VI.

Il poeta, se è e quando è veramente poeta, cioè tale che significhi

solo ciò che il fanciullo detta dentro, riesce perciò ispiratore di

buoni o civili costumi, d'amor patrio e familiare e umano. Quindi

la credenza e il fatto, che il suon della cetra adunasse le pietre a

far le mura della città, e animasse le piante e ammansisse le fiere

della selva primordiale; e che i cantori guidassero e educassero i

popoli. Le pietre, le piante, le fiere, i popoli primi seguivano la

voce dell'eterno fanciullo, d'un dio giovinetto, del più piccolo e

tenero che fosse nella tribù d'uomini salvatici. I quali, in verità,

s'ingentilivano contemplando e ascoltando la loro infanzia. Così Omero,

in tempi feroci, a noi presenta nel più feroce degli eroi, cioè nel più

vero e poetico, in Achille, un tipo di tal perfezione morale, che potè

servire di modello a Socrate, quando preferiva al male la morte. Così

Virgilio, in tempi più gentili, avendo la mira soltanto al poetico,

ci mostra lo spettacolo tanto anticipato, ahimè! d'un'umanità buona,

felice, tutta al lavoro e alle pure gioie dei figli, senza guerre

e senza schiavi. Gli uomini, al suo tempo, parrebbe che avessero

impetrato, ciò che è ancora il desiderio inadempiuto de' nostri operai,

le otto ore di lavoro per ogni otto di sonno e altre otto di svago. —

Oh! qualche volta presso lui il contadino aggiunge la notte al giorno!

— Sì: ma che dolcezza di lavoro, quella, tra l'uomo che col pennato

fa il capo a spiga a suoi rami di pino, che hanno a essere fiaccole,

e la donna che o tesse la tela o schiuma il paiolo cantando.[23] E

nell'Eneide Virgilio canta guerre e battaglie; oppure tutto il senso

della mirabile epopea è in quel cinguettìo mattutino di rondini o

passeri, che sveglia Evandro nella sua capanna, là dove avevano da

sorgere i palazzi imperiali di Roma.[24]

Ma Omero, ma Virgilio non lo facevano apposta. Ma il poeta non deve

farlo apposta. Il poeta è poeta, non oratore o predicatore, non

filosofo, non istorico, non maestro, non tribuno o demagogo, non uomo

di stato o di corte. E nemmeno è, sia con pace del maestro, un artiere

che foggi spade e scudi e vomeri; e nemmeno, con pace di tanti altri,

un artista che nielli e ceselli l'oro che altri gli porga. A costituire

il poeta vale infinitamente più il suo sentimento e la sua visione,

che il modo col quale agli altri trasmette l'uno e l'altra. Egli,

anzi, quando li trasmette, pur essendo in cospetto d'un pubblico, parla

piuttosto tra sè, che a quello. Del pubblico, non pare che si accorga.

Parla forte (ma non tanto!) più per udir meglio esso, che per farsi

intendere da altrui. È, per usare imagini che sono presenti ora al

mio spirito, è, sì, per quanto possa spiacere il dirlo, un ortolano;

un ortolano, sì, o un giardiniere, che fa nascere e crescere fiori o

cavolfiori. Sapete che cosa non è? Non è cuoco e non è fiorista, che

i cavolfiori serva in bei piatti, con buoni intingoli, che i fiori

intrecci in mazzetti o in ghirlandette. Egli non sa se non levare al

cavolo qualche foglia marcia o bacata, e legare i fiori alla meglio,

con un torchietto che strappa lì per lì a un salcio: come a dire,

unisce i suoi pensieri con quel ritmo nativo, che è nell'anima del

bimbo che poppa e del monello che ruzza.

Ora il poeta sarà invece un autore di provvidenze civili e sociali?

Senza accorgersene, se mai. Si trova esso tra la folla; e vede passar

le bandiere e sonar le trombe. Getta la sua parola, la quale tutti gli

altri, appena esso l'ha pronunziata, sentono che è quella che avrebbero

pronunziata loro. Si trova ancora tra la folla: vede buttare in istrada

le masserizie di una famiglia povera. Ed esso dice la parola, che si

trova subito piena delle lagrime di tutti.

Il poeta è colui che esprime la parola che tutti avevano sulle labbra

e che nessuno avrebbe detta. Ma non è lui che sale su una sedia o su un

tavolo, ad arringare. Egli non trascina, ma è trascinato; non persuade,

ma è persuaso.

Perchè pensi alla patria e alla società, bisogna proprio che sia un

momento che tutti intorno a lui ci pensino. Se no, è un guaio serio.

Quello per la mamma, è il più soave degli affetti. Ma che direste voi

d'uno che facesse la cronaca, giorno per giorno, di sua mamma? Stamane

s'è levata, cara mamma! Io l'ho guardata, povera mamma! M'ha dato

il caffè e latte, povera cara mamma! Costui è un imbecille, quando

non è uno che finga e abbia bisogno di darsi l'aria di amare quella

che è così facile amare! Oh! la madre è malata, la madre è lontana,

la madre è morta! Ecco che allora ci si pensa, alla mamma, e ci si

strugge. Oppure la mamma ha una gran consolazione; e noi siamo più

che consolati, e ci sentiamo invasi da un impeto di canto. Così per la

patria. Non ci accorgiamo di lei, se non nelle sue feste e nelle sue

(nostre) disgrazie. E allora prorompe anche dal cuore del fanciullo il

grido di gioia e il grido di dolore; ed è grido che ha subito mille

echi. Ma il bambino non è un babbino che s'impanchi a far lezione

quotidiana d'amor patrio o d'amor paterno e materno ai suoi fratellini,

e anzi ai suoi zii e nonni. Chi pretende che faccia questo, vuole

che il vispo fanciullo sia un vecchio noioso: vuole, insomma, che non

esista la poesia. Perchè la poesia, costretta a essere poesia sociale,

poesia civile, poesia patriottica, intristisce sui libri, avvizzisce

nell'aria chiusa della scuola, e finalmente ammala di retorica, e

muore. E noi di questa pseudopoesia ne abbiamo tanta, sin da quando

morto Virgilio, invecchiando Orazio, chiusa la grande rivoluzione che

cominciò, si può dire, e finì con la morte di due donne, di Giulia e

di Cleopatra, la figlia e la amante di Cesare: ebbene i corvi, quali

Pindaro li avrebbe chiamati, si gettarono gracchiando sull'immenso

campo di battaglia, per beccare non occhi di uccisi, ma semi di

poesia. E che facevano essi? Raccontavano un fatto storico, di quelli

ultimi; lo condivano con declamazioni, esclamazioni, maledizioni; e lo

mettevano in esametri. Ma anch'essi capivano che non bastano i versi

a far poesia; e perciò incorniciavano la loro storia verseggiata e

declamata con una descrizione di alba e un'altra di tramonto; e il

poema era fatto.[25] Ecco Giulio Montano. Questi era un poeta come

tant'altri. A ogni tratto inseriva albe e tramonti. Pertanto, poichè

un tale s'era seccato ch'egli avesse recitato per tutto un giorno, e

diceva che non si doveva andare alle sue recite; Natta Pinario esclamò:

«O che io posso essere più condiscendente con lui? Io sono pronto a

starlo a sentire da un'alba a un tramonto!» — Voleva dire, il buon

Natta, che la seccaggine sarebbe durata poco, e che dopo due o tre

versi esso poteva andare pei fatti suoi.[26] È inutile. Già Orazio

ammoniva che non bastavano le descrizioncelle, le digressioncelle, le

belle toppe rosse e gialle, per far di prosa poesia.[27] Bisogna che il

fatto storico, se vuol divenir poetico, filtri attraverso la maraviglia

e l'ingenuità della nostra anima fanciulla, se la conserviamo ancora.

Bisogna allontanare il fatto vicino allontanandocene noi. Volete una

prova a cui distinguere la poesia dalla pseudopoesia, in siffatto

genere storico? Se la narrazione, che il verseggiatore vi fa, vi

commuove meno che la stessa, fatta in prosa, dallo storico e dal

cronista, dite pure che il verseggiatore ha tradotto, e male; non ha

poetato. E ha perduto il suo tempo e ha fatto perdere a noi il nostro.

Ma in Italia la pseudopoesia si desidera, si domanda, s'ingiunge.

In Italia noi siamo vittime della storia letteraria! Per vero, nè

in Italia soltanto, mi pare che delle lettere si sia ingenerato un

concetto falso. Le lettere sono gli strumenti delle idee, e le idee

fanno di sè tanti gruppi che si chiamano scienze. Ma noi, fissati sugli

strumenti, abbiamo finalmente dimenticato i fini. Siamo agricoltori

che non pensano se non alle vaghe e non parlano se non di aratri, e

più delle loro bellurie che delle loro utilità. Delle semente, della

terra, dei concimi non ci curiamo più. Quindi avviene che abbiamo, come

fisici, filosofi, storici, matematici, così letterati; modo di dire,

come coltivatori di canapa, di viti, di grano e d'ulivi, così periti

di vanghe e d'aratri, i quali non s'occupano di altro, e credono che

non ci si debba occupar d'altro, e stimano, io vedo, che la loro sia

la più nobile delle occupazioni. E almeno li facessero loro, codesti

strumenti: no, li «giudicano» e li «collezionano». Codest'ozio noi

chiamiamo ora critica e storia letteraria. E ognun può vedere che ci

sono cose molto più utili e belle da fare: cioè coltivare e seminare.

Ma c'è pure, tra le tante branche della letteratura, la poesia che

sta a sè, la poesia che comprende in sè tutto ciò che si dice e scrive

per diletto, amaro o dolce, suo o altrui. Questa non è rispetto alle

scienze quello che lo strumento rispetto al fine. È una coltivazione,

poniamo, anch'essa, ma d'altro ordine e specie. È, poniamo, la

coltivazione, affatto nativa, della psiche primordiale e perenne. Ma

noi la mettiamo insieme con l'altra letteratura «strumentale», e ne

ragioniamo allo stesso modo. La dividiamo per secoli e scuole, la

chiamiamo arcadica, romantica, classica, veristica, naturalistica,

idealistica, e via dicendo. Affermiamo che progredisce, che decade,

che nasce, che muore, che risorge, che rimuore. In verità la poesia è

tal maraviglia, che se voi fate una vera poesia, ella sarà della stessa

qualità che una vera poesia di quattromila anni sono. Come mai? Così:

l'uomo impara a parlare tanto diverso o tanto meglio, di anno in anno,

di secolo in secolo, di millennio in millennio; ma comincia con far gli

stessi vagiti e guaiti in tutti i tempi e luoghi. La sostanza psichica

è uguale nei fanciulli di tutti i popoli. Un fanciullo è fanciullo

allo stesso modo da per tutto. E quindi, nè c'è poesia arcadica,

romantica, classica, nè poesia italiana, greca, sanscrita; ma poesia

soltanto, soltanto poesia, e... non poesia. Sì: c'è la contraffazione,

la sofisticazione, l'imitazione della poesia, e codesta ha tanti nomi.

Ci sono persone che fanno il verso agli uccelli: e al fischio sembrano

uccelli; e non sono uccelli, sì uccellatori. Ora io non so dire quanta

vanità sia la storia di codesti ozi. Eccola in due parole. Un poeta

emette un dolce canto. Per un secolo, o giù di lì, mille altri lo

ripetono fiorettandolo e guastandolo; finchè viene a noia. E allora

un altro poeta fa risonare un altro bel canto. E per un secolo, o più

o meno, mille altri ci fanno su le loro variazioni. Qualche volta il

canto iniziale non è nè bello nè dolce; e allora peggio che mai!

Ma in Italia, e altrove, non stiamo paghi a questo compendio.

Ragioniamo e distinguiamo troppo. Quella scuola era migliore, questa

peggiore. A quella bisogna tornare, a questa rinunziare. No: le

scuole di poesia sono tutte peggio, e a nessuna bisogna addirsi. Non

c'è poesia che la poesia. Quando poi gl'intendenti, perchè uno fa,

ad esempio, una vera poesia su un gregge di pecore, pronunziano che

quel vero poeta è un arcade; e perchè un altro, in una vera poesia,

ingrandisce straordinariamente una parvenza, proclamano che quell'altro

vero poeta pecca di secentismo; ecco gl'intendenti scioccheggiano

e pedanteggiano nello stesso tempo. Qualunque soggetto può essere

contemplato dagli occhi profondi del fanciullo interiore; qualunque

tenue cosa può a quelli occhi parere grandissima.

Voi dovete soltanto giudicare (se avete questa mania di giudicare) se

furono quelli occhi che videro; e lasciar da parte secento e Arcadia.

La poesia non si evolve e involve, non cresce o diminuisce; è una

luce o un fuoco che è sempre quella luce e quel fuoco; i quali, quando

appariscono, illuminano e scaldano ora come una volta, e in quel modo

stesso.

Solamente s'ha a dire che raramente appariscono. Sì: la poesia, detta

e scritta, è rara. Proprio rara la poesia pura. Ma c'è la poesia

«applicata». La poesia «applicata» è dei grandi poemi, dei grandi

drammi, dei grandi romanzi. Ora, molto ci corre che questi siano tutta

poesia. Imaginate che siano un gran mare, ognuno. Nel mare sono le

perle: ma quante? Ben poche; però in quale più, in quale meno. Occorre

anche dire che in essi poemi, drammi, romanzi la poesia pura di rado si

trova pura. Faccio un esempio. Una di queste perle, nel grande oceano

perlifero che è la divina Comedia, diremo la campana della sera:

Era già l'ora che volge il disio

ai naviganti, e intenerisce il core

lo dì ch'han detto ai dolci amici addio;

e che lo nuovo peregrin d'amore

punge, se ode squilla di lontano,

che paia il giorno pianger che si muore.

In questa rappresentazione, che di più poetiche non se ne può trovare

(Dante ci rappresenta l'ora in cui ridiventiamo per un momento

fanciulli!), il tocco più poetico è l'ultimo. È l'ultimo; sebbene la

squilla lontana che piange il giorno che muore, sia di quei tocchi che

noi verseggiatori abbiamo fatti tornare a noia, a forza di ripeterli.

E così quel suono di squilla può essere stinto e fioco per alcuno,

assordato da tanti doppi. Ma tant'è. Orbene: il poeta ha dovuto

mettere, per la necessità dell'arte, un pochino di lega nel suo oro

puro. Quale? Quel «paia». L'ha dovuto mettere, perchè egli racconta

un sentimento poetico altrui, sebbene anche di sè. E allora ha detto

che la squilla pare piangere, non piange veramente. A un tratto il

fanciullo (qui un poco, e molto altrove, molto presso altri), il

fanciullo a mezza via si riscuote, e par che si vergogni d'esser

fanciullo e di parlar fanciullesco, e si corregge. «Pare, non è,

intendiamoci». Ma, caro bimbo, lo sapevamo da noi, che la campana non

piange, ma par che pianga: anche però il giorno par che muoia, e non

muore.[28]

Miei Pensieri di varia Umanità · 第 13 / 93 题