FOOTNOTES:

[1] SALVIATI, _Degli avvertimenti della lingua sopra il Decamerone_;

Venezia, 1584; vol. I, lib. II, pag. 94.

[2] Dopo gli studi dell’Ascoli (_Archivio Glottologico_, vol. I),

il ladino è definitivamente considerato, non più come un dialetto

italiano, ma come un sistema dialettale a sè, con caratteri suoi

speciali; e comprende tre gruppi distinti: all’est, il friulano,

parlato da più di quattrocentocinquantamila persone, dalle rive del

Tagliamento in Italia fino a Gorizia in Austria. Al centro, il ladino,

parlato da più di novantamila persone, in due punti del Tirolo, a

qualche distanza dalle due rive dell’Adige. All’ovest, il romancio, che

si stende trasversalmente sulla maggior parte del Canton de’ Grigioni,

ed è parlato da circa quarantamila persone.

[3] Molti separano il catalano dai dialetti provenzali, ma i suoi

caratteri specifici non paiono sufficienti per rendere obbligatoria

questa separazione. Sufficienti invece sono certamente quelli che

l’Ascoli ha scoperto in un altro tipo idiomatico, che tramezza tra

il francese e il provenzale, e che da lui perciò è stato chiamato

_franco–provenzale_. Ecco le parole con cui l’insigne glottologo

cominciava il suo saggio: «Chiamo _franco–provenzale_ un tipo

idiomatico, il quale insieme riunisce, con alcuni suoi caratteri

specifici, più altri caratteri, che parte son comuni al francese, parte

lo sono al provenzale, e non proviene già da una tarda confluenza

di elementi diversi, ma bensì attesta la sua propria indipendenza

istorica, non guari dissimile da quella per cui fra di loro si

distinguono gli altri principali tipi neolatini. L’ampia distesa

di dialetti, in cui è ancora e per ora dato riconoscere il tipo

_franco–provenzale_, ammette e richiede, come ogni altro complesso

neo–latino, suddistinzioni parecchie; ma costituisce, anche nell’ordine

geografico, un tutto continuo. La cura di determinare rigorosamente

gli estremi confini del complesso franco–provenzale, dev’essere

riservata a studj ulteriori. Qui intanto si mostrerà, come questa serie

di vernacoli si stenda, nella Francia, per la sezion settentrionale

del Delfinato (dipartimento dell’Isera); indi passi il Rodano in

doppia direzione: verso ponente, per occupare una parte, e forse la

maggior parte del Lionese; e verso tramontana, per far sua la sezion

meridionale della Borgogna (dipartimento dell’Ain); onde poi, come in

colonna longitudinale, appar che s’incunei, non senza patire molti

danni, tra il francese a ponente ed a levante, tanto da attraversare

l’intiera Franca–Contea e metter capo ben dentro al territorio lorenese

(sezioni dei dipartimenti del Jura, del Doubs, dell’Alta Saona—si

raggiunge anche l’Alsazia con la varietà di _Giromagny_, distretto di

Belfort—e dei Vogesi). Ma Francia è oggidì anche la Savoja, tutta

franco–provenzale; e son franco–provenzali, nella Svizzera, i dialetti

proprj dei cantoni di Ginevra, del Vaud, di Neufchâtel con un piccolo

tratto di quel di Berna (tra il Jura e il lago di Bienne, ma son

francesi, all’incontro, i vernacoli del Jura bernese), della maggior

parte del cantone di Friburgo, e della sezione occidentale del canton

Vallese. Di qua dall’Alpi, finalmente, spettano a questo sistema i

dialetti romanzi che sono proprj della Valle d’Aosta, e quello della

Val Soana.» (_Arch. Glott._, vol III, pag. 61–62.)

[4] _De origine linguae gallicae et ejus cum graeca cognatione

dialogorum libri IV_ (Parigi, 1555).

[5] _Della Storia e della Ragione d’ogni poesia_; Bologna, 1739; vol.

I, pag. 42.

[6] _Die romanischen Sprachen in ihrem Verhältnisse zum Lateinischen_

(Le lingue romanze nel loro rapporto col latino); Halle, 1819; pag. 53.

[7] Fin dal secolo passato, Scipione Maffei avvertiva che «i nostri

odierni dialetti non altronde si formarono, che dal diverso modo di

pronunziare negli antichi tempi, e di parlar popolarmente il Latino; la

qual diversità non altronde nasceva, che dal genio delle varie lingue

che avanti la Latina correvano.» (_Verona Illustrata_; Milano, 1825–26;

vol. I, pag. 27.—Cfr. anche vol. II, pag. 540–41.)—«Può dirsi che

il francese, in fondo, sia un latino pronunziato da Celti.» (LITTRÉ,

_Histoire de la Langue française_; sixième édition; Paris, 1873; vol.

I, pag. 263.)—Intorno alle corrispondenze tra l’umbro antico e i

moderni dialetti umbro—romani, in alcune proprietà del vocalismo,

e specialmente nella preferenza per e atona, soprattutto finale,

sull’_i_, si vedano le _Osservazioni_ del Caix _sul Vocalismo italiano_

(Firenze, 1876).

[8] Ormai è definitivamente dimostrato, che quasi tutti questi idiomi

erano d’origine ariana: derivavano, cioè, al pari del latino stesso,

del sanscrito, dell’antico persiano, del greco, del gotico, ecc., da

una lingua, parlata forse ben più di cinquanta secoli fa dal popolo

degli Arii, i quali, sia che originariamente dimorassero in Asia, sia

che dimorassero in Europa, certo è che poi si diffusero, spazzando via

o assimilandosi le popolazioni indigene, per tutta l’immensa regione

che corre dall’Himalaia al Capo Nord, dalle foci del Gange a quelle del

Tago. Di questa antichissima lingua non ci rimangono documenti scritti;

ma si è già potuto determinarne i caratteri generali, e tentare anche

in parte di ricostruirla, per mezzo degli elementi comuni delle

lingue derivate da essa; come appunto, se mancasse ogni documento del

latino, si potrebbe fino a un certo segno ricostruirne la grammatica

e il vocabolario, per mezzo degli elementi comuni delle lingue

romanze. Da tali elementi delle lingue indoeuropee si deduce altresì

il grado approssimativo di civiltà a cui gli Arii dovevano essere

pervenuti; poichè, per citare pochi esempi tra mille, il giogo non si

chiamerebbe _yuga_ in sanscrito, _jugum_ in latino, _juk_ (_jukuzi_)

in gotico, ecc.; nè l’antico persiano _nâvi_ avrebbe riscontro nel

latino _navis_, ecc.; nè per indicare la casa si troverebbe _dama_

in sanscrito, _dohm_ in armeno, _dómos_ in greco, _domus_ in latino,

_domŭ_ in antico slavo e in russo, ecc.; se prima della separazione

la stirpe ariana non avesse già avuto nella sua lingua tre vocaboli

più o meno corrispondenti a questi, e se per conseguenza non avesse

già conosciuto il giogo_,_ la _barca_, la _casa_: che è poi quanto

dire, in un senso più o meno largo, l’agricoltura, il navigare, il

fabbricare. (Cfr. PICTET, _Les Origines indo–européennes_. Deuxième

édition. Paris, 1877.)—Tornando dunque alle lingue vinte da quella di

Roma, oggi è dimostrato che d’origine ariana, e formanti uno stesso

gruppo col latino, erano l’umbro e l’osco coi loro dialetti o idiomi

affini (volsco, sabino, ecc.). Ariani del pari, secondo l’opinione

di reputati filologi, erano anche l’etrusco e il messapico. Ariani,

finalmente, erano tutti gl’idiomi celtici, che si parlavano nell’Italia

settentrionale, nella Gallia, e, dopo l’invasione de’ Celti, anche

in una parte della Spagna. Non ariano invece era il linguaggio

degl’Iberi, una parte dei quali, rimasta indipendente dai Celti,

cedette poi ai Romani. A giudizio anzi d’alcuni, l’iberico sarebbe

il progenitore del basco, che nelle sue varietà è ancora parlato

da circa mezzo milione d’uomini, nel nord–est della Spagna e in un

piccolo angolo del sud–ovest della Francia, e che forma la disperazione

de’ filologi, poichè ha più somiglianze organiche con alcune lingue

indigene d’America, che con le altre europee; ma, naturalmente, tende

anch’esso a _romanizzarsi_ sempre più, incalzato com’è dallo spagnolo

e dal francese. (Cfr. WHITNEY, _La vita e lo sviluppo del linguaggio_:

traduzione di F. D’Ovidio. Milano, 1876.—HOVELAQUE, _La Linguistique_.

Deuxième édition. Paris, 1877.)

[9] _Noctes Atticae_, lib. XI, cap. 7.

[10] Il celtico però resistette e resiste ancora in tutto il

dipartimento di Finistère, meno le città; in una metà circa dei

dipartimenti delle Côtes–du–Nord e del Morbihan, e in un piccolo angolo

della Loire–Inférieure. Ma bisogna ricordarsi che in questi luoghi

esso ci è rimasto non tanto per continuata tradizione storica, quanto

perchè ci ritornò nel quinto secolo co’ Britanni scampati dal ferro

degli Anglo–Sassoni. Nell’Europa non latina poi, si parlano ancora

idiomi di fondo celtico, all’estremità nord–ovest della gran Brettagna

(Scozia occidentale); in alcune parti dell’Irlanda, all’ovest e al sud;

in certe isole secondarie di que’ paraggi, e finalmente nell’intera

Contea di Galles. Sicchè, in complesso, le lingue neoceltiche sono oggi

parlate da circa tre milioni, o tre milioni e mezzo d’Europei. (Cfr.

H. D’ARBOIS DE JUBAINVILLE, _Introduction à l’étude de la Littérature

celtique_; Paris, 1883; pag. 17–18.)

[11] Ecco le sue precise parole: «Del come [nascesse la nostra Volgar

lingua] non si può errare a dire, che essendo la Romana lingua, e

quelle de’ Barbari tra sè lontanissime; essi a poco a poco della

nostra ora une ora altre voci, e queste troncamente e imperfettamente

pigliando; e noi apprendendo similmente delle loro, se ne formasse in

processo di tempo, e nascessene una nuova, la quale alcuno odore e

dell’una e dell’altre ritenesse, che questa Volgare è, che ora usiamo.»

(_Le Prose_, lib. I, pag. 33 dell’ediz. di Napoli, 1714.)

[12] Cfr. CAIX, _Saggio sulla Storia della lingua e dei dialetti

d’Italia_; Parma, 1872; Introduz., pag. XLIX e L.—«Una sola delle

lingue uscite dal latino fa alterata nell’intimo suo svolgimento dai

contatti con altre lingue, la valacca. Ma questa lingua crebbe e si

formò in condizioni affatto diverse dalle altre. Quel paese fu degli

ultimi a ricevere la lingua latina, e i coloni mandativi da Traiano

erano presi non dal solo Lazio e dall’Italia, ma, secondo l’espressione

di Eutropio, da tutte le parti dell’Impero (_ex toto orbe romano_).

Un secolo dopo o poco più, cominciavano quelle continue invasioni e

devastazioni che non ebbero termine che al XV secolo. Fin dal 270

infatti, Aureliano era stato costretto a trasferire al di là del

Danubio la sede del governo e le legioni, spaventato dai progressi

dei barbari; e da quel tempo tace la lista dei governatori romani

della Dacia, compilata dal Borghesi colle medaglie e colle iscrizioni

raccolte nella provincia. Qui dunque il latino, benchè costituisca

sempre il fondo principale della lingua, non potè non soffrire della

prevalenza degli elementi barbarici. Non solo una metà del lessico

valacco è di parole albanesi, turche, magiare, tedesche, greche e

soprattutto slave; che, mentre nelle altre lingue romane.... gli

elementi stranieri si modificarono secondo le leggi e le analogie

delle voci latine; qui le parole slave passarono nell’uso non

assimilate nè modificato, e la grammatica diè luogo a costrutti e forme

straniere, alterando così profondamente lo svolgimento e il carattere

dell’idioma.» (ID., _ibid._, pag. LXIV.)

[13] Del resto, e com’è naturale, la stessa declinazione latina

non era stata sempre quella del secolo d’Augusto e delle comuni

grammatiche. Per esempio, il dativo e ablativo singolare _populo_ era

stato nel latino arcaico _populo–i_ e _populo–d_, forme più vicine

alla declinazione protoariana, che oggi si tenta di ricostruire, e che

sicuramente aveva un dativo singolare in _ai_ e un ablativo singolare

in _at_ o in _t_.—Il caso _locativo_ del protoariano, terminante in

_i_, e conservatosi nell’osco (_moíníkeí tereí_, nella comune terra)

e in altre lingue sorelle, nel latino andò invece perduto, perchè si

confuse foneticamente col genitivo o col dativo; e vi fu sostituito

l’ablativo con la preposizione _in_. Ma pure, un vestigio ne rimase in

que’ complementi di stato in luogo (_Cypri_, _domi_, _humi_, ecc.),

che la grammatica classica ci dà senza ragione per genitivi.—Nel

passaggio poi dal latino alle lingue romanze, i casi non potevano

andar perduti tutti in un giorno: infatti, il provenzale e l’antico

francese conservarono fino al cadere del secolo XIV, due desinenze

diverse, una per il soggetto o nominativo, l’altra per i complementi

(Cfr. LITTRÉ, Op. cit., _passim_); e alle sorgenti del Reno (ladino di

Sopraselva) vive anche oggi, con la sua propria funzione, l’antica _s_

del nominativo latino. (Cfr. ASCOLI, _Arch. Glott._ vol. VII, pag. 407,

e 426 e seg.) Avanzi di flession nominale, senza dir della differenza

tra i due numeri, s’hanno pure specialmente nel pronome: _io_, me_,_

_mi_,—_tu_, _te_, _ti_—_egli_, _eglino_, _loro_, _cui_, ecc. In

tutti gl’idiomi romanzi occorrono poi esempi di due o più forme d’uno

stesso nome, le quali dipendono dalla diversità de’ casi latini, ma più

non serbano alcuna diversità di funzione. Così in italiano: _ladro_ e

_ladrone_ (latro–latronem), _moglie_ e _mogliera_ (mulier–mulierem),

_sarto_ e _sartore_ (sartor–sartorem), ecc. (Cfr. DIEZ, _Gramm. delle

Lingue romanze_, traduz. franc., vol. II, lib. II;—ASCOLI, _Arch.

Glott._, vol. II, pag. 416–38, ecc.)

[14] Il catalano delle Baleari convertì in articolo determinato _ipse_

invece di _ille_; e altrettanto fece il sardo, nel quale perciò abbiamo

_su_ e _sa_ per il singolare, _sos_ e _sas_ per il plurale. Il valacco

poi incorpora l’articolo determinato dietro il nome, a guisa di

suffisso: _omul_, l’uomo.

[15] Ma in valacco, secondo il Diez (Op. e vol. cit., pag. 428), c’è un

solo avverbio in _mente_: _altmintrea_, che però nel vocabolario del

Laurianu e del Massimu è registrato in forma diversa: _altramente_,

_altamentre_, ecc. L’esemplare _altra–mente_, o meglio _altre–menti_

(altriment_i_, cfr. pariment_i_) è forse il più antico della serie, e

certo uno dei più antichi e anche un po’ _sui generis_. (Cfr. ASCOLI,

_Arch. Glott._, vol. VII, pag. 585.)

[16] Anche di quest’uso si può vedere un principio ne’ buoni autori,

quando adoperano col verbo _esse_ il participio in forza d’aggettivo,

come in Cesare: _Gallia est omnis divisa in partes tres_, invece di

_dividitur_.—In rumeno, la forma più comune del passivo è questa: _eu

me laud_, che significa tanto _io mi lodo_, quanto _io sono lodato_.

Può tuttavia formarsi anche con l’ausiliare _essere_; allora però

il participio conserva l’idea del passato, è quindi _frate meu este

leudat_ non vuol dire _mio fratello è lodato_, ma _è stato lodato_,

come il latino _laudatus est_. (Cfr. DIEZ, Op. e vol. cit., pag.

243–44.)

[17] _Amarò_, come del resto, anche _amaraggio_, _amarajo_, ecc.,

s’incontra ne’ nostri antichi scrittori e vive tuttora in alcuni

dialetti.

[18] I Sardi formano ancora il futuro con la perifrasi allo stato

sciolto; onde nel Logudoro dicono _happ’a ccantare_, e nel Campidano

_happ’a ccantai_ (ho a cantare = canter–ò). E in perifrasi sciolte

s’incontrano il futuro stesso e il condizionale in antichi saggi

vernacolari d’altre contrade d’Italia. (Cfr. ASCOLI, _Arch. Glott._,

vol. III, pag. 110.) I Rumeni poi lo formano col verbo _volere_: _voiu

cuntà_, voglio cantare, canterò.

[19] Cfr. ZAMBALDI, _Metrica greca e latina_; Torino, 1882; pag. 843–44.

[20] Cfr. RAJNA, _Le Origini dell’Epopea francese_; Firenze, 1884, pag.

513–14.

[21] Poichè nella pronunzia tutte le parole francesi finiscono

con una sillaba accentata, il verso eroico francese è riuscito un

endecasillabo tronco (decasillabo), e perciò la sua somiglianza col

verso corrispondente delle lingue sorelle si avverte meglio, appunto

quando anche questo è tronco:

Un sol nouveau remplace le premier. (PARNY.)

E com’albero in nave si levò. (DANTE.)

Sus rayos lanza moribundo el sol. (DE ESPRONCEDA.)

Que todo se desfaz em puro amor. (CAMOENS.)

[22] Op. cit., pag. 506–28.

[23] In alcuni luoghi di Sardegna si dice ancora _domu_ e _domo_ per

_casa_; e in Toscana e altrove si usa nel suo primo significato anche

_verbo_, ma solo in certe speciali locuzioni (_non disse verbo_, _non

rispose verbo_, ecc.); le quali però, benchè vivissime anche tra ’l

volgo, tuttavia è possibile che siano meri latinismi, salvo il caso

di evidente elaborazione popolare, come nel ladino _vierf_ (verbum),

_verva_ (verba). (Cfr. ASCOLI, _Arch. Glott._, vol. I, pag. 127 e 172.)

[24] Cfr. DOZY et ENGELMANN, _Glossaire des mots espagnols et Portugais

dérivés de l’arabe_. Seconde édition. Leyde, 1869.—Tra queste parole

non ce n’è una, che indichi un sentimento o un legame di parentela o

d’affezione. È però arabica una formula esclamativa con cui lo spagnolo

invoca Dio: _ojalá_.

[25] Op. cit., vol. I, pag. 59–60.

[26] Intorno alle quali però si devono tener presenti queste acute

considerazioni dell’Ascoli: «Se ci fosse ancora bisogno di aggiungere

argomenti contro le ipotesi delle profonde modificazioni, e variamente

profonde secondo le diverse regioni romane, che l’organismo latino

abbia sofferto per l’immissione germanica, se ne potrebbe ricavare

uno di più, e tutt’altro che lieve, dal fatto che una così cospicua

porzione degli elementi lessicali germanici, entrati a far parte

degl’idiomi latini, occorra ugualmente in tutte codeste favelle. Poichè

il fatto di questa comproprietà generale, che giustamente eccitava

la meraviglia del Diez (gr. I³ 67), dovrà senz’altro ripetersi,

nella maggiore e più importante sua parte, dalla molta antichità

dell’immissione, e l’innesto perciò risalire a un’età in cui tanta

era ancora la vitalità propriamente romana, da non potervi di certo

il linguaggio latino andar modificato, e anche variamente secondo le

varie contrade, per virtù di un’infiltrazione che era esigua per sè,

ed era poi la stessa dappertutto. La comunanza di codesti elementi

germanici riesce anzi affatto inconcepibile se non le si trova una

ragione storica la quale si connetta, o addirittura s’indentifichi,

con quella dell’estendersi della parola latina al di là dei confini

dell’Italia, e sia perciò anteriore alle invasioni germaniche. Ora una

tal ragione storica, bastevole e congrua per ogni lato, io la vedo,

molto semplicemente, nel legionario di Roma, o sotto le insegne o fatto

colono; la vedo, in altri termini, nel linguaggio _castrense_, al quale

l’elemento germanico delle truppe ausiliari e le «guardie» teutoniche

dovevano aver dato una gran parte delle trecento voci tedesche che si

trovan comuni alle diverse favelle neolatine. Vegezio, nella seconda

metà del quarto secolo, adducendoci _burgus_ quasi termine tecnico per

«castellum parvulum» (quem burgum vocant), ci dà un bell’esempio di

codesta serie esotica che già a’ suoi tempi dovea parer di patrimonio

latino, anzichè roba estranea e d’importazione recente. I criterj

fonologici suffragheranno poi alla lor volta il raziocinio storico;

e così è bello vedere il _t–_ dello stadio gotico (non lo _z–_ dello

stadio alto–tedesco) in _tirare_ _toccare_ _torba_ _taccagno_, che son

tra codeste voci comuni, o i nessi _–rd–_ _–ld–_ dello stesso stadio

gotico (non _rt_ _lt_ dell’alto–tedesco) in _ardito_ _falda_, ed altri,

che pur sono della categoria medesima.» (_Arch. Glott._, vol. II, pag.

413.)

[27] Op. cit., vol. I, pag. 65.

[28] _Ueber deutsche Schattirung romanischer Worte_ (Sopra la tinta

germanica di alcune parole romanze), nella _Zeitschrift_ del Kuhn, V,

11.

[29] LITTRÉ, Op. cit, vol. I, pag. 96 e seguenti.

[30] Il fatto che _focus_ fu preferito anche in luoghi dove la

ragione delle invasioni non può farsi valere (a Venezia, per esempio,

e in Sicilia: _fogo_, _focu_), indebolisce, sì, ma non distrugge

l’osservazione del Müller; perchè nessuno è in grado di dimostrare

che, senza l’aiuto di _feuer_ e _funkeln_, _focus_ sarebbe prevalso

ugualmente anche altrove, una volta che di queste doppie voci è

comunissimo il caso che una ne attecchisse in un luogo, una in un altro.

[31] Dovendo ancora citare altre parole de’ vari idiomi germanici, sarà

bene ch’io metta qui le quattro principali divisioni di questo gran

ramo della famiglia indoeuropea, come son date dal Whitney (Op. cit,

pag. 220–22): «1. Il meso–gotico, o dialetto dei Goti della Mesia,

conservato solo da parti di una traduzione della Bibbia, fatta dal loro

vescovo Ulfila, nel quarto secolo dell’èra volgare; dialetto estinto

da lungo tempo in quanto lingua parlata. 2. Gl’idiomi basso–tedeschi,

ancora parlati nel settentrione della Germania, dall’Holstein alle

Fiandre, e, dall’altra parte, nella prossima Inghilterra: v’entrano due

importanti lingue colte, l’olandese e l’inglese. I monumenti letterali

inglesi rimontano al settimo secolo, gli olandesi al tredicesimo; e vi

è un poema «sassone–antico,» l’_Heliand_, o «Salvatore,» del secolo

nono; e la letteratura frisone del decimoquarto. 3. Il corpo dei

dialetti alto–tedeschi, rappresentato presentemente da un’unica lingua

letteraria, il così detto tedesco, la cui letteratura comincia con

la Riforma, nel secolo decimosesto: dietro a questo, che è il nuovo

alto–tedesco, stanno un periodo medio ed uno antico alto–tedesco, con

le loro letterature in vari alquanto discordi dialetti, e rimontanti

all’ottavo secolo. 4. La sezione scandinava, scritta nelle forme del

danese, dello svedese, del norvego e dell’islandese. I monumenti

islandesi rimontano al decimosecondo e decimoterzo secolo, e sono, in

punto a stile e a contenuto, più arcaici (non diciamo più antichi) di

tutto ciò che v’è di alto e basso tedesco: l’_Edda_ è la fonte più

pura e copiosa della conoscenza che abbiamo delle primitive condizioni

linguistiche germaniche. L’islandese è pure, specialmente nel suo stato

fonetico, il più arcaico dei viventi dialetti germanici. Oltre ai detti

residui letterali, vi sono brevi iscrizioni runiche, generalmente di

una o due parole, rimontanti, si crede, perfino al terzo o al secondo

secolo.»

[32] _Saggio cit._, pag. LVI e seguenti.

[33] _Le trasformazioni delle specie e le tre epoche delle lingue e

letterature indoeuropee_: Roma, 1871; pag.29

[34] LEONARDI BRUNI ARRETINI _Epistolarum libri VIII_; Florentiae,

1741; lib. VI, epist. X (_Leonardus Flavio Foroliviensi_).—CELSO

CITTADINI, _Trattato della vera origine e del processo e nome della

nostra lingua_; Venezia, Ciotti, 1601.—_Le origini della toscana

favella_; Siena, Marchetti, 1604.—Furono ripubblicati nelle _Opere_

edite ed inedite del Cittadini, per cura di Girolamo Gigli, Roma 1721.

Ma, a detta dello Zeno (_Annotaz._ al Fontanini), per il secondo

trattato il Gigli seguì l’ediz. Marchetti, invece d’un’altra _riformata

dall’autore_ e _tanto migliore_, uscita in Siena _per Ercole Gori_ nel

1628.

[35] «Somnium....... nulla confutazione dignum.» (_Antiq. Ital._ Diss.

XXXII; tom. VI, col. 455 dell’ediz. d’Arezzo, 1775.)

[36] «Pistores vero, et lanistae, et hujusmodi turba sic intelligebant

Oratoris verba, ut nunc intelligunt Missarum solemnia.» (Pag. 63 della

cit. ediz.)

[37] «Tu enim turbam convenisse putas ad carmina poëtae intelligenda,

ego autem convenisse puto ad ludos scenicos spectandos. Itaque non

_auditores_ qui aderant, sed _spectatores_ dicebantur.» (Pag. 64.)

[38] I_n quanti modi si possa morire in Italia._ Seconda edizione.

Torino, Paravia, 1883.

[39] _Plebejo sermone_ dice il testo. Ma è chiaro che, qui, _plebejus_

non corrisponde punto, come parecchi hanno creduto, al nostro _plebeo_.

[40] «Ain tandem? insanire tibi videris, quod imitare verborum meorum,

ut scribis, fulmina? Tum insanires, si consequi non posses: quum vero

etiam vincas, me prius irrideas, quam te, oportet. Quare nihil tibi

opus est illud a Trabea; sed potius _ᾶπότευγμα_ meum. Verumtamen

quid tibi ego videor in epistolis? nonne plebejo sermone agere tecum?

Nec enim semper eodem modo. Quid enim simile habet epistola aut judicio

aut concioni? Quin ipsa judicia non solemus omnia tractare uno modo.

Privatas causas, et eas tenues, agimus subtilius; capitis aut famae

scilicet ornatius: epistolas vero quotidianis verbis texere solemus.»

(_Ad Familiares_, IX, 21.)

[41] «Così, le parole tante volte citate di Quintiliano: _nam mihi

aliam quondam videtur habere naturam sermo vulgaris, aliam viri

eloquentis oratio_ (_Inst. Orator._, XII), non pongono e non esprimono

una differenza tra una lingua letteraria e una lingua volgare o comune,

ma tra il parlare d’un uomo eloquente e il parlar d’un idiota. Possono

avere in bocca la stessa lingua e maneggiarla in modo molto diverso.»

(ZENDRINI, _Della Lingua italiana_; Palermo, 1877; pag. 65.)

[42] E, s’intende, che alcuni hanno anche esagerato il pensiero del

maestro, del quale ecco qui le precise parole nella fedelissima

traduzione francese: «Toutes (les langues romanes) ont dans le latin

leur première et principale source; mais ce n’est pas du latin

classique employé par les auteurs qu’elles sont sorties, c’est, comme

on l’a déjà dit souvent et avec raison, du dialecte populaire des

Romains, qui était usité a côté du latin classique [aus der römischen

Volkssprache oder Volksmundart, welche neben dem classischen Latein im

Gebrauche war].... Seulement il faut se garder d’entendre par langue

populaire autre chose que ce qu’on entend toujours par là, l’usage dans

les basses classes de la langue commune, usage dont les caractères sont

une prononciation plus négligée, la tendance à s’affranchir des règles

grammaticales, l’emploi de nombreuses expressions évitées par les

écrivains, et certaines phrases, certaines constructions particulières.

Voilà les seules conséquences que permettent de tirer les témoignages

et les exemples qu’on trouve dans les auteurs anciens; on peut tout au

plus admettre que l’opposition entre la langue populaire et la langue

écrite se marqua avec une énergie peu commune lors de la complète

pétrification de cette dernière, peu de temps avant la chute de

l’empire d’Occident.» (Op. cit., vol. I, pag. 1–2.)

[43] _Rucanica_, in alcune parlate calabresi. Il Caix (_Saggio cit._,

pag. 62) derivava _lugànega_ dal lat. _longano_ (spagn. _longaniza_);

ma bisogna dire che non avesse presente il lat. _lucanica_.

[44] Il francese antico (giova ricordarlo) aveva anche tante e tante

altre parole, oggi cadute in disuso, derivate dal latino civile

(_clamer_, chiamare, da _clamare_; _pesme_, da _pessimus_ _assentir_ da

_assentire_, _selve_ da _silva_, ecc.); e molte di esse vivono ancora

ne’ suoi dialetti (_crémer_, bruciar leggermente, da _cremare_; _nore_

da _nurus_, _vime_ da _vimen_, ecc.—Cfr. LITTRÉ, Op. cit., vol. II,

pag. 119).

[45] Op, cit., vol I, pag. 4–23.

[46] _Epigramm._, I, 101.

[47] Si veda il gran Dizionario del Freund, tradotto in francese e

accresciuto dal Theil, o il _Forcellini_ rifatto dal De–Vit.—Del

resto, coloro che fanno assegnamento su questa pretesa forma

volgare, dimenticano, al solito, che se l’italiano _chiudere_ risale

a _cludere_, il francese _clore_ risale invece diritto diritto a

_claudere_.

[48] Op. cit., vol. I, pag. 86.

[49] Cfr. CANELLO, _Lingua e Dialetto_ (_Giornale di Filologia

romanza_, gennaio 1878).

[50] Cfr. un altro scritto dello stesso CANELLO, _Arch. Glott._, vol.

III, pag. 294–95, nota.

[51] Il Brachet, nel _Dictionnaire étimologique de la Langue

française_ (Parigi, 13ª ediz.), ha distinto uno per uno i vocaboli

d’origine popolare da quelli d’origine non popolare, stampandoli

con due differenti caratteri; e la cosa, in complesso (e salvo

quel presentarci addirittura come _esumazione letteraria_ tutta la

_formazione civile_), gli è riuscita assai bene. Nella nostra lingua,

invece, una tal distinzione riuscirebbe troppo spesso difficilissima, o

affatto impossibile. Ma, in fondo, per lo scopo pratico del Dizionario

etimologico, importa poco o nulla. L’importante davvero sarebbe che

qualcuno dei nostri filologi, ripigliando il disegno che la morte

interruppe al povero Caix, e compiendo i lavori del Diez, del Caix

stesso e d’altri, ci desse finalmente questo Dizionario. E il Ministero

della pubblica istruzione, il quale una volta aprì un concorso con più

migliaia di lire di premio per il miglior sillabario (che poi non fu

trovato), dovrebbe, ci pare, fare almeno lo stesso per un lavoro, la

cui mancanza è sentita e lamentata ogni momento da ogni cólta persona.

Intanto, poichè può riuscire utile anche a noi, ecco qui la statistica

approssimativa, che il Brachet, prendendo per fondamento il Dizionario

dell’Accademia, ci ha dato del francese moderno (_Introduction_, pag.

LXX):

Origine della lingua italiana: dissertazione · 第 28 / 29 题