VII.

La poesia benefica di per sè, la poesia che di per sè ci fa meglio

amare la patria, la famiglia, l'umanità, è, dunque, la poesia pura,

la quale di rado si trova. In Italia poi, che è la mia patria (non la

tua, o fanciullo: tu sei del mondo, e non sei d'ora ma di sempre), in

Italia è più rara che altrove. Invero non mai da noi fu amata la poesia

elementare e spontanea. Come in genere la nostra letteratura, così in

ispecie la nostra poesia ha avuto innanzi sè dei modelli. Noi abbiamo

specchiato il nostro stile nell'arte latina, come i latini avevano

fatto coi greci. Ciò può aver giovato a dare concretezza e maestà alle

nostre scritture; ma quanto a poesia, ciò l'ha soffocata: la poesia non

si fa sui libri. Poi amiamo troppo l'ornamentazione; e questo gusto lo

dimostriamo specialmente in ciò che meno lo comporta: nella poesia.

Il fanciullino italico non ruzza che ben vestito e ben pettinato: le

noci con le quali fa a filetto, devono essere coperte di carta d'oro

e d'argento. Noi vogliamo farci sempre onore: invece di badare al

giuoco, badiamo a noi: ci stiamo a sentire e ammicchiamo alla nostra

ombra. E anche più che a noi, badiamo al pubblico: guardiamo con la

coda dell'occhio i grandi che stanno a vederci: e così facciamo tutto

senza garbo e senza scioltezza. E siccome, particolarmente ai nostri

giorni, tutto da noi si fa a concorso e tutto si dà all'asta e tutto

si conclude con la aggiudicazione e la premiazione, così ci proponiamo,

più che altro, di sopraffare l'un l'altro e di conquistarci con qualche

grazietta il favore dei giudici. Nei giochi dei nostri fanciulli,

c'entra per molta parte la gherminella che è cosa da attempati. Sono

troppo scaltriti, i nostri fanciulli, e cercano meglio di esser primi,

che d'esser loro. Perciò la nostra poesia (per chiamarla così) è per lo

più d'imitazione, anzi di collezione, e sa di lucerna, non di guazza

e d'erba fresca. Noi studiamo troppo, per poetare: ed è superfluo

aggiungere che, per sapere, studiamo troppo poco. Mettiamo lo studio,

insomma, dove non c'entra.

O come? Non c'entra nel poetare lo studio? Sì, ma diretto al fine, che

Dante mostrò. Virgilio che è lo studio, conduce Dante a Matelda che

è l'arte; l'arte in genere e in ispecie. L'arte di Dante è appunto la

poesia. Dunque lo studio condusse Dante alla poesia. Ebbene Matelda,

o la poesia, è nel giardino dell'innocenza, sceglie cantando fior da

fiore, ha gli occhi luminosi, purifica nei fiumi dell'oblio e della

buona volontà. Ossia, il poeta, mercè lo studio, è riuscito a ritrovare

la sua fanciullezza, e puro come è, vede bene e sceglie senza alcuna

fatica, sceglie cantando, i fiori che pare spuntino avanti i suoi

piedi. Io, senza insistere sul valore morale del mito tanto esatto e

bello, dico, interpretando il Poeta per il rispetto artistico, che lo

studio deve essere diretto a togliere più che ad aggiungere: a togliere

la tanta ruggine che il tempo ha depositata sulla nostra anima, in

modo che torniamo a specchiarci nella limpidezza di prima; ed essere

soli tra noi e noi. Lo studio deve togliere le scorie al puro cristallo

che noi troviamo quasi casualmente; e quel cristallo pur con le scorie

val più d'un vetro che noi dilatiamo e formiamo soffiando. Lo studio

deve rifarci ingenui, insomma, tal quale Dante figura sè come avanti

Beatrice così rispetto e Matelda; che se dall'una è sgridato e fatto

piangere e vergognare come fanciullo battuto, dall'altra è, come

bambino che non vuole o non può fare da sè, preso e tuffato nell'acqua

e menato a bere alla fonte. Lo studio deve togliere gli artifizi,

e renderci la natura. Così dice Dante. La sua arte è impersonata

in Matelda, che è la natura umana primordialmente libera, felice,

innocente.

Ma noi italiani siamo, in fondo, troppo seri e furbi, per essere

poeti. Noi imitiamo troppo. E sì, che studiando si deve imparare a

far diverso, non lo stesso. Ma noi vogliamo far lo stesso e dare a

credere o darci a credere di fare meglio. Perciò sovente ci pare che,

incastonando la gemma altrui in un anello nostro, noi abbiamo trovata

e magari fatta la gemma; e più sovente ci imaginiamo che, dorando la

statua di bronzo, quella statua non solo sia più bella, ma diventi

opera nostra.

Noi non gettiamo più il martello contro i blocchi di marmo: ci

accontentiamo di pulire e lustrare le statue belle e fatte. Al più al

più, noi facciamo l'arte di Giovanni da Udine: eleganti stucchi: ma non

ricordiamo quel che Giovanni disse, mi pare, a Pietro Aretino che ne lo

ammirava: Bambocci vogliono essere!

E le scuole ci legano. Le scuole sono fili sottili di ferro, tesi tra

i verdi mai della foresta di Matelda: noi, facendo i fiori, temiamo a

ogni tratto d'inciampare e cadere. L'ho già detto: se uno si abbandona

alle delizie della campagna, teme, che lo chiamino arcade; se un altro

si vede avanti un'antitesi, sta un pezzo tra il sì e il no, temendo

d'essere chiamato secentista. Mentre la mandra degli imitatori si

butta alla rinfusa dietro qualche ariete maggiore, e tutti si mettono a

belare o mugliare a un modo; sì che in certi tempi pare che gl'italiani

(giudicandoli da quelli che scrivono in versi) non abbiano che l'amica,

in certi altri non abbiano che la mamma; i poeti veri sono pieni del

contrario affetto: vogliono cioè non essere imbrancati nè nel verismo

nè nell'idealismo nè nell'euforionismo (penso un poco all'Euforione

Calcidico, e molto a quello Germanico): vogliono non passare per

Stecchettiani, per Carducciani, per d'Annunziani. Queste preoccupazioni

li rendono troppo circospetti, troppo irresoluti, troppo sforzati. E

Matelda si allontana da loro, facendo echeggiare sempre più lungi il

suo dolce salmo che finisce per confondersi con lo stormir delle foglie

e col gorgoglio del ruscello, e morire.

Ma poi, per la poesia vera e propria, a noi manca, o sembra mancare, la

lingua.

La poesia consiste nella visione d'un particolare inavvertito, fuori e

dentro noi.

Guardate i ragazzi quando si trastullano seri seri. Voi vedete che

hanno sempre alle mani cose trovate per terra, nella loro via, che

interessano soltanto loro e che perciò sol essi sembrano vedere:

chioccioline, ossiccioli, sassetti. Il poeta fa il medesimo. Ma

come chiamare questi lapilli ideali, questi cervi volanti della

sua anima? Il nome loro non è fatto, o non è divulgato, o non è

comune a tutta la nazione o a tutte le classi del popolo. Pensate ai

fiori e agli uccelli, che sono de' fanciulli la gioia più grande e

consueta: che nome hanno? S'ha sempre a dire uccelli, sì di quelli

che fanno _tottavì_ e sì di quelli che fanno _crocro_? Basta dir

fiori o fioretti, e aggiungere, magari, vermigli e gialli, e non far

distinzione tra un greppo coperto di margherite e un altro gremito di

crochi? Ora se vi provate a dire il nome proprio loro, ecco che il

nome di Linneo non va, per cento ragioni, e il nome popolare varia,

quando c'è, da regione a regione, anzi da contado a contado. Se il

popolo italiano badasse a queste tali cose, fiori, piante, uccelli,

insetti, rettili, che formano per gran parte la poesia della campagna,

il nome che esse hanno in una terra, avrebbe finito per prevalere su

quello dominante in altre. Ma gl'italiani, abbarbagliati per lo più

dallo sfolgorio dell'elmo di Scipio, non sogliono seguire i tremolii

cangianti delle libellule. E così il poeta, se vuol poetare, bisogna

che si lasci ogni tanto dire «E questo che è? che vuol dire? o poeta

saccente e seccante!». E tuttavia così il poeta deve fare, e lasciar

dire così, sperando, se non altro, che se ne avvantaggino i poeti

futuri, i quali troveranno divulgati tanti nomi prima ignoti e perciò

chiamati oscuri. In verità non è egli l'Adamo che per primo mette i

nomi? Così deve operare, facendo a ogni momento qualche rinunzia d'amor

proprio. Perchè l'arte del poeta è sempre una rinunzia. Ho detto che

deve togliere, non aggiungere: e ciò è rinunzia. Deve fare a meno di

tanti ghirigori, così facili a farsi, di tante bellurie, così piacevoli

alla vista, di tante dorature, che dànno tanta idea della propria

ricchezza: e questa è rinunzia. Deve lasciar molto greggio e molto

imperfetto. Oh! come è necessaria l'imperfezione per essere perfetti!

Lo sapeva anche Marziale che derideva quel Matone che voleva dir tutto

_belle_. Di', egli esclama, qualche volta soltanto bene, anche nè ben

nè male, magari male! La continua eleganza è sommamente stucchevole.

È come quel pranzo descritto dal De Amicis nel Marocco, che tutto vi

sapeva di pomata. Questa bellezza in tutto e per tutto è totalmente

antipoetica; chè la poesia è ingenuità; e quel fanciullo, che ogni cosa

che fa e dice, la fa con una moina e con una smorfietta, e la dice con

paroluccie smaccate e dolciate; che scapaccioni chiama quel fanciullo

consapevole della sua fanciulleria!

Miei Pensieri di varia Umanità · 第 14 / 93 题