Dunque... Ma intendo. Tu non aspiri alla gloriola ma alla gloria; e
così distingui, come se la gloriola fosse tra i vivi, e la gloria dopo
morte. Non voglio dirti (le tue illusioni mi sono care), non voglio
dirti che dopo morte non sentiremo nulla, di ciò che si dice di noi.
Sentirò o almeno sentirai: non rabbuiarti. Ma sentirai belle cose? Qui
sta il punto. Prima di tutto: diranno nulla? Si ha fretta, ai nostri
giorni, di vivere; e le visite ai camposanti fanno perder tempo. Ci
si assorda, ai nostri giorni, con la nostra vita: e non è possibile
udire lo stridìo leggiero delle ombre. I morti, ai nostri giorni,
non contano più. Un poeta disse che il dì della morte era il dì della
lode; ma il detto, pochi anni dopo che fu detto, non era più vero; e
il Prati stesso lo sa, se nel sepolcro qualcosa si sa! E questo oblìo
che preme subito i morti, non è, quanto ai letterati, senza ragione
e senza giustizia. Noi letterati vogliamo in vita occupar troppo il
mondo di noi. Se stessimo nel nostro angolo, se non ci sbracciassimo
tanto nel mezzo della gente, se non vociassimo tanto, non avverrebbe
questo compenso di silenzio dopo morte. Dunque, diranno nulla di te? E
se mai, diranno bene e giusto? O credi che allora sarà cessata la mania
della classificazione, l'artifizio della suggestione, la cecità del
partito o della setta? Vedi: spesso i morti sono disturbati nel loro
riposo, e tratti fuori per dare addosso ai vivi. Spessissimo. L'invidia
sai in che forma si esercita per lo più. Tu dai a uno la debita lode
in presenza d'alcuno. Questi conferma breve: poi a lungo si volta
a lodare un altro, il quale può essere inferiore o superiore al tuo
lodato, ma che quasi sempre è morto. Ora tu, fanciullo, vorresti essere
disseppellito a questo fine? Poichè sarai un'ombra, avresti piacere
d'essere adoperato a far ombra a qualche buon fanciullo saldo, che
viva e canti? Questo non ti piacerebbe: meglio dormire dimenticato. E
meglio esser morto tutto, che continuare a comparire avanti i tribunali
ed essere giudicato e classificato: tanto più, che i giudici si
trasmettono, cursori che stanno eternamente fermi, le fiaccole de' loro
giudizi.
Tu non vuoi giudizi: vuoi commozione, vuoi assenso, vuoi amore; e non
per te, ma per la tua poesia. Ebbene, morto che tu sia, se la tua voce
fu pura, se fu la voce dell'anima e delle cose, non l'eco, o più fioco
o più forte, d'altrui voce; ebbene codesta voce sarà inavvertita,
quando non sia dimenticata. In vero se è spesso ripetuta, come forse
è ragione, si fonderà, col tempo, non so se nel silenzio o rumore
circostante: come il cinguettìo delle rondini sotto la tua grondaia,
che quando è un pezzo che lo senti, non lo senti più...
Tu vuoi parlare? Aspetta: non ho finito.
A ogni modo perchè dovrebbe essere altrimenti? Che cosa fai tu,
veramente, che sia degno di lode e di gloria? Tu ridi, tu piangi: che
merito in ciò? Se credi d'averci merito, è segno che ridi e piangi
apposta: se lo fai apposta, non è poesia la tua: se non è poesia,
non hai diritto a lode. Tu scopri, s'è detto; non inventi: e ciò che
scopri, c'era prima di te e ci sarà senza te. Vorresti scriverci il
tuo nome su? Ti adiri, che ti vogliano giudicare e anche premiare per
quello che non è se non la tua natura e la tua manifestazione di vita,
che importa a te del nome?...
— =Il fanciullo= —
_Il nome? il nome? L'anima io semino,_
_ciò ch'è di bianco dentro il mio nòcciolo,_
_che in terra, si perde,_
_ma nasce il bell'albero verde._
_Non lauro e bronzo voglio; ma vivere:_
_e vita è il sangue, fiume che fluttua_
_senz'altro rumore,_
_che un battito, appena, del cuore._
_Nei cuori, io voglio, resti un mio palpito,_
_senz'altro vanto che qual d'un brivido_
_che trema sull'acque,_
_fa il sasso che in fondo vi giacque._
_Nell'aria, io voglio, resti un mio gemito:_
_se l'assiuolo geme voglio essere_
_tra i salci del rio_
_anch'io, nelle tenebre, anch'io_.
_Se le campane piangono piangono,_
_io nelle opache sere invisibile_
_voglio essere accanto_
_di quella che piange a quel pianto._
_Io poco voglio; pur, molto: accendere_
_io sulle tombe mute la lampada_
_che irraggi e conforti_
_la veglia dei poveri morti._
_Io tutto voglio; pur, nulla: aggiungere_
_un punto ai mondi della Via Lattea,_
_nel cielo infinito;_
_dar nuova dolcezza al vagito._
_Voglio la vita mia lasciar, pendula,_
_ad ogni stelo, sopra ogni petalo,_
_come una rugiada_
_ch'esali dal sonno, e ricada_
_nella nostr'alba breve. Con l'iridi_
_di mille stille sue nel sole unico_
_s'annulla e sublima..._
_lasciando più vita di prima._
Bene! Dunque riassumo, come uomo serio che sono. La poesia, per ciò
stesso che è poesia, senz'essere poesia morale, civile, patriottica,
sociale, giova alla moralità, alla civiltà, alla patria, alla società.
Il poeta non deve avere, non ha, altro fine (non di ricchezza, non
di gloriola o di gloria) che quello di riconfondersi nella natura,
donde uscì, lasciando in essa un accento, un raggio, un palpito nuovo,
eterno, suo. I poeti hanno abbellito agli occhi, alla memoria, al
pensiero degli uomini, la terra, il mare, il cielo, l'amore, il dolore,
la vita; e gli uomini non sanno il loro nome. Chè i nomi che essi
dicono e vantano, sono, sempre o quasi sempre, d'epigoni, d'ingegnosi
ripetitori, di ripulitori eleganti, quando non siano nomi senza
soggetto. Quando fioriva la vera poesia, quella, voglio dire, che si
trova, non si fa, si scopre, non s'inventa; si badava alla poesia e non
si guardava al poeta; se era vecchio o giovane, bello o brutto, calvo
o capelluto, grasso o magro: dove nato, come cresciuto, quando morto.
Siffatte quisquilie intorno alla vita del poeta si cominciarono a
narrare a studiare a indagare, quando il poeta stesso volle richiamare
sopra sè l'attenzione e l'ammirazione che è dovuta soltanto alla
poesia. E fu male. E il male ingrossa sempre più. I poeti dei nostri
tempi sembrano cercare, invece delle gemme che ho detto, e trovare,
quella vanità che è la loro persona. Non codesta quei primi. E tu, o
fanciullo, vorresti fare quello che fecero quei primi, col compenso
che quei primi n'ebbero; compenso che tu reputi grande, perchè, sebbene
non nominati, i veri poeti vivono nelle cose le quali, per noi, fecero
essi.[31]
È così?
— =Il fanciullo= —
_Sì._