La lotta, che il latino sostenne con gl’idiomi a cui si sovrappose,
dovette essere molto lunga per tutto, ma specialmente là dove
l’influenza di Roma si fece sentir meno, o dove fu meno aiutata
dall’antica parentela, che legava l’idioma dei vincitori con quasi
tutti gl’idiomi de’ vinti;[8] giacchè è naturale che la parola
indigena opponesse minor resistenza, quando somigliava ancora alla
corrispondente latina, che la veniva opprimendo.
Ma là pure dove la resistenza degl’idiomi indigeni dovette esser
maggiore, e la lotta più lunga e ostinata, la vittoria finale del
latino, se si guarda al corpo e all’organismo della lingua, più che
alle particolarità della pronunzia, non poteva esser più intera;
giacchè, per esempio, è vero che da un passo di Aulo Gellio possiamo
ragionevolmente argomentare che nel secondo secolo dell’era nostra,
nelle Gallie e in Etruria, vivessero ancora più o meno gl’idiomi
indigeni;[9] ma è vero altresì che questi idiomi furono alla fine
sopraffatti dal latino in tal modo, che nel francese moderno le parole
di accertata origine celtica non son più d’una ventina, e negl’idiomi
toscani è scomparso ogni vestigio perfino di voci etrusche comunissime,
di quelle cioè che il popolo men facilmente dimentica, come _clan_
(figlio), _verse_ (fuoco), _gapos_ (carro), _damnos_ (cavallo), ecc.
E si noti che nel francese moderno non restano ormai altro che un
secentocinquanta vocaboli d’origine ignota; sicchè, se anche parecchi
di essi appartennero, come è probabile, al celtico, le tracce lasciate
da questo nel Vocabolario della nuova lingua sarebbero sempre ben
povera cosa.[10]
Nè di gran conseguenza possono dirsi anche gli effetti delle altre
cause estrinseche.
Pietro Bembo sostenne che l’italiano nascesse, durante le invasioni,
da una specie d’ibrido connubio della lingua latina con gl’idiomi
de’ barbari.[11] Ma a combattere quest’opinione (seguìta già più o
meno risolutamente, anche dal Varchi, dal Muratori, dal Tiraboschi,
dal Perticari e da molti altri), basterebbe un confronto, anche
superficialissimo, tra le leggi fonetiche del gruppo latino e quelle
del gruppo teutonico. Basterebbe, cioè, osservare che gl’idiomi
teutonici abbondano di aspirazioni, accentano la sillaba della radice,
preferiscono le consonanti forti, e offrono molte combinazioni di
suoni che mancano affatto alle lingue romanze. Invano si cercherebbe
in queste lingue qualcuna di quelle alterazioni che la parola latina
pativa in bocca di genti, le quali pronunziavano _Muntus fuld tezibi_,
invece di _Mundus vult decipi_. Invano vi si cercherebbe quel miscuglio
di suoni disformi, che, per esempio, attesta nell’inglese la duplice
origine anglosassone e normanna; o quella promiscuità di forme, che
attesta nel persiano la prolungata influenza dell’arabo.[12]
D’altra parte, molti caratteri organici fondamentali delle nuove lingue
(se si eccettuano alcune anomalie, specialmente del valacco) essendo
in tutte gli stessi, ne viene di conseguenza che la loro vera ed intima
sorgente non potè essere che una sola.
Tutte, infatti, conservarono scrupolosamente, salvo poche eccezioni,
l’accento tonico sulla medesima sillaba che l’aveva in latino, e che è
come l’anima o il perno della parola.
Tutte, per l’indebolimento fonetico e la conseguente trasformazione
o caduta delle desinenze, perdettero, prima o poi, i casi della
declinazione latina; e vi sostituirono un più speciale uso delle
preposizioni, del quale però, al solito, si trovano tracce anche ne’
classici (_ad carnificem dabo_, invece di _carnifici dabo_, in Plauto;
_de duro ferro aetas_, invece di _ex duro ferro aetas_, in Ovidio, e
molte altre simili).[13]
Tutte abbandonarono quasi interamente il genere neutro, che già non
differiva dal maschile altro che nel nominativo e nell’accusativo, e
che anche ne’ classici si comincia a confonder con esso (_commentarium_
e _commentarius_, _nuntium_ e _nuntius_, _calamistrum_ e _calamister_,
ecc). Tutte dagli aggettivi e pronomi _unus_ e _ille_ cavarono un
nuovo elemento, cioè l’articolo indeterminato e determinato, de’
quali, al solito, si vedono i primi germi anche negli scrittori.[14]
Tutte si trovarono d’accordo nel far crescere un altro germe, che pure
abbiamo già visto apparire in qualche scrittore, e che dando al nome
_mens_ il senso di _modo_, _maniera_, e aggiungendolo all’aggettivo
(_sana–mente_, _forte–mente_), generò gli avverbi da sostituire
ai terminanti in _e_ e in ter (_sane_, _fortiter_), poichè queste
terminazioni, piegandosi alla nuova eufonia, si confondevano con
quelle de’ nomi e degli aggettivi.[15]
Tutte, per evitare altre confusioni, conseguenza anch’esse dello
scadimento fonetico, e insieme per distinguer meglio certi momenti
dell’azione, fecero i medesimi cambiamenti nel verbo: estesero, cioè,
l’uso di _habere_ per ausiliare; abbandonarono la forma passiva _amor_
(sono amato), che, caduto l’_r_, si confondeva con l’attivo _amo_,
e vi sostituirono l’ausiliare _essere_ col participio passato;[16]
arricchirono la coniugazione col passato prossimo e col trapassato
remoto, che in latino si confondevano col passato remoto, giacchè
_amavi_, per esempio, poteva significare tanto _amai_, che _ho
amato_ ed _ebbi amato_; aggiunsero un nuovo modo, il condizionale,
che in latino era incluso nel congiuntivo; e poichè le terminazioni
del futuro, _amabo_, _tacebo_, _dicam_, venivano confondendosi con
l’imperfetto _amabam_, _tacebam_, e col presente congiuntivo _dicam_,
le nuove lingue crearono una nova forma, fondendo l’ausiliare _avere_
con l’infinito. Ma anche questa fusione procedette per gradi: prima
di tutto, per evitare _amavo_ (derivante da _amabo_, amerò, come
_fava_ da _faba_, _lavorare_ da _laborare_), che si sarebbe confuso
con l’imperfetto _amava_ o _amavo_ (da _amabam_), si ricorse a una
perifrasi, già usata in certi casi, e si disse: _habeo amare_ o _amare
habeo_, cioè _ho da amare_; e poi da amare habeo si fece _amar hao_,
_amar ho_, _amarò_,[17] e infine _amerò_;—spagn. _amaré_ = _amar–he_;
portogh. _amarei_ = _amar–hei_; provenz. _amarai_ = _amar–ai_; franc.
_aimerai_ = _aimer–ai_.[18]
Tutte, finalmente, perduto che fu dall’orecchio delle popolazioni
romane il sentimento della _quantità_, ossia delle lunghe e delle
brevi, crearono una metrica nova, fondata non più sull’estensione, ma
sullo sforzo (_ictus_) e sull’elevazione della voce, cioè sopra un
certo numero di accenti, collocati in un dato numero di sillabe. E si
badi, che anche di questa trasformazione ormai non può più dubitarsi
che i germi esistessero già nel latino. Infatti, lasciando anche stare
l’opinione sostenuta tuttora da molti che il verso saturnio, usato
dai Romani prima che applicassero alla loro poesia la metrica greca,
non fosse a quantità, ma ad accenti;[19] certo è che racconto ebbe
poi sempre gran parte ne’ metri specialmente de’ comici; ed è certo
del pari che l’esistenza di una ritmica popolare romana ben distinta
dalla metrica classica, ci viene attestata come cosa nota e comune,
e quindi sicuramente non recente, nientemeno che alla metà circa del
quarto secolo, da un passo attribuito a Mario Vittorino: «Metro quid
videtur esse consimile?—Rhythmus.—Rhythmus quid est?—Verborum
modulata compositio, non metrica ratione, sed numerosa scansione ad
judicium aurium examinata, ut puta _veluti sunt cantica poetarum
vulgarium_.»[20] Che poi anche il verso principale delle nuove lingue,
il nostro endecasillabo,[21] provenga dal latino, è un’altra questione;
giacchè l’origine di ciascun verso in particolare può esser differente
da quella de’ dati fondamentali del sistema ritmico a cui è congiunto.
E gli argomenti addotti dal Rajna[22] contro codesta provenienza
dell’endecasillabo, presi nel loro complesso, hanno in verità molto
peso: ma pure, da una parte la ragionevole induzione che tutto ciò che
v’ha d’importante nelle lingue romanze debba esser latino; dall’altra
la strettissima somiglianza dell’endecasillabo col saffico minore:
Saeculum Pyrrhae nova monstra questae;
col trimetro giambico catalettico:
Ignotus heres regiam occupavi;
col falecio:
Disertissime Romuli nepotum,
e con qualche altro di tali versi, saranno sempre una gran tentazione
per chiuder le orecchie a qualunque argomento in contrario, che non
abbia una piena e assoluta certezza.
Anche la rima s’incontra qualche volta nei classici greci e latini;
e s’incontra non solo usata per caso, ma intenzionalmente come mezzo
stilistico, quale è di certo, se non nel primo, nel secondo di questi
due esempi:
Non satis est pulcra esse poëmata; dulcia _sunto_,
Et quocumque volent animum auditoris _agunto_.
HOR. _Epist._, II, 3, 99–100.
Quot caelum _stellas_, tot habet tua Roma _puellas_.
OVID. _Ars am._ I, 59.
Insomma, il linguaggio, come tutti gli organismi viventi, mutando
le condizioni di vita, manifesta e svolge energie o facoltà prima
nascoste o non avvertite. E le lingue romanze, specialmente se si
considerano nel loro organismo, non sono altro che il latino adulto.
Il cristianesimo, le invasioni, i commerci non poterono alterare la
loro intima essenza, o, come vedremo tra poco, l’alterarono solo in
piccolissima parte; quantunque dessero, per dir così, una spinta al
loro sviluppo, e ne alterassero alquanto il Vocabolario.
Per esempio, i due nomi latini _domus_ (casa) e _verbum_ (parola),
quando la nuova religione chiamò _duomo_ la casa di Dio e _verbo_ Dio
stesso o la sua parola, scomparvero quasi affatto dall’uso comune nel
loro primo significato.[23]
Per effetto poi delle invasioni e de’ commerci, le lingue nuove si
arricchirono di voci germaniche, arabe e greche. Ma anche queste voci
sono, relativamente, un numero assai ristretto.
Il valacco e alcuni dialetti del mezzogiorno d’Italia sono, com’è
naturale, i più ricchi di voci greche; lo spagnolo e il portoghese di
voci arabe;[24] e molte di queste ultime divennero poi comuni a tutte
le altre lingue romanze. Comuni del pari sono, secondo il Diez,[25]
circa 300 voci germaniche.[26] Il francese, inoltre, ne possiede in
proprio circa 450, l’italiano 140, lo spagnolo e il portoghese 50,
e il valacco anche meno. Sicchè, in complesso, tra vive e morte, tra
certe e incerte, sommano a un 930 le voci germaniche che il Diez trova
nelle nuove lingue, esclusi i dialetti e senza contarci, già s’intende,
nè i derivati, nè i nomi propri. E con queste voci divennero pure d’uso
comune i suffissi _aldo_, _ardo_, _lingo_ (_ingo_, _engo_), che si
applicarono anche a voci latine (_testardo_, _casalingo_, _Martinengo_,
ecc.); come, del resto, accadde anche de’ tre suffissi, derivati dal
greco, _essa_, _ismo_, _ista_ (_leonessa_, _giudaismo_, _umanista_,
ecc.).
Le cifre del filologo tedesco devono essersi alquanto alterate con gli
studi posteriori. Ma mettiamo pure che le voci germaniche, introdottesi
nelle lingue romanze, siano più d’un migliaio: saranno sempre poca
cosa in confronto di tutto il corpo di codeste lingue; e, nella loro
pochezza, resteranno come un’eloquentissima testimonianza della
inferiorità morale de’ conquistatori, i quali si lasciarono imporre la
lingua dai vinti, anzichè imporre ad essi la propria.
Voci italiane, derivate direttamente, e non per mezzo del latino,
dal greco, sono, per esempio: _agognare_, _borsa_, _colla_, _falò_,
_fase_, _golfo_, _magari_, _zio_, ecc. (S’intende che non ci si devono
comprendere que’ grecismi, spesso inutili, de’ letterati e degli
scienziati, che vivono solo nell’uso di pochi.)
Portate dagli Arabi, sono le seguenti, e ci si sente, più che
altro, l’industria e il commercio: _alcool_, _alcova_, _algebra_,
_ammiraglio_, _ambra_, _arancio_, _arsenale_, _caffè_, _canfora_,
_carato_, _cremisino_, _catrame_, _carruba_, _cifra_, _cotone_,
_gelsomino_, _lambicco_, _limone_, _liuto_, _mummia_, _ricamare_,
_sofà_, _tamarindo_, _talismano_, _tamburo_, _tariffa_, _zafferano_,
_zero_, ecc.
Germaniche sono: _araldo_, _briglia_, _bosco_, _bruno_, _forbire_,
_gonfalone_, _guerra_, _guancia_, _schiena_ (da _skina_, romanesco
_schina_), _stinco_, _sperone_, _strale_, ecc.; e ci si sente, più che
altro, la guerra.
A proposito degli elementi germanici, il Diez così conclude: «La
famiglia delle lingue romanze, appropriandosi alcuni di questi
elementi, non patì nessuna essenziale alterazione nel suo organismo;
giacchè si sottrasse quasi del tutto all’influenza della grammatica
tedesca. Certo, nella formazione delle parole, alcune derivazioni e
composizioni germaniche ci sono; e qualche traccia della stessa origine
si trova anche nella sintassi; ma siffatti particolari vanno perduti
all’occhio di chi guardi tutto il corpo di codeste lingue.»[27]
Alcuni però credono necessario di attribuire una parte maggiore
all’influenza germanica, per ispiegare la diversità che passa tra
le lingue romanze e il latino, e che, senza dubbio, è più notevole
di quella che, per esempio, passa tra il greco moderno e il greco
antico. Ma ad altri pare, e con più ragione, che la causa principale
di questa maggiore diversità debba piuttosto cercarsi nell’influenza
degli antichi idiomi a cui il latino si sovrappose. Certo è poi,
che l’opinione messa fuori molti anni fa da Max Müller,[28] che
cioè le lingue romanze non ci presentino il latino quale si sarebbe
naturalmente trasformato in bocca a’ Romani dell’Italia e delle
provincie, ma quale i popoli germanici poterono apprenderlo e
appropriarselo, era addirittura esageratissima; e il Littré, per solito
così temperato, la respingeva «de toutes _ses_ forces.»
Se l’influenza germanica, diceva in sostanza il Littré, avesse avuto
il sopravvento che le attribuisce il Müller, più i testi sono antichi,
e più ce ne presenterebbero le tracce. Invece, il vero è, che più i
testi sono antichi, e più portano impresso il carattere della latinità:
vale a dire, più è facile calcare una frase latina sulla frase romanza.
Nè mai vi si scorge il momento, il punto, in cui un altro popolo,
sostituendosi a quelli delle Gallie, dell’Italia e della Spagna, si
sia impossessato dell’idioma de’ vinti e l’abbia parlato secondo una
grammatica sua propria. Il centro delle lingue romanze non può dunque
spostarsi dal lessico e dalla grammatica latina.[29]
Il Müller poi, dal canto suo, nelle _Nuove Letture sulla Scienza del
Linguaggio_ (VI), temperava di molto la sua prima opinione, dolendosi
anzi (ma a torto, ci pare) che, per qualche difetto d’espressione,
fosse stata esagerata o frantesa dal suo illustre contradittore, col
quale, in fondo, dichiarava di consentire. Ora, dunque, di questa
polemica restano in piedi solo alcune giuste osservazioni parziali del
Müller; ed eccone un piccolo saggio.
Di due o più voci latine, esprimenti sostanzialmente la stessa idea, è
naturale che gl’invasori preferissero quella, che nel suono ricordava
meglio la corrispondente germanica; ed è quindi anche naturale che la
voce preferita da loro finisse spesso col prevalere. Per esempio, i
Romani, per dir _fuoco_, dicevano ora _focus_, ora _ignis_; ma _focus_
fu preferito nelle nuove lingue, perche più vicino al tedesco _feuer_
(fuoco) e _funkeln_ (scintillìo, scintillare).[30] Per dir _grande_, i
Romani dicevano ora _grandis_, ora _magnus_: _grandis_ fu preferito,
perchè più affine a _gross_, il quale ci diede inoltre anche la forma
_grosso_. Per dir _lasciare_, i Romani dicevano _laxare_ o _sinere_;
ma _laxare_ fu preferito, perchè più simile all’antico alto–tedesco
_làzan_, gotico _letan_, che è poi il moderno tedesco _lassen_.[31]
Tutti i filologi inoltre si trovano d’accordo col Müller nel
riconoscere (cosa, del resto, riconosciuta anche prima da altri)
una certa influenza germanica sull’aggiunta dell’aspirazione in
alcune parole francesi. _Haut_, per esempio, e _hurler_ (antico
francese _huller_) vengono dal latino _altus_ e _ululare_, ma devono
l’aspirazione alle loro corrispondenti germaniche _hoch_ e _heulen_.
Il nostro Caix,[32] pur ammettendo dentro certi limiti l’influenza
germanica sul lessico latino, come è sostenuta dal Müller, trova però
ben più evidente e naturale il fatto contrario, cioè l’influenza
latina sulla fortuna di molte voci germaniche. In questo fatto sta,
secondo lui, la spiegazione del gran numero di voci germaniche che
poterono conservarsi nelle lingue romanze, benchè non si riferissero
nè alla guerra, nè allo Stato, nè ai commerci, ma alle ordinarie
relazioni della vita o ad oggetti comuni, pei quali parrebbe avesse
dovuto prevalere l’appellativo romano. In questo fatto, a suo avviso,
sono da ricercare le prove di quel raccostamento che, pur limitato al
lessico, dovette compirsi a poco a poco tra la lingua dei vincitori e
quella dei vinti, e che, alterando la forma di molte voci, spiega la
difficoltà di ricondurle ora con le ordinarie leggi fonetiche alla loro
forma originaria. E qui, sempre secondo l’opinione del Caix, sono da
considerarsi tre casi.
Primo: la forma latina assorbì interamente la teutonica. In questo
caso, che è di gran lunga il più frequente, le voci gotiche che, come
_sada_ (sazio), _haban_ (avere), _raihta_ (retto), _arjan_ (arare),
avevano una ben discernibile affinità con le corrispondenti voci
latine, si confusero interamente con queste, e così i Goti dissero
_sazio_ o _satollo_, _avere_, _retto_, _arare_, ecc.
Secondo caso, molto meno frequente, ma non raro: la voce latina si
modificò, conforme al suono della voce germanica, per esempio: il
toscano _sdraiarsi_ e l’umbro _strajàsse_ derivano da un ravvicinamento
del latino _sternere_ al gotico _straujan_; l’italiano _sparagnare_ e
il lombardo _sparà_ derivano da un ravvicinamento del latino _parcere_
all’antico alto–tedesco _sparôn_; l’ital. _leccare_ deriva dal latino
_lingere_ e _ligurire_ e dall’antico alto–tedesco _lecchôn_; _rubare_,
dal lat. _rapere_ e dall’antico alto–tedesco _roubôn_; _senno_, dal
latino _sensus_ e dall’antico alto–tedesco _sin_.
Terzo caso, più raro, ma insieme più curioso di tutti: le due forme
si confusero in una terza, che le riassume entrambe. Per esempio,
_guiderdone_ è certo derivato dall’antico alto–tedesco _widarlôn_
(ricompensa); ma la seconda parte _lôn_ (moderno ted. _Lohn_,
mercede) fu scambiata col lat. _donum_ (basso lat. _widerdonum_); e
così ne nacque una parola anfibia, mezzo tedesca e mezzo italiana,
_widar_ (contro), che è il moderno _wider_, e _dono_: _widar–dono_
(guider–done), controdono, ricompensa.
Possiamo dunque concludere, che l’opinione del Bembo contiene solo una
piccola parte di vero. E possiamo anche, di passaggio, osservare, che
chi riguardava le lingue romanze come un imbastardimento del latino,
è naturale che inclinasse altresì a crederle meno perfette di esso. E
questa credenza, così funesta alla nostra letteratura e comune tuttora
a molti, trova facili conferme in superficiali e parziali confronti;
giacchè, per esempio, è di certo un danno l’aver perduto quasi tutti i
participi in _rus_, _ra_, _rum_ (_venturo_, _futuro_, ma non _letturo_,
_amaturo_, ecc.), e quindi non poter dire spicciamente e comunemente,
senza ricorrere è un latinismo: «Evviva, o Cesare: i _morituri_ ti
salutano!» Ma, in compenso, quanta maggior precisione e chiarezza non
hanno aggiunto al discorso l’articolo determinato e indeterminato e
que’ tempi del verbo, che mancavano al latino? Chi volesse continuare
il confronto, troverebbe venti di guadagno per ogni dieci di perdita.
Nè la perfezione d’alcuni autori antichi, dato anche e non concesso
che non avesse riscontro in autori moderni, proverebbe nulla a
svantaggio delle lingue di questi: come la perfezione di Raffaello
non prova che i colori, in sè stessi, fossero migliori al suo tempo,
che al nostro. «L’ultimo fine della parola,» ha detto egregiamente il
Lignana, «è di essere organo dello spirito. Ora, dire che le lingue
moderne sono inferiori alle antiche, equivale a dire che lo spirito
moderno è inferiore all’antico. Il che non credo abbia bisogno di
confutazione.»[33]