X.

Per uscire da questa nova Babilonia, ci voleva uno sforzo supremo, una

specie di miracolo. Ci voleva un uomo, il quale, servendosi di uno

degl’idiomi centrali della penisola, e perciò meglio accetto agli altri

Italiani, fondesse insieme, con mirabile armonia, in una grand’opera

d’arte, tutti gli svariati elementi, che cozzavano, confusi, tra loro:

la gentilezza cavalieresca de’ Francesi e de’ cortigiani di Sicilia;

i sospiri d’amore e le invettive anticlericali de’ Provenzali; il

misticismo di san Francesco e di Iacopone; la naturalezza e la verità

del sentimento popolare; la speculazione teologica e scientifica.

Quest’uomo venne, nè c’è bisogno ch’io lo nomini; ed a ragione potè

dire che, col suo poema, avrebbe cacciato di nido i suoi predecessori,

togliendo loro «la gloria della lingua.»[103] E con la solita fierezza,

egli si sdegnava contro i «malvagi uomini d’Italia, che commendano lo

Volgare altrui, e lo propio dispregiano;» e profetizzava che il Volgare

sarebbe stato «luce nuova, sole nuovo, il quale surgerà ove l’usato,»

cioè il latino, «tramonterà.»[104]

Ma il latino, anzichè tramontare, non pago di averci, con Guittone,

col Boccaccio e co’ loro seguaci, snaturato una parte non piccola del

lessico e della sintassi, risorse, come la fenice della favola, dalle

sue ceneri, e per tutto il Quattrocento tenne in iscacco la lingua

gloriosa con cui Dante aveva potuto

Descriver fondo a tutto l’Universo.

Ciò che san Gregorio Magno, otto secoli innanzi, aveva temuto e voleva

scongiurare, avvenne di fatto: l’Italia cólta e il Papato stesso

ridiventaron pagani nella forma e nel pensiero, e il latinismo,

risuscitato per opera nostra, invase una seconda volta anche la lingua

e la letteratura francese.

Fu un bene? Fu un male?

C’è di certo chi sarebbe disposto a lapidarmi, se io osassi solamente

dubitare che il Risorgimento, in tutte le sue cause e in tutti i suoi

effetti, non fosse addirittura un gran bene. Io quindi sono lietissimo,

che il mio assunto mi dispensi dall’entrare in così pericolosa

questione.

Per il mio assunto, basta l’aver notato il fatto in quanto concerne la

lingua; e basta che inviti il lettore a rifletterci sopra un momento.

Il linguaggio de’ barbari invasori d’Italia lascia appena, come abbiamo

veduto, meschinissime tracce nella lingua de’ vinti, la quale anzi

s’impone ai vincitori. Il latino invece, dopo aver sradicato cento

idiomi, allora già in gran parte così diversi tra loro, che i popoli

che li parlavano avevano perfino dimenticato la comune origine; dopo

aver generato nuove lingue e nuove e fiorenti letterature; dopo che

la sua gloriosa culla era stata messa e rimessa a soqquadro; dopo

tanti secoli che più non si parlava e solo lo si scriveva scorretto e

imbarbarito, torna durante il Risorgimento a risonare nelle opere del

Petrarca, del Poliziano, del Pontano, del Fracastoro e di tanti altri,

come già aveva risonato sulle labbra di Virgilio e di Orazio; corre di

nuovo trionfalmente tutto il mondo civile, mettendo persino in forse

l’esistenza letteraria della sua stessa primogenita.

Da questo fatto, meglio assai che dalle strepitose vittorie, si può

avere un’idea del miracolo di forza, d’arte e di sapienza, che dovette

essere il popolo che parlò una tal lingua.

=Antologia della nostra Critica letteraria moderna=, compilata per uso

delle persone cólte e delle scuole da LUIGI MORANDI, già precettore di

S. A. R. il Principe di Napoli.—Quinta edizione, sulla quarta assai

migliorata e accresciuta di ventidue scritti.—Lapi editore, 1890.—Un

bel volume di pag. XII–756.—=Lire 4.=

«Nous recommandons ce livre a tous égards et à tout le monde, en

émettant le vœu qu’il soit, non seulement étudié, mais imité

chez–nous. Cette _Anthologie de la Critique moderne en Italie_ réponde,

en effet, a un besoin que les gens d’étude, jeunes ou vieux, éprouvent

un peu partout, celui de savoir ce que les maîtres pensent des maîtres.

En recueillant ainsi des jugemens tout a fait supérieurs, et en les

mettant en ordre, avec méthode, comme fait M. Morandi, ON FINIT PAR

CONSTITUER UNE HISTOIRE LITTÉRAIRE autrement intéressante que celles

où un seul homme exhibe son érudition et sa sagacité.... Le pian de ce

livre.... nous paraît fort bien composé.» Marc Monnier, nel _Journal des

Débats_ del 31 marzo 1885.

«Il Morandi, nel compilare questa _Antologia_, non s’è lasciato dirigere

da programmi presenti o passati. Ha avuto un concetto suo, e in verità

buono: educare a pensare di letteratura la mente dei lettori, o maturi

o giovani, alla scuola o fuori di scuola, mostrando loro come sugli

scritti di altri o sulla teorica dell’arte hanno pensato scrittori

moderni, che a lui son parsi degni e capaci di compiere l’ufficio di

risvegliatori del pensiero altrui.... La scelta è fatta, com’egli suole,

con diligenza e bene.» Ruggero Bonghi, nella _Cultura_ del 1º aprile

1885.

«L’idea di questa Antologia è tanto nuova, quanto degna di lode.»

_Literarisches Centralblatt_ di Lipsia, del 15 agosto 1885.

«....Per costoro che rinnegano il mondo moderno, un libro come

questo del Morandi, che contiene tante novità e non apre ma spalanca

addirittura le porte e le finestre della scuola, deve essere senz’altro

messo all’_Indice_, e magari bruciato. Ma noi ... consideriamo

quest’_Antologia_ come un utilissimo supplemento e un complemento

necessario ai testi in uso. Complemento necessario alla coltura

letteraria de’ giovani delle nostre scuole mezzane è la prima parte;

tutto il resto supplisce alla brevità de’ quadri storici, e corregge

un poco le forme convenzionali delle rettoriche. Le pure notizie

biografiche e bibliografiche, che non nutriscono gl’intelletti mentre

son pure necessario, acquistano in queste pagine organismo e vita. Le

norme intorno ai principali generi di componimento avranno lume e valore

dalla loro storia.... E se è vero che i nostri giovani difettano non

tanto nello scrivere, quanto nel comporre, con queste letture alquanto

difficili si abitueranno appunto a pensare e a riflettere, che è il

comporre.» Giuseppe Piergili, nella _Nuova Antologia_ del 1º ottobre

1885.

Origine della lingua italiana: dissertazione · 第 27 / 29 题