XXV.

La bella Ginevra dagli occhi verdi.

Le danze erano già incominciate e i piedini delle signore scivolavano

agilmente su d'un tavolato di legni preziosi vagamente intarsiati,

superficie levigata e lucente, che era con molto buon gusto surrogata

alla consueta tela giallognola stirata sul tappeto e fermata negli

orli al pavimento.

I Torre Vivaldi facevano splendidamente ogni cosa, e tra l'altre belle

novità della festa si notava quella della musica, parte composta di

suonatori e parte di coristi, i quali alternavano i canti e i suoni,

siccome si usa in certe eleganti feste da ballo d'altri paesi. Un

__Waltzer__ di Strauss, così suonato a vicenda e cantato, faceva

ricorrer la mente alla strofe, all'antistrofe e all'epodo dell'inno

greco, producendo effetti mirabili di voluttuosa dolcezza e di

gagliardia turbinosa.

La marchesa Ginevra non aveva ancora danzato. Già parecchi nomi erano

scritti sul taccuino dalle carte gemmate, che raffiguravano le ali

d'una farfalla, e che aprendosi lasciavano scorgere i fogli sottili di

avorio, disposti a ventaglio dintorno al lepidòttero, la cui

testolina, formata da uno smeraldo, era la capocchia di una elegante

matita.

Ma ad ogni nuovo nome scritto, il taccuino ricadeva penzoloni dalla

sua catenella, e la marchesa Ginevra non si muoveva ancora dal primo

salotto, accanto alla sala d'ingresso, dov'ella stava a ricevere i

suoi invitati, da vera padrona di casa che sa il debito suo.

Qualche dama meno vogliosa di ballare stava a tenerle compagnia, e non

mancavano i satelliti del genere maschile, tra i quali ci par degno di

una menzione particolare un vecchio mastodonte, il nobile signor

Demetrio Salvi o De' Salvi, siccome egli si faceva chiamare.

Chi non ha conosciuto il De' Salvi, quello stecchito personaggio, il

quale visitava almeno trenta palchetti ogni sera al teatro Carlo

Felice? la cui voce di basso profondo infreddato si faceva udire e

zittire dalla platea, allorquando infastidiva le povere signore,

raccontando a questa e a quella la cronaca quotidiana di tutte le

altre, gazzetta ambulante scritta a caratteri gotici su di una vecchia

cartapecora?

Costui aveva tenuto un ufficio importante nella Intendenza (oggi

bisogna dir Prefettura); ma da alcuni anni era messo a riposo; laonde

ci aveva tempo da spendere, e con le sue visite eterne non lasciava

riposare nessuno. I capi ameni gli davano settant'anni suonati, ma

egli non voleva dimostrarne neppure cinquanta, e prestava con mirabile

assiduità i suoi servigi alla milizia cittadina, lasciando di tratto

in tratto trapelare un po' di amarezza contro il Consiglio di

ricognizione, che non voleva farlo cancellare dall'albo dei militi.

Credeva di avere la scienza infusa, e parlava a diritto e a rovescio

d'arti liberali, di politica, di araldica, e d'ogni altra cosa che

venisse in discorso. Diceva roba da chiodi della musica moderna, e

sospirava i tempi beati del suo amico Paulucci, che sapeva mettere a

segno i rompicolli. Tra tutte le sue ubbíe, la più grave era

certamente quella di credersi un gran maestro di cerimonie, di guisa

che taluni gli avevano imposto il soprannome di gran ciamberlano, e

parecchie famiglie, pigliando la sua scienza sul sodo, lo consultavano

sulle formalità del cerimoniale domestico e su cento altre minuzie di

quella fatta.

Il nobile De' Salvi era stato a' suoi tempi uno dei cavalieri serventi

della madre di Ginevra, e pareva ne avesse derivato il privilegio di

dar molestia alla figlia, standole sempre a' fianchi, e offrendole

consigli, che essa non chiedeva punto e accoglieva sorridendo.

--Vedete,--le diceva egli,--bisogna diportarsi in questo modo. La

Clelia non è venuta a vedervi da un pezzo; ma avete fatto bene ad

invitarla, perchè io so che la poverina è stata giù di salute. Ha

voluto allattare il suo bambino, e le sue forze non erano da tanto.

Sta benissimo che non vi diate pensiero dell'Amalia. Suo marito s'è

posto su d'una mala via, e tra tutti e due non badano punto al decoro

della famiglia, accogliendo in casa loro ogni maniera di gente. Vi so

dir io che in quella casa non ci si può stare....--

Ed era verissimo. In quella casa non ci poteva star egli, poichè tutti

que' capi ameni in mezzo ai quali si trovava, volendo fare lo

sputatondo, avevano l'aria di metterlo in canzone.

Nè va dimenticato com'egli fosse tenero del buon costume, fino a segno

di volere che le ballerine portassero le brache lunghe fin sotto il

ginocchio. Forse per questa sua tenerezza il nostro Solone, al

cominciar del ballo, correva sempre nel palchetto della deputazione

comunale, seguace in codesto della massima che certi mali molto gravi

bisogna studiarli da vicino.

E poi piombava in casa delle signore quando meno avrebbero voluto

vederlo; e se notava due o tre volte la presenza di qualche

giovanotto, egli subito con bel garbo ne toccava al marito. Non già

per metter male, nè per vederne dove non ce n'era punto, chè la

signora era una Lucrezia e il giovanotto un Giuseppe; ma perchè il

mondo era tristo, chiacchierone, pronto a giudicare: insomma, diceva

tanto e tanto, che bisognava fare a modo suo, e la signora comprarsi

la sua pace domestica usando una scortesia a quel tale che non piaceva

al nobile De' Salvi.

--Adesso,--diceva costui alla marchesa Ginevra,--potete andar

liberamente a ballare. È già un'ora che state qui, e quelle che sanno

il debito loro sono già venute. Le altre che si fanno aspettare oltre

il bisogno, debbono a loro volta aspettare che voi le salutiate. Se

non conoscono le buone creanze, tanto peggio per loro.--

Poi, di tratto in tratto, andava nel salone di Flora a vedere il

ballo; si accostava con un piglio di affettata dimestichezza a questa

e a quella, dicendo all'una che non ballasse troppo, a cagione del suo

stato (sapeva perfino queste cose, il nobile De' Salvi!), all'altra

che non ballasse il __waltzer__, perchè le faceva girare il capo, e

via discorrendo. Era insomma una molestia da non dirsi a parole.

In quanto alla Ginevra, che egli voleva ad ogni costo mandare a

ballare, ella non gli dava retta, e non si muoveva dal suo posto. Ciò

dispiaceva fortemente al gran ciamberlano. Perchè? Per la stessa

ragione che consigliava all'Emma o alla Clarice di non ballare; perchè

non voleva lasciare in pace nessuno. D'uomini cosiffattamente

stucchevoli è abbondanza nel mondo, e noi ne conosciamo parecchi,

senza punto saperci capacitare del perchè si sopportino.

Ora intanto che la marchesa Ginevra aspetta, e graziosamente accoglie

i nuovi venuti, alzandosi per le donne e porgendo loro la mano,

lasciando giungere gli uomini e dicendo cortesi parole ai noti amici

che fanno atto di sudditanza e ai nuovi che le presenta il marchese

Antoniotto; intanto che procaccia qualche conoscenza alle dame

forestiere, o raccomanda questa o quella ai cavalieri più compiacenti

che si butterebbero nel fuoco per obbedirla; andando a venendo insomma

con una grazia da regina, noi ci proveremo a farvi questa benedetta

dipintura della bellissima donna.

Enrico Pietrasanta aveva ragione: i capegli della marchesa Ginevra

erano castagni, fini ed abbondanti, e, rischiarati in diverse guise

dai riflessi della luce, componevano quasi un'aureola intorno ad un

bel viso bianco perlato, alle carni stupende, senz'ombra di rosso o di

giallo, senza soverchio di grassezza, che vincevano al raffronto la

celebrata carnagione della Enrichetta Corani.

Si poteva dir quasi che di quelle chiome copiose ella non sapesse che

farne, dacchè era costretta a serrarle in lunghe trecce, le quali,

tuttochè ravvolte in giri molteplici, le scendevano pur sempre sul

collo più giù che non comportasse la moda.

Ma questo non era poi un difetto, e ognuno, al vedere quell'ampio

volume di capegli, avrebbe potuto argomentar di leggeri che se

Domineddio ne avesse fatto copia ad Eva, la madre del genere umano non

sarebbe andata a limosinare le foglie di un albero per coprirne la sua

nudità vergognata. Si aggiungeva che quella necessaria acconciatura

faceva portare alla marchesa Ginevra il capo mollemente chino: il

quale atteggiamento, tra per l'alta statura e per la sciolta eleganza

del collo, le conferiva maggior leggiadria.

Le ciocche al sommo del capo, lievemente increspate, si stendevano

sulle tempia e si ripiegavano in due lisce staffe un po' sopra gli

orecchi, senza coprire gran parte della fronte, dove spaziava l'arco

maraviglioso delle sopracciglia, ombreggiando gli occhi verdi, grandi

e dolcemente allungati, i quali, dando anche essi ragione al

Pietrasanta, assumevano tutti i riflessi. Il naso, sottile senza dar

nello smilzo, diritto e giustamente riciso, lasciava al tutto scoperto

il labbro superiore, voluttuosamente rilevato, il quale sorridendo

infossava leggiadramente le guance e faceva apparire per quel breve

spiraglio due file di bianchissimi denti, che si potevano più

acconciamente paragonare al candore della madreperla che a quello

dell'avorio. Il mento ovale, severamente scolpito, significava

saldezza di propositi, in rispondenza col diritto profilo della

fronte.

Da quel mento e dagli orecchi, piccini ed aggraziati che parevano una

miniatura, nè avevano voluto essere forati nè profanati dalla

selvaggia costumanza dei ciondoli, scendiamo al collo svelto e

tondeggiante, che portava tutto intorno disegnata quella ruga sottile,

simbolico cinto della bellezza, di cui le nostri Veneri insuperbiscono

più assai che di un vezzo di gemme. Gli omeri, non molto rilevati,

scendevano dalle radici del collo con una curva delicata che dava alla

persona un'aria di somma dolcezza, in contrasto col mento reciso e

colla fronte diritta. Ma appunto da simili contrasti scaturisce

l'armonia di una bellezza suprema.

Così il seno, che un poeta classico avrebbe battezzato acerbo, non

dimenticando il solito paragone con le fragranti mele appie, era un

miracolo di casti contorni, e la sua bianchezza non appariva punto

sopraffatta da una collana di perle a cinque filze, dall'ultima delle

quali pendevano altre perle più grosse, allungate a forma di gocciola,

dai bei colori iridescenti.

Quel viso e quelli ornamenti, le carni, le labbra, gli occhi, la

collana, tutto era una perlagione, tutto si disposava armonicamente,

tutto concorreva a produrre un effetto profondo, a far pensare e

sospirare il riguardante. A compiere l'acconciatura di quella testa

perfettamente ovale, si aggiunga una corona di fiori di lilla, bianchi

e violacei, lavoro della Nattier, quella parigina che, in materia di

fiori, poteva dare dei punti alla madre natura. Parecchi diamanti

alternati con amatiste si attorcigliavano a quella corona di fiori, e

tremolando scintillavano, mettevano baleni intorno alla testa divina.

I fiori di lilla bianchi e violacei, i diamanti e le amatiste, erano

in rispondenza coi due colori del vestimento della marchesa Ginevra.

La bellissima donna indossava un'ampia veste di raso color di lilla

tenero, e una sopravveste di merletto finissimo, sopravveste da

duchessa, se pure è vero che le duchesse vestano più sfarzosamente

delle altre donne.

A' dì nostri, infatti, tutte le signore, a marcio dispetto della legge

suntuaria che temperava il lusso delle dame romane, fanno uno sfoggio

di abbigliature, che costano un occhio del capo ai mariti, e per

mostrarsi attillate agli occhi degli altri, farebbero, stiamo per

dire, carte false. Affrettiamoci tuttavia a soggiungere che non tutte,

anco se avessero potuto fare carte false, e spacciarne, sarebbero

venute a capo di portare una sopravveste come quella della marchesa

Ginevra. Era di merletto, ma di quel tal merletto antico che chiamano

punto di Venezia, lavorato sottilmente a rilievi di fiori a rabeschi,

con lo stemma dei Vivaldi ripetuto più volte sui lembi; la qual cosa

significava che quella veste, a cui si poteva dare il prezzo di forse

dugentomila lire, era stata trapunta a bella posta per una dama di

quella casata.

Rialzata un tratto in due punti sul dinanzi, quella sopravveste faceva

uno sgonfio, fermato sugli angoli da mazzolini di fiori di lilla

bianchi e violacei, con una rosetta di diamanti nel mezzo. Un

mazzolino somigliante, acconciamente posto su d'un cappio di merletto,

ornava le due attaccature della vita al sommo delle braccia, donde si

dipartivano larghe striscie dello stesso merletto, correndo intorno

alle spalle e giungendo poi sul dinanzi a chiudersi sotto un largo

fermaglio, o pettorina di filo d'oro, reticolato a rabeschi, che si

adattava al garbo del seno e dei fianchi. Abbiamo detto filo d'oro, ma

il filo non si vedeva, non essendo altro che la nascosta armatura di

un fitto di diamanti d'ogni misura, disposti in modo da raffigurar

rose e foglie, che amorosamente s'inerpicassero intorno al petto della

signora. Questa immagine ci pare a gran pezza più acconcia di

quell'altra che mise fuori il marchese De' Carli, allorquando, veduto

il fermaglio della Ginevra, lo disse una corazza adamantina. Ma forse

potranno stare ambedue. Quello che non può stare per nessun modo si è

il conto fatto da un banchiere, il quale, noverati così alla grossa

gli ornamenti della marchesa, scese a dire ch'ella poteva sottosopra

valere un milione e mezzo.

Quello era forse il prezzo de' suoi diamanti, delle sue perle e de'

suoi merletti di Venezia; ma la Ginevra dagli occhi verdi non aveva

prezzo. Tutti i tesori di Golconda e dell'arcipelago indiano non

valevano quel miracolo di natura che era la sua persona; nè tutti quei

giri di perle che le stringevano i polsi, valevano un dito mignolo di

quelle mani sottili, dalle venature trasparenti, che solo Fidia

avrebbe saputo modellare, ma senza infonder loro la vita.

La marchesa, come le nostre lettrici hanno veduto, era magnificamente

vestita, e mettiam pegno che taluna di esse si è già mattamente

inuzzolita di uno sfarzo così strabocchevole. Ma se questa lettrice

avesse veduto la Ginevra in persona, avrebbe più facilmente invidiato

la grazia eletta con cui erano portate tutte quelle dovizie femminili.

In fatti, a vederla, ella era molto più semplice di quello che non

appaia da una dipintura necessariamente frondosa, quantunque pur

sempre manchevole. Ogni cosa era a suo posto, ogni ornamento

rispondeva per modo da non potercisi vedere una stonatura, e quel che

più monta, il bianco splendore delle carni non ne era punto

sopraffatto.

Un ventaglio con le stecche di madreperla e una scena di amorini che

ruzzolavano festosamente sul prato, dipinta su d'una sottil pergamena

dal Rubens, non era il meno prezioso di tutti quelli ornamenti,

sebbene il banchiere anzidetto avesse dimenticato di metterlo nel

conto.

Ora, sarebbe quasi inutile il dire che parecchie altre di quelle

gentildonne invitate alla festa facevano pompa di tesori consimili. Le

grandi famiglie genovesi avranno poderi e palazzi che fruttano a mala

pena il due per cento; capolavori d'arte che non fruttano nulla; ma

vedrete pur sempre le signore sfolgoreggianti di gemme come

altrettante regine. E questo s'intenderà di leggieri, chi consideri

che le gentildonne della festa erano le discendenti di quelle antiche

dame, le quali tutte alla loro volta avevano portato diadema di

dogaressa, nello spazio di quasi cinquecento anni, da Simon Boccanegra

a Gerolamo Durazzo.

O bellezza! o forma sensibile della divinità, come risplendi tu mai,

circondata dai tesori della natura e dell'arte! Omero, il nostro gran

padre, non ha saputo altrimenti dipingerci la regina dei Numi,

Giunone, che vestendola di tutto punto come una dama de' suoi tempi.

Secondo lui, la diva dalle bianche braccia, doveva adornarsi con

sottil magistero di elette vesti e pietre preziose, farsi bella,

insomma, per innamorare il suo augusto marito. Ricordate con che arte

ella si acconciasse, innanzi di andarlo a cercare sul monte Ida,

dov'egli stava a bearsi lo sguardo delle busse che i Trojani davano ai

Greci? È forse l'unico esempio di apprestamenti leggiadri che mai

donna facesse per piacere al marito, dopo alcuni anni di matrimonio.

«La diva si avviò al regale suo talamo, a lei fabbricato dal figlio

Vulcano con salde porte e una tal serratura segreta che nessun Dio

sarebbe venuto a capo di aprire. Ella vi entrò, e chiusosi l'uscio

dietro a doppia mandata, si terse dapprima l'amabil corpo d'ambrosia,

e lo irrigò di una certa essenza oleosa, che, agitata nel cielo,

riempiva l'universo di inneffabili fragranze.

«Poi commise al pettine le chiome bellissime, e di sua mano le compose

in vaghi ricciolini ondeggianti intorno al capo immortale. Quindi,

toltosi l'accappatoio (Omero non lo dice, ma s'intende di leggieri),

indossò il peplo divino, tessuto da Minerva, e lo assicurò al petto

con un fermaglio d'oro. Si cinse i bei fianchi d'un cintiglio a molte

frange, e sospese agli orecchi ì suoi ciondoli gemmati a tre gocce.

«Si ravvolse intorno alla fronte una fulgida benda, e legatisi al

piede i bei coturni, uscì pomposa dalla celeste dimora, dopo aversi

posto in seno il cinto di Venere, sua figliastra, ben trapunto cinto

nel quale erano raccolte tutte le lusinghe, la voluttà dell'amore, il

desiderio segreto e la dolce favella degli innamorati.»

E sapete che facesse Giove, appena l'ebbe veduta? Non le diede neanco

il tempo di infilzar quattro parole, e senza dir nè due nè quattro, le

pose le braccia al seno e lasciò che i Greci, i prediletti di Giunone,

suonassero a loro posta i guerrieri di Troia.

Questo faceva Giove, il re dei celesti. Ora quale dei mortali non

avrebbe dimenticato ogni cosa per un sorriso della bella Ginevra, per

uno sguardo solo di quelli occhi marini? E quale di loro non avrebbe

affrontato di grande animo la morte, per respirare un solo momento la

divina ambrosia, o per parlare più umanamente, l'eletta fragranza di

quella regina delle donne?

Eppure, cosa incomprensibile ma vera, tutte queste dolcezze si possono

avere a straccia mercato, nel secolo in cui viviamo. Solo che siate un

uomo da poter essere presentato in un geniale ritrovo, vi è dato

sovente di respirare per due o tre ore quell'aria che un povero amante

pagherebbe con dieci anni di vita, e mettere una mano profana intorno

alla vita di quella donna, e bere, stiamo per dire, il suo alito, in

un giro di __waltzer__ o di __mazurka__.

Non ci faremo più oltre a dipingervi la marchesa Ginevra, nè a dirvi

partitamente delle sue bellezze. Vorremmo aggiungere che aveva un

piedino bello come la mano; ma voi sareste tali da voler sapere di che

tessuto fosse la calza, di che colore il legaccio, a noi da volervelo

dire. Lascieremo dunque alla vostra mente immaginosa l'ufficio di

finire la descrizione, e tanto più volentieri, in quanto che con tutte

le nostre parole non ci è venuto fatto di darvi ad intendere con quali

giuste proporzioni rispondessero l'una all'altra tutte le parti di

quel corpo bellissimo.

E la mente? Oh, questa era bella del pari. La marchesa Ginevra aveva

un ingegno vivissimo e colto sopra tutte le altre. Trattava con garbo

la matita, e il cembalo con agile maestria. Parlava con una voce

melodiosa quasi tutte le lingue d'Europa, l'italiana e la francese, la

spagnuola, l'inglese e la tedesca, di guisa che poteva leggere nel

loro testo, il Petrarca, il Byron, il Goethe, l'Hugo e Garcilasso de

la Vega. Il dialetto genovese che tanti trovano aspro, bisognava

sentire che musica fosse diventato sulle labbra coralline della

marchesa Ginevra!

E il cuore? Ahimè! Al tempo del nostro racconto il cuore della

marchesa non aveva anche dato segno di vita. Molti le stavano attorno,

sospirando, dicendo le più tenere cose; ed ella li stava ad udire, ma

senza rispondere mai in quella chiave. Però il Cigàla, il più ameno

filosofo che mai calzasse guanti paglierini, la metteva nel novero di

quelle belle meditabonde, le quali nelle soavi parole e nei rapimenti

di un uomo che le ama, stanno libando l'arcana dolcezza delle parole

che potrebbe dir loro un altro che amano esse.

Ma, anco ammettendo la massima del nostro povero amico Cigàla, che è

andato a seppellire la sua filosofia sui campi gloriosi di Montebello,

noi dobbiamo aggiustar fede alle nostre notizie particolari, giusta le

quali la marchesa Ginevra non amava nessuno. Era, a dir vero, una

donna della quale non si capiva un bel nulla. Vi agitava le tempeste

nel cuore, e non le calmava; vi sorrideva leggiadramente e vi guardava

a volte con certi occhi che parevano promettervi il paradiso; ma che?

Ella non pensava punto a voi. Era in lei natura il farvi udire la

musica de' suoi sorrisi e delle sue cortesi parole, ma non vi

consentiva niente di più, e vi teneva pur sempre lontani. In questa

guisa dicono gli astronomi che i pianeti del nostro sistema sono

attratti verso il sole e respinti ad un tempo, per modo che non

possano nè avvicinarsi nè dilungarsi, oltre l'orbita che l'astro

maggiore consente ad essi di descrivere. Ma tutto questo che ognuno

avrebbe inteso di leggieri trattandosi del sole, non s'intendeva

ugualmente trattandosi di una donna nel fiore della bellezza e della

gioventù, maritata ad un uomo cupo, freddo, ambizioso, sempre

circondato di parrucconi, assiduo lettore di Giuseppe De Maistre, come

il marchese Antoniotto.

Che volete? Pareva quasi che la Ginevra ritraesse molto del marito.

Ella infatti era assidua com'egli alle prediche, e andava ogni

domenica ad udir messa nella chiesa della Maddalena. Due volte alla

settimana la vedevate correre, col suo servo in livrea alle calcagna,

fino al convento di San Silvestro, dalle monache di Santa Chiara,

dov'era una Vivaldi, sua zia, e dove ella soleva passare due o tre ore

alla fila. O come si riscontrava cotesto co' suoi modi in apparenza

facili, coll'amore delle feste, delle conversazioni, del teatro, e di

tutte le pagane consuetudini del viver signorile? Contrasto

incomprensibile! O era forse la marchesa Ginevra una di quelle donne

dal cuore muto d'ogni sentimento, su cui le lusinghiere immagini

passano, senza lasciarvi orma di sè, come su d'un cristallo opaco? O

forse Dio aveva fatta così bella la statua, senza soffiarle per entro

il soffio della vita?

I lettori rammenteranno che Enrico Pietrasanta, parlando di lei con

Aloise, aveva detto:

--Dio le fa belle, e poi leva loro l'anima, perchè si conservino

meglio, come gli uccelli impagliati.--

Questo che il Pietrasanta aveva detto della Ginevra, a volte pareva

verissimo, a volte no. Ma siccome l'esser fredda non è per una donna

una colpa al cospetto del volgo, e siccome la marchesa era così

stupendamente bella che a molti pareva quasi impossibile avesse potuto

mai discendere ad amar qualcheduno, tutti l'avevano facilmente posta

tra le eccezioni. Così, mentre delle altre si narrava sempre alcun

che, di lei si taceva, non si metteva nemmeno in controversia se

potesse o non potesse sentire il mal d'amore come tutte le altre.

Soltanto di tratto in tratto si sarebbe potuto notare che alcune dame,

parlando così alla sfuggiasca della marchesa Ginevra, la dicevano una

bellezza sciocca, una testa tronfia de' suoi titoli, delle sue

ricchezze e delle sue ubbíe forestiere. Gli uomini, a dir vero, non la

pensavano così; ma già si sa Che, dalla volpe di Esopo in poi, è

costume di chiamare acerba quell'uva che è troppo in alto sul tralcio.

Epperò i signori uomini, sebbene in cuor loro riconoscessero i pregi

della Ginevra, e sebbene l'assiduità delle loro occhiate dicesse

tutt'altro che sciocca la bellezza di lei, a parole poi tenevano

bordone alle aspre sentenze delle dame sullodate. Ma lasciamo da banda

quello che potessero dire certe dame e certi cavalieri, e ripigliamo

il nostro racconto, che preme assai più, scusate la modestia.

Stiamo ora per raccontarvi una cosa strana, e quasi incredibile, una

cosa che i lettori non indovinerebbero, se pure la dessimo loro alle

mille. Aloise di Montalto saliva le scale del palazzo Vivaldi, in

compagnia di Enrico Pietrasanta.

O come mai Aloise, l'uomo che amava da sei anni la bella Ginevra senza

avere ardito mai accostarsele, che s'era anzi sbandito da ogni geniale

ritrovo per cansare il pericolo d'incontrare la donna de' suoi

pensieri, s'era così di punto in bianco mutato, da mettere il piede

nel suo palazzo, da andare alla sua festa da ballo?

E questo è ancor nulla, in raffronto a quello che non sapete ancora.

Il marchese Antoniotto, il cupo tiranno di Quinto, l'orgoglioso

gentiluomo per cui il non essere milionarii era come una fede di

povertà, stava anche egli da un'ora nel primo salotto dov'era la

moglie, e teneva d'occhio la sala d'ingresso, aspettando l'arrivo di

quel nobile senza il becco di un quattrino, come lo diceva il Collini,

di quel giovanotto senza importanza, come lo riputavano gli uomini

della risma del gran ciamberlano De' Salvi; insomma, avete capito, di

Aloise di Montalto.

I rossi e i neri, vol. 1 · 第 31 / 54 题