Nel quale i lettori non genovesi impareranno chi fossero Barudda e
Pippía.
Noi lasceremo adesso il padre Bonaventura alle sue cure, e terremo
dietro al Bello; il quale, dopo aver fatto una lunga sosta nella sala
da giuoco della bottega da caffè del Gran Corso, dopo aver salutata la
Violetta e chinata pazientemente la testa a tutti i suoi mattutini
capricci, dopo essersi bisticciato a tavola colla sua cara metà e aver
misurato una mezza serqua di ceffate alle sue guance carnacciute, se
n'è uscito zufolando dal tetto maritale, per andarsene a fumare un
mezzo sigaro fuori di Porta Pila, tanto per far giungere l'ora di
andare dai Servi, dove avrebbe potuto, all'imbrunire, far l'ambasciata
di padre Bonaventura.
Gli stava a cuore di render servizio al gesuita. I lettori che ci
hanno seguitato fin qui, sanno che legami corressero tra i due.
Bonaventura conosceva tutte le marachelle del Bello, e lo teneva come
la biscia all'incanto. Talvolta, poi, quantunque non volesse
confessarlo al Collini, gli lasciava cadere di bei contanti tra le
mani, in premio de' suoi servigi, e segnatamente per quest'ultimo gli
aveva promesso un largo beveraggio. Su questo faceva assegnamento il
Bello, ed anche sulla metà di quelle duemila lire che il gesuita gli
aveva a snocciolare per la magna impresa del Guercio.
I denari non duravano molto nelle tasche del Garasso. Contrariamente a
quella tal borsa della favola, dove tanti ne toglieva il felice
padrone, altrettanti ne germogliavano dal fondo, quella del nostro
Adone, più egli ce ne metteva, più sempre era vuota. Laonde, si
sarebbe potuto paragonarla a que' terreni sabbiosi che appaiono
asciutti e screpolati mezz'ora dopo il temporale, a cagione del sole
che, dardeggiando assiduo dall'alto, li va prosciugando di continuo. E
il sole del Bello era la Violetta, quella Violetta che l'aveva
stregato, per la quale si metteva sotto i piedi le gioie sacramentali,
e torceva gli occhi dalle bellezze stantìe dell'amorosa consorte.
La Violetta era una di quelle donne che non si sa donde siano venute,
nè dove vadano a finire; talvolta condotte al male dalla turpe
miseria, più spesso dal lusinghevole esempio del lusso delle loro
sorelle in Eva; fuorviate qualche volta da Alcibiadi spiantati, presso
cui riempiono gl'intervalli (ahi troppo lunghi!) di più superbi amori;
più spesso da logori Cresi, che esse consolano della freddezza o del
tedio domestico; che poscia, avvezze al mercimonio, passano di mano in
mano senza arrossire, come le cartelle del debito pubblico, e,
ragguagliate da principio a cento, valgono ottanta da capo, oscillano
insomma, oscillano sempre tra il più e il meno, tra il meno e il più,
secondo i capricci del caso e la credulità della gente.
Costei ci aveva i suoi trenta suonati; però lasciamo argomentare a voi
se non avesse oscillato. Aveva già dato il pretesto ad una separazione
di coniugi; mandato due cassieri in Isvizzera ed un mercantuzzo in
prigione per bancarotta fraudolenta; spennacchiati cinque o sei figli
di famiglia, e messo un tutore al punto di non poter rendere i conti
ai pupilli. Il resto si omette per brevità.
Vi basti sapere che da qualche tempo era scaduta un tantino, e
aspettava la rivincita dal mondo ingrato, vivendo in un quartierino
modesto, che si apriva a pochissimi; andando di rado per le vie, ma
sempre contegnosa come una vedovella che non vuol sentir parlare di
Cupido se non è accompagnato dal suo collega Imeneo: mostrandosi nei
teatri a tutte le prime rappresentazioni, e non accettando, da quei
pochissimi che abbiam detto, altro che fiori e cartocci di zuccherini;
segno che li teneva a stecchetto. Nessuno sapeva dond'ella cavasse i
danari, per menar quella vita; si facevano chiacchiere di molte, e
senza dare nel segno. Era ciò che ella voleva; il resto sarebbe venuto
da sè.
Questa cartella che s'industriava a crescer di prezzo, in un mondo il
quale non cura che il valsente, al cospetto di uomini i quali stimano
e ragguagliano tutto a lire e centesimi, virtù, vizio, dolore e
piacere, era posseduta segretamente, o, per dir meglio, era lei che
possedeva il Garasso. Egli, corto ingegno ed uomo volgare, non sarebbe
mai venuto a capo d'indovinare i fini riposti di quella donna, che lo
chiamava __biondino__ e lo comandava a bacchetta. Essa lo accoglieva e
lo rimandava quando le mettesse conto; gli teneva il broncio, e col
broncio la porta chiusa, per intiere settimane; poi lo racconsolava
con mezze carezze. Ed egli durava quella vita, metteva fuori
quattrini, e gli pareva ancor grazia. Quella fragranza, anche viziata,
di donna elegante, era una certa novità che egli non aveva sentito
mai, egli stropicciatosi per tutta la sua gioventù con gente da
taverna e da bisca. In quella casa si sentiva odor di giaggiolo; colà
passeggiava su d'un tappeto di lana, in mezzo a pareti coperte di
carta felpata, e sedeva su d'un canapè foderato di velluto, mezzo seta
e mezzo cotone.
Qualche volta (e questo era avvenuto per l'appunto in carnevale) la
Violetta non aveva reputato disdicevole alla sua dignità di indossare
le umili vesti della popolana, e imbacuccata nel mèzzaro far le
notturne scappate con lui, gongolante e pomposo, nelle festicciuole
della bordaglia. Quella era una degnazione! Se la signora Momina
l'avesse veduta, e avesse potuto sollevare la maschera di quella
femmina che posava audacemente il suo braccio su quello del suo
maritino, certo sarebbe morta d'apoplessia. Ma egli era così felice a
sentirlo sotto il suo, quel braccio delicatamente tornito! Quella
bocca mezzo nascosta dal pizzo della maschera, sapeva bere con tanta
grazia lo sciampagna apocrifo delle trattorie! E quando aveva bevuto,
sapeva dirgli tante tenerissime cose! __In vino veritas__, avevano
sentenziato gli antichi, e gli antichi la sapevano lunga. Dunque essa
lo amava, non amava altri che il suo biondino, essa, corteggiata,
desiderata da tanti pezzi grossi, che le recavano inutilmente i fiori
e i cartocci di zuccherini!
Da parecchi giorni la maliarda ci aveva delle voglie pazze. Il suo
salottino non le andava più a' versi, e bisognava metterlo a nuovo,
sacrificando il vecchio velluto rosso ad un fresco ed elegantissimo
tessuto verde a cordelloni. Abbiamo dimenticato di dirvi che la
Violetta era bionda, epperò il verde le andava a capello.
Il biondino non diceva mica di no; ma in quel mese egli aveva già
speso molto per lei, e la vena del giuoco, da cui cavava una parte de'
suoi guadagni, dava uno scarso zampillo, a cagione dell'estate che
sparpagliava i merlotti fuori del nido. Ora non è a dire se i denari
del gesuita venissero a taglio, e se per guadagnarli egli ci andasse
di buone gambe.
Con questi pensieri in capo, come gli parve ora da ciò, rifece la sua
strada, e giunto ai quattro canti di Portoria tirò da mancina per la
piazza di Ponticello e pel borgo de' Lanajuoli fino alla via dei
Servi, dove andò ad infilare un buio portone, il quale era sormontato
da una nicchia, con entro una Madonna di gesso, tinta di giallo, e
onorata di una lanterna dalla pietà del vicinato. Un'altra lanterna
splendeva nell'androne, tanto per lasciar leggere, sulla tela
trasparente che le stava tesa sul maggior lato, la scritta seguente:
«__Teatro del Forte in gamba.--Questa sera si recita.--Entrata: dieci
centesimi__».
Il Bello si affrettò per una scala umidiccia e logora dal lungo uso,
col passo spedito di un uomo assai pratico del luogo. Al primo
pianerottolo una lucerna a riverbero, appiccicata al muro, rischiarava
il cartellone dello spettacolo, che diceva così:
DON GIOVANNI BASTARDO D'AUSTRIA
_con Barudda padre guardiano e Pippía converso_
_nel monastero di San Giusto._
Il teatro era al primo piano, e ci s'entrava sollevando una cortina
unta e bisunta, proprio di rincontro alla lucerna e al cartellone che
v'abbiam detto. Figuratevi un camerone, una stamberga dalle pareti
ruvide, disuguali, il cui intonaco, nelle sue frequenti sfaldature,
mostrava sei o sette mani di bianco datevi su da altrettante
generazioni, con uno zelo degno di miglior causa. Lo zelo dell'ultimo
padrone si chiariva altresì da certe strisce di carta tinte di terra
rossa, che la pretendevano a simulacri di colonne, e da certi sgorbi
d'ogni colore che volevano parer fregi, festoni, fioroni, ed altri
consimili ornamenti. Dalle nere travature del soffitto pendeva una
specie di lampadario spento, che sembrava piuttosto un arnese da
pigliar mosche, e che si accendeva solo nelle grandi occasioni,
vogliam dire allorquando la sala diventava una festa da ballo, e il
palco del teatrino si tramutava in orchestra. La luce fioca che
stenebrava il camerone, si spandeva per consueto dai fungosi lucignoli
di due lumi a stella, le cui spere di latta pendevano dalle pareti,
l'una di rincontro all'altra, e non venivano a capo di confondere i
loro riverberi nel mezzo della sala.
Nè vanno dimenticati due cartellini, scritti a stampatello, l'uno de'
quali accennava alla vendita di birra e gassosa, e l'altro significava
il divieto di certi servizi che avrebbero potuto danneggiare
l'intonaco. I lettori discreti intenderanno la perifrasi. Il pavimento
era di mattoni, che, stropicciati un tal poco, svolgevano in aria una
finissima polvere rossigna; ma il Forte in gamba li risciacquava
diligentemente ogni giorno, per non levare addirittura il respiro al
colto pubblico che veniva ogni sera a sedersi e a far baccano sulle
dieci panche zoppe e sconnesse della platea.
Il Forte in gamba, così detto per ironia, e contento del suo battesimo
per modo che egli stesso s'era pigliato quel nome e messolo per
insegna del suo teatro, era un uomo sui quarantacinque, o in quel
torno, dal viso buffonescamente arcigno, dal mento sporgente, dai
capegli rabbuffati che gli uscivano per tutti i versi da un vecchio
berretto della guardia nazionale. E non dimentichiamo, ad onore del
suo soprannome, che aveva le gambe fuori di sesta. Era egli il primo
attore della sua compagnia di fantocci; suo figlio l'aiutante; sua
moglie, od altro che fosse, faceva le parti di donna; in tre parlavano
per dieci. Qualche volta l'uditorio strepitava; la ragazzaglia
scontenta scagliava sul palcoscenico i turaccioli delle bottiglie
stappate e le bucce delle melarance mangiate. Ma allora, bisognava
vedere! Il dramma s'interrompeva; la prima donna restava lì, colle
braccia in aria; il primo amoroso in ginocchio davanti a lei, ma collo
smalto degli occhi verso gli spettatori; e da una cortina di fianco
alla scena sbucava il berretto di guardia nazionale colla zazzera
scompigliata dell'impresario, e una voce sgarbata tuonava
all'assemblea.
--Furfanti! canaglia! Or ora vi accomodo io....
--Forte in gamba! Forte in gamba!--gridavano i ragazzi.--Badate che
non vi si rompano gli __esse__.--
Gli __esse__ erano le gambe del nostro primo attore, e non è a dire
come gli cuocesse lo scherno.
--Ah, sì, pendagli da forca? Gli esse? Ora ve li do io in quel
servizio, gli esse! E tu che ridi, e mi fai le fiche, figlio di....
aspetta a me!
--Non son io. Forte in gamba, non son io che ho tirato!--urlava il
ragazzo mal capitato, a cui l'impresario, uscito dalla sua tana,
ministrava una correzione esemplare.--È quell'altro.... il figlio
della Rossa.
--Sì? il figlio della Rossa? Orbene, tu pagherai per lui e per te!--
E lì una gragnuola di busse, un baccano, un diavoleto. Il Forte in
gamba, che era arrogante come tutti i segnati da Dio, l'avrebbe fatta
a tu per tu con Sansone, e soleva dire che non aveva paura nemmeno di
cento. Bisognava sentirlo, quando, invece di ragazzi, erano uomini
fatti che gli davano la baia!
--Malandrini! tagliaborse! Andate in chiesa a fare il vostro mestiere,
a guadagnarvi la protezione di Sant'Andrea, che vi farà rivedere il
sole a scacchi. Zitto là, mascalzone! È questa la scuola che t'hanno
data in Oneglia? Voglion ridere de' fatti tuoi i mùggini della
Siberia, quando ballerai la monferrina sul Molo vecchio! Tacete, voi,
stradina, giubilata del Laberinto, buona a nulla, nemmeno a far la
pappa al diavolo, nella cucina delle streghe!--
Queste gentilezze (delle quali i lettori non genovesi potranno
intendere qualcosa, quando sappiano che a Sant'Andrea erano le
carceri, sul Molo vecchio le forche, a Oneglia il penitenziario, e al
Laberinto, sulle mura delle Grazie, l'infimo ritrovo di.... tutto quel
che vorrete) queste gentilezze, diciamo, ed altre simiglianti, non
avevano mai conseguenza di busse. Si rideva, si sghignazzava, si
faceva rimando d'ingiurie, fino a tanto che il Forte in gamba,
sentendosi stracco di lingua, non reputasse miglior partito rientrar
nelle quinte co' suoi fantocci e ripigliar lo spettacolo al punto in
cui lo aveva lasciato.
E adesso che avete potuto congetturare, dai battibecchi
dell'impresario coll'udienza, che razza di gente bazzicasse in quella
stamberga, non sarà male che diciamo alcun che delle rappresentazioni.
Il teatro del Forte in gamba era celebre, come il suo padrone, in
tutto il popoloso quartiere dei Servi, e in altri circostanti, che gli
mandavano ogni sera il loro contingente di spettatori. Colà si
recitavano drammi stupendi, come il __Guerrin meschino, i Reali di
Francia, la Bella Maghelona, Ginevra di Brabante__, ossia il __Trionfo
della virtù__, e commedie da sbellicarsi dalle risa, come i __Tre
gobbi__, il __Flauto magico__, la __Serva padrona__, ed altre
imitazioni di commedie e d'opere buffe dei maggiori teatri, ma sempre,
nelle commedie e nei drammi, introducendo per amore o per forza i due
personaggi di Barudda e Pippía, senza i quali il dramma non sarebbe
stato un dramma, e la commedia non sarebbe stata una commedia, pei
frequentatori del teatro. Il Forte in gamba s'era qualche volta
arrisicato a calzare il coturno, cioè, intendiamoci, a calzarne i suoi
fantocci, rappresentando qualche tragedia, come l'__Oreste__
dell'Alfieri; ma in questo caso Oreste era Barudda, e Pilade, l'amato
Pilade, assumeva il nome e le spoglie del collega Pippía.
Chi erano questi personaggi? Oramai s'è indovinato; erano maschere del
teatro popolesco di Genova. Ma quello che molti non sapranno ancora, e
che bisognerà dire, si è che queste erano, e sono pur tuttavia
ignobili maschere, e da non potersi dicevolmente raccomandare ad ogni
ragion di lettori.
Barudda, il più notevole dei due, parla continuamente furbesco, e vi
accompagna sempre le parole, anzi le sillabe, con suoni sconvenevoli.
Gli è un tipo di screanzato. Ha un viso tozzo, avvinato, bitorzoluto,
e va quasi sempre in maniche di camicia. Pippía non è altro che un suo
scolaro degnissimo; mingherlino, pallido (come il __morticino__ dei
vecchi fiorentini) col viso tirato a costa di spatola; va sulle pedate
del sozio, quanto a morale, ma in genere non gli contende il
privilegio dei suoni anzidetti; del resto parla furbescamente come
lui, ma con un vizio di pronunzia che gli fa mettere la lettera Ve
dappertutto. Egli, verbigrazia, vi dirà ova in cambio di ora, e per
dirvi __vengo__ vi dipanerà un __vvvv....engo__, da non finirla più.
E questi due personaggi senza legge nè fede, quantunque chiusi nella
ristretta cerchia d'un quartiere di Genova, hanno tre o quattro
stamberghe per sè, dove attirano quella udienza che abbiam detto, e
tutti i curiosi più arrisicati di altre classi, i quali volendo
guadagnarsi il titolo di «Ligure istrutto nella sua patria» non si
peritano di portare in quei luoghi il loro cappello a staio, che non
sempre ne esce sano. Il lettore conosce certamente di fama alcuni di
questi teatri; quello del Forte in gamba, celebre ai tempi di cui
raccontiamo, è chiuso da un pezzo, nè sappiamo il perchè. __Habent sua
fata Baruddae__.
La rappresentazione del __Don Giovanni, bastardo d'Austria__ era
cominciata da un pezzo, quando il Bello entrò nello stanzone. Le prime
panche erano stipate di gente: ma tra perchè tutti erano intenti allo
spettacolo e non mostravano altro che la collottola, e perchè una
fitta nube di polvere e di fumo ingombrava la sala, il nostro eroe non
venne a capo di distinguere alcuno degli spettatori.
Egli era andato verso la parete, dove era vuoto il sommo d'una panca.
Colà, messosi a cavalcioni, colle spalle al muro, aspettò che la
nuvola si diradasse, o che i suoi occhi, avvezzati alla mezza luce
della stamberga, gli facessero servizio migliore.
Una femmina, che stava seduta in un angolo, si alzò come lo vide e
mosse alla volta di lui. Costei, che non doveva essere stata brutta
alcuni anni addietro, ma che le consuetudini di una mala vita avevano
sciupata anzi tempo, male in arnese, discinta, con le trecce rossigne
scompigliate dagli atti maneschi della pubblica benevolenza, era la
tavoleggiante del luogo, e veniva a chiedergli, con aria di vecchia
conoscenza, se volesse da bere.
--Sì,--disse il Garasso, dandole un pizzicotto sulle guance
avvizzite,--portami una mezza bottiglia di birra, ma che faccia spuma.
--Non dubitate. Bello,--rispose la femmina, schermendosi destramente
dalle sue carezze,--è birra __numero uno__.
--Come il tuo primo amante, che Dio l'abbia in gloria?
--Che? lo fate già morto?
--E seppellito da vent'anni, Maddalena.
--Eh, lo so pur troppo, di non esser più bella, nè giovine! Ma un
tempo c'è stato che non parlavate così neppur voi.
--Sì,--soggiunse il Bello,--quando non avevo ancor fatto gli occhi.
Ma, a proposito d'occhi, dov'è il tuo innamorato, ch'io non lo vedo?
--Se li avete ora, cercatevelo! Io non l'ho mica in tasca.--Tra queste
chiacchiere, Maddalena aveva presentato al Bello il vassoio di ottone,
con suvvi il bicchiere e la mezza bottiglia di birra. Allo scoppio del
turacciolo che saltò in aria, parecchi spettatori si volsero, ma tra
quelle facce patibolari, il nostro eroe non riconobbe quella del
Guercio che andava cercando.
--Che non ci fosse!--diss'egli tra sè.--Per solito egli non manca mai.
Ho fatto male a dar la baia a Maddalena.--
Con questo pensiero in capo egli si volse alla femmina, porgendole il
bicchiere con atto di popolesca cortesia.
--Maddalena, bevete.
--Non ho sete, io.
--Bevete, via, non mi tenete il broncio.
--Io non l'ho con nessuno.
--Oh sì, l'avete con me, con un vecchio amico....
--Tutti amici ad un modo, quando mi pagano.
--Orbene, io vi pagherò la mezza per intiera, purchè facciamo la pace.
Suvvia, Maddalena; non vedete che ho fatto per celia? Ditemi, quando
sentiremo le denunzie nella chiesa dei Servi? Il Guercio vi ha pure
promesso di darvi presto l'anello!
--Oh, siete tutti d'una pasta, voi altri uomini! Così non avessi mai
dato retta ad alcuno! Non avrei logorata la mia giovinezza, e sarei
rispettata un pochino di più.
--Non pensate a queste sciocchezze, Maddalena; il Guercio vi vuol
bene. L'altro giorno ancora me lo diceva; se faccio tanto di
guadagnare certi quattrini, vo' metter su casa e sposarmi la Rossa.
--Non li guadagnerà mai,--rispose Maddalena rabbonita,--e non metterà
su casa, e non troverà mai il giorno nè l'ora di mantener le promesse.
--Voi vedete tutto nero; e se egli sapesse che voi ci avete così poca
fede....
--Ohè, da poppa!--tuonò improvvisamente una voce stentorea dalle prime
panche.--Fate silenzio!--
Una risata universale tenne dietro al comando. Maddalena confusa volse
le spalle, e andò a rincantucciarsi sollecita. Il Bello stette fermo,
come se non avessero detto a lui, e poichè non gli era dato saper
nulla di ciò che voleva, si fece a guardare la scena.
L'uditorio quella sera non era contento del Forte in gamba, perchè già
si era al secondo atto, e Barudda e Pippía non avevano ancora mostrato
il grugno. Questi erano tiri non infrequenti dell'accorto impresario,
il quale non amava spendere ogni sera i pregi singolari di quella
artistica coppia, e di tanto in tanto metteva fuori certi drammi, nei
quali Barudda e Pippía non avevano che una particina da nulla. Ma
allora l'uditorio, desideroso più che mai di sentirli, faceva baccano,
e per la sera seguente si era certi di averli in scena dal principio
alla fine del dramma.
Il Bello, come dicemmo, si fece a guardare la scena, dove Filippo II,
vestito con quello sfarzo che i lettori potranno argomentare, stava
dichiarando l'amor suo alla prima donna. La quale, non volendo saperne
di lui, e messa alle strette dalle troppo vivaci espressioni della sua
regia benevolenza, gli diceva:--scostatevi, sire; io sono un'ebrea.
--Un'ebrea!--gridava il re, che odorava il Sant'Uffizio. E non potendo
impallidire, poichè non glielo avrebbe consentito il colore ad olio,
nè la sovrapposta vernice, balzava indietro come uomo che si avveda di
aver posto il piede sulla coda d'un serpe.
Ma l'udienza, che non partecipava agli scrupoli nè alle paure del re,
gli dette apertamente dell'asino.
--E di che diamine avete paura, signor re?--gridava uno degli
spettatori.
--Ve' come gli è sbollita, a quel re!--soggiungeva un altro.
--Ce ne vorrebbe uno che conosco io; e vedere se si tirerebbe indietro
come lui!--
Questi ed altri consimili erano i discorsi; ma quinci e quindi
uscivano, al ricapito del povero Filippo II, altri suoni, che Dante si
sarebbe provato a descrivere con qualche vigorosa terzina, ma che noi
non ardiremo neanche accennare in un periodo di umilissima prosa.
Il monarca di quello Stato su cui non tramontava mai il sole (come fu
detto nello stile cortigiano del suo tempo) faceva intanto la più
trista figura del mondo. Voleva parlare, e le sue parole erano
soffocate dal tumulto popolare. Anche la prima donna era sgomentata, e
agitava le braccia verso la platea, quasi chiedendo, in nome del
rispetto dovuto al bel sesso, un po' di silenzio. Ma sì, altro che
silenzio; la burrasca ingrossava.
--Vada via il re, e venga Barudda!
--Sì, Barudda e Pippía!
--Signori, mi avete già rotte le scatole,--rispose dai cieli del
palcoscenico la voce dell'impresario.
--Le romperemo a te. Forte in gamba,--ribattè dalle prime panche della
platea un'altra voce, che fece rizzar la testa al Bello;--le romperemo
a te, se non ci dai Barudda e Pippía. Quelli sono amici che si può
starli a sentire, perchè non hanno tante fisime, come il tuo re, che
il diavolo lo porti.
--Guercio, un po' di pazienza!--disse il Forte in gamba, senza uscire
dal suo nascondiglio.
--La pazienza l'hanno i frati!
--Bravo! e Barudda, che è frate nel monastero di San Giusto, ha la
pazienza che manca a voi altri. Aspettate che la scena sia nel
convento, e lo vedrete.
--Fatecelo vedere fin d'ora,--interruppe dal suo posto il
Bello,--tanto da assicurarci che non l'avete messo in pegno per pagar
le tasse.
--Sì, benissimo detto, fatecelo vedere!--
Come i lettori intenderanno, l'attenzione dei tumultuanti s'era un
tratto rivolta al nuovo interlocutore. Era ciò ch'egli voleva, poichè
in quella occasione gli occhi, o, per dire più veramente, l'occhio
buono del Guercio si volse a lui e riconobbe l'amico. E l'amico gli
fece un cenno che voleva dire: son qua e mi occorre parlarvi.
Frattanto, a chetare il tumulto comparve Barudda al proscenio, e senza
riguardo alcuno per Filippo II e per la prima donna, salutò l'udienza
con uno dei soliti suoni, per vibrare i quali egli non aveva neppur
bisogno di farsi arco alle labbra col pollice e coll'indice tesi.
Quello era il __quos ego__ di Nettuno ai venti scatenati, e bastò a
ricomporre ogni cosa. Un applauso universale accolse il prediletto
personaggio, che si affacciava alla ribalta in tonaca da frate; poi fu
un silenzio, universale del pari, per starlo ad udire.
Noi non abbiamo la sciocca presunzione di metter qui la predica di
Barudda in tutta la sua nativa energia; che a far tanto ci vorrebbero
molte cose; verbigrazia la facoltà di scrivere in vernacolo, con tutti
i traslati, con tutte le licenze del gergo, con tutte le esorbitanti
libertà del trivio, e la potestà di condire ogni frase coi larghi
partiti dell'armonia imitativa, che è propria alla maschera di
Barudda. I lettori discreti si contentino di un pallido compendio.
--Mascalzoni! screanzati! feccia di furfanti! Non rispettate dunque
più nulla? nemmeno il __Sire__, che si è scomodato pei vostri grugni?
Badate a voi, __buone voglie__, pendagli da forca! Se la va
nell'orecchio all'assessore, vi manda tutti in galera senza processo.
Belle cose, bravissimi! Io me ne stavo tranquillo a dire il
breviario....
--In cantina,--interruppe una voce dalla platea.
--Ah! mangiate la foglia, birbe matricolate? Orbene, sì, stavo a berne
un __nitro__ in cantina, e mi avete fatto perdere il filo del salmo.
--E Pippía?--domandò un altro.
--Pippía sta in cucina, presso i fornelli, a picchiarsi il petto e a
pregare per la dannazione delle anime vostre. Il cuoco ha fatto una
salsa nella quale vorrei cuocervi tutti, quanti siete, figli di
galeotti, nipoti di impiccati, che mastro Nicola abbia presto a darvi
la pedata anche a voi! Mi avete visto, ora? mi avete sentito? Andate
in vostra malora; quando verrà il mio giro, mi vedrete da capo.
__Sire__, Lei continui a dire le sue, e se fanno un'altra volta
baccano, faccia calare il sipario. Addio, dunque, mascalzoni! Vi
voglio bene. Amo meglio i morti che i vivi.
--__Ovvva__!--sclamò una voce dalle quinte, che fu tosto riconosciuto
esser quella del socio Pippía.
Barudda diè fine alla predica con un altro e più romoroso de' suoi
amabili suoni, al quale uno spettatore rispose per tutti: «buon pro'
vi faccia!» e se ne andò pe' fatti suoi.
Così ebbe fine l'episodio, o, come dicono in Parlamento, __fu chiuso
l'incidente__. Intanto il Guercio aveva saltato le panche, ed era
venuto di costa al Garasso, che lo aspettava.
--Oh, eccovi qui, buona lana!--disse il Bello.
--Presente!--rispose l'altro.--Volete che andiamo a bagnarci il becco?
--S'intende. Ho da parlarvi a lungo.
--E anch'io, perdinci!
--Che ve ne pare?--disse il Bello.--Andiamo dalla Piccina? Laggiù ci
si sta come papi.
--No, non ho tempo da perdere. Andremo qui presso, a dare una scorsa
all'Acquasola. Tanto, per me la è tutta strada. E poi, lassù non
avremo cattivi vicini. Che cosa ne dite?--
Il Bello, sulle prime, aveva arricciato il naso a quella proposta del
Guercio. Ma egli aveva anche posto la mano sulla tasca, come per
tastare qualcosa che v'era dentro, e il buon esito della sua ispezione
lo aveva raffidato; però rispose al compagno:
--Come vorrete, amicone. Andiamo all'Acquasola.--Sull'uscio della
stamberga trovarono Maddalena, a cui il Guercio, passando rasente,
diede con garbo popolesco un colpo di spalla.
--Socia, vi saluto.
--Ed io vi contraccambio;--rispose asciutto la femmina.
--Che cosa avete, stasera?--chiese il Guercio, fermandosi sui due
piedi.
--Andate là, che siete un bell'arnese!--disse Maddalena.--Mi avevate
promesso di venire a casa, e andate già coi compagni.
--Nena, vi ho promesso, ma l'uomo propone e il diavolo dispone. Ho una
faccenda per le mani, che mi preme.... e il Bello vi dirà.....
--Sì, sì, il vostro compare bugiardo.... Voi altri uomini vi sapete
spalleggiare come va. Una mano lava l'altra....
--E tuttedue lavano il viso;--soggiunse il Bello ridendo.--State di
buon animo, Maddalena; quando avremo dato sesto alle cose nostre, il
Bastiano vi sposerà, ed io verrò alle nozze.--
Bastiano era il nome del Guercio. Maddalena non rispose altrimenti che
con una crollata di spalle, la quale voleva dire: «se dessi retta a
voi altri, dovrei credere che adesso è giorno chiaro».
I due compari non istettero più oltre a disputare con lei, ed
infilarono le scale. Noi terremo dietro a costoro, poichè da Barudda e
Pippía abbiamo spremuto quel tanto che si poteva, e colla ganza del
Guercio non abbiamo nulla a strigare.