IV.

Tu sei savio, e mi contento. Non vuoi nè ripetere il già detto nè

trovare l'indicibile: non vuoi essere nè un'inutilità nè una vanità.

Vuoi il nuovo, ma sai che nelle cose è il nuovo, per chi sa vedervelo,

e non t'indurrai a trovarlo, affatturando e sofisticando. Il nuovo non

s'inventa: si scopre. Mi contento dunque, a dirla tra noi, vale a dire,

tra _me_... Ma intendiamoci subito: di ciò non ti attribuisco gran

lode, perchè non ci vedo gran merito. Come? Aspetta e sii paziente, chè

mi conviene andar per le lunghe. E prima vorrei farti una domanda. Un

fine, l'hai tu? Fuori, s'intende, di quello appunto di dire o dittare?

E puoi dirmi, quale? Ho bisogno di saperlo. Non rispondi? Pensi? esiti?

dubiti? Imagino che codesto fine non sia, per esempio, quello di dare

un po' d'aiuto, di fornire un poco d'oro al tuo vecchio ospite, che ne

ha tanto bisogno. Imagino, anzi so, che tu non conosci altro oro che

metaforico, cioè che non si spende. Ridi? Intendiamoci. So per certo

che tu non credi di procacciarmi direttamente un utile materiale, ma

sospetto che ti figuri di procacciarmelo indirettamente, aggiungendo

non saprei che favore alla mia povera persona e che pregio alle mie

umili virtù, sì che l'industria, che sai che esercito, mi profitti

qualche cosa più. Ebbene, ti inganneresti. Sappi che è il contrario;

e che è ragionevole che sia il contrario. Tu sei un fanciullo: ora

non tutti sanno distinguere te fanciullo da me vecchio, e perchè mi

sentono e vedono bamboleggiare qualche volta, credono volentieri che io

bamboleggi sempre, anche quando lavoro _sul serio_, per guadagnarmi la

vita. Per ciò essi meno apprezzano quei lavori serii, e io minor utile

ne ricavo. E hanno torto. Sempre? Sappi che non hanno torto sempre.

Hanno, per esempio, ragione (nè parlo soltanto di me, ma di molti

altri), quando tra i miei ragionamenti, che non dovrebbero essere se

non giusti e chiari, vedono comparire i tuoi sorrisi e le tue grida.

Vedi: i passeri sono graziosi uccelli (anch'essi: perchè no?); ma nei

seminati i contadini non ce li vogliono, per graziosi che sieno. Le

spadacciole sono bellissimi fiori; ma tra il grano sarebbe molto meglio

che non ce ne fosse. Ma fanno così bel vedere! Non nego che possano

dilettare qualcuno: non dilettano però colui che spera l'utile di quel

grano. Capisci? Se anche c'è qualcuno a cui piacciono i tuoi frulli e i

tuoi lampeggiamenti in mezzo a un ragionare che avrebbe a essere serio,

ai più non può essere che non dispiaccia. E sai che cosa succede?

Questi, trovandoti così fuori di posto, non pensano che tu sia il

fanciullo dalla voce argentina, ma credono sentire in te l'uomo roco,

l'uomo che parla per ingannare; e gridano: _Retorica!_ Ora per evitare

tale scambio a te e tale danno a me, non sarebbe male che quando io

bado ai fatti miei, tu te ne andassi lontano e dormissi nei profondi

boschi d'Idalia tra l'odoroso cespuglio dell'amaraco. Se tu conoscessi

Platone, ti direi che come egli ha ragione nel volere che i poeti

facciano _mythous_ e non _logous_, favole e non ragionamenti, così non

ho torto io nel pretendere che i ragionatori facciano _logous_ e non

_mythous_.[9] Ma pur troppo è difficile trovare chi si contenti di fare

solo quello che deve. E Platone stesso... Ma egli era Platone.

Tornando a noi, dunque, nessun utile nè diretto nè indiretto mi viene

da te, o fanciullo. Checchè tu possa dire, nessuno. Quale invero

sarebbe? Parla!

— =il fanciullo= —

_A te nè le gemme nè gli ori_

_fornisco, o dolce ospite; è vero;_

_ma fo che ti bastino i fiori_

_che cogli nel verde sentiero,_

_nel muro, sulle umide crepe,_

_dall'ispida siepe._

_Non reco al tuo desco lo spicchio_

_fumante di pingue vitella;_

_ma fo che ti piaccia il radicchio_

_non senza la sua selvastrella,_

_con l'ovo che a te mattutina_

_cantò la gallina._

_Per me tu non ari, o poeta,_

_nè vigne sassose, nè grasse_

_maggesi; ma dimmi se più_

_di vigne e maggesi s'allieta_

_quel cupo signore, od il passero_

_garrulo e tu!_

_Non fragili coppe di Cina_

_la lampada d'oro t'irradia;_

_ma tu la tua scabra cucina_

_tu ami e la provvida madia;_

_la fiamma che lustra, tu ami,_

_sui nitidi rami._

_Non hai che dal ciglio ti penda,_

_nè paggio nè florida ancella;_

_ma lieta, ma grata sfaccenda_

_per te la tua dolce sorella;_

_che cinge il grembiule, e sorride;_

_lo scinge e s'asside_

_con te... E per letto di morte,_

_che a tutti è sì duro e sì grave,_

_che cosa ti serbo, sai tu?_

_Oh! rose per letto di morte,_

_cadute dal pruno: il soave_

_dolore che fu!_

Miei Pensieri di varia Umanità · 第 11 / 93 题