A. 748. _Una libra cera_ ... _perexolvant_. (_Ibid._, pag. 26.)

A. 759. _Reddere debeamus uno soldo bono expendibile._ (_Ibid._, pag.

39–40.)

A. 765. Rissolfo prete dona tutti i suoi beni a due Chiese del

territorio di Lucca, a condizione però, che con una parte delle rendite

si dia da pranzo per tre giorni d’ogni settimana a ventiquattro poveri;

e fissa egli stesso il _menu_ del pasto: _Prandium eorum tali sit per

omnem septimana: scaphilo grano pane cocto, et duo congia vino, et duo

congia de pulmentario faba et panico mixto, bene spisso, et condito de

uncto aut oleo_. (_Ibid_., pag. 55.)

A. 776. _Reddere promettimus una anfora vino_ ... _et uno porcello_.

(_Ibid._, pag. 90.)

A. 777. _Signum_ † _manus Garibaldi, filio quondam Placito da Porta

Argenta, testis._ (Carta milanese, nel MURATORI, Diss. cit., 479.)

A. 788. _Constat me Arimundi filio bone memorie Desiderio de Civitate

astense accepisse et accepi ad te Augustino Clericus dinarios argenteos

nomeri trigenta, fenido_ [finito, intero?] _precio pro pecia una de

campo, quam avere viso sum inter consortis et germanos meos ex integrum

mea porcione de ipso campo et cum antecessura de pradello._ (_Hist.

patr. Mon._, vol. cit., pag. 23.)

A. 792. Un contadino prende a coltivare un podere da Giovanni, vescovo

di Lacca, e si obbliga a dargli ogni anno, tra l’altre cose, _mediatate

vino puro_. (_Docum. Lucch._, tom. cit., pag. 138.)

A. 799. _Alia pettia de terra in ipsu locum abentes fine de duas parti

fine bia._ (Carta salernitana, nel _Codex Diplomatica Cavensis_; tom.

I, pag. 4.)

Da documenti di questi stessi tempi risulta che a Roma si diceva _Porta

Majore_ nel nominativo;[65] e nel _Liber Pontificalis_ di Agnello

Ravennate,[66] scritto nella prima metà del IX secolo, abbiamo un

curiosissimo fatto. Quando Carlo Magno passò per Ravenna, l’arcivescovo

Grazioso e altri lo invitarono a pranzo; e i maggiorenti del clero,

conoscendo il loro arcivescovo per uomo di _gran semplicità_, lo

ammonirono in buoni termini, perchè alla presenza del sovrano non se ne

lasciasse scappare qualcuna delle sue.—_Domine, retine simplicitatem

tuam, et cave ne aliqua loquaris quae apta non sint_.—No, figlioli,

no; mi turerò la bocca (_Non, filii, non, sed oppilo os_), rispose

l’arcivescovo. Ma quando furono a tavola, il brav’omo, vedendo forse

che Carlo mangiava poco, saltò su a dirgli: _Pappa, Domine mi Rex,

pappa!_ Carlo, com’è naturale, si maravigliò (_admiratus est_) di quel

_pappa_; e allora gli altri preti (figuriamoci con che premura!) gli

spiegarono che l’arcivescovo, nella sua _gran semplicità_, con quelle

parole non aveva punto inteso _nè ingiuriarlo_, _nè beffarlo_, ma

solamente esortarlo a mangiare, come una madre fa col bambino. _Ecce

vere Israelita, in quo dolus non est_, esclamò il Re; e divenne così

benigno verso Grazioso, che gli concesse poi tutto ciò che volle. È

dunque evidente che il verbo _pappare_ aveva già nell’uso vivo il

significato ingiurioso o burlesco (_injuriae aut illusionis_) di

_mangiare ingordamente_, mentre invece in latino pare che si dicesse

de’ soli bambini, quando chiedono il cibo, o quando mangian la _pappa_.

A. 816. _Avent in longo pertigas quatordice in transverso, de uno capo

pedes dece, de alio nove in traverso_.... _de uno capo duas pedis,

cinque de alio capo_. (Carta pisana, nel MURATORI, Diss. cit., 481.)

A. 818. Ghisalperga, badessa di S. Lucia in Lucca, nomina rettore

della chiesa di S. Pietro di Nocchi un prete Romualdo, il quale dal

canto suo si obbliga a _bene lavorare_ i terreni di detta chiesa, e a

dare ogn’anno alla badessa _medietatem vinum purum_.... _et medietatem

castanie, et medietatem fica sicche_. (_Docum. Lucch._, Suppl. al

tom. IV, pag. 23.)

A. 846. Finchè Ambrogio vescovo di Lucca conserverà badessa di S.

Pietro _Ildicunda_, e la lascerà padrona di tutti i beni del monastero,

un tal Ghisolfo, probabilmente parente di lei, si obbliga a _reddere

per singulos annos_ al vescovo _uno vestito caprino testo in sirico, et

uno tappite_. (_Ibid._, pag. 40.)

A. 850. _Per longu passi sidici et gubita trea et pede unu_. (Carta

nocerina, nel _Cod. Dipl. Cav._, tom. I, pag. 40.)

A. 857. _In locu nominato casamavile_. (_Ibid._, pag. 63.)—_Ut dare in

cambio_.... _ipsa terra sua, qui dicitur ad casa amabele_. (Pag. 65.)

Frequenti son pure i soprannomi volgari. In una carta modenese

dell’anno 918, incontriamo un _Lampertus, qui supernominatur

Cavinsacco_ (capo–in–sacco). In una lucchese, del 941, facciamo

conoscenza, poco gradita in verità, con _Johannes clericus, qui Rabia

vocatur_; e, nel 905, re Berengario donava a un monastero i beni di

un altro Giovanni, _qui alio nomine Bracca curta_, [braca–corta]

_vocitabatur_. (MURATORI, Diss. cit., 491.)

In un documento lucchese del 980 (Suppl. al tom. IV, pag. 101–2),

sono espressamente nominate in volgare una quarantina di ville, come

_Valiano_, _Ferugnano_, _Monte alto_, _Perglone_, _Valle_, _Aliga_,

_Appiano_, _Casale Lapidi_, _Vivaja_, _Marciano_, _Collecarelli_,

_Carbona in Cercino_, ecc. Ma quasi non ce n’è più bisogno; perchè

in una carta originale dell’archivio di Montecassino, scritta nel

960, troviamo finalmente un intero periodetto quasi tutto volgare.

Questa preziosissima carta, pubblicata prima dal Gattola e poi anche

dal Tosti,[67] è un placito di Arechiso, giudice capuano, per una

lite di confini tra il Monastero cassinese e un tal Rudelgrimo di

Aquino. Ognuno de’ testimoni, tenendo con una mano l’_abbreviatura_

delle carte processuali, e toccandola con l’altra mano, dice: _Sao ko_

[come] _kelle terre per kelle fini, que ki contene,[68] trenta anni

le passette_ [possedette] _parte Sancti Benedicti_. E queste parole

son ripetute nel placito ben quattro volte, con lievissime differenze,

più grafiche, che di sostanza, e dal cui confronto risulta la nostra

lezione.

Sulla data e autenticità di questo vero cimelio, il quale basterebbe

da solo a provare che verso il mille il latino doveva già esser morto

e sepolto da un pezzo, non c’è, nè ci può essere, ombra di dubbio.[69]

E la sua importanza si accresce grandemente, considerando che esso si

trova, per dir così, solitario; poichè, dimostrata ormai ad esuberanza

la falsità delle pretese _Carte d’Arborèa_;[70] dimostrato che non è

del 1000, ma del 1606, la iscrizione volgare di Monte San Giuliano

in Sicilia;[71] passa ancora un secolo, prima che si trovi un altro

documento autentico e di data certa, che sia degno di stargli vicino.

Le singole forme volgari, che potremmo ancora spigolare qua e là

abbondantemente, farebbero al suo confronto una ben magra figura; e

solo nella seconda metà del secolo XI abbiamo una carta sarda, la

quale, tenuto conto della stretta somiglianza che gl’idiomi di Sardegna

hanno anche oggi col latino,[72] può quasi considerarsi come del tutto

volgare. Eccone, per saggio, le prime righe: _In nomine Domini. Amen.

Ego judice Mariano de Lacon fazo ista carta ad honore de omnes homines

de Pisas, per xu toloneu ci_ [ki] _mi pecterunt_ [per il dazio che

mi domandarono], _e ego donolislu_ [donoglielo], _per ca li sso ego_

[perchè gli sono io] _amica caru, e itsos a mimi_ [ed essi a me].[73]

Secondo il compianto Löwe, appartiene al sec. XI anche una _Formula di

Confessione_, contenuta in un codice proveniente dall’antico monastero

benedettino di S. Eutizio presso Norcia, e ora nella Vallicelliana di

Roma.[74] È una specie di guida o promemoria per la confessione. Il

supposto penitente, dopo aver detto tre volte: _Domine, mea culpa_,

dichiara con frasi latine o semilatine di confessarsi, davanti a Dio,

alla Madonna e a tutti i Santi e le Sante, d’ogni peccato commesso,

_da lu battismu_ suo, _usque in ista hora_; e quindi prosegue,

specificandone alcuni più grossi: _Me accuso de lu corpus Dei, k’io

indignamente lu accepi. Me accuso de li mei adpatrini_ [confessori],

_et de quelle penitentie k’illi me pusero e nnoll’observai. Me accuso

de lu genitore meu et de la genitrice mia et de li proximi mei, ke ce

non abbi quella dilectione ke me senior Dominideu commandao. Me accuso

de li mei sanctuli_ [padrini, compari] _e de lu sanctu baptismu, ke

promiseru pro me et noll’obsevai. Me accuso de la decema et de la

primitia et de offertione, ke nno la dei siccomo far dibbi. Me accuso

de le sancte quadragessime et de le vigilie de l’apostoli et de le

jejunia .IIII.^[or] tempora, k’io noll’observai. Me accuso de la sancta

treva_ [tregua], _k’io noll’observai siccomo promisi_, eccetera,

eccetera, finchè s’arriva all’assoluzione.

Del principio del sec. XII, e precisamente dell’anno 1104 o 1122,

abbiamo la nota carta rossanese, di cui sarebbe desiderabile che

qualcuno ritrovasse l’originale e ce ne desse un’edizione migliore di

quella dell’Ughelli,[75] la quale, come già avvertiva il Muratori

(Diss. cit., 512), deve avere parecchie inesattezze di trascrizione.

Comunque sia, eccone qui uno de’ passi più ricchi di forme prettamente

volgari:..... _et cala allo vallone de donna Leo, et lo vallone

Apendino ferit a la via che vene ad Santo Jorio, et volta supra l’ara

de li maracini_ [_Maracini?_].....

Dell’anno 1193 abbiamo una carta, scritta nel territorio di Fermo,

e nella quale, tra l’altre, s’incontrano queste locuzioni: _unu

mese poi_—_non volese redere li denari_—_se questo avere se_ [si]

_perdesse_—_fose palese per la terra_—_ke la mitade se ne fose ad

resicu de Johanni de tuctu_.[76]

Ognun vede però, che questi documenti appartengono tutti alla storia

della lingua, e non alla _letteratura_ propriamente detta. Ma nel sec.

XII ne abbiamo anche tre altri, che possono considerarsi come letterari.

Il primo è la notissima iscrizione del Duomo di Ferrara, che nella sua

forma più antica diceva così:

Li mile cento trenta cenqe nato,

Fo questo tempio a S. Gogio donato

Da Glelmo ciptadin per so amore,

E mea fo l’opra Nicolao Scolptore.

I dubbi sollevati sull’autenticità di questo documento furono

strenuamente combattuti dall’Affò,[77] e li crede addirittura

infondati anche il Monaci.[78]

Il secondo son quattro versi, che alludono all’impresa di Casteldardo,

assalito e distrutto dai Bellunesi nel 1193:

De Casteldart havi li nostri bona part;

I lo zettò tutto intro lo fiume d’Art;

E sex cavalier di Tarvis li plui fer

Con sè duse i nostri presoner.[79]

Il terzo, letterariamente più importante di tutti, è però opera di

un trovatore provenzale, Rambaldo di Vaqueiras, che in una canzone

o contrasto bilingue, scritto senza alcun dubbio pochi anni prima

della fine del secolo, fa parlare per ben quattro strofe in genovese

una donna, la quale, per la buona ragione che è già maritata, non

vuoi corrispondere alle proteste di amore che egli le vien facendo in

provenzale. Eccone per saggio una strofa, secondo la lezione del conte

Galvani:

Jujar,[80] to provenzalesco,

Si ben s’engauza de mi,[81]

Non lo prezo un genoì,[82]

Nè t’entend chiù d’un Toesco

O Sardesco o Barbari,[83]

Ni non ho cura de ti:

Vo’ ti cavillar con mego?

Se lo sa lo meo marì,

Malo piato avrai con sego.

Bel Messer, vero ve di’:

Non vollio questo latì;[84]

Frare, zo aia una fi;[85]

Provenzal, va, mal vestì,

Lagame star.[86]

A questi tre documenti potrebbe anche aggiungersi la poesia che va

sotto il nome di _messer lo Re Giovanni_;[87] perchè, se realmente

ne fu autore il suocero di Federigo II, Giovanni di Brienne; essendo

egli nato nel 1158, e codesta poesia avendo un carattere erotico

molto vivace, deve probabilmente averla scritta prima della fine del

secolo, quando cioè il sangue gli bolliva ancora. E potrebbe altresì

aggiungervisi il così detto _Ritmo Cassinese_, essendo probabile che,

tra quelli che lo vogliono del sec. XI e quelli che lo vogliono del

XIII, abbiano ragione coloro i quali, come il Monaci, lo ritengono

del XII.[88] Al qual tempo è forse da assegnare anche il _Ritmo_

della Laurenziana, pubblicato dal Bandita,[89] e i ventidue _Sermoni

Gallo–italici_, pubblicati dal Foerster[90] e scritti in un linguaggio

che ha qua e là forme francesi, ma il cui fondo appartiene all’Italia

settentrionale.[91]

Potremmo tuttavia non tener conto di questi quattro ultimi documenti,

e anche del contrasto del trovatore provenzale; poichè basterebbero

l’iscrizione di Ferrara e i versi bellunesi, per affermare che fin dal

sec. XII i nostri volgari cominciarono, scarsamente, rozzamente quanto

si vuole, ma cominciarono, ad essere usati in componimenti letterati.

Intanto però che qui si movevano appena i primissimi passi (e in parte

si movevano, come abbiamo veduto, per opera di un provenzale e d’un

francese), la letteratura francese e la provenzale erano già in pieno

fiore; anzi, la seconda già cominciava a decadere.

Le ragioni di questa differenza tra l’Italia e la Francia possono

esser parecchie, ma la principale è quella che abbiamo già accennata:

gl’Italiani, considerando l’impero e la lingua di Roma come cosa e

gloria propria, si ostinavano a scrivere in latino, o almeno in un

volgare latinizzato. Latino e volgare furono sempre in lotta tra noi;

si può anzi dire che questa lotta forma il carattere più spiccato della

lingua e della letteratura italiana, e non è ancora interamente cessata.

Al cadere del VI secolo, san Gregorio Magno, papa, faceva una solenne

lavata di capo a Desiderio vescovo di Vienna in Francia, perche

dava lezioni di grammatica latina. «Ci si riferisce un fatto,» gli

scriveva, «che non possiamo ripetere, senza arrossirne. Dicono che tu,

o fratello, dài lezioni di grammatica. Noi ne siamo vivissimamente

afflitti e sdegnati......., perche le lodi di Giove non possono stare

in una medesima bocca insieme con quelle di Cristo.»[92]

In quanto a sè, poi, il pontefice, benchè dottissimo, diceva di non

curarsi a d’evitare la confusione del barbarismo, e di disprezzare

l’esatta collocazione delle preposizioni, e l’osservanza dei casi

da esse richiesti; poichè gli pareva «una vera profanazione (_quia

indignum vehementer existimo_) il restringere la parola del celeste

oracolo sotto le regole del grammatico Donato.»[93]

Verso la metà del sec. VIII, un prete della diocesi di Magonza, avendo

forse seguìto alla lettera gli ammonimenti già dati da Gregorio Magno,

battezzò un bambino con queste parole: _Ego te baptiso in nomine Patria

et Filia et Spiritus Sancti_; onde nacque il dubbio che il battesimo,

amministrato così, potesse non esser valido, e la questione fu portata

davanti a papa Zaccaria.[94] Nello stesso secolo, a Roma, perfino le

lettere de’ papi non rispettavano più nè le leggi della grammatica, nè

quelle della logica.[95]

Ma, in generale, il fervore cristiano contro la latinità classica

produsse i suoi effetti più di là dalle Alpi, che in Italia, dove,

anche ne’ tempi più tenebrosi, la coltura non fu mai esclusivo

patrimonio de’ chierici; e dove anzi, specialmente fuori di Roma, i

chierici stessi coltivavano spesso con ardore e con intenti artistici

le letterature antiche; sicchè, mentre presso le altre nazioni

fiorivano, e assai più che tra noi, i soli studi teologici, qui invece

erano in maggior onore i profani; e mentre sorgeva poi nell’Università

parigina la più celebre scuola di teologia, nelle Università italiane

venivano massimamente in fiore la giurisprudenza e la medicina.[96]

Carlo Magno, che aveva avuto per maestro di latino un italiano,

Pietro da Pisa; e che dalla nostra Parma aveva condotto con sè alla

sua corte il dotto anglosassone Alcuino; e che aveva potuto vedere

come in Lombardia, perfino ne’ villaggi, ci fossero scuole pubbliche,

dove i parrochi insegnavano i primi rudimenti letterali;[97] tentò di

ridestare di là dalle Alpi il culto de’ buoni studi, raccomandandolo

ai chierici con l’_Encyclica de Litteris colendis_ dell’anno 787,

e ordinando loro, col capitolare del 789 (§ 71), d’aprire in tutti

i monasteri e gli episcòpi scuole di grammatica, di calcolo, di

musica.[98] Volendo poi dare, egli per primo, il buon esempio, fondò

nel suo palazzo in Aquisgrana la così detta _Scuola palatina_, cioè

una specie d’accademia, della quale faceva parte egli stesso, i suoi

maestri, i suoi favoriti, i suoi figli e perfino le sue figlie. Ma

il nobile tentativo, rispetto al laicato, attecchì in generale così

poco, che nell’813 il Concilio di Magonza, convocato per ordine del

medesimo Carlo Magno, nel canone XLV ordinava, che ognuno dovesse,

se non poteva in latino, imparare almeno _in sua lingua_ l’orazione

domenicale.[99] E, venti o trent’anni dopo, Lupo Servato, abate di

Ferrières, scrivendo al celebre Eginardo, già allievo della _Scuola

palatina_, e ministro, amico e biografo del grande Imperatore, si

doleva che, morto questo, gli studi si fossero quasi spenti di nuovo,

e che fosse veduto di mal occhio chiunque desiderava d’imparar qualche

cosa.[100] Nè va dimenticato, che la coltura classica in Francia

trovava anche un formidabile ostacolo nella penuria de’ codici, la

quale era incomparabilmente maggiore che tra noi; giacchè non pare

che i nostri vicini avessero allora l’abitudine di portarceli via:

tutt’al più, ce li chiedevano in prestito. Difatti, lo stesso Lupo

di Ferrières, verso l’anno 855, si raccomandava a mani giunte a papa

Benedetto III, perchè gli mandasse da Roma alcuni libri: tra gli altri,

un _De Oratore_ di Cicerone e un Quintiliano, de’ quali i suoi frati

possedevano solo qualche pezzo; e lo assicurava che, appena trascritti,

glieli avrebbe scrupolosamente restituiti.[101]

Avendo dunque i laici in Francia trascurato il latino, e i chierici

essendosene serviti quasi esclusivamente per le materie religiose,

è naturale che là si principiasse a scrivere i nuovi idiomi prima

che qui da noi, dove il latino pesava come una cappa di piombo sui

disprezzati volgari. I quali poi, dopo il mille, cominciarono a

trovarsi addosso anche il provenzale e il francese, che a poco a poco

invasero con due nuove e attraenti letterature l’Italia.

Sicchè la patria nostra, ne’ secoli XII, XIII e parte del XIV,

presenta un fenomeno letterario, unico, io credo, nella storia. Il

più de’ dotti scrivono il latino; altri scrivono il provenzale; altri

il francese; altri, i loro particolari idiomi nativi; altri sono in

grado di scrivere due, tre, quattro di queste lingue; altri infine ne

fanno un miscuglio, che non si sa bene cosa sia; e il popolo nostro,

specialmente quello della media e dell’alta Italia, le capisce tutte,

salvo in parte il latino; e s’affolla su per le piazze a sentire i

canti dei trovieri e dei giullari, finchè, come accadde nel 1288

a Bologna, un decreto del Senato non prescriva che i Cantatores

_Franciginorum in plateis Communis ad cantandum.... omnino morari non

possint nec debeant_, sotto pena, nientemeno, della fustigazione in

pubblico, e altre maggiori per i recidivi.[102]

Origine della lingua italiana: dissertazione · 第 26 / 29 题