Ma dicendo che le lingue romanze sono, in sostanza, una continuazione
e un perfezionamento del latino, che cosa s’intende qui per _latino_?
E chiaro che s’intende il _latino parlato_, giacchè le sole lingue
parlate possono moversi e trasformarsi.
Siccome però i Romani, che parlavano il latino duemila anni fa, sono,
per nostra disgrazia, morti tutti, e noi non possiamo conoscere la
loro lingua se non per quel tanto che ce n’è stato tramandato dai
libri e dalle iscrizioni; perciò si è cercato di stabilire se il latino
scritto e il latino parlato fossero una stessa cosa, o se ci corressero
più o men notevoli differenze.
Leonardo Bruni d’Arezzo (1369–1444) e Celso Cittadini di Roma (non di
Siena, come comunemente si crede—1553?–1627), il secondo dei quali
ebbe lampi d’intuizione filologica maravigliosi per il suo tempo,
sostennero che la lingua della plebe romana fosse quasi del tutto
diversa da quella delle classi cólte e specialmente degli scrittori.[34]
Trovando nel latino arcaico voci come _aurom_ (oro), _consol_
(console), ecc., le quali somigliano all’italiano, più che non gli
somiglino le corrispondenti del latino classico (_aurum_, _consul_),
il Cittadini capitombola quasi nell’opinione che fu poi, come abbiamo
visto, sostenuta dal Quadrio, e che il Muratori giustamente chiamò un
sogno, indegno persino d’essere confutato.[35]
Il Bruni, dal canto suo, arrivò a dire che i Romani non cólti
intendessero il linguaggio degli oratori, non più di quel che oggi
la plebe nostra intende la messa;[36] e come se questo fosse poco,
aggiungeva, che essi andassero al teatro, non già per intendere i
versi del poeta, ma per godere dello spettacolo scenico; e perciò,
secondo lui, si chiamavano _spettatori_ e non _uditori_:[37] speciosa
ragione, a distrugger la quale basterebbe osservare, che _spettatori_
si chiamavano anche le persone cólte, le quali andavano anch’esse al
teatro.
Egli inoltre non sapeva capacitarsi come mai le donnicciole di Roma
sarebbero potute riuscire a imparare le declinazioni de’ nomi e le
coniugazioni de’ verbi, e specialmente de’ verbi irregolari: cose,
diceva, che fanno sudar sangue anche noialtri dotti. Come mai volete,
domandava il brav’uomo, come mai volete che quelle povere ignoranti
potessero servirsi del verbo _ferre_ (portare), che nel presente fa
_fero_ (porto), e nel passato fa _tuli_ (portai), e nel supino muta
ancora, e fa _latum_?—Qui, l’ottimo messer Leonardo somiglia proprio
a quel tale che, andato in Francia, si maravigliava che là anche i
bambini sapessero parlare il francese. Dio buono! anche la donnicciola
fiorentina, senza aver studiato grammatica, tira fuori bravamente
dall’infinito _essere_ il presente _sono_, l’imperfetto _ero_, il
passato _fui_, eccetera; nè c’è pericolo che dica io ando invece di _io
vado_, nè _io dovo_ invece di _io devo_, nè _oma_ invece di _donna_,
nè _femmino_ invece di _maschio_; quantunque queste anomalie non siano
punto men difficili di _fero_, _tuli_, _latum_.
Ma segue forse da ciò che la lingua delle orazioni di Cicerone fosse
precisamente la stessa che parlava la sua lavandaia, o quella che in
tutto e sempre parlava egli medesimo? No davvero!
In questa questione, gli equivoci a me pare che siano nati e nascano
ancora da un errore fondamentale, e cioè dal non considerare la lingua
nel suo complesso, ma in questa o quella parte soltanto, in questo o
quel libro, in questo o quel parlante. Con tal metodo, per quanto la
lingua sia potentemente unificata, come era appunto quella di Roma e
come è ora quella di Parigi, deve per necessità apparire una specie di
Proteo multiforme.
Chi può negare, per esempio, che la lingua di cui si serviva in
parlamento il signor Thiers, non fosse la lingua che si parla a Parigi?
Eppure, chi oserebbe dire che fosse addirittura quella medesima di cui
si serviva il suo portinaio?
Con l’aiuto de’ miei scolari, io son riuscito a mettere insieme un
centottanta sinonimi italiani del verbo _morire_, e tutti, si noti
bene, d’uso comune;[38] mentre, sia detto per incidenza, il Tommasèo
ne dà solo cinque o sei. Son dunque centottanta modi usati e usabili
per esprimere una sola idea in italiano, e potrei anche dire, più
esattamente, in fiorentino, perchè quattro quinti di essi son vivi a
Firenze, e i rimanenti son creazioni di prosatori e di poeti, fatte
però tutte con voci vive fiorentine o foggiate alla fiorentina, ed
entrate poi nell’uso comune letterario.
Eppure, quale italiano o qual fiorentino potrebbe dire, preso così
all’improvviso, di saperli tutti e centottanta? E chi oserebbe
affermare che il plebeismo: _andare a rincalzare i cavoli_, o l’altro:
_crepare_, siano soltanto della lingua plebea? Domani potrete sentirli
in bocca a una persona civile, che l’userà per ischerzo o in un momento
di collera; mentre la povera donnicciola, trafitta dal dolore, vi
dirà poeticamente che il suo bambino _è stato ripreso da Dio_, o che
_è andato in paradiso_. E persona civile e donnicciola si troveranno
inconsapevolmente, ma sicurissimamente, d’accordo nel non dirvi mai
che quell’omaccione grasso e grosso, morto ier l’altro, _sia volato al
cielo_, perchè sanno che vi farebbero ridere.
Certo, il fatale divorzio della lingua scritta dalla parlata è stato
possibile in Italia, dove nessuna parlata ha mai definitivamente
prevalso; ma non era possibile in Roma, con quell’acutissimo senso
pratico de’ suoi cittadini, con quel bisogno ch’essi avevano
d’intendersi tra di loro più speditamente che potessero, con quella,
insomma, potente e compatta unità di linguaggio; quantunque ogni
romano, in fondo, avesse in testa una lingua, che non era precisamente
quella di nessun altro romano, e lo stesso scrittore usasse voci e
maniere diverse, secondo il soggetto e il genere del componimento.
Nè crediate che il fatale divorzio succeduto in Italia abbia
contribuito e contribuisca ancor poco a far inclinare molti Italiani
a supporre che altrettanto fosse accaduto anche a Roma. _Mal comune,
mezzo gaudio_; e certo, quando altri lamenta che tante e tante prose
italiane, pregevolissime di sostanza, siano però pochissimo lette,
perche scritte in una lingua mezzo morta, fa molto comodo il poter
rispondere: cosa volete farci? anche nella letteratura latina è stato
così.
Questo, dico, può far molto comodo; ma a me non pare che sia la verità.
E alle ragioni già addotte per dimostrarlo, ne aggiungerò un’altra di
fatto, e che, credo, dovrebbe bastar da sola a risolver la questione.
Papirio Peto, in una lettera a Cicerone, aveva applicato a sè stesso
un luogo di Trabea, chiamando pazzia il suo sforzarsi d’imitare
l’eloquenza dell’amico. E Cicerone gli rispondeva: «Dici davvero? Ti
pare una pazzia lo imitare quelli che tu chiami fulmini del mio stile?
Certo, sarebbe pazzia, se la cosa non ti riuscisse; ma poichè ti riesce
anche meglio che a me, de’ fatti miei devi ridere, e non de’ tuoi; e
lascia star Trabea, dacchè il _fiasco_ è piuttosto mio. Ma pure, delle
mie lettere che te ne pare? Non sono esse scritte alla buona?[39] Già
si sa: non conviene mica usar sempre lo stesso tono. Altro è una
lettera, altro un’orazione politica, o un’orazione forense. Persino
davanti ai giudici, si varia tono secondo le cause; perchè le private
e di poca importanza non richiedono quegli ornamenti, che adoperiamo
quando siano in gioco la vita o l’onore. Le lettere poi, sogliamo
scriverle con le parole di tutti i giorni.»[40]
Dunque, le lettere del grande oratore sono scritte, per sua stessa e
incontrastabile testimonianza, in _plebejo sermone_ e con _quotidianis
verbis_. Ma, di grazia, chi è che avendo sott’occhio una di quelle
lettere e un’orazione dello stesso autore, non s’accorga che sono
scritte nella medesima lingua, salvo, s’intende, le differenze
derivanti dal diverso genere di componimento? Ciò che nella lettera
sarà detto con la frase familiare: _andare all’altro mondo_, o con
altra anche plebea, nell’orazione sarà detto con frase sostenuta:
_render l’anima a Dio_. Ma queste non sono due lingue: son gradazioni,
tinte, sfumature diverse d’una stessa, stessissima lingua; e chi
volesse prendersi il gusto di esaminare le prime cento voci o maniere
d’una lettera di Cicerone, si può scommettere che ce ne troverebbe
almeno novanta usate da lui anche nelle orazioni o nelle altre sue
opere. Insomma, a dir tutto in poco, la diversità che egli accenna a
Papirio Peto non è di _lingua_, ma di _stile_; e la frase _plebejo
sermone_, addotta così spesso per provare l’esistenza di quella
specie di muraglia della Cina tra il latino scritto e il parlato, o
tra il latino nobile e il popolare, prova invece per l’appunto il
contrario![41]