I. VOCABOLI D’ORIGINE IGNOTA 650

II. VOCABOLI D’ORIGINE POPOLARE (4260):

_a_). Elemento _latino_ (vocaboli primitivi) 3800

_b_). Elemento _germanico_ 420

_c_). Elemento _greco_ 20

_d_). Elemento _celtico_ 20

III. VOCABOLI D’ORIGINE STRANIERA (922):

_a_). _Italiani_ 450

_b_). _Provenzali_ 50

_c_). _Spagnoli_ 100

_d_). _Tedeschi_ 60

_e_). _Inglesi_ 100

_f_). _Slavi_ (16), _semitici_ (110), _orientali_ (16)

_americani_ (20) 162

IV. VOCABOLI D’ORIGINE STORICA (115), ONOMATOPEICI (40). 155

———

In tutti: 5987.

Se dal Dizionario dell’Accademia (conclude il Brachet), che contiene

circa 27000 vocaboli, si sottraggono i 5987 primitivi citati qui sopra,

ne restano 21000, o creati dal popolo svolgendo con la composizione e

con la derivazione codesti primitivi, o desunti direttamente dal greco

e dal latino per opera degli scrittori (_e delle classi civili_, direi

io).—Altrove poi (pag. XXXVIII), egli avverte, che se ai 420 o 450

germanismi del francese moderno si aggiungessero quelli dei francese

antico, si arriverebbe senza fatica a raddoppiare la cifra. La quale,

dunque, supererebbe di poco quella data dal Diez e qui riportata a pag.

23–25.

[52] Uno studio di queste forme può vedersi nel Littrè (Op. cit., vol.

II, pag. 299 e seg.), di cui tuttavia nessuno accoglie più l’opinione

che il _Cantico_ appartenga al _decimo_ secolo.—Forme analoghe a

queste dell’antico francese vivono ancora nel franco–provenzale, in

molti vernacoli italiani, ecc. (Cfr. ASCOLI, _Arch. Glott._, vol. VIII,

pag. 100.)

[53] E però (_per hoc_) fa presentata a Massimiano, Che re era a que’

di sopra i pagani.

[54] _Ab=ap_, dal lat. apud, che dal significato di _presso_ passò

a quello di _con_, e si ritrova anche nel moderno francese _avec_,

il quale deriva appunto da _apud hoc_ (con ciò), trasformatosi

successivamente in _abhoc_, _aboc_, _avoc_, _aveuc_, _avec_.

[55] NITHARDI, _Historiarum libri IIII_; Hannoverae, 1870 (edizione

curata dal Pertz); pag. 38–39.—Tentiamone una traduzione letterale:

«Per amor di Dio e per comun salvamento del popolo cristiano e nostro»

(dalla traduzione tedesca si vede che _christian poblo_ rappresenta un

genitivo), «da questo dì in avanti, in quanto Dio sapere e potere mi

dona, sì salverò io questo mio fratello Carlo, e in aiuto e in ciascuna

cosa» (cioè: lo _salverò, gli gioverò, con l’aiuto e in qualunque

altramaniera_). Ma forse ha ragione il signor Clédat, il quale crede

che l’_et_ che segue _aiudha_ sia un errore del manoscritto, e che

originariamente dovesse dire _er_, prima persona singolare del futuro

di _estre_. Cfr. _Revue des Langues romanes_, octobre–décembre 1885,

«sì come uomo per dritto suo fratello salvar deve, in ciò che egli a me

altresì faccia» (_in tutto ciò che egli faccia anche a me_, che è poi

quanto dire: _a patto che egli mi faccia altrettanto_); «e con Lotario»

(loro fratello) «nullo accordo mai prenderò, che, per mio volere, a

questo mio fratello Carlo in danno sia.—Di questo giuramento, come

dell’altro, prestato del pari in romanzo e in tedesco dalle milizie,

può vedersi il facsimile nella raccolta intitolata: _Les plus anciens

monuments de la langue française_ (Didot edit., 1875), dove fu

riprodotto dal prezioso codice della fine del decimo o del principio

dell’undecimo secolo, appartenuto già alla Vaticana e poi emigrato a

Parigi. Col detto facsimile è stata collazionata dal prof. E. Monaci la

nostra lezione, che è un po’ diversa da quella del Pertz e d’altri.

[56] Per esempio, l’_o_ da _au_ in cosa (lat. _causa_), l’_u_ da _o_

lungo accentato in _dunat_, il _t_ di terza persona del presente

conservato nello stesso _dunat_, in _fazet_, ecc.

[57] DANTE, Inf., XXV.

[58] Diss. cit., col. 457.

[59] Eccone un piccolo saggio:

Per me si va nella città dolente,

Per me si va nell’eterno dolore,

Per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto Fattore;

Fecemi la divina Potestate,

La somma Sapïenza e il primo Amore.

_Par moi se va dans la cité dolente,

Par moi se va dans l’éternel dolor,

Par moi se va parmi la gent pullente_ (vile).

_Justice mut mon souverain Faitor;

Et si me firent devine Poestés

Raisons hautisme_ (altissima) _et premeraine Amor._

Ed ecco le medesime terzine, tradotte in provenzale dal Raynouard:

_Per me si va en la ciuta dolent,

Per me si va en l’eternal dolor,

Per me si va tras la perduta gent._

_Justizia moguet el mieu alt Fachor;

Fez mi la divina Potestat,

La summa Sapienza e ’l prim’Amor._

[60] È nel secondo verso del _Cantico di Sant’Eulalia_:

Buona pulcella fut Eulalia,

Bel auret corps, bellezour (_più bella_) anima.

Si badi ch’io dico: _scrivevano_. Come poi pronunziassero è un’altra

questione, la quale s’intreccia con quella della qualità del verso. Il

Meyer, per esempio, crede che anche in questo luogo si pronunziasse

_âme_. (Cfr. LITTRÉ, Op. cit., vol. II, pag. 305–07.) Altri invece

credono che il vocabolo _anima_ sia qui usato come un mero latinismo,

con la pronunzia e l’accentuazione propria del latino. Comunque sia,

quest’esempio del nono secolo, trascurato fin qui nella storia di

_âme_, è utile e legittimo non meno degli esempi successivi.

[61] Per esempio, il _con_, per _com_=_cum_, si trova anche una volta

nella famosa iscrizione osca di Banzia: CON PREIVATVD VRVST=cum

_privato–erit_. Cfr. FABRETTI, _Glossarium Italicum_, sotto _Con_ e

_Com_.

[62] _Memorie e Documenti per servire all’istoria del Ducato di Lucca_;

tom. V, par. II, pag. 15.

[63] _Ibid._, tom., IV, pag. 76.

[64] _Ibid._, tom. V, par. II, pag. 14.

[65] GREGOROVIUS, _Storia della città di Roma_; lib. IV, cap. V, § 3.

[66] MURATORI, _Rer. Ital. Script._, tom. II, pag. 179–80.

[67] Gattola, _Ad Historiam Abbatiae Cassinensis Accessiones_; pars

prima; Venetiis, 1734; pag. 68–69.—TOSTI, _Storia della Badia di

Montecassino_; Napoli, 1842; tom. I, pag. 220–22.

[68] Forse, _che qui_ (cioè _l’abbreviatura_) _contiene_; preso il

_qui_ per soggetto, come quando diciamo, toccando un libro o una carta:

_Qui parla chiaro_; _Qui non ammette dubbi_, e simili.

[69] Si badi però, che nelle edizioni del Gattola e del Tosti c’è un

errore, che renderebbe impossibile accertare la data. Infatti, nell’una

e nell’altra, il placito comincia così: «In nomine Domini nostri Jesu

Christi, bigesimo primo anno princip. domni nostri Pandolfi gloriosi

princ., et septimo decimo Landolfi, et secundo anno princ. domni

Landolfi, excellentissimis Principibus ejus filiis, mense martio,

tertia indictione.» E questi dati cronologici fanno a pugni tra loro;

giacchè, per non dirne altro, il ventesimoprimo anno del principato

di Pandolfo Capo di Ferro non corrisponde punto al decimosettimo e

al secondo del principato de’ suoi figlioli. Mettendo invece (come

ingegnosamente proponeva il mio egregio amico dottor Ignazio Giorgi)

_Landolfo_ al posto di _Pandolfo_, e _Pandolfo_ al posto del primo

_Landolfo_, tutte le indicazioni vanno d’accordo benissimo con la

genealogia di que’ principi e con la cronologia, e se ne ricava la

data precisa del 960. Pregato da me il dotto padre Piscicelli Taeggi,

prefetto dell’Archivio Cassinese, di riscontrare l’originale del

documento, egli m’ha risposto che la cosa sta precisamente come aveva

congetturato il Giorgi.

[70] Su questa celebre falsificazione può, tra gli altri, vedersi il

_Bartoli_, _Storia della Letterat. ital._; vol. II (Firenze, 1879),

pag. 389–416.

[71] V. lo scritto del Salinas nell’_Arch. Stor. Sicil._; nuova serie,

anno VII, pag. 166–69.

[72] È noto che Dante, con una di quelle sentenze nelle quali

all’arguzia è sacrificato il buon senso, diceva che i soli Sardi, al

suo tempo, non avevano volgare proprio [!], e che imitavano il latino,

come le scimmie imitano gli uomini. (_De Vulgari Eloquentia_, lib. I,

cap. XI.) Ed è del pari noto, che ne’ vari idiomi dell’isola s’è potuto

scrivere lunghi componimenti, che sono al tempo stesso anche latini:

per esempio, nel volgare logudorese, la poesia del Madau (1778), in

lode dell’arcivescovo Melano:

Melani nomen celebro

Cantet superba Calaris,

Et sarda terra applaudat

Cum jucunda memoria.

Ipse venit de nobile

Et illustre prosapia,

Et veras etiam glorias

Occultat pro modestia, etc.

[73] L’originale di questa carta, pubblicata nell’_Archivio Storico

Italiano_ (Ser. III, vol. XIII, pag. 363), è a Firenze nel R. Archivio

di Stato; e la sua data risulta dall’esservi nominato come vivente il

vescovo di Pisa Gerardo, che mori nel 1086 o nel 1089.

[74] Fu pubblicata dal Flechia nell’_Archiv. Glottol._ (vol. VII,

pag. 121–29), e poi dal Monaci nella sua bella raccolta: _Facsimili

d’antichi manoscritti_, num. 19–29. I passi, che qui se ne riferiscono,

sono stati collazionati coll’originale dallo stesso Monaci.—«Anche la

lingua» di questo documento, dice il Flechia, «mostra di appartenere

al tempo in cui il volgare cominciava ad usarsi nelle scritture

ancor peritosamente e più o men misto con latino, morto da un pezzo

come lingua popolare, e per conseguenza ad epoca che non dovrebbe

discostarsi molto dal 1000. Le peculiarità dialettali del volgare, se

non accennano risolutamente ad una speciale regione d’Italia, possono

tuttavia, se non c’illudiamo, tenersi per verisimilissimamente proprie

dell’Italia centrale, con esclusione delle provincie napolitano e della

Toscana.»

[75] _Italia Sacra_, tom. IX, pag. 385 dell’ediz. di Roma, 291

dell’ediz. di Venezia.

[76] GUIDO LEVI, _Una carta volgare picena del sec. XII_ (_Giornale di

Filologia romanza_, luglio 1878).

[77] _Dizionario precettivo, critico ed istorico della Poesia

volgare_; Parma, 1777; pag.29–41.—L’iscrizione è in caratteri romani

intrecciati, e l’Affò legge erroneamente: _Il mile_, invece di _Li

mile_; _Et ne a fo l’opra_, invece di _E mea fo l’opra_, o fors’anche

_opera_.

[78] Questo egregio uomo, di cui io non so se si debba più ammirare la

profonda dottrina o la rara bontà, lavora da molti anni per darci una

_Crestomazia italiana de’ primi secoli_; e io ho già potuto profittarne

non poco per il presente lavoro.

[79] Questi versi erano noti finora con la data del 1196, indizione

XII, come si trovano in una _particola d’una scrittura antica latina_,

riportata dal Piloni nella sua _Historia_ (Venezia, 1607, pag. 100

v.–101). E con questa data erano stati ripubblicati dal Cantù,

dall’Ascoli, e anche nelle due prime edizioni del presente libretto.

Ora però, essendomi rivolto per qualche maggiore notizia al dotto e

cortese abate F. Pellegrini di Belluno, ho potuto assegnar loro la

data molto più probabile del 1193; ed ecco in che modo. Prima che

dal Piloni, la _particola_ era stata copiata, tra il 1530 e il 1544,

o poco più o poco meno, da Giovanni Antonio Egregis, e innanzi al

1558 da Giulio Doglioni, ne’ loro cataloghi dei Vescovi di Belluno:

e in tutt’e due questi cataloghi, che si conservano manoscritti

nella biblioteca del Museo Civico di quella città, e che, essendo

molto diversi, non possono credersi copia l’uno dell’altro, la detta

_particola_ comincia appunto con la data del 1193 in tutte lettere,

indizione XI; mentre il 1196 del Piloni è in cifre, e non va d’accordo

con l’indizione XII. È quindi verisimile che il Piloni, o chi a sua

insaputa pubblicò la sua storia, abbia confuso un 1196, che è la data

dell’ultimo fatto raccontato in quel branicello di cronaca, col 1193

del principio, al quale i quattro versi si riferiscono. In tutto il

resto però, come può vedersi dal confronto che ne stampo qui sotto, le

tre trascrizioni vanno pienamente d’accordo, salvo alcune diversità

facilmente spiegabili: e vanno d’accordo, quantunque sia certo che,

come il Doglioni non copiò dall’Egregis, così il Piloni non copiò

nè dall’uno nè dall’altro, perchè, se li avesse conosciuti, avrebbe

evitato parecchi errori che s’incontrano nella sua storia. Chi poi

dubitasse che questi versi non siano stati composti nel 1193 o appena

qualche anno dopo, osservi prima d’ogni altra cosa che essi hanno

tutti i caratteri d’una _poesia d’occasione_; e osservi altresì che

la _particola_, raccontando le vittorie dei Bellunesi e de’ loro

alleati Feltrini in quel tempo, contiene dati di fatto, specialmente

numerici, cosi minuti, che solo uno scrittore sincrono poteva saperli

e prendersi la briga di registrarli. Sicchè, se non si dimostra che

il documento sia stato inventato (e niente davvero fa sospettare che

ciò possa essere), bisogna proprio crederlo di _quelli tempi_, come

lo crede il Piloni. Se poi si osserva che l’autore della _particola_

mette i quattro versi nel punto dove per ordine cronologico avrebbe

dovuto raccontare l’impresa di Casteldardo, e, senza aggiungerci una

sola parola di suo, fa fare ad essi le veci del racconto, si deve anche

credere che fossero allora popolarissimi; e quindi anche di un tempo

più o meno anteriore a quello in cui egli scriveva. Nè è improbabile

che facessero parte d’un canto su tutte le imprese guerresche (che

furono parecchie), compiute dai Bellunesi nel 1193. Ecco ora la lezione

della particola secondo l’Egregis (pag. 2 v.):

«Anno Domini nostri Jesu Christi millesimo centesimo nonagesimo

tertio, indictione XI, VIIIJ[i] intrante mense aprilis. Prudentissimi

milites et pedites Bellunenses et Feltrenses castrum Mirabeli[ii]

maxima vi occupaverunt, illud vero infra octo dies combuxerunt atque

in omnibus edificijs ipsum destruxerunt. Item eodem mense clusas Queri

ceperunt et destruxerunt, et sexaginta sex inter milites et pedites

atque[iii] arceatores secum in vinclis duxerunt,[iv] et predam valentem

duo[v] millia librarum habuerunt, alios interfecerunt et alios vero

graviter vulnerarunt.[vi] Item eo anno castrum Landredi ceperunt, ibi

vero plures homines interfecerunt, et XXVJ inter milites et pedites

atque arceatores[vii] secum in vinculis duxerunt, et totum castrum

combuxerunt et funditus destruxerunt. _De Casteldard_[viii] HAVE[ix] LI

NOSTRI BONA PART, I LO ZETTA[x] TUTTO INTRO LO FLUMO[xi] D’ARD,[xii] E

SEX CAVALER[xiii] DE[xiv] TARVIS DI[xv] PLUI FER CON SE DUSE LI[xvi]

NOSTRI[xvii] CAVALER.[xviii] Preterea domum Bance[xix] vi occupaverunt,

et eam destruxerunt, et XVIIJ Latrones inde secum duxerunt. Postea anno

1198 indictione XIIIJ, die VI[xx] exeunte mense junij, dicti milites et

pedites Bellunenses et Feltrenses ad castrum Giumelarum[xxi] iverunt,

illud autem magna vi in XVIJ[xxii] die ceperunt et combuxerunt, atque

cum[xxiii] omnibus edificijs destruxerunt, et cum maxima letitia

domibus[xxiv] redierunt:[xxv] et hoc totum factum fuit fere sub

nobilissimo et prudentissimo D. Gerardo Bellunensi Episcopo, anima

cuius sit locata in paradiso.[xxvi] Amen.»

[i] Piloni: «1196. Indictione XIJ. die octavo.»

[ii] Doglioni e Piloni: «Mirabelli»

[iii] P. «ac pedites et.»

[iv] P. «in vinculis deduxerunt.»

[v] P. «IIJ.»

[vi] P. «interfecerunt, alios vero graviter vulneraverunt.»

[vii] P. «et quadraginta sex inter milites pedites, ac

arceatores.»

[viii] P. «Casteldart.»

[ix] D. «havj.»—P.«havì.»

[x] P. «zetto.»

[xi] P. «flume.»

[xii] P. «D’Art.»„—D. «dard.»

[xiii] P. «Cavalier.»

[xiv] P. «di.»

[xv] D. e P. «li»

[xvi] P. «i.»

[xvii] D. «nostre.»

[xviii] P. «presoner.»

[xix] D. «Banche.»

[xx] P. «Postea die sexto.»

[xxi] D. «Gumellarum.»—P. «Zumellarum.» Cioè: _di Zumelle_.

[xxii] D. «vii.»

[xxiii] P. «in.»

[xxiv] P. «domum.»

[xxv] P. Omette il resto.

[xxvi] Il Vescovo Gerardo, che aveva guidato i Bellunesi in tante

imprese guerresche, fu ucciso nel 1197, combattendo di nuovo

contro i Trivigiani. Quest’ultimo periodo dunque, se non tutto il

branicello di cronaca, fu di certo scritto dopo codesta morto.

[80] Giullare.

[81] Sebben _s’ingaudisca_ di me, ossia parli di me con gaudio, con

gioia.

[82] Piccola moneta, principio di computo in Genova, come il

_bolognino_ a Bologna.

[83] Non t’intendo più d’un Tedesco, o Sardo, o nativo di Barberia.

[84] Non voglio questo latino, cioè questo linguaggio.

[85] Fratello, ciò abbia una fine: facciamola unita.

[86] Lasciami stare. (GALVANI, _Un Monumento linguistico genovese

dell’anno 1191_, nella _Strenna filologica modenese per l’anno 1863_;

pag. 84–94.)—All’ultimo decennio del sec. XII, o al principio del

XIII, appartiene anche il _discordo_ poliglotto dello stesso Rambaldo;

perchè essendo diretto al _Belhs Cavaliers_, cioè alla sua amante

Beatrice di Monferrato, dovette di certo scriverlo dopo la sua venuta

in Italia (1186–89), di dove partì per seguire nella quarta crociata il

marchese Bonifazio, fratello o, più probabilmente, padre di Beatrice,

col quale morì combattendo in Oriente nel 1207. Ma la seconda strofa

del _discordo_, e il terzo e quarto verso dell’ultima, che dovrebbero

essere scritti in alcuno de’ nostri idiomi, ci son pervenuti, come

tutto il resto del componimento, in tale stato, che, anche dopo

l’edizione critica del Meyer, non si riesce a determinare qual sia

codesto idioma. Contengono bensì parecchie forme schiettamente toscane;

anzi schiettamente toscano è tutto il quarto verso dell’ultima strofa:

Ieu so quel que ben non aio.

Ni encora non l’averò

Per abrilo ni per maio.

Si per ma dona no l’ho;

E s’entendo son lengaio,

Sa gran beutat dir non so:

Plus fresqu’es que flor de glaio [ghiaggiuolo],

E ja no m’en partirò.

...........

...........

Que cada jorno m’esglaio.

Oimè! lasso, que farò...?

(Cfr. MEYER, _Recueil d’anciens textes_ etc.; Paris, 1874 pag.

89–91.—GALVANI, _Osservazioni sulla Poesia de’ Trovatori_; Modena,

1829; pag. 105–114.—CERRATO, _Il_ «Bel Cavaliere» _di Rambaldo di

Vaqueiras_, nel _Giorn. Stor. della Lett. ital._; vol. IV; Torino,

1884; pag. 81–115.)

[87] TRUCCHI, _Poesie italiane inedite di dugento Autori_; Prato, 1846;

vol. I, pag. 18.—D’ANCONA e COMPARETTI, _Le antiche Rime volgari_;

Bologna, 1875; vol. I, pag. 61–65.

[88] Non ha però certo ragione il Cantù di farne due componimenti,

desumendone prima alcuni versi dal Federici, e poi, senza avvedersi che

si tratta della stessa cosa, un altro brano dal Tosti. (CANTÙ, _Vicende

dei Parlari d’Italia_; Torino, 1877; pag. 126 e 135.—II facsimile del

_Ritmo_ può vedersi nella _Rivista di Filologia romanza_, vol. II, pag.

90–110» pubblicato e illustrato dal Giorgi e dal Navone. Sulle sue

interpetrazioni è poi da vedere uno studio del Novati, che ne propone

una nuova, nella _Miscellanea di Filologia e Linguistica_; Firenze,

1886; pag. 375–91.) Nè hanno, mi pare, maggior ragione coloro che dopo

i buoni argomenti dell’Affò (Op. cit., pag. 41–50) e di Sebastiano

Ciampi (Prefaz. ai _Trattati morali di Albergano_; Firenze, 1832; pag.

13–19), non si risolvono a tenere per falsa la celebre iscrizione degli

Ubaldini di Firenze, che pretenderebbe appartenere all’anno 1184. Del

secolo XVI, e non del 1153, è pure quell’atto di permuta in siciliano,

ripubblicato nella citata operetta (pag. 154) dallo stesso Cantù,

insieme con tanta altra roba, a cui oramai nessuno presta più fede.

[89] _Catalogus Codicum latinorum Bibliothecae Mediceae Laurentianae_;

tom. IV (Florentiae, 1777), col. 468–69.

[90] Nei _Romanische Studien_ del Boehmer, vol. IV, fasc. 1 (Bonn,

1879).

[91] Della fine del secolo XII o del principio del XIII, è certamente

anche l’iscrizione di un sarcofago del Camposanto di Pisa, pubblicata

dal Ciampi (Op. cit., pag. 12–13), e che, secondo il confronto fattone

per me con l’originale dal mio amico Alessandro D’Ancona, dice così:

† _Hore_ [ora] _vai per via, pregando dell’anima mia: sicome tu se’,

ego fui; sicus [sicum?] ego sum, tu dei essere_. La data approssimativa

si rileva da un’altra iscrizione che è sullo stesso sarcofago: †

_Biduinus maister fecit hanc tumbam m.......nm Giratium_; poichè,

per altri documenti certi, si sa che questo maestro Biduino nel 1180

lavorò nella Chiesa di San Cassiano presso Pisa, e pare anche nel 1166

a Lucca. (CIAMPI, _loc. cit._, e _Notizie inedite della Sagrestia

pistoiese_ ecc., Firenze, 1810, pag. 52.)—Il frammento invece, di

ventotto versi, pubblicato nel 1758 dal Panelli, del carme che sarebbe

stato scritto nel 1187, per l’entrata in Ascoli di Arrigo VI, da quel

marchigiano, che poi col nome di frate Pacifico seguì san Francesco,

a me non pare altro che una rozza falsificazione, cominciando dal

titolo, il quale dice così: «In laude de Augusto Sennor Henrico Sexto

Rege de Romane, filio de Domene..... Friderico Imperatore, qui sta in

ista Civitate de Esculo con multo suo piacere, et con multa gloria

et triunpho de Civitate.» Falso lo giudica anche il prof. Nazzareno

Angeletti, nella sua tesi di laurea, che si conserva manoscritta

nell’Archivio dell’Università romana. L’Angeletti tuttavia resta in

dubbio sull’autenticità d’un altro frammento, che contiene i soli primi

quattro versi del medesimo carme, e che fu pubblicato dall’abate F. A.

Marcucci (ABATE ASCOLANO, _Saggio delle cose ascolane_ ecc.; Teramo,

1766; pag. 229), il quale dice di averlo ricavato dalla cronaca di

Lino della Rocca. Ma lasciando anche stare che questa cronaca nessuno

l’ha più veduta, e considerando solamente che il Panelli ebbe dallo

stesso Marcucci, come tolto da un’opera inedita d’un altro Marcucci

(Niccolò), il primo frammento; io inclino a creder falso anche il

secondo, che forse fu inventato per correggere o avvalorare il primo.

Più che sospette mi paiono anche le parole con cui l’Abate Ascolano

accompagna questo preteso frammento: «Lino accenna la RECITA, che da’

nostri Poeti nel dì 22 Luglio fu fatta in Presenza del Monarca, e come

il nostro Poeta _Guglielmino_ di anni 29 venne grandemente plaudito

da _Errigo_ per la cantata di un nuovo _Carme italico di cento versi_

ad onore del Re.... Ecco la prima volta, che nell’Italia incominciò a

balbettare la _Poesia Italiana_, allor nata dal nostro _Guglielmino_;

il quale la trapiantò poi in Sicilia, come vedrassi. Di questo _Carme_

o sia Canzone furono dispensate molte copie, come Lino attesta. Restò

tuttavia molto variato. La copia che riporta il Marcucci, cioè Niccolò,

è differente sin ne’ primi versi.... In rimunerazione fu _Guglielmino_

dichiarato _Nobile Palatino_ dal Re, e suo _Poeta_.» Ecco a buon conto

que’ quattro versi, nella prima lezione, che è notissima, e nella

seconda, che è quasi ignota:

Tu es illo valente Imperatore,

Qui porte ad Esculan gloria et triumpho:

Renove Tu, Señor, illu splennore,

Qui come tanti sole......

Tu si’ chillo valente Re et Sennure,

Qui porte ad Esculan gloria et triumpho:

Non Febo alluma tanto el nostro Trunto,

Quanto Henrico dave a noi luce et splennure.

[92] GREGORII MAGNI _Opera omnia_; Parisiis, 1705; tom. II, col.

1139–40.

[93] _Ibid._, tom. I, pag. 6.

[94] DEMOGEOT, _Histoire de la Littérature française_; Paris, 1864;

pag. 54.

[95] GREGOROVIUS, Op. e loc. cit.

[96] Cfr. GIESEBRECHT, _De litterarum studiis apud Italos primis medii

aevi saeculis_. Berolini, 1845.

[97] _Ibid._, pag. 7–8.

[98] PERTZ, _Monumenta Germaniae historica; Legum tom. I_ (Hannoverae,

1835); pag. 52–53 e 64–65.

[99] Sacrosancta Concilia etc.; tom. IX (Venetiis, 1729); colonna 338.

[100] _Lupi Ferrariensis_ _Epistolae_, ap. DU CHESNE, _Historiae

Francorum Scriptores_; tom. II, pag. 727.

[101] _Ibid._, pag. 778–79; e MURATORI, Diss. XLIII, ediz. cit., tom.

VIII, col. 528–29.

[102] GHIRARDACCI, _Historia di Bologna_; parte prima (Bologna, 1596);

pag. 279.

[103] _Purgat_., XI, 97–99.

[104] _Convito_, Tratt. I, cap. XI e XIII, ediz. Barbera (1857), curata

dal Fraticelli.

Origine della lingua italiana: dissertazione · 第 29 / 29 题