Ma è veramente in tutti il fanciullo musico? Che in qualcuno non sia,
non vorrei credere nè ad altri nè a lui stesso: tanta a me parrebbe di
lui la miseria e la solitudine. Egli non avrebbe dentro sè quel seno
concavo da cui risonare le voci degli altri uomini; e nulla dell'anima
sua giungerebbe all'anima dei suoi vicini. Egli non sarebbe unito
all'umanità se non per le catene della legge, le quali o squassasse
gravi o portasse leggiere, come uno schiavo o ribelle per la novità
o indifferente per la consuetudine. Perchè non gli uomini si sentono
fratelli tra loro, essi che crescono diversi e diversamente si armano,
ma tutti si armano, per la battaglia della vita; sì i fanciulli che
sono in loro, i quali, per ogni poco d'agio e di tregua che sia data,
si corrono incontro, e si abbracciano e giocano.
Eppure è chi dice che veramente di generi umani ve ne ha due, e non si
scorge che siano due, e che l'uno attraversa l'altro, sempre diviso
ma sempre indistinto, come una corrente dolce il mare amaro. Vivono
persino nella stessa famiglia, sotto gli occhi della stessa madre, e
vivono in apparenza la stessa vita germinata da uguale seme in unico
solco; e questi sono stranieri a quelli, non d'un solo tratto di
cielo e di terra, ma di tutta l'umanità e di tutta la natura. Essi si
chiamano per nome e non si conoscono nè si conosceranno mai. Ora se
questo è vero, non può avvenire se non per una causa: che gli uni hanno
dentro sè l'eterno fanciullo, e gli altri no, infelici!
Ma io non amo credere a tanta infelicità. In alcuni non pare che
egli sia; alcuni non credono che sia in loro; e forse è apparenza e
credenza falsa. Forse gli uomini aspettano da lui chi sa quali mirabili
dimostrazioni e operazioni; e perchè non le vedono, o in altri o in
sè, giudicano che egli non ci sia. Ma i segni della sua esistenza e
gli atti della sua vita sono semplici e umili. Egli è quello, dunque,
che ha paura al buio, perchè al buio vede o crede di vedere: quello
che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai:
quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle
stelle: che popola l'ombra di fantasmi e il cielo di dei.[7] Egli è
quello che piange e ride senza perchè, di cose che sfuggono ai nostri
sensi o alla nostra ragione. Egli è quello che nella morte degli esseri
amati esce a dire quel particolare puerile che ci fa sciogliere in
lacrime, e ci salva.[8] Egli è quello che nella gioia pazza pronunzia,
senza pensarci, la parola grave che ci frena. Egli rende tollerabile
la felicità e la sventura temperandole d'amaro e di dolce, e facendone
due cose ugualmente soavi al ricordo. Egli fa umano l'amore, perchè
accarezza esso come sorella (oh! il bisbiglio dei due fanciulli tra un
bramire di belve), accarezza e consola la bambina che è nella donna.
Egli nell'interno dell'uomo serio sta ad ascoltare, ammirando, le fiabe
e le leggende, e in quello dell'uomo pacifico fa echeggiare stridule
fanfare di trombette e di pive, e in un cantuccio dell'anima di chi
più non crede, vapora d'incenso l'altarino che il bimbo ha ancora
conservato da allora. Egli ci fa perdere il tempo, quando noi andiamo
per i fatti nostri, chè ora vuol vedere la cinciallegra che canta,
ora vuol cogliere il fiore che odora, ora vuol toccare la selce che
riluce. E ciarla intanto, senza chetarsi mai, e, senza lui, non solo
non vedremmo tante cose a cui non badiamo per solito, ma non potremmo
nemmeno pensarle e ridirle, perchè egli è l'Adamo che mette il nome
a tutto ciò che vede e sente. Egli scopre nelle cose le somiglianze
e relazioni più ingegnose. Egli adatta il nome della cosa più grande
alla più piccola, e al contrario. E a ciò lo spinge meglio stupore
che ignoranza, e curiosità meglio che loquacità: impiccolisce per
poter vedere, ingrandisce per poter ammirare. Nè il suo linguaggio
è imperfetto come di chi non dica la cosa se non a mezzo, ma prodigo
anzi, come di chi due pensieri dia per una parola. E a ogni modo dà un
segno, un suono, un colore, a cui riconoscere sempre ciò che vide una
volta.
C'è dunque chi non ha sentito mai nulla di tutto questo? Forse il
fanciullo tace in voi, professore, perchè voi avete troppo cipiglio,
e voi non lo udite, o banchiere, tra il vostro invisibile e assiduo
conteggio. Fa il broncio in te, o contadino, che zappi e vanghi, e
non ti puoi fermare a guardare un poco; dorme coi pugni chiusi in te,
operaio, che devi stare chiuso tutto il giorno nell'officina piena di
fracasso e senza sole.
Ma in tutti è, voglio credere.
Siano gli operai, i contadini, i banchieri, i professori in una chiesa
a una funzione di festa; si trovino poveri e ricchi, gli esasperati
e gli annoiati, in un teatro a una bella musica: ecco tutti i loro
fanciullini alla finestra dell'anima, illuminati da un sorriso
o aspersi d'una lagrima che brillano negli occhi de' loro ospiti
inconsapevoli; eccoli i fanciullini che si riconoscono, dall'impannata
al balcone dei loro tuguri e palazzi, contemplando un ricordo e un
sogno comune.