I documenti che ci rimangono del francese dell’undecimo secolo (e
siamo costretti a parlar del francese, perchè, insieme col provenzale,
ne’ primi secoli è appunto il più ricco di documenti), ci permettono
di affermare con sicurezza che verso quel tempo il periodo della
formazione della nuova lingua è terminato, ossia che il latino è morto
in Francia definitivamente, e il francese ha finito di nascere; purchè
non si perdano mai di vista quei due canoni filologici:—Ogni anno
si fa un passo verso un nuovo linguaggio;—La parola, piuttosto che
un fatto, è un continuo farsi;—e purchè alle metafore di _morte_ e
di _nascita_ non si dia maggior valore di quello che hanno realmente,
e s’intenda solo che il linguaggio della Francia settentrionale,
nell’undecimo secolo, non aveva più tutti que’ principali caratteri che
lo facevano chiamar latino, e ne aveva invece acquistati altri, che gli
fecero mutar nome, rimanendo pur sempre latino nel fondo.
Se dall’undecimo secolo torniamo indietro, naturalmente i nuovi
caratteri vanno scemando, e crescono invece gli antichi. Nel _Cantico
di Sant’Eulalia_, del nono secolo, s’incontrano ancora certe forme
derivate dal più che perfetto latino (_auret_ da _habuerat_, _pouret_
da _potuerat_, _furet_ da _fuerat_, ecc.),[52] e versi come questi:
E por o fut presentede Maximiien,
Chi rex eret à cels dis sovre pagiens.[53]
Il giuramento che nello stesso secolo, e precisamente nell’anno 842,
Luigi il Germanico prestò, in _romana lingua_, a suo fratello Carlo il
Calvo, e Carlo poi, in _teudisca_, a lui, dice così: _Pro Deo amur et
pro christian poblo et nostro commun salvament, d’ist di_ [de isto
die] _in avant, in quant Deus savir et podir me dunat, si salvarai eo
cist meon fradre Karlo, et in aiudha et in cadhuna cosa, si cum om per
dreit son fradra salvar dift, in o [in eo] quid il mi altresi fazet_
[faciat], _et ab[54] Ludher nul plaid_ [placitum] _nunquam prindrai,
qui, meon vol, cist meon fradre Karle in damno sit._[55]
Che razza di lingua è questa? Vi si scorgono, sì, alcuni speciali
caratteri dell’antico francese;[56] ma pare quasi un miscuglio di
tutte le nuove lingue; pare che non sia ancora risolutamente nessuna di
esse, quantunque non sia più neppure il latino:
Come procede innanzi dall’ardore
Per lo papiro suso un color bruno,
Che non è nero ancora, e ’l bianco muore.[57]
Il fatto però non recherà maraviglia a chi ripensi che più i rami sono
vicini al tronco, e più si somigliano tra loro, e più somigliano anche
al tronco stesso. Più invece se ne staccano, e più vanno acquistando
ognuno caratteri propri. Già il gran Muratori, a proposito di questo
medesimo documento, notava che la lingua francese era di certo molto
più somigliante allora che adesso alla nostra italiana;[58] e, bisogna
aggiungere, tutt’e due somigliavano, assai più che non ora, alle altre
lingue sorelle, e tutte quante poi somigliavano più anche al latino.
Perciò il Littré potè tradurre assai poeticamente, benchè quasi alla
lettera e con lo stesso numero di versi e molto spesso anche con le
stesse rime, tutto l’_Inferno_ di Dante in francese antico.[59]
Su questo punto, dunque, sarebbe inutile recare altre prove, se non ci
giovassero a dimostrare anche altre verità.
Pare strano, per esempio, che il moderno francese _autel_ derivi dal
latino _altare_. Ma chi sappia che nel francese dell’undecimo secolo
si trova _alter_ e più tardi _altel_; chi sappia che in questa lingua
l’_al_ latino (_al_tare), quando sia seguito da altra consonante,
finisce di regola col cambiarsi in _au_ (_au_tel—_al_ba = _au_be,
_al_ter = _au_tre, m_al_va = m_au_ve, p_al_ma = p_au_me, ecc.); e
che l’_a_ latino accentato (alt_a_re), quando non è in posizione, vi
si muta in _e_ (aut_e_l—s_a_l = s_e_l, am_a_rus = am_e_r, n_a_sus =
n_e_z, cl_a_vis = cl_e_f, ecc.); chi sappia che l’_r_ (alta_r_e) mutato
in _l_ (aute_l_) vi s’incontra anche in altre parole (pe_r_egrinus
= pè_l_erin, crib_r_um = crib_l_e, ecc.), e che l’_e_ latina atona,
quand’è al termine della parola (altar_e_), vi scomparisce sempre
(autel—mar_e_ = mer, amar_e_ = aimer, ecc.); chi finalmente sappia
che anche in provenzale s’incontrano le forme _altar_ e _autar_,
e che altar si dice a Venezia e a Milano, e _altêr_ in Romagna e
altrove; troverà naturale e logico che in francese si siano avute
successivamente le tre forme: _alter_, _altel_, _autel_; e insieme
avrà non solo una prova del fatto che le lingue romanze somigliano
più tra loro e al latino, quanto più si risale il corso dei secoli;
ma avrà altresì un’idea del metodo che oggi si segue nelle indagini
etimologiche, e del posto importantissimo che in tali indagini tengono
i dialetti.
Prima di questo metodo, non sapendosi spiegare come il francese _âme_
potesse derivare dal latino _anima_, si diceva derivato dal gotico
_ahma_ (soffio, anima). Oggi invece, essendosi accertato che nel
nono secolo i Francesi scrivevano _anima_,[60] nel decimo _anime_,
nell’undecimo _aneme_, e nel decimoterzo _anme_ e _amme_, si trova
naturalissimo che poi passassero ad _âme_; nè c’è punto bisogno
di ricorrere alla parola gotica. Il provenzale _anma_ e _arma_, e
l’italiano _anima_, che in alcuni scrittori e ne’ dialetti è _anema_,
_alma_, _arma_, compiono e illustrano la storia di _âme_. E così
è (per citare un ultimo esempio) dell’italiano _topo_, il quale è
derivato dal lat. _talpa_: primo, per lo scambio di _al_ in _aul
au_ (t_al_pa=_tau_pa), come in «_au_tre» per «_al_tro;» secondo,
di _au_ in _o_ (t_au_pa=t_o_pa), come in «l_o_de» da «l_au_de;»
terzo, col mutamento di genere (_topa_=_topo_), come in _uccello_ da
_avicella_=_aucella_.
Con questo metodo, dunque, si scoprono molto spesso etimologie
inaspettate; ma non è più possibile cadere in quelle aberrazioni, per
cui, ad esempio, il Menagio (1613–1692), con una serie di mutamenti
cervellotici, faceva derivare _alfana_ da _equus_: derivazione che gli
fruttò il grazioso epigramma del cavalier d’Aceilly:
_Alfana_ vient d’_equus_ sans doute;
Mais il faut convenir aussi
Qu’à venir de là jusqu’ici,
Il a bien changé sur la route.