Tutti, ordinariamente, quando vogliamo dire che una lingua è derivata
da un’altra, diciamo che ne è _figlia_. Ma questo è uno di que’ tanti
traslati traditori, i quali ci fanno spesso perder di vista la realtà
delle cose.
I concetti, infatti, di _madre_ e di _figlia_ implicano necessariamente
l’esistenza di due individui separati e distinti; mentre in realtà una
lingua derivata da un’altra, nel fondo è sempre più o meno la stessa
lingua.
Il nostro Lanzi, nel secolo passato, disse giustamente che «ogni anno
si fa un passo verso un nuovo linguaggio.» E Guglielmo Humboldt, dopo
di lui, disse che «la parola, piuttosto che un fatto, è un continuo
farsi.»
Augusto Fuchs asserisce, e con ragione, che perfino «quelle parti
in cui le lingue romanze sembrano essenzialmente diversificarsi dal
latino, già si contenevano in esso, quantunque soltanto in germe.»[6]
Per esempio, in Plauto si legge: _unus servus violentissimus_; in
Cicerone: _cum uno gladiatore nequissimo_; e in Curzio Rufo: _Alexander
unum animal est_: frasi che contengono il germe dell’articolo
indeterminato, che è in tutto le nuove lingue, e che il latino, per
regola generale, non aveva.
Ovidio, per dire che starà forte a cavallo, dice: _insistam forti
mente_, invece di _insistam fortiter_. E un _obstinata mente perfer_
s’incontra in Catullo, un _jucunda mente respondit_ in Apuleio. Ecco
qui dunque il germe de’ mille avverbi neolatini (_fortemente_,
_ostinatamente_, _giocondamente_, ecc.), nati dall’accoppiamento
dell’ablativo _mente_ con l’aggettivo, e nell’uso de’ quali non si
tiene più nessun conto del loro valore etimologico, poichè diciamo
benissimo _mangiare avida–mente_, quantunque si mangi con la bocca, e
non con la mente; appunto come Ovidio diceva che sarebbe stato _forti
mente_ a cavallo, quantunque in realtà ci stesse con le gambe.
In tutti gli scrittori latini s’incontrano spesso le forme accorciate
_amasti_ per amavisti, _amastis_ per _amavistis_, _amarunt_ per
_amaverunt_, corrispondenti, come ognun vede, alle forme italiane
_amasti_, _amaste_, _amarono_, alle francesi _aimas_, _aimâtes_,
_aimèrent_, alle spagnole _amaste_, _amásteis_, _amaron_, ecc.
Di regola, il verbo _habere_ non era ausiliare. Ma chi non lo sente
già usato come tale in alcuni passi, per esempio, di Cicerone?—_Ad
meam fidem, quam habent spectatam jam et cognitam, confugiunt_ (_Div.
Caec._, § 11);—_Nec scriptum habeo_ (_Verr._, act. II, lib. IV, §
36);—_Eum autem emptum habebat_ (_Tull._, 16);—D_e Caesare.... satis
dictum habebo_ (_Phil._, V, § 52).
In Varrone, in Lucrezio e in Virgilio, s’incontra già il pronome _mihi_
(a me), accorciato in _mi_. E perfino certe particolari maniere di
dire, che a noi paiono tutte nostre, si trovano già tali e quali in
latino. In Plauto, per esempio, troviamo: Ossa atque pellis sum (son
pelle e ossa—_Capt._ I, 2);—_Quod si sciret, esset alia oratio_
(se lo sapesse, sarebbe un altro discorso—_Merc._, II, 3);—_Non
is sum, qui sum, nisi_.... (non son chi sono, se non....—_Men._,
III, 2);—_Oleo tranquilliorem_ (più cheto dell’olio—_Poen._, V,
4).—E in Cicerone: _Digito caelum attingere_ (toccare il ciel col
dito—_Ep. ad Att._, II, 1, 7).—E in Petronio: _Lacte gallinaceum, si
quaesieris, invenies_ (ci troveresti, se lo cercassi, anche il latte di
gallina—_Satir._, XXXVIII);—_Nondum recepit ultimam manum_ (non ha
ancora avuto l’ultima mano—_Ibid._, CXVIII).
Noi quindi dobbiamo riguardare le lingue romanze come una continuazione
del latino parlato; come tanti rami germogliati sullo stesso tronco, e
non già come tante piante, derivate sì, ma separate da esso.
Il che però non vuoi dire che queste lingue derivassero dal latino
con quel lento processo di trasformazione, che sarebbe seguito in
tempi normali. Già, prima di tutto, nella lotta stessa che sostenne
con gl’idiomi a cui si sovrappose, il latino, benchè vincitore,
dovette cedere in qualche parte, specialmente in quanto s’attiene alla
pronunzia.[7] E poi, la sua naturale trasformazione fu, dove più
dove meno, affrettata e anche in parte alterata dallo sconvolgimento
politico, religioso e sociale. Se così non fosse, è chiaro che tutta
l’Europa latina avrebbe finito col parlare una lingua sola. Dunque,
la sentenza del nostro Lanzi, perchè possa adattarsi alla storia del
latino e degl’idiomi derivati da esso, va modificata così: «Ogni anno
si fa un passo, _più o meno lungo, secondo le circostanze_, verso un
nuovo linguaggio.»
Eccoci quindi condotti a studiare un poco le cause estrinseche,
accennate qui sopra, che influirono sull’intimo e naturale svolgimento
del latino.