Coloro che seguendo il Diez anche in questa parte non buona del suo
magistrale lavoro, si ostinano ancora a fare del latino due lingue o
quasi due lingue, una letteraria o nobile, e l’altra popolare, volgare
o, peggio, rustica, dicono che da quest’ultima son derivate le lingue
romanze.[42]
Il principe de’ loro argomenti è un fatto che si trova più o meno in
tutte le lingue: la coesistenza, cioè, delle doppie forme, ossia di
vocaboli e modi significanti ora sfumature diverse d’una stessa idea
(SINONIMI, come _uscio_ e _porta_, _bianco_ e _candido_, _salvare_ e
_preservare_), ora invece la stessa idea, senza nessuna differenza
di significato, e solo, ma non sempre, con qualche differenza di
stile, essendo alcuni più o meno particolari alle classi incolte
e altri alle civili; alcuni mezzo invecchiati e altri vivissimi;
alcuni più propri della poesia, altri della prosa (DOPPIONI, come
_scriminatura_, _discriminatura_, _scrima_ e _dirizzatura_, _badessa_ e
_abbadessa_, _escire_ e _uscire_, _gragnuola_ e _grandine_, _morir di
sonno_ e _morir dal sonno_, _farsi alla finestra_ e _affacciarsi alla
finestra_; con un eccetera pur troppo lungo, poichè in italiano, per
nostra disgrazia, questa quasi sempre falsa ricchezza è addirittura
strabocchevole).
Naturalmente anche in latino c’erano moltissimi sinonimi (_janua_
e _porta_, _equus_ e _caballus_, _torus_ e _lectus_, _amare_ e
_diligere_, ecc.); e anche non pochi doppioni (_volgus_ e _vulgus_,
_adjutare_ e _adjuvare_, _bucca_ e _os_, _minaciae_ e _minae_, _putus_
e _puer_, _maledicere aliquem_ e _maledicere alicui_, ecc.); e di
questi doppioni alcuni saranno stati usati indifferentemente l’uno
e l’altro da tutte le classi sociali, come oggi a Firenze _ditale_
e _anello_, _portantina_ e _bussola_, _spartizione_ (de’ capelli)
e _divisa_; altri invece saranno stati i preferiti, più o meno
esclusivamente, dalle classi inferiori, al modo stesso che un popolano
fiorentino dirà forse più volentieri _dota_ e _dolsuto_, che _dote_ e
_doluto_, e sempre poi _doventare_ invece di _diventare_, mentre un
fiorentino educato dice sempre _dote_ e _doluto_, e ora _doventare_,
ora _diventare_, secondo con chi e dove e di che parla. Rispetto poi
ai sinonimi, come il popolano della moderna Roma chiama sempre _porta_
anche l’_uscio_, così è probabile che il popolano della Roma antica
dicesse _porta_ anche quando doveva dir _janua_, e _caballus_ anche
quando doveva dire _equus_.
Or bene, siccome qualche centinaio di questi sinonimi o doppioni
latini, che si credono i preferiti dalla plebe, sono i genitori
legittimi dei corrispondenti vocaboli neolatini, giacchè noi Italiani,
per esempio, non diciamo _giana_ o _gianva_ o _jana_ da _janua_, ma
_porta_ _da_ porta, non _eguo_ o _ieguo_ o _ecquo_, ecc. da _equus_,
ma _cavallo_ da _caballus_; perciò cavando da questo fatto una troppa
larga conseguenza, si è detto e si dice che le lingue romanze
derivino dal latino rustico, o volgare o plebeo. Ma, oltrechè alle
poche centinaia di parole romanze d’origine latina rustica si può
contrapporne molte migliaia d’origine latina nobile, o nobile e rustica
insieme; non bisogna mai dimenticare che l’organismo di dette lingue
poggia quasi interamente sulla comune grammatica latina. Il tronco,
dunque, da cui son germogliati i rami che si chiamano italiano,
francese, spagnolo, ecc., è, in sostanza, il latino di Virgilio e
di Plauto, di Cicerone e di Vitruvio; il latino _togato_ e quello
_tunicato_; insomma, il latino di tutti, quello che parlava _omnis
populus_, come dice Varrone.
Una curiosa riprova di questa verità l’abbiamo nel fatto comunissimo,
che de’ due sinonimi o doppioni latini, il volgare cioè e il civile, se
uno attecchì in una delle nuove lingue, l’altro attecchì in un’altra.
_Ebriacus_, per esempio, che forse era la forma popolare usata invece
di _ebrius_, diede il toscano _ubbriaco_, il romanesco _imbriaco_,
l’antico spagnolo _embriágo_, il provenzale _ebriac_, ecc.; ma l’_ivre_
francese deriva direttamente da _ebrius_ (come il nostro _ebbro_,
del solo uso letterario); sicchè bisognerebbe concluderne che i
Romani andati nella Francia settentrionale, quando si ubbriacavano o
parlavano dell’ubbriachezza, fossero tutte persone civili. E così, se
il volgare _canutus_ diede l’italiano _canuto_, il provenzale _canut_
e il francese _chenu_; dal civile _canus_ è però derivato lo spagnolo
_cano_. Se dall’_allaudare_ o _adlaudare_ di Plauto derivarono il
provenzale _alauzar_, e lo spagnolo e portoghese _alabar_; dal comune
_laudare_ derivarono l’italiano _lodare_ e il francese _louer_.
Se il volgare _salisicia_ (_salis insicia_) o _salsitia_ diede il
toscano _salsiccia_, il siciliano _sosizza_, il francese _saucisse_,
lo spagnuolo _salchicha_, ecc.; a Milano, a Venezia e altrove dicono
ancora _lugànega_, dal latino _lucanica_, usato da Marziale e da
Cicerone.[43] Se noi Italiani e i Francesi non ci contentammo di
derivare _cavallo_ e _cheval_ da _caballus_ e diciamo anche _cavalla_ e
_cavale_ (da _caballa_); gli Spagnoli e i Rumeni dicono, sì, _cavallo_
e _callu_ pel maschio, ma dicono _yegua_ e _épa_ (da _equa_) per la
femmina; ed _ebba_ dicono i Sardi, _egua_ i Portoghesi; ed _egua_
s’incontra anche nel provenzale, _iegue_ nell’antico francese.[44] E se
il latino volgare porta prevalse generalmente su _janua_, questa vive
ancora nel sardo settentrionale _gianna_ e nel meridionale _ennia_, e
vive nel napoletano _votajanne_ (_volta–janne_), grimaldello.
Frequentissimo poi è il caso, che le due forme latine ne abbiano
addirittura generato due (più o meno necessarie) anche nelle nuove
lingue, come è accaduto in italiano da _caecus_ e _orbus_, _mutare_
e _cambiare_, _dolor_ e _cordolium_, _caput_ e _testa_, _vulgus_ e
_volgus_, ecc.
Del resto, chi facesse uno studio diligente sopra ciascuno di que’
vocaboli, che dal Diez[45] e da tutti coloro che hanno ricopiato il suo
elenco, vengono relegati nella categoria dei _rustica_, _vulgaria_,
_sordida_, troverebbe, io credo, da redimerne un bel numero. Perchè
mai, per esempio, dirci che _mamma_ (per _mater_) era voce volgare, se
Varrone presso Nonio attesta che apparteneva al linguaggio de’ bambini?
O che i patrizi non avevan bambini? E Marziale non si servì di questa
voce, per l’appunto come ce ne serviremmo noi Italiani, in qualunque
scrittura familiare, ma niente affatto volgare?
_Mammas_ atque tatas habet Afra; sed ipsa tatarum
Dici et _mammarum_ maxima _mamma_ potest.[46]
E, peggio ancora, perchè dirci che _cludere_ era la forma volgare di
_claudere_, se per quanto si volesse stiracchiare questo o quel testo,
è certo certissimo che fu adoperata innumerevoli volte, e in tutti gli
stili, e da scrittori d’ogni tempo?[47] E perchè, finalmente, mettere
in fascio voci e maniere usate da Plauto e Terenzio, con altre usate da
autori di cinque, o sei, o sette secoli dopo? Che ci si mettano quelle
poche, le quali, come _adjutare_ e _cordolium_, s’incontrano tanto nel
latino arcaico, quanto nel latino della decadenza, sta bene; perchè è
molto probabile che codeste forme, confinate ne’ bassi strati sociali
durante il periodo classico, ritornassero poi a galla col prevalere di
essi; ma quelle che troviamo usate per la prima volta da san Girolamo,
da sant’Agostino, da Prisciano e da altri autori, vissuti nel quarto,
quinto o sesto secolo dopo Cristo, con qual diritto volete bollarle
per _volgari_, quando invece non sono altro che _neologismi_? Tanto
varrebbe chiamar volgari tutte le parole italiane che non si trovano
nei Trecentisti, essendo venute in uso dopo il Trecento!
Il Littrè, che combatte alla sfuggita quest’ipotesi della derivazione
delle lingue romanze da «un certo latino rustico,» fa un’osservazione
molto giusta. «Se si crede,» egli dice, «che il vernacolo (_patois_)
latino, che senza dubbio si parlava nelle campagne al tempo d’Augusto
e dei suoi successori, sia più specialmente l’origine delle lingue
romanze; vale a dire che le voci del basso latino, come _cupiditare_,
_hominaticum_, _coraticum_, appartenessero ai vernacoli; io stimo che
si sbagli. In generale, queste forme del basso latino son lunghe; e
perciò indicano che le popolazioni da cui erano state create e venivano
usate, avevano perduto il senso delle forme più corte e più analogiche,
proprie della latinità. Ora, il vernacolo (basta osservare i nostri)
non ha punto questo carattere; il vernacolo ritiene più che altro
dell’arcaismo, mentre invece le forme allungate sono neologiche,
nascendo esse dalla necessità di assicurare il senso delle parole che
va oscurandosi.»[48]
Si badi però, che con tutto questo non vogliamo dire che nell’opinione
di coloro, i quali fan derivare le lingue romanze dal latino rustico,
non ci sia nulla di vero. Già, dicendo che codeste lingue derivano dal
latino parlato da tutti (il quale, s’intende, quattro o cinque secoli
dopo, non poteva esser più quello del tempo d’Augusto; nè mai, in
Francia o in Spagna, potè essere lo stesso che in Italia), nel _tutti_,
naturalmente, noi ci comprendiamo anche i _rustici_. E poi, bisogna
anche aggiungere che l’elemento rustico, allo sfasciarsi dell’Impero,
al decadere di quella splendida civiltà, ai primi albori della civiltà
nova e cristiana, fu di certo in prevalenza sull’elemento nobile.
Questo però, oltrechè non fu mai spento del tutto, andò riprendendo a
poco a poco il suo posto, col risorgere graduale della coltura. E se,
per esempio, in Italia, non si potè più sbandire le voci del latino
rustico _putus_ e _catus_ («putto» e «gatto»), e risostituirvi dal
latino civile _puer_ e _felis_; si potè bene però conservare dallo
stesso latino civile le voci _pueritia_, _puerilis_, _puerilitas_
e _felinus_, le quali, nelle forme corrispondenti italiane, e con
l’avverbio _puerilmente_ per giunta, vivono ancora nell’uso di tutte le
persone educate.
Qui, dunque, gli equivoci nacquero principalmente dal riguardare le
lingue neolatine da un solo lato della loro formazione; dal lato, cioè,
in cui, per le condizioni sociali, prevalse l’elemento volgare.