Nel quale si parla di molte stelle del cielo ligustico.
Quella sera il palazzo Vivaldi era magnificamente illuminato. I grandi
finestroni sfolgoreggianti facevano impallidire le scarse fiammelle
del gasse negli scarsi fanali della via Nuova, e gli sfaccendati, i
musoni, stavano a contemplare quello spettacolo, senza sapere il
perchè. I curiosi si stringevano intorno agli sfaccendati; e i
viandanti, rattenuti da quell'ostacolo, intorno ai curiosi; di guisa
che al vedere tutta quella calca di gente, si sarebbe potuto credere
che fosse avvenuto in quel luogo un fatto grave, un alterco, una
rissa, un'uccisione, uno insomma di que' fatti che il giorno appresso
dànno agli strilloni il diritto di assordare le genti.
--Che è? che non è?--Non sapete?--È la gran festa da ballo in casa
Torre Vivaldi.
--Quella sì, è gente per la quale! Guardate che sfoggio di dorature!
Come splendono, attraverso i vetri delle finestre!
--Hanno illuminato tutto il palazzo. Vedete? Anche dalle finestre che
dànno sui vicoli c'è la medesima luce.
--Eh! le cose si fanno, o non si fanno. Ci saranno forse quattrocento
invitati!
--Che quattrocento? Dite pur mille. Io conosco lo scritturale di casa,
e so che le lettere d'invito salgono oltre al migliaio.
--Ve l'avrà data a bere, lo scritturale. O come volete che ci
capiscano mille persone là entro?
--Che sfarzo da principi! Già, costoro vogliono andare a finir male
con tanto lusso....
--Finir male! Siete pazzo? O non sapete che ci hanno dai dodici ai
quattordici milioni, senza contare i quadri, e quei due leoni di marmo
nella scala, che non hanno voluto vendere a un Inglese per cinquecento
mila lire?
--Ah! ah? bella, la storia dell'Inglese!
--O che? non lo credete?
--Sì, credo tutto, ma so ancora che a Genova, dovunque c'è un
capolavoro, c'è pure la sua brava leggenda dell'Inglese che voleva
comprarlo a peso d'oro.
--Sia come vi garba; intanto è sicuro che ci hanno molti milioni.
--Oh, non lo nego. Ma poichè sono ricchi sfondati, dovrebbero pensare
anche un tantino ai poveri.
--Ai poveri? Oh, non aspettano consigli, per pensarci, e si conta che
facciano per centomila lire di limosine all'anno, oltre le opere pie
nelle quali hanno mano.
--Davvero?
--Certo; sono gran signori, e amici della povera gente. Avrebbero ad
essere otto o dieci di quella fatta, in Genova, e la vedreste cambiare
dal nero al bianco.
--O dal bianco al nero!--soggiungeva un altro.
--E perchè dice questo, Lei? Non le par forse che io dica la verità?
--Dio me ne guardi! Ma chi le distribuisce, tutte queste limosine?
--Oh, fior di galantuomini; ottimi ecclesiastici, ed altre religiose
persone.
--Sta bene; ma sono accorte egualmente?
--Come sarebbe a dire?
--Che la limosina fatta alla cieca, non è altro che uno sfoggio
superbo, epperò avvilisce l'uomo, senza migliorarne lo stato. Oltre di
che, mentre se la spartiscono i raccomandati, la vedova muore di fame
con la sua figliuola, dopo avere inutilmente bussato all'uscio
signorile, e l'onesto bracciante è cacciato dalla casupola perchè non
ha pagato la pigione, e non ha lisciato acconciamente il fattore di
Sua Eccellenza.
--Sarà; ma intanto dove mi trova Ella un uomo che spenda centomila
lire in elemosine, come il marchese Antoniotto?
--Eh, non dico già questo per levargli il merito. Alla stretta dei
conti son sempre uomini commendevoli, e degni, d'esser fatti
consiglieri e sindaci della città.
--Ahi questa che Ella dice è una gran verità! Costoro almeno
amministrerebbero a dovere il danaro del comune, e non ci sarebbe
risico....
--Certo!--soggiungeva un altro.--Non ci sarebbe risico che rubassero
essi, ma che lasciassero rubare gli altri. A costoro basterebbe di
poter fare i prepotenti.
--Ohi ecco un'altra carrozza. Chi è quella signora che scende?
--È la marchesa Pellegrina Bracelli. Bella donna a' suoi tempi! Adesso
sua figlia è più bella di lei.
--Che novità! E probabilmente tra cento anni saranno morte ambedue.
--L'ha da essere una festa, ma di quelle!--diceva un altro.--Questa
gente si ricorda d'essere sangue di dogi.
--Ci sono stati dei dogi nella casata Vivaldi?
--Nella casata Vivaldi, e anche in quella dei Torre.
--Peccato che non ne nascono più, dei dogi!
--Ma! è davvero un peccato. Essi valevano assai più dei vostri
__governatori e intendenti__ moderni.
--Oh, qui poi ci avete ragioni da vendere. Quando non ci fosse altro,
basterebbe notare che erano animali domestici.
Erano questi i discorsi che la gente faceva sulla via.
Il popolo genovese è pieno di questi capi ameni, i quali si dànno
pensiero d'ogni cosa, pel solo ed unico gusto di disputare; ciceroni
da dozzina e curiosi di ogni risma, i quali sanno tutte le minuzie del
passato, frugano tutte quelle del presente e vorrebbero anche
indovinar quelle del futuro; la più parte avventori costanti del
__caffè della Liguria__, in via Luccoli, o del __caffè di Napoli__ in
Soziglia; filosofi peripatetici dei portici del Teatro; speculatori
del bel tempo sulle mura delle Grazie; uditori attentissimi alla Corte
d'Assise, e alle parlate del Consiglio comunale.
Intanto giungevano le carrozze stemmate, e, mandando un po' indietro
la calca dei curiosi, si fermavano dinanzi al portone. Lo staffiere
saltava giù da cassetto, apriva lo sportello, e, col cappello
gallonato in mano, distendeva i gradini ripiegati dello smontatoio. Il
cavaliere scendeva sollecito, e porgeva la mano alla dama, che, tutta
ravvolta nella sua mantellina, non lasciava veder altro che
l'acconciatura del capo e la noce del piede.
Era già molto pei riguardanti, se il viso era bello, sottile il
piedino e ben tornito il fùsolo.
--È la tale!--No, è la tal altra!--E lì commenti, aneddoti, vita e
miracoli della signora che passava.
La carrozza della nobile Ottavia Scotti, vedova Belmosti, si fermò a
sua volta, e ne scese la vecchia dama, con Matilde Cisneri, il
marchese De' Carli e il conte Alerami.
Il lettore ricorderà che nei primi cenni intorno alla bionda contessa,
abbiamo parlato d'una sua vecchia amica, la quale, non sapendo
staccarsi dal mondo e dalle sue vanità, si appuntellava alla rinomata
bellezza di una giovine, per non uscirne del tutto. Era costei la
Belmosti, ottima donna in fin dei conti, la quale con la sua
nobilissima compagnia dava assai più che non ricevesse da altri. E la
Cisneri lo sapeva benissimo, che, la mercè della sua vecchia amica,
cugina del marchese Antoniotto dal lato materno, era stata invitata
alla festa dai Torre Vivaldi.
Il nostro conte palatino si affrettò, con savio accorgimento, ad
offrire il braccio alla nobile Ottavia. Il marchese Tartaglia si
dinoccolò per offrire il suo alla Matilde, e tutti e quattro, gloriosi
e trionfanti, salirono le scale.
Lorenzo Salvani, nascosto nella folla, ebbe agio di vedere tutta la
scena e udire per giunta le chiacchiere degli sfaccendati, che
tagliavano i panni addosso a quelle nobili persone.
Colla falda del cappello aggrondata sugli occhi, il colletto del
pastrano alzato fino all'orecchio, egli era andato ad appostarsi colà,
per vedere anche una volta la bella Matilde. Ultimo guizzo d'una
lucerna che si spegne, ultima ubbìa d'un povero amante lasciato in
asso!
Il cuore gli si strinse, quando vide Matilde, saltar leggiera e
contenta dallo smontatoio sulla soglia del portico; gli occhi
mandarono lampi, quando scorse l'Alerami.
--Domani;--borbottò egli tra sè.--Domani, se non siete un
codardo....--
Matilde era sparita col marchese De' Carli, e Lorenzo vide ancora la
vecchia gentildonna che le teneva dietro, appoggiata al braccio del
conte palatino.
Su per le scale marmoree del palazzo Vivaldi era una luce vivissima.
Numerosi servi in livrea e guanti bianchi stavano nella sala
d'ingresso, che era pittorescamente ornata di fiori e piante
tropicali, come le stufe dei nostri giardini.
Di là s'entrava in una fila di sale stupende, le quali giravano tutto
intorno il piano nobile del palazzo, ricche delle tele, degli
affreschi e degli ornati dei più famosi artisti.
Quelle sale, giusta l'antico costume dei signori italiani, portavano
il nome delle divinità pagane che la fantasia del pittore aveva
effigiate nella volta. Epperò in quella sontuosa dimora dei Vivaldi si
notava il salotto di Cerere, dell'Aurora, di Diana, delle Muse e di
Flora; divinità tutte rappresentate in altrettanti medaglioni a buon
fresco, e accompagnate dai loro emblemi; storie particolari e scene
simboliche negli altri scompartimenti e lunetti della sala.
Per tal modo gl'intendenti di cose artistiche potevano ammirare le
opere del Semino, del Carlone, del Tavarone e d'altri buoni frescanti
della scuola genovese, le quadrature dell'Adrovandini, le prospettive
degli Haffner, e gli ornati recenti condotti con finissimo gusto e
accortamente disposati alle antiche dipinture dal nostro valoroso
Michele Canzio.
Che diremo noi delle tele d'ogni misura, le quali arricchivano quelle
magnifiche sale? Erano dipinti del Caracci, dell'Albano e del Rubens,
battaglie del Bourguignon e di Salvator Rosa, madonne del Dolci,
ritratti di Tiziano, di Paris Bordone e del Vandyck. In un salottino,
che era il pensatoio della marchesa Ginevra (diciamo italianamente
pensatoio il francese __boudoir__, che ha una etimologia meno cortese)
regnava solitaria ma splendida una Danae di Guido Reni, la quale
aspettava la pioggia d'oro, e faceva sospirare tutti coloro che non si
sentivano da tanto di contenderla a Giove. Alla luce dei doppieri i
capegli d'oro e gli occhi desiosi della bella prigioniera
sfavillavano; il molleggiare delle carni dava immagine di donna viva,
e quella bianca cortina che di consueto nascondeva il quadro, tirata
discretamente sui lati, faceva credere al riguardante che egli fosse
davvero il furtivo testimone dei voluttuosi segreti di un'alcova
pagana.
Le modanature d'oro, gli affreschi, gli ornati, le tele, gli arazzi
antichi, insuperbivano le sale del palazzo Vivaldi, e tanto più
degnamente in quanto che la luce, in ogni parte profusa, faceva
risplendere ogni cosa in apparenza di freschezza e di novità. Le
grandi masserizie mirabilmente intagliate e indorate con recente
accuratezza, le tavole incrostate di marmi preziosi, i velluti di
Utrecht orlati di frange e nappe d'oro, i damaschi azzurrini, rossi e
gialli, i tappeti storiati, le larghe cortine rabescate, tutto
attestava l'opera dei secoli più largamente magnifici; e tutto del
pari era fresco, rilucente, sfolgoreggiante, come se tutti gli
artefici che avevano arricchito il palazzo Vivaldi delle opere loro,
avessero dato l'ultima mano ad ogni cosa il giorno innanzi la festa.
Mirabile su tutti gli altri era il salone di Flora, dove si facevano
le danze. Quel salone che, se i lettori rammentano, non si illuminava
se non nelle grandi occasioni, risplendeva per le opere di Pierin del
Vaga, discepolo di Raffaello, che vi aveva fatto prova del suo
mirabile ingegno, lavorando la volta con la vivezza de' suoi colori e
adornando in tal guisa le pareti, da sbandire anticipatamente i
profani arazzi di seta e di carta felpata, i quali fanno testimonianza
del lusso gretto e piccino dei tempi nostri.
Erano poi notevoli nei quattro angoli del salone quattro fauni del
Montorsoli, stupende statue sul fare michelangiolesco, che sostenevano
canestri di fiori e candelabri. Su questi erano piantati in gran
numero i torchietti di cera che aggiungevano la loro luce a quella di
un grande lampadario sospeso nel mezzo, e scintillavano, non sappiamo
bene quante volte, nei molteplici riflessi de' grandi specchi che
pendevano dalle pareti. I canestri poi erano colmi di fiori freschi,
che parevano raccolti alla rinfusa ed erano in quella vece le più
accorte mescolanze immaginate dalla più sapiente tra tutte le
sacerdotesse di Flora che mai profumasse della sua variopinta merce un
portone della via Nuova o della via Carlo Felice.
Ma a gran pezza più splendide dei doppieri, e più belle dei fiori,
erano le gentildonne genovesi, che portano il vanto della bellezza su
tutte le donne del mondo (ogni scrittore o cortigiano d'altro paese
potrà dire lo stesso di casa sua, che noi non ce ne recheremo più che
tanto) e che, vestite in gala, ornate di perle, luccicanti di gemme e
diamanti, apparivano stelle di prima e di seconda grandezza
nell'azzurro del cielo, o Dee dell'Olimpo, che torna lo stesso per
chiunque ricordi l'origine astronomica di tante umane idolatrie.
Mollemente adagiata su d'un ampio sofà, coperto di velluto verde
scuro, stava la bella Usodimare, il cui nome non si usava mai
scompagnare dall'epiteto, per modo che quest'ultimo era diventato
necessario a far capire che si parlava di lei. Sebbene la marchesa
Giovanna Usodimare avesse già contate le sue trentasei primavere,
appariva pur sempre giovane, e non cedeva la palma ad altre parecchie
di più recente splendidezza. Il naso, superbamente fermato senza
incavatura al basso della fronte, la faceva rassomigliare alla Venere
di Milo, della quale ci aveva pure la bocca disdegnosa e i capelli
increspati: ma un diadema di conchiglie mezzo nascosto nelle ciocche
rivoltate alla foggia greca verso le tempia, e un vezzo di perle che
rompeva i magnifici contorni delle spalle ignude, ricordavano più
agevolmente Anfitrite, la regina del mare. Perciò voi potete giurare,
o lettori, che il marchese Onofrio De' Carli, da quell'ostinato
cultore del madrigale ch'egli era, non tralasciasse l'occasione di
bisticciare tra la dea del mare e il casato della marchesa, e di
paragonare i cavalieri che la ci aveva dintorno ad altrettanti
Tritoni, sebbene non facessero tanto sprazzo di schiuma com'egli,
quando gonfiava le gote.
Nè meno risplendeva per eleganza di forme la sua parente Erminia
Lercari, sebbene la bellezza di costei derivasse da un tipo al tutto
diverso. Era una svelta ed aggraziata persona, con una testolina che
avrebbe potuto servir di modello al Canova, tanto ne erano fini e
delicati i lineamenti. Ma se il Canova era morto, viveva il Dupré, che
nel busto della marchesa Erminia aveva saputo dar vita ad un vero
capolavoro, quantunque il marmo non avesse potuto ritrarre tutta la
profonda virtù di quegli occhi, che parevano metter scintille. Certe
movenze del capo e della mano asciutta e sottile, accennavano una
donna d'animo forte, nata per comandare altrui. Ma quanto più robusta
era la tempera, tanto più era fine; e perchè il gusto era eletto,
cortese il pensamento, il comando riusciva dolcissimo, come quello che
si volgeva sempre alle cose buone e gentili. La Lercari era colta e
studiosa, e cotesto appariva facilmente, senza che ella pure il
volesse, in una società come la nostra, dove le donne di consueto sono
così poco addestrate nelle severe discipline, e gli uomini (diciamolo
a nostra vergogna) anche meno. Però si sarebbe potuta paragonare a
Minerva, come cento e dugento anni innanzi una di quelle mogli di dogi
e senatori, le quali dettavano versi e prose, disputavano coi dotti,
ed erano del pari ottime madri di famiglia, savie e cortesi matrone,
che con la schietta bontà dei modi temperavano l'alterezza dei loro
accigliati mariti.
Chi di noi vorrebbe oggi tornare a quei tempi in cui il popolo era
servo, o poco meno, di quelli ottimati, e la repubblica stessa altro
non era che un cadavere coperto di seta? E tuttavia que' tempi si
ricordano con affetto, la mercè di quelle belle e colte marchesane che
il pennello del Vandyck ha tramandate alla nostra ammirazione, buone e
pietose, con tutta la durezza che conferiva ai loro volti la
gorgieretta insaldata a cannoncini e il taglio delle vesti spagnuole.
Non altrimenti le Corti di amore, i colori della dama valorosamente
portati in Palestina e l'ambito premio del torneo, ci rappattumano
colle feroci memorie del Medio Evo. __Quid foemina possit....__
Ma torniamo alle nostre gentildonne in casa Torre Vivaldi. La signora
Maddalena Torralba era anche essa degna di ammirazione, per quei suoi
grandi occhi azzurrognoli, per le carni del color del latte, per la
soavità del volto. Era una di quelle donne che si dicono molto
acconciamente impastate di bontà, tutta dolci pensieri significati con
dolci parole da una voce melodiosa, sebbene un tal po' gutturale. Un
cercatore di contrasti, ne avrebbe trovato uno bello e fatto,
considerando la Torralba, seduta accanto all'amica sua, la Fulvia
Cassana, che era la marchesa più bruna di Genova, che aveva gli occhi
e le sopracciglia di un'Andalusa, e le fattezze e il portamento di
un'antica Romana.
Un viso di Erigone, poichè siamo a capo fitto nei paragoni, era quello
della marchesa Giulia Monterosso, dalle labbra tumide e coralline,
dalle guance vivide come le pesche duràcine (lettori, per carità, non
vi salti il grillo di mordere!) e dagli sguardi accesi che avrebbero
rimescolato il sangue nelle vene al più tranquillo anacoreta della
Tebaide.
--Tutte marchesane? null'altro che marchesane?--Sissignori; non è
colpa nostra, se nella festa da ballo dei Torre Vivaldi ce n'erano
tante, le quali portassero il pregio di un tocco in penna. E si noti
che ne lasciamo nel dimenticatoio parecchie, le quali ci vorranno un
mal di morte, perchè non abbiamo tessuto loro uno zinzino di
panegirico.
Ma v'erano anche le signore senza corona, quelle tali che, come
abbiamo detto, portavano alteramente i loro trentasei quarti di
bellezza, e non li avrebbero barattati con altrettanti di nobiltà.
Tra queste era allora donna e madonna la Enrichetta Corani, il cui
sguardo derivava tanta efficacia da certi occhi d'indaco, mezzo
nascosti da lunghe ciglia. Era alta della persona, e non fu mai più
acconcio il dire __collo di cigno__, che pel collo svelto e morbido
della signora Enrichetta. Il colorito non aveva nè bianco, nè rosso,
nè pallido, sibbene opalino, se ci è consentito di foggiare ad epiteto
il colore bianco azzurrognolo latteo senza lucentezza di quella pietra
che chiamano opale; colorito che sanno indovinare i grandi pittori, e
per cui sovente i grami non fanno altro che impiastrare inutilmente la
tela.
Era la signora Enrichetta che teneva in onore le cascate, o ricci a
lunghe spire, che sbucavano da dietro gli orecchi e pendevano intorno
al collo, per dar maggiore risalto alle carni. La chiamavano a Genova
la signora dei tulipani, per una ghirlanda di questi fiori che ella
s'era posta un giorno nella nerissima capigliatura. Tulipani
simbolici! Molti erano gli innamorati che stavano intorno alla
bellissima donna; ma neppur uno di que' tulipani era voluto cascare a
terra, per farsi raccogliere, come una tacita promessa d'amore.
Tra tante graziose dame, la bionda Cisneri non poteva esser dunque
regina, come le aveva pronosticato tra due sbruffi il lezioso marchese
De' Carli. Ella poteva forse forse comparire come una stella di
seconda grandezza in quel firmamento femminile; e soltanto la sua
vedovanza, insieme con una maggiore libertà, le attraeva dintorno una
maggior copia di adoratori.
Certo, se Lorenzo Salvani fosse stato in quelle sale, Matilde non gli
sarebbe più sembrata la regina delle donne: poichè, senza pur mettere
in conto che talune di quelle dame erano più appariscenti di lei, la
bellezza raffigurata in tanti volti e persone diverse, adorna di tutte
le incantevoli malìe che procaccia la ricchezza (anche Venere derivò
la sua maggior possanza dal cinto miracoloso), è tal cosa che innebria
come la copia molteplice dei vini.
Egli, verbigrazia, non avrebbe durato fatica a notare che il tipo di
Matilde era un nulla al raffronto della Corani o della Usodimare, e
che tra le donne a lui note, soltanto Maria, la sua sorella adottiva
vestita da gran dama, avrebbe conteso il pomo della bellezza a tutte
quante, e perfino alla regina della festa, alla Ginevra dagli occhi
verdi.
Ci siam giunti, alla perfine, a questo gran nome!--dirà il lettore,
che ha una voglia spasimata di conoscere la regina della festa. E la
sua impazienza è ragionevole, dappoichè egli ha inteso che la bella
Ginevra ha da essere gran parte di questa storia che gli andiamo
narrando, e, come avviene in cosifatte letture, egli vorrà vedere se
la gentildonna rassomigli a quel tipo di perfezione ch'egli ha
immaginato, e se la ci abbia tutta quella virtù, quell'incognito
indistinto di soavi fragranze, che sogliono tramandare le eroine da
romanzo.
E noi, i quali l'abbiamo fatta sospirar tanto al cortese lettore,
siamo impacciati a dipingerla, temendo forte che la grande
aspettazione da noi prodotta non faccia torto ai grami colori della
nostra tavolozza e alla imperizia del nostro pennello.