I.

È dentro noi un fanciullino[1] che non solo ha brividi, come credeva

Cebes Tebano, che primo in sè lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi

suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua

voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra

loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un

palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo,

ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare,

ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia: noi ingrossiamo

e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo

tinnulo squillo come di campanello. Il quale tintinnio secreto noi non

udiamo distinto nell'età giovanile forse così come nella più matura,

perchè in quella occupati a litigare e perorare la causa della nostra

vita, meno badiamo a quell'angolo d'anima donde esso risuona. E anche,

egli, l'invisibile fanciullo, si pèrita vicino al giovane più che

accanto all'uomo fatto e al vecchio, chè più dissimile a sè vede quello

che questi. Il giovane in vero di rado e fuggevolmente si trattiene col

fanciullo, chè ne sdegna la conversazione, come chi si vergogni d'un

passato ancor troppo recente. Ma l'uomo riposato ama parlare con lui e

udirne il chiacchiericcio e rispondergli a tono e grave; e l'armonia

di quelle voci è assai dolce ad ascoltare, come d'un usignolo che

gorgheggi presso un ruscello che mormora.

O presso il vecchio grigio mare. Il mare è affaticato dall'ansia della

vita, e si copre di bianche spume, e rantola sulla spiaggia. Ma tra

un'ondata e l'altra suonano le note dell'usignuolo, ora singultite

come un lamento, ora spicciolate come un giubilo, ora punteggiate

come una domanda. L'usignuolo è piccolo, e il mare è grande: e l'uno è

giovane, e l'altro è vecchio. Vecchio è l'aedo, e giovane la sua ode,

Väinämöinen è antico, e nuovo il suo canto.[2] Chi può imaginare, se

non vecchio l'aedo e il bardo? Vyàsa è invecchiato nella penitenza e

sa tutte le cose sacre e profane. Vecchio è Ossian, vecchi molti degli

skaldi. L'aedo è l'uomo che ha veduto (_oide_) e perciò sa, e anzi

talvolta non vede più; è il non veggente (_aoidos_) che fa apparire il

suo canto.[3]

Non l'età grave impedisce di udire la vocina del bimbo interiore, anzi

invita forse e aiuta, mancando l'altro chiasso intorno, ad ascoltarla

nella penombra dell'anima.[4] E se gli occhi con cui si mira fuor

di noi, non vedono più, ebbene il vecchio vede allora soltanto con

quelli occhioni che sono dentro lui, e non ha avanti sè altro che la

visione che ebbe da fanciullo e che hanno per solito tutti i fanciulli.

E se uno avesse a dipingere Omero, lo dovrebbe figurare vecchio

e cieco, condotto per mano da un fanciullino, che parlasse sempre

guardando torno torno. Da un fanciullino o da una fanciulla: dal dio

o dall'iddia: dal dio che sementò nei precordi di Femio quelle tante

canzoni, o dall'iddia cui si rivolge il cieco aedo di Achille e di

Odisseo.[5]

Ma il garrulo monello o la vergine vocale erano dentro lui,

invisibilmente. Erano la sua medesima fanciullezza, conservata in cuore

attraverso la vita, e risorta a ricordare e a cantare dopo il gran

rumorìo dei sensi. E la sua fanciullezza parlava per ciò più di Achille

che d'Elena, e s'intratteneva col Ciclope meglio che con Calipso.

Non sono gli amori, non sono le donne, per belle e dee che siano, che

premano ai fanciulli; sì le aste bronzee e i carri da guerra e i lunghi

viaggi e le grandi traversie. Così codeste cose narrava al vecchio

Omero il suo fanciullino, piuttosto che le bellezze della Tindaride

e le voluttà della dea della notte e della figlia del sole.[6] E le

narrava col suo proprio linguaggio infantile.

Tornava da paesi non forse più lontani che il villaggio che è più

vicino ai pastori della montagna; ma esso ne parlava ad altri fanciulli

che non c'erano stati mai. Ne parlava a lungo, con foga, dicendo i

particolari l'un dopo l'altro e non tralasciandone uno, nemmeno, per

esempio, che le schiappe da bruciare erano senza foglie. Chè tutto

a lui pareva nuovo e bello, ciò che vi aveva visto, e nuovo e bello

credeva avesse a parere agli uditori. La parola «bello» e «grande»

ricorreva a ogni momento nel suo novellare, e sempre egli incastrava

nel discorso una nota a cui riconoscere la cosa. Diceva che le navi

erano nere, che avevano dipinta la prora, che galleggiavano perchè

ben bilanciate, che avevano belli attrezzi, bei banchi; che il mare

era di tanti colori, che si moveva sempre, che era salato, che era

spumeggiante. I guerrieri? Portavano i capelli lunghi. I loro caschi?

Avevano creste che si movevano al passo. Le loro aste? Facevano una

lunga ombra. Per non essere frainteso ripeteva il medesimo pensiero

con altra forma; diceva «un pochino, mica tanto!», «vivere, mica

morire!», e anche «parlò e disse», «si adunarono e furono tutti in

un luogo». Non mancava di quelle spiegazioni che chiudono la bocca:

«ubbidite, perchè ubbidire... è meglio», «solo devo rimanermene senza

dono? Non sta bene». La chiarezza non è mai troppa: «I pulcini erano

otto, e nove con la madre, che aveva fatti i pulcini», «Aias, quello

più piccolo, non grande come l'altro, ma molto più piccolo: era

piccino...». Qualche volta riusciva sublime, ma senza farlo apposta:

saltava qualche circostanza, per giungere a ciò che importava più e

che era più sensibile. Un divino arciere tirava l'arco «e per tutto

si vedevano cataste accese per bruciare i morti». Il dio supremo

mosse il sopracciglio e scosse i capelli, «e sgrollò l'Olimpo che

è così grande». Sopra tutto, per far capire tutto il suo pensiero,

in qualche fatto o spettacolo più nuovo e strano, s'ingegnava con

paragoni tolti da ciò che esso e i suoi uditori avevano più sott'occhio

o nell'orecchio. E in ciò teneva due modi contrari: ora ricordava un

fatto piccolo per farne intendere un grande, ora uno maggiore per farne

vedere uno minore. Così rappresentava un mare agitato che con le grosse

ondate spumeggianti si getta contro la spiaggia, e strepita e tuona,

per dar l'idea d'una moltitudine d'uomini che accorre in un luogo; e

descriveva uno sciame di mosche intorno ai secchielli pieni colmi di

latte, per esprimere il confuso e vasto agglomerarsi d'un esercito di

guerrieri.

Questo era il suo solo artifizio, se pure si può chiamare artifizio

ciò ch'egli faceva così ingenuamente che spesso la cosa, mediante

il suo paragone, riusciva più piccola, sebbene sempre paresse più

chiara; come quando confrontava il fluido parlare di alcuni vecchi

savi all'incessante frinire delle cicale, o la resistenza d'un grande

eroe all'indifferenza d'un asino che séguita a empirsi d'erba nel

prato d'onde i bimbi vogliono cacciarlo a suon di bastonate. No no:

il fanciullino del cieco non tanto voleva farsi onore, quanto farsi

capire: non esagerava; perchè i fatti che raccontava, gli parevano già

assai mirabili così come erano. Ed egli sapeva, nè per altro argomento

se non perchè parevano anche a lui, che mirabili dovevano parere anche

agli altri bambini come lui, che erano nell'anima di tutti i suoi

uditori. I quali ora come allora lo ascoltano con maraviglia. E non

sarebbe ragionevole, di cose che dopo trenta secoli non si credono

più verosimili. Ma dopo pur trenta secoli gli uomini non nascono

di trent'anni, e anche dopo i trent'anni restano per qualche parte

fanciulli.

Miei Pensieri di varia Umanità · 第 7 / 93 题