A. 759. _Reddere debeamus uno soldo bono expendibile._ (_Ibid._, pag.
39–40.)
A. 765. Rissolfo prete dona tutti i suoi beni a due Chiese del
territorio di Lucca, a condizione però, che con una parte delle rendite
si dia da pranzo per tre giorni d’ogni settimana a ventiquattro poveri;
e fissa egli stesso il _menu_ del pasto: _Prandium eorum tali sit per
omnem septimana: scaphilo grano pane cocto, et duo congia vino, et duo
congia de pulmentario faba et panico mixto, bene spisso, et condito de
uncto aut oleo_. (_Ibid_., pag. 55.)
A. 776. _Reddere promettimus una anfora vino_ ... _et uno porcello_.
(_Ibid._, pag. 90.)
A. 777. _Signum_ † _manus Garibaldi, filio quondam Placito da Porta
Argenta, testis._ (Carta milanese, nel MURATORI, Diss. cit., 479.)
A. 788. _Constat me Arimundi filio bone memorie Desiderio de Civitate
astense accepisse et accepi ad te Augustino Clericus dinarios argenteos
nomeri trigenta, fenido_ [finito, intero?] _precio pro pecia una de
campo, quam avere viso sum inter consortis et germanos meos ex integrum
mea porcione de ipso campo et cum antecessura de pradello._ (_Hist.
patr. Mon._, vol. cit., pag. 23.)
A. 792. Un contadino prende a coltivare un podere da Giovanni, vescovo
di Lacca, e si obbliga a dargli ogni anno, tra l’altre cose, _mediatate
vino puro_. (_Docum. Lucch._, tom. cit., pag. 138.)
A. 799. _Alia pettia de terra in ipsu locum abentes fine de duas parti
fine bia._ (Carta salernitana, nel _Codex Diplomatica Cavensis_; tom.
I, pag. 4.)
Da documenti di questi stessi tempi risulta che a Roma si diceva _Porta
Majore_ nel nominativo;[65] e nel _Liber Pontificalis_ di Agnello
Ravennate,[66] scritto nella prima metà del IX secolo, abbiamo un
curiosissimo fatto. Quando Carlo Magno passò per Ravenna, l’arcivescovo
Grazioso e altri lo invitarono a pranzo; e i maggiorenti del clero,
conoscendo il loro arcivescovo per uomo di _gran semplicità_, lo
ammonirono in buoni termini, perchè alla presenza del sovrano non se ne
lasciasse scappare qualcuna delle sue.—_Domine, retine simplicitatem
tuam, et cave ne aliqua loquaris quae apta non sint_.—No, figlioli,
no; mi turerò la bocca (_Non, filii, non, sed oppilo os_), rispose
l’arcivescovo. Ma quando furono a tavola, il brav’omo, vedendo forse
che Carlo mangiava poco, saltò su a dirgli: _Pappa, Domine mi Rex,
pappa!_ Carlo, com’è naturale, si maravigliò (_admiratus est_) di quel
_pappa_; e allora gli altri preti (figuriamoci con che premura!) gli
spiegarono che l’arcivescovo, nella sua _gran semplicità_, con quelle
parole non aveva punto inteso _nè ingiuriarlo_, _nè beffarlo_, ma
solamente esortarlo a mangiare, come una madre fa col bambino. _Ecce
vere Israelita, in quo dolus non est_, esclamò il Re; e divenne così
benigno verso Grazioso, che gli concesse poi tutto ciò che volle. È
dunque evidente che il verbo _pappare_ aveva già nell’uso vivo il
significato ingiurioso o burlesco (_injuriae aut illusionis_) di
_mangiare ingordamente_, mentre invece in latino pare che si dicesse
de’ soli bambini, quando chiedono il cibo, o quando mangian la _pappa_.
A. 816. _Avent in longo pertigas quatordice in transverso, de uno capo
pedes dece, de alio nove in traverso_.... _de uno capo duas pedis,
cinque de alio capo_. (Carta pisana, nel MURATORI, Diss. cit., 481.)
A. 818. Ghisalperga, badessa di S. Lucia in Lucca, nomina rettore
della chiesa di S. Pietro di Nocchi un prete Romualdo, il quale dal
canto suo si obbliga a _bene lavorare_ i terreni di detta chiesa, e a
dare ogn’anno alla badessa _medietatem vinum purum_.... _et medietatem
castanie, et medietatem fica sicche_. (_Docum. Lucch._, Suppl. al
tom. IV, pag. 23.)
A. 846. Finchè Ambrogio vescovo di Lucca conserverà badessa di S.
Pietro _Ildicunda_, e la lascerà padrona di tutti i beni del monastero,
un tal Ghisolfo, probabilmente parente di lei, si obbliga a _reddere
per singulos annos_ al vescovo _uno vestito caprino testo in sirico, et
uno tappite_. (_Ibid._, pag. 40.)
A. 850. _Per longu passi sidici et gubita trea et pede unu_. (Carta
nocerina, nel _Cod. Dipl. Cav._, tom. I, pag. 40.)
A. 857. _In locu nominato casamavile_. (_Ibid._, pag. 63.)—_Ut dare in
cambio_.... _ipsa terra sua, qui dicitur ad casa amabele_. (Pag. 65.)
Frequenti son pure i soprannomi volgari. In una carta modenese
dell’anno 918, incontriamo un _Lampertus, qui supernominatur
Cavinsacco_ (capo–in–sacco). In una lucchese, del 941, facciamo
conoscenza, poco gradita in verità, con _Johannes clericus, qui Rabia
vocatur_; e, nel 905, re Berengario donava a un monastero i beni di
un altro Giovanni, _qui alio nomine Bracca curta_, [braca–corta]
_vocitabatur_. (MURATORI, Diss. cit., 491.)
In un documento lucchese del 980 (Suppl. al tom. IV, pag. 101–2),
sono espressamente nominate in volgare una quarantina di ville, come
_Valiano_, _Ferugnano_, _Monte alto_, _Perglone_, _Valle_, _Aliga_,
_Appiano_, _Casale Lapidi_, _Vivaja_, _Marciano_, _Collecarelli_,
_Carbona in Cercino_, ecc. Ma quasi non ce n’è più bisogno; perchè
in una carta originale dell’archivio di Montecassino, scritta nel
960, troviamo finalmente un intero periodetto quasi tutto volgare.
Questa preziosissima carta, pubblicata prima dal Gattola e poi anche
dal Tosti,[67] è un placito di Arechiso, giudice capuano, per una
lite di confini tra il Monastero cassinese e un tal Rudelgrimo di
Aquino. Ognuno de’ testimoni, tenendo con una mano l’_abbreviatura_
delle carte processuali, e toccandola con l’altra mano, dice: _Sao ko_
[come] _kelle terre per kelle fini, que ki contene,[68] trenta anni
le passette_ [possedette] _parte Sancti Benedicti_. E queste parole
son ripetute nel placito ben quattro volte, con lievissime differenze,
più grafiche, che di sostanza, e dal cui confronto risulta la nostra
lezione.
Sulla data e autenticità di questo vero cimelio, il quale basterebbe
da solo a provare che verso il mille il latino doveva già esser morto
e sepolto da un pezzo, non c’è, nè ci può essere, ombra di dubbio.[69]
E la sua importanza si accresce grandemente, considerando che esso si
trova, per dir così, solitario; poichè, dimostrata ormai ad esuberanza
la falsità delle pretese _Carte d’Arborèa_;[70] dimostrato che non è
del 1000, ma del 1606, la iscrizione volgare di Monte San Giuliano
in Sicilia;[71] passa ancora un secolo, prima che si trovi un altro
documento autentico e di data certa, che sia degno di stargli vicino.
Le singole forme volgari, che potremmo ancora spigolare qua e là
abbondantemente, farebbero al suo confronto una ben magra figura; e
solo nella seconda metà del secolo XI abbiamo una carta sarda, la
quale, tenuto conto della stretta somiglianza che gl’idiomi di Sardegna
hanno anche oggi col latino,[72] può quasi considerarsi come del tutto
volgare. Eccone, per saggio, le prime righe: _In nomine Domini. Amen.
Ego judice Mariano de Lacon fazo ista carta ad honore de omnes homines
de Pisas, per xu toloneu ci_ [ki] _mi pecterunt_ [per il dazio che
mi domandarono], _e ego donolislu_ [donoglielo], _per ca li sso ego_
[perchè gli sono io] _amica caru, e itsos a mimi_ [ed essi a me].[73]
Secondo il compianto Löwe, appartiene al sec. XI anche una _Formula di
Confessione_, contenuta in un codice proveniente dall’antico monastero
benedettino di S. Eutizio presso Norcia, e ora nella Vallicelliana di
Roma.[74] È una specie di guida o promemoria per la confessione. Il
supposto penitente, dopo aver detto tre volte: _Domine, mea culpa_,
dichiara con frasi latine o semilatine di confessarsi, davanti a Dio,
alla Madonna e a tutti i Santi e le Sante, d’ogni peccato commesso,
_da lu battismu_ suo, _usque in ista hora_; e quindi prosegue,
specificandone alcuni più grossi: _Me accuso de lu corpus Dei, k’io
indignamente lu accepi. Me accuso de li mei adpatrini_ [confessori],
_et de quelle penitentie k’illi me pusero e nnoll’observai. Me accuso
de lu genitore meu et de la genitrice mia et de li proximi mei, ke ce
non abbi quella dilectione ke me senior Dominideu commandao. Me accuso
de li mei sanctuli_ [padrini, compari] _e de lu sanctu baptismu, ke
promiseru pro me et noll’obsevai. Me accuso de la decema et de la
primitia et de offertione, ke nno la dei siccomo far dibbi. Me accuso
de le sancte quadragessime et de le vigilie de l’apostoli et de le
jejunia .IIII.^[or] tempora, k’io noll’observai. Me accuso de la sancta
treva_ [tregua], _k’io noll’observai siccomo promisi_, eccetera,
eccetera, finchè s’arriva all’assoluzione.
Del principio del sec. XII, e precisamente dell’anno 1104 o 1122,
abbiamo la nota carta rossanese, di cui sarebbe desiderabile che
qualcuno ritrovasse l’originale e ce ne desse un’edizione migliore di
quella dell’Ughelli,[75] la quale, come già avvertiva il Muratori
(Diss. cit., 512), deve avere parecchie inesattezze di trascrizione.
Comunque sia, eccone qui uno de’ passi più ricchi di forme prettamente
volgari:..... _et cala allo vallone de donna Leo, et lo vallone
Apendino ferit a la via che vene ad Santo Jorio, et volta supra l’ara
de li maracini_ [_Maracini?_].....
Dell’anno 1193 abbiamo una carta, scritta nel territorio di Fermo,
e nella quale, tra l’altre, s’incontrano queste locuzioni: _unu
mese poi_—_non volese redere li denari_—_se questo avere se_ [si]
_perdesse_—_fose palese per la terra_—_ke la mitade se ne fose ad
resicu de Johanni de tuctu_.[76]
Ognun vede però, che questi documenti appartengono tutti alla storia
della lingua, e non alla _letteratura_ propriamente detta. Ma nel sec.
XII ne abbiamo anche tre altri, che possono considerarsi come letterari.
Il primo è la notissima iscrizione del Duomo di Ferrara, che nella sua
forma più antica diceva così:
Li mile cento trenta cenqe nato,
Fo questo tempio a S. Gogio donato
Da Glelmo ciptadin per so amore,
E mea fo l’opra Nicolao Scolptore.
I dubbi sollevati sull’autenticità di questo documento furono
strenuamente combattuti dall’Affò,[77] e li crede addirittura
infondati anche il Monaci.[78]
Il secondo son quattro versi, che alludono all’impresa di Casteldardo,
assalito e distrutto dai Bellunesi nel 1193:
De Casteldart havi li nostri bona part;
I lo zettò tutto intro lo fiume d’Art;
E sex cavalier di Tarvis li plui fer
Con sè duse i nostri presoner.[79]
Il terzo, letterariamente più importante di tutti, è però opera di
un trovatore provenzale, Rambaldo di Vaqueiras, che in una canzone
o contrasto bilingue, scritto senza alcun dubbio pochi anni prima
della fine del secolo, fa parlare per ben quattro strofe in genovese
una donna, la quale, per la buona ragione che è già maritata, non
vuoi corrispondere alle proteste di amore che egli le vien facendo in
provenzale. Eccone per saggio una strofa, secondo la lezione del conte
Galvani:
Jujar,[80] to provenzalesco,
Si ben s’engauza de mi,[81]
Non lo prezo un genoì,[82]
Nè t’entend chiù d’un Toesco
O Sardesco o Barbari,[83]
Ni non ho cura de ti:
Vo’ ti cavillar con mego?
Se lo sa lo meo marì,
Malo piato avrai con sego.
Bel Messer, vero ve di’:
Non vollio questo latì;[84]
Frare, zo aia una fi;[85]
Provenzal, va, mal vestì,
Lagame star.[86]
A questi tre documenti potrebbe anche aggiungersi la poesia che va
sotto il nome di _messer lo Re Giovanni_;[87] perchè, se realmente
ne fu autore il suocero di Federigo II, Giovanni di Brienne; essendo
egli nato nel 1158, e codesta poesia avendo un carattere erotico
molto vivace, deve probabilmente averla scritta prima della fine del
secolo, quando cioè il sangue gli bolliva ancora. E potrebbe altresì
aggiungervisi il così detto _Ritmo Cassinese_, essendo probabile che,
tra quelli che lo vogliono del sec. XI e quelli che lo vogliono del
XIII, abbiano ragione coloro i quali, come il Monaci, lo ritengono
del XII.[88] Al qual tempo è forse da assegnare anche il _Ritmo_
della Laurenziana, pubblicato dal Bandita,[89] e i ventidue _Sermoni
Gallo–italici_, pubblicati dal Foerster[90] e scritti in un linguaggio
che ha qua e là forme francesi, ma il cui fondo appartiene all’Italia
settentrionale.[91]
Potremmo tuttavia non tener conto di questi quattro ultimi documenti,
e anche del contrasto del trovatore provenzale; poichè basterebbero
l’iscrizione di Ferrara e i versi bellunesi, per affermare che fin dal
sec. XII i nostri volgari cominciarono, scarsamente, rozzamente quanto
si vuole, ma cominciarono, ad essere usati in componimenti letterati.
Intanto però che qui si movevano appena i primissimi passi (e in parte
si movevano, come abbiamo veduto, per opera di un provenzale e d’un
francese), la letteratura francese e la provenzale erano già in pieno
fiore; anzi, la seconda già cominciava a decadere.
Le ragioni di questa differenza tra l’Italia e la Francia possono
esser parecchie, ma la principale è quella che abbiamo già accennata:
gl’Italiani, considerando l’impero e la lingua di Roma come cosa e
gloria propria, si ostinavano a scrivere in latino, o almeno in un
volgare latinizzato. Latino e volgare furono sempre in lotta tra noi;
si può anzi dire che questa lotta forma il carattere più spiccato della
lingua e della letteratura italiana, e non è ancora interamente cessata.
Al cadere del VI secolo, san Gregorio Magno, papa, faceva una solenne
lavata di capo a Desiderio vescovo di Vienna in Francia, perche
dava lezioni di grammatica latina. «Ci si riferisce un fatto,» gli
scriveva, «che non possiamo ripetere, senza arrossirne. Dicono che tu,
o fratello, dài lezioni di grammatica. Noi ne siamo vivissimamente
afflitti e sdegnati......., perche le lodi di Giove non possono stare
in una medesima bocca insieme con quelle di Cristo.»[92]
In quanto a sè, poi, il pontefice, benchè dottissimo, diceva di non
curarsi a d’evitare la confusione del barbarismo, e di disprezzare
l’esatta collocazione delle preposizioni, e l’osservanza dei casi
da esse richiesti; poichè gli pareva «una vera profanazione (_quia
indignum vehementer existimo_) il restringere la parola del celeste
oracolo sotto le regole del grammatico Donato.»[93]
Verso la metà del sec. VIII, un prete della diocesi di Magonza, avendo
forse seguìto alla lettera gli ammonimenti già dati da Gregorio Magno,
battezzò un bambino con queste parole: _Ego te baptiso in nomine Patria
et Filia et Spiritus Sancti_; onde nacque il dubbio che il battesimo,
amministrato così, potesse non esser valido, e la questione fu portata
davanti a papa Zaccaria.[94] Nello stesso secolo, a Roma, perfino le
lettere de’ papi non rispettavano più nè le leggi della grammatica, nè
quelle della logica.[95]
Ma, in generale, il fervore cristiano contro la latinità classica
produsse i suoi effetti più di là dalle Alpi, che in Italia, dove,
anche ne’ tempi più tenebrosi, la coltura non fu mai esclusivo
patrimonio de’ chierici; e dove anzi, specialmente fuori di Roma, i
chierici stessi coltivavano spesso con ardore e con intenti artistici
le letterature antiche; sicchè, mentre presso le altre nazioni
fiorivano, e assai più che tra noi, i soli studi teologici, qui invece
erano in maggior onore i profani; e mentre sorgeva poi nell’Università
parigina la più celebre scuola di teologia, nelle Università italiane
venivano massimamente in fiore la giurisprudenza e la medicina.[96]
Carlo Magno, che aveva avuto per maestro di latino un italiano,
Pietro da Pisa; e che dalla nostra Parma aveva condotto con sè alla
sua corte il dotto anglosassone Alcuino; e che aveva potuto vedere
come in Lombardia, perfino ne’ villaggi, ci fossero scuole pubbliche,
dove i parrochi insegnavano i primi rudimenti letterali;[97] tentò di
ridestare di là dalle Alpi il culto de’ buoni studi, raccomandandolo
ai chierici con l’_Encyclica de Litteris colendis_ dell’anno 787,
e ordinando loro, col capitolare del 789 (§ 71), d’aprire in tutti
i monasteri e gli episcòpi scuole di grammatica, di calcolo, di
musica.[98] Volendo poi dare, egli per primo, il buon esempio, fondò
nel suo palazzo in Aquisgrana la così detta _Scuola palatina_, cioè
una specie d’accademia, della quale faceva parte egli stesso, i suoi
maestri, i suoi favoriti, i suoi figli e perfino le sue figlie. Ma
il nobile tentativo, rispetto al laicato, attecchì in generale così
poco, che nell’813 il Concilio di Magonza, convocato per ordine del
medesimo Carlo Magno, nel canone XLV ordinava, che ognuno dovesse,
se non poteva in latino, imparare almeno _in sua lingua_ l’orazione
domenicale.[99] E, venti o trent’anni dopo, Lupo Servato, abate di
Ferrières, scrivendo al celebre Eginardo, già allievo della _Scuola
palatina_, e ministro, amico e biografo del grande Imperatore, si
doleva che, morto questo, gli studi si fossero quasi spenti di nuovo,
e che fosse veduto di mal occhio chiunque desiderava d’imparar qualche
cosa.[100] Nè va dimenticato, che la coltura classica in Francia
trovava anche un formidabile ostacolo nella penuria de’ codici, la
quale era incomparabilmente maggiore che tra noi; giacchè non pare
che i nostri vicini avessero allora l’abitudine di portarceli via:
tutt’al più, ce li chiedevano in prestito. Difatti, lo stesso Lupo
di Ferrières, verso l’anno 855, si raccomandava a mani giunte a papa
Benedetto III, perchè gli mandasse da Roma alcuni libri: tra gli altri,
un _De Oratore_ di Cicerone e un Quintiliano, de’ quali i suoi frati
possedevano solo qualche pezzo; e lo assicurava che, appena trascritti,
glieli avrebbe scrupolosamente restituiti.[101]
Avendo dunque i laici in Francia trascurato il latino, e i chierici
essendosene serviti quasi esclusivamente per le materie religiose,
è naturale che là si principiasse a scrivere i nuovi idiomi prima
che qui da noi, dove il latino pesava come una cappa di piombo sui
disprezzati volgari. I quali poi, dopo il mille, cominciarono a
trovarsi addosso anche il provenzale e il francese, che a poco a poco
invasero con due nuove e attraenti letterature l’Italia.
Sicchè la patria nostra, ne’ secoli XII, XIII e parte del XIV,
presenta un fenomeno letterario, unico, io credo, nella storia. Il
più de’ dotti scrivono il latino; altri scrivono il provenzale; altri
il francese; altri, i loro particolari idiomi nativi; altri sono in
grado di scrivere due, tre, quattro di queste lingue; altri infine ne
fanno un miscuglio, che non si sa bene cosa sia; e il popolo nostro,
specialmente quello della media e dell’alta Italia, le capisce tutte,
salvo in parte il latino; e s’affolla su per le piazze a sentire i
canti dei trovieri e dei giullari, finchè, come accadde nel 1288
a Bologna, un decreto del Senato non prescriva che i Cantatores
_Franciginorum in plateis Communis ad cantandum.... omnino morari non
possint nec debeant_, sotto pena, nientemeno, della fustigazione in
pubblico, e altre maggiori per i recidivi.[102]