Fanciullo, dunque, che non ragioni se non a modo tuo, dicendo di
quando in quando le sentenze più comuni e più sublimi, più chiare e più
inaspettate, tu puoi per altro in ciò che ti riguarda più da presso,
e intendere la mia e dire la tua ragione. Per questo ti parlo con più
gravità che io non soglia, e vorrei avere da te una risposta meno...
come ho a dire? infantile?... poetica, che tu non costumi.
Tu sai che io ti amo, o mio intimo benefattore, o invisibile coppiere
del farmaco _nepenthes_ e _acholon_, contro il dolore e l'ira, o
trovatore e custode d'un segreto tesoro di lagrime e sorrisi! E sai
ancora che io non ti credo, come fanciullo, così irragionevole, nè
stimo un perditempo l'ascoltarti quando detti dentro. Oh! no, molto
ci corre. Sebbene qualche volta, a vedere le tiritere isosillabiche
e omeoteleute (non ti spaventare! è come dire «versi rimati») con le
quali certi orecchianti vogliono far credere di far l'arte tua, anch'io
rischio di pensare, come molti, che codesto parlare cadenzato e sonoro
non è naturale nè ragionevole. Ma è un momento. Dimentico quelle
tiritere, e dico a te che per quel momento mi fissi tra spaurito e
malcontento con codesti occhi che vedono con maraviglia; dico a te:
No no: non temere. Tu sei il fanciullo eterno, che vede tutto con
maraviglia, tutto come per la prima volta. L'uomo le cose, interne ed
esterne, non le vede come le vedi tu: egli sa tanti particolari che tu
non sai. Egli ha studiato e ha fatto suo pro' degli studi degli altri.
Sì che l'uomo poi dei nostri tempi sa più che quello dei tempi scorsi,
e, a mano a mano che si risale, molto più e sempre più. I primi uomini
non sapevano niente; sapevano quello che sai tu, fanciullo.
Certo ti assomigliavano, perchè in loro il fanciullo intimo si fondeva,
per così dire, con tutto l'uomo quanto egli era. Meravigliavano essi,
con tutto il loro essere indistinto, di tutto; che era veramente allora
nuovo tutto, nè solo per il fanciullo, ma per l'uomo. Meravigliavano
con sentimento misto ora di gioia ora di tristezza, ora di speranza ora
di timore. Se poi tale commovimento volevano esprimere a sè e ad altri,
essi traevano fuori dalla faretra, per dirla con te, certi preziosi e
numerati strali di cui non si doveva far gettito.
Pronunziavano essi, i primi uomini, con lentezza uniforme, con misurata
gravità, la difficile parola che stupivano volasse e splendesse e
sonasse, e fosse loro e diventasse d'altri, e recasse attorno l'anima
di chi la emetteva dopo la lunga silenziosa meditazione. Oh! non le
gettavano essi, come cose vili che soprabbondano, le parole pur mo
nate, legate coi più sottili nodi, segnate con le più vive impronte,
lavorate coi più ingegnosi nielli! Ne vedevano essi tutti i pregi,
e il peso e il timbro del loro metallo, e il suono col quale in
principio rompevano dalle labbra schiudentisi, e quello col quale in
fine ronzavano nelle orecchie aperte. Or tu, fanciullo, fai come loro,
perchè sei come loro.
Fai come tutti i bambini i quali non solo, quando sono un po'
sollevati, giocano e saltano con certe loro cantilene ben ritmate,
ma quando sono ancora poppanti, e fanno la boschereccia, con misura e
cadenza balbettano tra sè e sè le loro file di _pa pa_ e _ma ma_.
E in ciò è ragione perchè è natura. Tu sei ancora in presenza del mondo
novello, e adoperi a significarlo la novella parola. Il mondo nasce
per ognun che nasce al mondo. E in ciò è il mistero della tua essenza
e della tua funzione. Tu sei antichissimo, o fanciullo! E vecchissimo
è il mondo che tu vedi nuovamente! E primitivo il ritmo (non questo o
quello, ma il ritmo in generale) col quale tu, in certo modo, lo culli
e lo danzi! Come sono stolti quelli che vogliono ribellarsi o all'una o
all'altra di queste due necessità, che paiono cozzare tra loro: veder
nuovo e veder da antico, e dire ciò che non s'è mai detto e dirlo
come sempre si è detto e si dirà! E si ribellano, gli uni con schifi
gesti di pedanti: Questa metafora non è in... (e qui il nome d'un
poeta a mano a mano più recente); gli altri con pugnaci atteggiamenti
di novatori: Questo non è assai inaudito e inaudibile! Quelli sono in
generale vecchi che nella vecchiaia credono riposta ogni autorità; e
questi, giovani che nella giovinezza imaginano insita ogni forza; più
noiosi questi di quelli, perchè l'un vanto è sempre con impertinenza,
e l'altro non è mai senza tristezza, e perchè se gli uni non intendono
più, per senile sordità, l'arguto chiacchiericcio del fanciullo, gli
altri non lo intendono ancora, per quello schiamazzare che fanno,
miseramente orgoglioso, intorno al loro _io_ giovane. E, in verità,
giovani non sono, chè d'essere, se fossero, non si accorgerebbero.
D'essere vecchio uno s'accorge sì, qualche volta, e allora si veste, si
tinge, grida a giovane. È forse il caso di voi, vecchiastri?
A ogni modo, pace. Sappiate che per la poesia la giovinezza non basta:
la fanciullezza ci vuole!