Nel quale è dimostrato che una ne pensa il ghiotto e un'altra il
tavernaio.
Il Guercio era un coso smilzo smilzo, che parea fatto a posta per
uscir da ogni fesso, a guisa delle lucertole. Aveva la faccia scura e
di poca apparenza, come un fico d'inverno, i capegli neri, ruvidi e
corti, come le poche setole che gli ombreggiavano le labbra sottili.
Il segreto della sua età era custodito dalle membra segaligne assai
meglio che non lo custodiscano alle signore donne i cosmetici, le
polveri e tutte le altre diavolerie che si mettono addosso. Lo
chiamavano il Guercio, perchè nel dialetto genovese dicendosi guercio
non già a chi ha gli occhi torti, ma a chi vede da un solo, egli per
l'appunto ci vedeva solamente dall'occhio destro, e l'altro, il
sinistro, era imperlato d'una maglia bianchiccia, la quale pur troppo
non gli aggiungeva in bellezza quello che gli toglieva in potenza
visiva. Cionondimeno, bisognerà soggiungere che il fratello superstite
gli facesse un doppio servizio, perchè dov'egli adocchiava, le mani
correvano spedite e sicure.
Era questi il peggiore ribaldo che si potesse immaginare. Adolescente,
aveva bazzicato più assai nell'ergastolo che non nelle scuole; per
contro, sapeva leggere, scrivere, e far d'abbaco, poi, come un
provetto ragioniere. Nei ritagli di tempo che gli avanzavano dalle sue
faccende, il Guercio leggeva volentieri, e mai di politica. I suoi
libri prediletti erano i melodrammi del Metastasio, l'__Aristodemo__
del Monti, le favole del Pignotti, e tutti i romanzi pastorali e
cavallereschi che si vendono sui muricciuoli. Tanto per darsi aria di
guadagnare onestamente il suo pane, aveva un mestiere visibile,
innocentissimo, diremo anzi bucolico; faceva il pollaiuolo. Il vino
non gli dispiaceva punto; ma sapeva esser sobrio, come tutti gli
uomini che hanno un alto disegno da proseguire, un gran concetto da
far trionfare sulla terra.
Ma siccome non c'è niente di perfetto in questo basso mondo, così
neanche il Guercio era perfetto, e ci aveva egli pure il suo lato
debole come tutti i figli d'Adamo. Ora il lato debole del Guercio era
il cuore; il cuore che si sentiva palpitare in seno, ogniqualvolta
pensasse (e ciò gli occorreva sovente) ad una modesta casetta sui
Gioghi, dove sarebbero bastati al suo bisogno i più famosi alimenti
bucolici, mele, ballotte e latte rappreso; una casetta, insomma, un
poderetto, nel quale avrebbe potuto ridursi a finire i suoi giorni con
Maddalena; con Maddalena, avvizzita, scaduta, ma che lo aveva amato,
lui Guercio, per la sua smilza persona, non già per i suoi quattrini,
come tante altre; con Maddalena che non chiedeva nulla; con Maddalena
che egli percuoteva talvolta, ma che s'era assuefatto a vedere e ad
amare. Frattanto, aspettando il giorno che l'avrebbe tirata a stare
con sè, stava tranquillamente con lei. La qual cosa non parrà che
faccia un gran divario dall'altra; ma noi raccontiamo le cose come
sono, senza togliere nè aggiungere un ette.
Nel suo mestiere nascosto (del visibile non rileva parlarne) non aveva
ancora fatto roba abbastanza. Da giovine era stato disgraziato, come
abbiam detto, e aveva salutato frequentemente il sole a quadrelli;
oltre di che, non aveva saputo tener conto del fatto suo, se pure è
lecito di chiamar fatto suo il frutto della rapina. Ora egli
s'industriava a guadagnare il tempo perduto, ed aspettava molto da un
certo colpo che a lui e a cinque compagni avesse dato modo di
acciuffar la fortuna.
Ma non ci perdiamo in chiacchiere. I nostri eroi sono giunti presso le
porte degli Archi, e barattando alcune parole di nessun conto, sono
saliti, per l'erta di Santo Stefano, alla spianata dell'Acquasola,
dove non hanno altri testimoni che i radi lampioni a gas confusi tra i
filari delle robinie e dei platani, e non sono turbati da altro rumore
che quello della vasca, il cui largo zampillo canta assiduamente nel
mezzo.
--Eccoci giunti, Garasso!--esclamò il Guercio fermandosi prudentemente
presso la siepe della vasca anzidetta, dove il frastuono dell'acqua
spegneva la sonorità della voce.--Che cosa avete a dirmi di nuovo?
--Di nuovo, nulla; abbiamo da intenderci chiaramente su quello che
sapete. Il colpo è per domani, alle dieci di sera, e bisogna che io
possa contare su voi.
--Non dubitate; il Bastiano è puntuale come il banco Parodi. A
proposito, e voi, come state a memoria?
--Che cosa volete dire? Ho io dimenticato qualcosa?
--Ma.... mi par bene. __I cum quibus__.
--__I cum quibus__ ci sono.
--Sta bene, ma quanti? Io li amo molto, i __cum quibus__!
--Anch'io;--rispose il Bello, ridendo.
--Appunto perchè so che li amate voi pure,--soggiunse il
Guercio,--vorrei vederli e contarli, prima di fare il colpo.
--Non vi fidate di me?--chiese il Bello.
--Sì e no;--rispose Bastiano.--E non credo già di farvi torto. Vedete,
io non mi fido neanche delle mie mani, perchè le conosco, e sto per
dire che se potessero, le ingrate, ruberebbero perfino a chi le
mantiene da trentacinque anni.... salvo errore.
--Quand'è così,--ripigliò il Bello,--non dico altro. Ma vi ho già
raccontato l'altro giorno che l'amico non dà fuori i quattrini se non
a colpo fatto.--
Il Guercio crollò il capo, a queste parole, e messe le labbra in moto
per masticarsi la saliva.
--Che diamine, Bastiano? Voi non ragionate più, ora!--soggiunse il
Garasso.
--Intendiamoci;--rispose l'altro, dopo un po' di silenzio.--Io ci ho
gusto a quel giuoco, e già ve l'ho detto. Indossar l'onorata divisa,
figuratevi! questa fortuna non capiterà mica ogni giorno....
--E notate che non c'è risico;--interruppe il Bello.--Avrete da
vestirvi nella casa medesima, al primo piano, di guisa che non ci sarà
da uscire per via, nè da esser veduti da alcuno. Là, in casa, non
avrete da fare con altri che colla ragazza e col servitore, se pure ci
sarà. E per questa fatica di salire e di scendere, vi buscate mille
lire....
--Ma....--entrò a dire quell'altro, dandogli sulla voce,--e chi mi
guarentisce che il danaro verrà?
--Oh bella! vi guarentirà la cassettina che vi ho detto e che dovrete
portar via dal cassettone. Da una mano sporgerete la cassettina,
dall'altra riceverete le mille lire. E notate che il cofanetto,
sebbene non contenga nessuna cosa di prezzo per voi, potrebbe
inuzzolirvi; ma noi non abbiamo tante paure, ci fidiamo di voi.
--Grazie!--rispose il Guercio ironicamente.--Dunque, dicevamo, duemila
lire?'
--Che duemila? Volevate dir mille....
--Scusate, avevo inteso duemila. E siccome sono un po' duro di
comprendonio, così, quando una cosa m'è entrata in testa, non c'è più
verso a cavarnela. Ora io ho inteso duemila, e, duro come sono, non mi
voglio dar torto.
--Lo avete, Bastiano;--ripigliò il Bello.--Queste cose bisognava
dirmele subito, quando mi sono aperto con voi. Ho combinato per mille,
e come volete che torniamo da capo?
--Siamo sei, Garasso, non lo dimenticate. Inoltre, perdiamo una
giornata di lavoro....
--O che? Sareste uomo da voler fare le parti giuste?
--Come voi, Garasso, come voi!--ribattè il Guercio, ghignando.
--Sentite, Bastiano;--disse il Bello, facendo le mostre di non averlo
udito.--Facciamo un po' d'abbaco.
--È il mio passatempo! facciamo d'abbaco.
--Mille lire,--proseguì il Bello,--divise per sei, quanto danno?
--Ho già fatto questo conto più volte,--rispose il Guercio
gravemente,--e mi torna sempre centosessantasei lire, sessantasei
centesimi, e il resto divisibile all'infinito.
--Male, male! e dove avete lasciato le regole della nuova divisione?
--Della nuova?
--Cioè, nuova no, ma diversa! parlo di quella d'Arlecchino.
--E come divideva Arlecchino?
--Eccovi qui; faceva tanti mucchietti, l'uno daccanto all'altro e
contava: questo a me--questo a te--questo a me. Poi si fermava e
tornava a contare: questo a me--questo a te--questo a me; poi....
--Basta, basta, ho capito. Ma anche col vostro conto, io non piglierei
più di cinquecento lire. Ora nella mia aritmetica c'è scritto che io
debba intascare mille lire, innanzi di mettere le altre mille in
divisione. Voi vedete che Arlecchino a petto mio, può mettersi la sua
aritmetica in tasca. Volete che vi parli da avvocato? Qui c'è un
contratto bilaterale; voi vi servite di me, io mi servo di voi.
Ragioniamo dunque di duemila lire; la base più larga fa l'edifizio più
saldo.
--Non si può;--disse il Bello, che difendeva la sua preda coll'unghie
e coi denti;--ho sempre parlato di mille lire, e su mille siamo
rimasti. Che cosa direbbe l'amico de' fatti miei, se gli barattassi le
carte in tavola?
--Oh, se non c'è che questo di rotto, mio buon Garasso, ve l'accomodo
io!--rispose il Guercio.--Ci ho tutto quello che fa al caso vostro.
--Che cosa?--domandò il Bello, tremando. Gli spedienti del Guercio lo
facevano sudar freddo.
--Fatemi parlare col principale, e lo capacito io. Eccellenza, gli
dico, il Bello non ci ha colpa; sono io, io, il furfante, che dimando
le duemila lire. Non mi ero legato nè per mille, nè per cento; mi dia
quello che mi occorre, e la servo da buon compare. Sono un galantuomo:
il Bello potrà farne testimonianza, e dirle che quando il Guercio ha
promesso di fare una cosa, venisse anco il Padre eterno a
scongiurarlo, a caricarlo d'oro, sta fermo come un muro maestro. Fede
per fede, e qua le duemila lire! Che ve ne pare, collega? non sarebbe
un parlar bene?
--Voi capirete che non si può,--disse il Bello, nicchiando;--il
principale ha le sue buone ragioni per non darsi a riconoscere.
--Ed altri,--disse il Guercio di rimando,--ci ha le sue per non darmi
che la metà.
--Guercio!
--Ohe!
--Voi non ricordate più che io ci ho tanto da farvi andare in galera.
--Accompagnandomi, s'intende!--soggiunse prontamente il briccone.--Ah!
il micio mette fuori le unghie? Bravo! questa è l'amicizia? alla
larga! Ma voi dovreste sapere, Garasso, che io vi conosco, e a me non
l'appioppate di certo. E conoscendovi, ho fatto tra me questo
discorso: egli mi offre, per conto d'altri, una lasagna bianca, mille
lire. Quant'altre ne sgraffia? Altrettante. Vedete che sono modesto
nei calcoli, e forse, chi sa? vi faccio anche onore a credervi meno
ladro di quello che sarete. Io sono un galantuomo; potrei sincerarmi
del fatto, che forse avrete già il metallo in saccoccia; ma non lo
voglio.--
In questo dire il Guercio fece balenare la lama di un coltellaccio che
aveva cavato fuori pian piano.
--V'ingannereste, Guercio,--rispose il Bello, balzando rapidamente un
passo indietro,--io non ho in tasca altro metallo che questo.... a
doppio scatto.--
E trasse fuori, appuntandone le sei canne giranti di acciaio al petto
del Guercio, una di quelle rivoltine inglesi che paiono fatte per
capire nel pugno.
Il Guercio non si mosse, ne altrimenti mostrò di esser turbato, o
maravigliato, da quella novità. Sorrise, in cambio, e disse
placidamente al Garasso:
--Ah, ah! la carezzavate tanto, venendo quassù, che finalmente non
avete potuto tenervi dal mostrarla agli amici! È belloccia, in fede
mia, ma troppo chiassosa. Credete a me; voi non siete altro che un
principiante. Arma bianca, arma buona; non fa strepito, ma buco.
--Sarà,--notò il Bello, senza riporre l'arnese,--ma confessate che
questa fa buon servizio, quando s'è disposti a risicare ogni cosa.
--Perchè risicare?--proseguì l'altro.--Io, per esempio, senza risicar
nulla, con un po' di nero sul bianco, vi mando il negozio in malora.
--Che cosa intendete di dire?
--Intendami chi può, che m'intend'io.
--Siete un furfante di tre cotte.
--Come voi, Garasso, come voi, e non per niente ho imparato a
scrivere. Buona notte, dunque, e chi avrà miglior filo farà miglior
tela.
--Ve n'andate?--chiese il Bello confuso.
--Oh bella! se m'interrompete quando parlo.... Orvia, capisco che qui
s'ha da fare la pace. Ripigliamo il discorso dove l'avevamo lasciato.
Noi dunque dicevamo due mila lire.--
Il Bello mise un lungo sospiro, che fu un ultimo vale a quella lasagna
bianca (stile del Guercio) che voleva mettersi in tasca.
--Bisognerà passare per dove volete voi!--soggiunse egli.--Non siete
un amico.
--Anche gli innocenti vanno alla forca!--rispose il Guercio con aria
di compunzione.--Io non sono vostro amico? E quando mi avete voi mai
veduto mancare alle promesse? Non vi buscate la miglior parte nei
guadagni che faccio? Mi servo io d'altri, per rivendere quel che ho
comprato.... coi miei sudori? Andate là, siete un ingrato, e
meritereste che non vi volessi più bene.
--Sì, datemi per giunta la baia! Io frattanto dovrò far come l'asino,
che porta il vino e beve l'acqua.
--Oh, questo non sarà detto mai, fino a tanto che ci sarò
io;--ripigliò il Guercio sul medesimo metro.--Andiamo subito a bere, e
sia del migliore che ci ha la Piccina.
--No, grazie, ora non bevo più. A domani, dunque?
--Alle nove sarò coi colleghi al ritrovo; e voi colle due lasagne....
--A colpo fatto.
--Sta bene; se no, vi ammanettiamo come un cane, e vi portiamo in
caserma.--
Con queste ed altre ciarle di minor conto, i due compari si
accomiatarono scambievolmente. Il Bello rifece i suoi passi verso
Santo Stefano, bestemmiando in cuor suo il destino che gli guastava
tutti i suoi conti, e lo faceva rimanere colle sole cinquecento lire a
lui promesse, come suo beveraggio, dal padre Bonaventura. Ma egli
aveva peccato di ghiottoneria, e ben gli stava doverla pagar cara.
Già, il proverbio l'ha posto in sodo: una ne pensa il ghiotto e
l'altra il tavernaio.
Il Guercio se ne andò dal canto suo, zufolando, verso la Villetta Di
Negro. La notte buia, a cagione delle nuvole addensate nell'aria, le
quali impedivano alla luna di mostrar le corna, come pure avrebbe
dovuto, essendo ella allora ai cominciamenti del primo suo quarto. Ma
di ciò non si dava pensiero il Guercio, che conosceva la strada, e che
ci vedeva da un occhio, al buio, come gli altri, al chiaro, con tutti
e due.
Quello che non vedeva, nè sapeva, era l'ora; imperocchè, tra per lo
svago del teatro e il lungo conversare fatto col Bello, egli non
veniva più a capo di misurare il tempo perduto.
--Che ora sarà?--andava egli pensando, in quella che infilava il ponte
davanti al Teatro Diurno, per salire verso i Cappuccini.--Non ho
nemmeno la __cipolla__ in tasca. Se passa qualcheduno, vo' pigliarne
una ad imprestito.--
Cipolla (i lettori l'avranno già argomentato) nella lingua furbesca, è
sinonimo di orologio.
Giunto colà, dove il bastione della Villetta svolta sulla salita delle
Battistine, il nostro eroe udì un mutar frettoloso di passi che
venivano in su, e insieme coi passi, alcuni sbrendoli d'una romanza da
teatro.
--To'--disse il Guercio,--il cacio sui maccheroni! E come canta col
tremolo, il signorino!--
Il viandante, che era già a mezza salita, cantava per modo da lasciare
intendere com'egli avesse bisogno di compagnia. Veniva su, a passi
brevi ma veloci, belando in falsetto una melodia del __Trovatore__.
--Ah.... che la mor....te o....gnor
È.... tar....da nel ve....nir....--
Intanto il Guercio non era stato tardo a scendere e a mettersi in
agguato a piè del bastione. E il viandante, già vicino al luogo
dov'egli era nascosto nell'ombra, continuava:
--A.... chi de....sia
A chi de....sia mo....o....rir
Leono....ra add....io add....i....o.
--Che bel tremolo!--disse il Guercio in cuor suo.--Se ti sente
l'impresario Sanguineti, hai fatta la tua fortuna!--
E come il viandante gli fu giunto a pari, il nostro eroe si spiccò dal
muro.
L'altro vide quell'ombra nera e trasaltò; fu per voltar le calcagna,
ma il sangue gli si era gelato nelle vene, e le gambe gli ricusarono
il loro ufficio.
--Niente paura, signor tenore!--disse il Guercio.--Sono un povero
diavolo....
--Che cosa volete?--dimandò l'altro, più morto che vivo.
--Scusi, lustrissimo; vorrei sapere che ora è.
--Io non so.... saranno le undici.... cioè, le dieci.... a un
dipresso....
--Vo' saper l'ora precisa, io, perchè ho da mettere l'orologio a
segno. Via, non si scomodi, farò io.--
Così dicendo, gli aveva già posto le mani al panciotto; e quelle mani,
sicure del fatto loro, non pure avevano cavato fuori l'orologio dal
taschino, ma spiccata ancora la catenella dall'occhiello.
--Ah, vedo che bisognerà aprirlo, perchè ci ha il coperchio d'oro.
Basta, non ho tempo; vedrò poi,--proseguì il furfante, riponendo in
una tasca dei suoi calzoni orologio e catenella.--Trecento lire
dell'orologio, e forse cencinquanta del resto; sono dunque
quattrocento cinquanta lire che io metto in salvo per Lei. O come
porta di questi arnesi addosso, dovendo star fuori di notte?
--Ma voi....--si provò a dire il derubato.
Silenzio, se no ti faccio freddo!--interruppe il Guercio, mostrandogli,
uscito a mezzo fuor della manica, il suo coltellaccio.--Tu non hai cura
del tuo metallo, e il primo mascalzone che passa potrebbe rubartelo.
Dammi il portamonete, il borsellino, o quel diavolo che sarà. Te lo
custodirò io.
--E accompagnando gli atti colle parole, mezzo si fe' dare mezzo si
pigliò colle sue mani, il portamonete del malcapitato.
--Benone! E adesso, ara diritto, senza voltarti indietro.--
Quell'altro non se lo fece dire due volte, e pigliò l'abbrivo,
parendogli d'uscirne a buon patto. Ma, per quanto si fosse affrettato
ad obbedire, non si mosse tanto presto che non gli giungesse ancora un
vigoroso calcio del ladro, a raddoppiargli la forza d'impulsione.
Al domani, la cronaca cittadina di un giornale recava, e gli altri
colleghi copiavano con poche varianti la narrazione seguente, che noi
riferiremo con tutti i suoi fioretti di lingua:
«Un'audace aggressione è stata perpetrata iersera, verso le dieci,
nella salita delle Battistine. L'egregio dottor cavaliere Ernesto
Collini, mentre si recava, per ragioni del suo ministero, in una casa
di quei pressi, venne fermato da un tale che gli domandò bruscamente
la borsa o la vita. Per nulla intimorito, il giovine dottore cavò una
pistola per difendersi, e certo avrebbe data una severa lezione al
malandrino, se altri compagni di quest'ultimo, sbucati non si sa
donde, non lo avessero sopraffatto, impedendogli l'uso delle braccia.
Per tal modo, egli fu alleggerito dell'orologio, del portamonete e
(quasi sarebbe inutile il dirlo) dell'arma che aveva impugnata per
propria difesa, e malmenato per giunta, con accompagnamento di
orribili imprecazioni. Egli non potè riconoscere i suoi aggressori,
che portavano il cappello tirato sugli occhi; però dall'accento, ebbe
a formarsi la persuasione che fossero gente estranea alla nostra
città. La qual cosa dimostra in quali deplorevoli condizioni sia
caduta la sicurezza già proverbiale di Genova, per l'affluenza di
tanti ceffi proibiti, ecc., ecc.»
Per alcuni giorni il Collini fu l'eroe delle conversazioni private,
dei capannelli di piazza, delle librerie, delle farmacie, delle
botteghe da caffè. Il caso suo del 28 giugno diede argomento di
chiacchiere, come i casi del 29 giugno, e quasi altrettanto, ad ogni
ragione di scioperati e di curiosi. Ci fu anzi chi volle scorgere una
certa colleganza tra l'aggressione delle Battistine e il tentativo
repubblicano occorso ventiquattr'ore dopo. Infatti, i malandrini non
parlavano genovese; erano dunque lombardi, romagnoli, emigrati,
insomma, di quelli che volevano mettere a sacco e in fiamme la
tranquillissima Genova; e l'audace aggressione patita dal Collini
altro non era che un prodromo, una pregustazione di quello che sarebbe
capitato a tutti gli abbienti, a tutti i ben pensanti della città, se
i rivoltosi fossero venuti a capo della loro scellerata congiura. Don
Basilio non avrebbe argomentato diverso.
Il prode ma sfortunato Collini, ricevette un subisso di cartelline da
visita, e condoglianze e strette di mano a centinaia. Questo, comunque
gratissimo, non era che fumo; ma ci fu anche l'arrosto, perchè il
cliente alla cui casa si avviava in quella malaugurata sera il
Collini, dolente che il brutto caso gli fosse avvenuto per cagion sua,
si recò a debito di mandargli uno stupendo orologio inglese, col suo
nome e colla data del 28 giugno incisa nella faccia interna del
coperchio, a testimonianza durevole della sua gratitudine. __Sic itur
ad astra__.