo chiamino arcade; se un altro
si vede avanti un'antitesi, sta un pezzo tra il sì e il no, temendo
d'essere chiamato secentista. Mentre la mandra degli imitatori si
butta alla rinfusa dietro qualche ariete maggiore, e tutti si mettono a
belare o mugliare a un modo; sì che in certi tempi pare che gl'italiani
(giudicandoli da quelli che scrivono in versi) non abbiano che l'amica,
in certi altri non abbiano che la mamma; i poeti veri sono pieni del
contrario affetto: vogliono cioè non essere imbrancati nè nel verismo
nè nell'idealismo nè nell'euforionismo (penso un poco all'Euforione
Calcidico, e molto a quello Germanico): vogliono non passare per
Stecchettiani, per Carducciani, per d'Annunziani. Queste preoccupazioni
li rendono troppo circospetti, troppo irresoluti, troppo sforzati. E
Matelda si allontana da loro, facendo echeggiare sempre più lungi il
suo dolce salmo che finisce per confondersi con lo stormir delle foglie
e col gorgoglio del ruscello, e morire.
Ma poi, per la poesia vera e propria, a noi manca, o sembra mancare, la
lingua.
La poesia consiste nella visione d'un particolare inavvertito, fuori e
dentro noi.
Guardate i ragazzi quando si trastullano seri seri. Voi vedete che
hanno sempre alle mani cose trovate per terra, nella loro via, che
interessano soltanto loro e che perciò sol essi sembrano vedere:
chioccioline, ossiccioli, sassetti. Il poeta fa il medesimo. Ma
come chiamare questi lapilli ideali, questi cervi volanti della
sua anima? Il nome loro non è fatto, o non è divulgato, o non è
comune a tutta la nazione o a tutte le classi del popolo. Pensate ai
fiori e agli uccelli, che sono de' fanciulli la gioia più grande e
consueta: che nome hanno? S'ha sempre a dire uccelli, sì di quelli
che fanno _tottavì_ e sì di quelli che fanno _crocro_? Basta dir
fiori o fioretti, e aggiungere, magari, vermigli e gialli, e non far
distinzione tra un greppo coperto di margherite e un altro gremito di
crochi? Ora se vi provate a dire il nome proprio loro, ecco che il
nome di Linneo non va, per cento ragioni, e il nome popolare varia,
quando c'è, da regione a regione, anzi da contado a contado. Se il
popolo italiano badasse a queste tali cose, fiori, piante, uccelli,
insetti, rettili, che formano per gran parte la poesia della campagna,
il nome che esse hanno in una terra, avrebbe finito per prevalere su
quello dominante in altre. Ma gl'italiani, abbarbagliati per lo più
dallo sfolgorio dell'elmo di Scipio, non sogliono seguire i tremolii
cangianti delle libellule. E così il poeta, se vuol poetare, bisogna
che si lasci ogni tanto dire «E questo che è? che vuol dire? o poeta
saccente e seccante!». E tuttavia così il poeta deve fare, e lasciar
dire così, sperando, se non altro, che se ne avvantaggino i poeti
futuri, i quali troveranno divulgati tanti nomi prima ignoti e perciò
chiamati oscuri. In verità non è egli l'Adamo che per primo mette i
nomi? Così deve operare, facendo a ogni momento qualche rinunzia d'amor
proprio. Perchè l'arte del poeta è sempre una rinunzia. Ho detto che
deve togliere, non aggiungere: e ciò è rinunzia. Deve fare a meno di
tanti ghirigori, così facili a farsi, di tante bellurie, così piacevoli
alla vista, di tante dorature, che dànno tanta idea della propria
ricchezza: e questa è rinunzia. Deve lasciar molto greggio e molto
imperfetto. Oh! come è necessaria l'imperfezione per essere perfetti!
Lo sapeva anche Marziale che derideva quel Matone che voleva dir tutto
_belle_. Di', egli esclama, qualche volta soltanto bene, anche nè ben
nè male, magari male! La continua eleganza è sommamente stucchevole.
È come quel pranzo descritto dal De Amicis nel Marocco, che tutto vi
sapeva di pomata. Questa bellezza in tutto e per tutto è totalmente
antipoetica; chè la poesia è ingenuità; e quel fanciullo, che ogni cosa
che fa e dice, la fa con una moina e con una smorfietta, e la dice con
paroluccie smaccate e dolciate; che scapaccioni chiama quel fanciullo
consapevole della sua fanciulleria!