IX.

Dunque... Ma intendo. Tu non aspiri alla gloriola ma alla gloria; e

così distingui, come se la gloriola fosse tra i vivi, e la gloria dopo

morte. Non voglio dirti (le tue illusioni mi sono care), non voglio

dirti che dopo morte non sentiremo nulla, di ciò che si dice di noi.

Sentirò o almeno sentirai: non rabbuiarti. Ma sentirai belle cose? Qui

sta il punto. Prima di tutto: diranno nulla? Si ha fretta, ai nostri

giorni, di vivere; e le visite ai camposanti fanno perder tempo. Ci

si assorda, ai nostri giorni, con la nostra vita: e non è possibile

udire lo stridìo leggiero delle ombre. I morti, ai nostri giorni,

non contano più. Un poeta disse che il dì della morte era il dì della

lode; ma il detto, pochi anni dopo che fu detto, non era più vero; e

il Prati stesso lo sa, se nel sepolcro qualcosa si sa! E questo oblìo

che preme subito i morti, non è, quanto ai letterati, senza ragione

e senza giustizia. Noi letterati vogliamo in vita occupar troppo il

mondo di noi. Se stessimo nel nostro angolo, se non ci sbracciassimo

tanto nel mezzo della gente, se non vociassimo tanto, non avverrebbe

questo compenso di silenzio dopo morte. Dunque, diranno nulla di te? E

se mai, diranno bene e giusto? O credi che allora sarà cessata la mania

della classificazione, l'artifizio della suggestione, la cecità del

partito o della setta? Vedi: spesso i morti sono disturbati nel loro

riposo, e tratti fuori per dare addosso ai vivi. Spessissimo. L'invidia

sai in che forma si esercita per lo più. Tu dai a uno la debita lode

in presenza d'alcuno. Questi conferma breve: poi a lungo si volta

a lodare un altro, il quale può essere inferiore o superiore al tuo

lodato, ma che quasi sempre è morto. Ora tu, fanciullo, vorresti essere

disseppellito a questo fine? Poichè sarai un'ombra, avresti piacere

d'essere adoperato a far ombra a qualche buon fanciullo saldo, che

viva e canti? Questo non ti piacerebbe: meglio dormire dimenticato. E

meglio esser morto tutto, che continuare a comparire avanti i tribunali

ed essere giudicato e classificato: tanto più, che i giudici si

trasmettono, cursori che stanno eternamente fermi, le fiaccole de' loro

giudizi.

Tu non vuoi giudizi: vuoi commozione, vuoi assenso, vuoi amore; e non

per te, ma per la tua poesia. Ebbene, morto che tu sia, se la tua voce

fu pura, se fu la voce dell'anima e delle cose, non l'eco, o più fioco

o più forte, d'altrui voce; ebbene codesta voce sarà inavvertita,

quando non sia dimenticata. In vero se è spesso ripetuta, come forse

è ragione, si fonderà, col tempo, non so se nel silenzio o rumore

circostante: come il cinguettìo delle rondini sotto la tua grondaia,

che quando è un pezzo che lo senti, non lo senti più...

Tu vuoi parlare? Aspetta: non ho finito.

A ogni modo perchè dovrebbe essere altrimenti? Che cosa fai tu,

veramente, che sia degno di lode e di gloria? Tu ridi, tu piangi: che

merito in ciò? Se credi d'averci merito, è segno che ridi e piangi

apposta: se lo fai apposta, non è poesia la tua: se non è poesia,

non hai diritto a lode. Tu scopri, s'è detto; non inventi: e ciò che

scopri, c'era prima di te e ci sarà senza te. Vorresti scriverci il

tuo nome su? Ti adiri, che ti vogliano giudicare e anche premiare per

quello che non è se non la tua natura e la tua manifestazione di vita,

che importa a te del nome?...

— =Il fanciullo= —

_Il nome? il nome? L'anima io semino,_

_ciò ch'è di bianco dentro il mio nòcciolo,_

_che in terra, si perde,_

_ma nasce il bell'albero verde._

_Non lauro e bronzo voglio; ma vivere:_

_e vita è il sangue, fiume che fluttua_

_senz'altro rumore,_

_che un battito, appena, del cuore._

_Nei cuori, io voglio, resti un mio palpito,_

_senz'altro vanto che qual d'un brivido_

_che trema sull'acque,_

_fa il sasso che in fondo vi giacque._

_Nell'aria, io voglio, resti un mio gemito:_

_se l'assiuolo geme voglio essere_

_tra i salci del rio_

_anch'io, nelle tenebre, anch'io_.

_Se le campane piangono piangono,_

_io nelle opache sere invisibile_

_voglio essere accanto_

_di quella che piange a quel pianto._

_Io poco voglio; pur, molto: accendere_

_io sulle tombe mute la lampada_

_che irraggi e conforti_

_la veglia dei poveri morti._

_Io tutto voglio; pur, nulla: aggiungere_

_un punto ai mondi della Via Lattea,_

_nel cielo infinito;_

_dar nuova dolcezza al vagito._

_Voglio la vita mia lasciar, pendula,_

_ad ogni stelo, sopra ogni petalo,_

_come una rugiada_

_ch'esali dal sonno, e ricada_

_nella nostr'alba breve. Con l'iridi_

_di mille stille sue nel sole unico_

_s'annulla e sublima..._

_lasciando più vita di prima._

Bene! Dunque riassumo, come uomo serio che sono. La poesia, per ciò

stesso che è poesia, senz'essere poesia morale, civile, patriottica,

sociale, giova alla moralità, alla civiltà, alla patria, alla società.

Il poeta non deve avere, non ha, altro fine (non di ricchezza, non

di gloriola o di gloria) che quello di riconfondersi nella natura,

donde uscì, lasciando in essa un accento, un raggio, un palpito nuovo,

eterno, suo. I poeti hanno abbellito agli occhi, alla memoria, al

pensiero degli uomini, la terra, il mare, il cielo, l'amore, il dolore,

la vita; e gli uomini non sanno il loro nome. Chè i nomi che essi

dicono e vantano, sono, sempre o quasi sempre, d'epigoni, d'ingegnosi

ripetitori, di ripulitori eleganti, quando non siano nomi senza

soggetto. Quando fioriva la vera poesia, quella, voglio dire, che si

trova, non si fa, si scopre, non s'inventa; si badava alla poesia e non

si guardava al poeta; se era vecchio o giovane, bello o brutto, calvo

o capelluto, grasso o magro: dove nato, come cresciuto, quando morto.

Siffatte quisquilie intorno alla vita del poeta si cominciarono a

narrare a studiare a indagare, quando il poeta stesso volle richiamare

sopra sè l'attenzione e l'ammirazione che è dovuta soltanto alla

poesia. E fu male. E il male ingrossa sempre più. I poeti dei nostri

tempi sembrano cercare, invece delle gemme che ho detto, e trovare,

quella vanità che è la loro persona. Non codesta quei primi. E tu, o

fanciullo, vorresti fare quello che fecero quei primi, col compenso

che quei primi n'ebbero; compenso che tu reputi grande, perchè, sebbene

non nominati, i veri poeti vivono nelle cose le quali, per noi, fecero

essi.[31]

È così?

— =Il fanciullo= —

_Sì._

Miei Pensieri di varia Umanità · 第 16 / 93 题