Nel quale si racconta come una gentildonna congedasse un innamorato
che l'aveva seccata.
Appena Lorenzo fu entrato, Cecchina si allontanò. La contessa avrebbe
potuto tenerla presso di sè, col pretesto assai naturale della sua
acconciatura, e cansare in tal modo il pericolo di una spiegazione a
quattr'occhi. Ma, a quanto sembra, ella voleva finirla, e indovinando
col suo accorgimento donnesco che quello sarebbe stato un dialogo
critico, dal quale ella avrebbe potuto cavar profitto, aveva accennato
ella stessa a Cecchina che uscisse.
Rimasero soli; ma per un tratto fu scena muta. Lorenzo era come
inchiodato presso l'uscio, e sopraffatto da una commozione fortissima.
Allora la contessa si volse, ed accennandogli con la mano un piccolo
sofà che era daccanto a lei, incominciò ella stessa il discorso.
--Orbene?... Non debbono esser di molto rilievo le cose che avete a
dirmi, se, giunto qui, non mi dite una parola.
--Matilde!--ruppe finalmente a dire Lorenzo, con accento di
rimprovero.--Perchè mi parlate voi così? Sapete pure che ho da
parlarvi, e se ho resistito al vostro desiderio di non essere
disturbata nella vostra acconciatura è segno che ho da ragionare di
cose gravissime.
--Gravissime? Udiamo dunque; ma, ve ne prego, spicciatevi,--disse la
bionda contessa, levandosi dallo specchio, e andando a sedersi su
d'una poltrona dirimpetto a Lorenzo,--poichè non ho tempo, stasera.--
Salvani aveva il cuore gonfio di amarezza. Non erano poche, nè lievi,
le accuse che gli facevano tumulto nell'animo; e tuttavia stette
dubbioso, pensando al modo più acconcio di cominciare. Sentiva dentro
di sè tutte le furie d'Averno, come dicono i classici; ma quella donna
era così bella, ed egli l'amava tanto, ch'egli non ardiva prorompere,
e tremava come un colpevole, egli, l'accusatore!
--Avete tanta fretta?--disse egli, col medesimo accento malinconico.
--Sì,--rispose la contessa, facendosi deliberatamente incontro al
pericoloso argomento di quella conversazione.--A momenti sarà qui il
conte Alerami, e non sono anche vestita.--
Lorenzo si pose una mano sotto la giubba, quasi volesse andare a
cercare il cuore e soffocarlo nella stretta. Poi, mettendo ogni sua
possa a frenarsi, guardò pietosamente la contessa e temprò la voce più
dolcemente che gli venisse fatto, per dirle:
--Matilde, mi amate voi sempre?
--Stiamo a vedere che gli è tutto qui quello che avete a dirmi di
grave. Perchè questa domanda, di grazia?--
E così dicendo, la contessa, con un moto grazioso delle membra si
strinse nel suo accappatoio e si rannicchiò nella poltrona, sorridendo
a Lorenzo. Nel cuore, tuttavia, si struggeva dal dispetto.
Lorenzo non vedeva, non indovinava nulla.
--Mi amate voi sempre, Matilde?--ripetè egli incalzando con aria
supplichevole.
--Ma sì; lo sapete pure!--rispose la contessa.--Ma perchè, vi ripeto,
perchè questa domanda?
--Per avere il diritto....--soggiunse esitando il Salvani,--per avere
il diritto....
--Di che cosa!
--Di volgervi una preghiera.
--Udiamola, questa preghiera.
--Matilde! per l'amor di mio, per l'amor vostro, che non avete
rinnegato, non è egli vero?... non andate a quella festa!--
La contessa finse di cader dalle nuvole a quella conclusione di
Lorenzo, che ella pur si aspettava. Giunse le palme in atto di
maraviglia, e dopo avere alzato gli occhi al soffitto, esclamò:
--Ma davvero siete un fanciullo! E perchè?
--Perchè.... Ve ne prego, ve ne supplico, non andate!
--Ma, di grazia,--ripetè spazientita la contessa,--sappiamone prima la
ragione. Non è mica una cosa da nulla usare una siffatta scortesia ai
Torre Vivaldi; e perchè io mi disponessi ad usarla, bisognerebbe pure
ci avessi una ragione.... e che ragione!--
Lorenzo Salvani stava per essere sconfitto dalla logica della
contessa. Se la ragione suprema dell'amore non bastava più a
persuadere Matilde, tutte le altre erano contro di lui, ed egli non
poteva distruggerle.
Però non rispose all'argomentazione della contessa, e con accento di
profonda malinconia, si fece a dirle:
--Matilde! Come siete bella, stasera!
--Davvero?--rispose la contessa, guardandosi le dita che scherzavano
coi nastri del suo accappatoio.
--Oh sì! Siete troppo bella!
--Stiamo a vedere che vi dispiace anche questo!--proseguì ella, con la
stessa aria sbadata.
--No,--rispose Lorenzo, riscaldandosi;--ma voi sarete tale per molti.
Molti vi ammireranno, colà dove andate. Sapete pure Matilde; una donna
che ama, non deve parer bella a tanti. I desiderii del volgo sono come
una profanazione della sua bellezza e dell'amor suo.
--Ah, ah!--esclamò la contessa, dopo una brevissima sosta--siamo nella
metafisica, a quel che sembra. Ma anco a voler stare sulle nuvole con
voi, signor poeta, io penso che vi si possa rispondere di trionfo.--
Lorenzo fece un cenno del capo che voleva dirle: non credo.
--Sì certo! Quanto più io potessi parer bella a molti, il che non è
punto vero,--soggiunse ella con quell'accento d'ipocrisia che sanno
metter fuori le donne quando abbiano a parlare della loro
bellezza,--tanto maggiore dovrebbe essere l'orgoglio di chi mi ama.
--Oh, lasciate queste gioie meschine al conte Alerami, che per lui
saranno forse il colmo della felicità!--interruppe Lorenzo.--Io v'amo
ben diversamente, v'amo assai più, o Matilde!--
La bomba era caduta, la gran parola di quel dialogo era detta: e la
contessa, punto turbata, si fece arditamente ad affrontare il
pericolo.
--Ma se lo dicevo io, che siete un fanciullo! Adesso salta in ballo il
conte Alerami.
--Egli vi ama!--proruppe Lorenzo.
--E questo vi spiace? Vi piacerebbe forse di più che egli mi odiasse?
--Forse. Ma perchè stiamo noi qui a schermir le parole?--disse
Lorenzo, armandosi di coraggio.--Appunto del conte Alerami io volevo
parlarvi.... e chiedervi un sacrifizio....--
La contessa rizzò il capo, e guardandolo con un piglio, in cui non si
sarebbe potuto dire se fosse maggiore il disdegno o la compassione, lo
fulminò con queste parole:
--Signor Lorenzo! siete voi così dappoco?
--Perdonatemi, Matilde,--gridò egli allora, gettandosi ai piedi della
contessa ed afferrando la sua mano che non istette molto a bagnare di
lagrime;--ma io soffro, vedete?... Io penso che questa sera andrete a
quella festa appoggiata al braccio del conte Alerami, che egli vi farà
ridere con le sue arguzie, che il vostro petto palpiterà sopra il suo,
nell'ardore della danza. Non vedete voi queste lagrime, Matilde? Il
mio cuore si strugge, a questo pensiero maledetto!...
--Perchè pensare a queste fanciullaggini?--chiese la contessa,
guardando in aria.
--Perchè sono geloso, Matilde, geloso di chiunque vi parla, geloso
perfino della vostra ombra. Non ve ne siete anche avveduta?
--Rifaremo dunque la vecchia storia di Otello?--ripigliò la contessa,
cercando di sciogliere la mano dalle strette di Lorenzo.
--Oh Matilde! Voi non volete capirmi!--esclamò il povero
innamorato.--Quando vi vedo, quando sono daccanto a voi che mi
sorridete, poco m'importa di tutte quelle farfalle che vi aleggiano
dintorno. Ma, lontano da voi, penso che esse ebbero la virtù di
abbagliare i vostri occhi, e che il povero Lorenzo è dimenticato da
voi. Sono geloso, Matilde, sono geloso, perchè sento che voi mi
sfuggite di mano, che ogni giorno che scorre, mi allontana dal vostro
cuore.--
Un affetto vero e profondo ha questo di efficace, che commove, poniamo
pure per un momento, il cuore della donna più fredda. Non è egli vero,
o lettrici? In mezzo alla noia che v'inspira l'assidua presenza e il
piangere di un uomo che non amate e il pensiero di un altro che vi
soggioga, s'infiltra pur sempre uno zinzino di compassione per lo
sventurato che è a' vostri piedi e vi esprime con tanto ardore di
parole la grandezza de' suoi patimenti.
La contessa non seppe resistere a quell'onda di passione disperata;
epperò rispose a Lorenzo:
--E chi vi dice che io non v'ami più?
--Oh grazie!--esclamò il giovine, a cui balenò negli occhi il primo
lampo di gioia;--grazie di questa cortese parola che vi è piaciuto
lasciarvi sfuggirei Ma compite la vostra bell'opera; non andate a
quella festa; rimanete in casa, stasera. Fate questo grande sacrifizio
al povero Lorenzo, che vi ama come un dissennato. Vedete? Noi
rimarremo qui seduti, a parlare del nostro amore, de' miei disegni pel
futuro. Faremo un bel castello in aria, di quei tali che vi piacevano
tanto, e che ci facevano star le ore intiere dimentichi del mondo,
inebbriati di amore. Vi ricordate, bionda Matilde? Non c'era cosa
bella nel creato, che le anime nostre non si facessero sollecite a
spiccare dal suo luogo, per abbellirne il nostro sogno, e le più
graziose pensate non erano certamente le mie....
--Sì, Lorenzo, ma è impossibile adesso che io vi contenti. Che volete?
Sono pure disgraziata! Ho promesso al conte Alerami.... ho accettato
ch'egli venisse ad accompagnarmi dai Torre Vivaldi; e senza mettere in
conto che io fallirei alle buone creanze verso la Ginevra, il rimanere
a casa sarebbe una vera scortesia, usata, senza una ragione al mondo,
a quel povero conte.
--Quel povero conte! E perchè non dite invece questo povero Lorenzo
che soffre? Oh, maledetto quest'uomo che si pone tra me e la mia
felicità!...--
Matilde, giunta a quel segno, doveva farla finita. Ella s'era alzata
un tratto, per virtù della rimembranza, sulle ali di Lorenzo; ma
l'altezza sterminata del volo la spaventava. Vide da lungi sulla terra
il conte Alerami, bello, guardato e vagheggiato da tutte le donne,
sfolgoreggiante di diamanti, caracollare superbamente sul suo cavallo
arabo, e non seppe tenersi dal sospirare. Si guardò dattorno, e non
vide altro che lo spazio muto e freddo; nè valeva a custodirla
Lorenzo, che la teneva fra le braccia, Lorenzo, il povero giovine
senza speranze, brutto della sua gelosia, e male in arnese per giunta.
Sì, fu questo il pensiero che venne in mente alla bionda contessa:
male in arnese! Matilde ebbe paura di trovarsi lassù, e fece come una
delicata signora che salita in barca rabbrividisce al primo ondeggiare
del legno e grida di voler scendere a terra.
--Ed eccovi da capo con le frasi sonanti!--rispose ella, cogliendo la
palla al balzo.--Il conte Alerami è un cavaliere garbato, e voi
avreste il torto a credere che io....
--Voi lo difendete!--interruppe Lorenzo.--Ma lo costringerò ben io a
cedermi il passo, e se egli si ostinerà ai vostri fianchi, tanto
peggio per lui; lo ucciderò.
--Signor Lorenzo, finiamola! Voi non sapete quello che vi diciate,
ora. Perchè dovrei io chiudergli l'uscio di casa mia? Per fargli
capire ch'egli è un uomo pericoloso, e che voi lo temete? In quanto ad
ucciderlo, sarà un'altra faccenda non troppo facile. Voi siete
animoso; ed egli non meno. È schermidore valente, e tutti vi diranno
che con un colpo di pistola coglierebbe in aria una moneta.
--E qualcheduno potrà aggiungere,--rispose Lorenzo rattenendosi a
stento,--che egli si schermisce anche meglio dal pericolo di un
duello....
--Oh, questo, poi!
--Oh, questo, poi, lo so di buon luogo. Egli è vile quanto spavaldo.
Ma a me non fanno senso quei suoi modi da gradasso, e la mano son
certo gli tremerà quando abbia a scendere sul terreno.
--Ma non avete voi detto dianzi,--interruppe la contessa sorridendo
ironicamente,--che egli si schermisce da cosiffatti pericoli?
--Sì,--rispose Lorenzo, senza badare al piglio sarcastico della
contessa,--quando abbia da fare co' dolci di sale, e possa dar loro a
credere ch'egli è un uomo generoso; ma io lo trascinerò pe' capegli,
il conte Alerami, e gli dirò la gran parola che lo metta a segno per
sempre.... Avventuriere!--
La contessa Cisneri si alzò dalla poltrona, e guardando Lorenzo dal
capo alle piante, gli disse con voce sottile ma ferma:
--Voi insultate un uomo che io accolgo in casa mia!--Se la nostra
lingua italiana consentisse l'uso di certe metafore, diremmo che
quella voce sottile ma ferma della contessa Cisneri poteva
rassomigliarsi ad una lama di pugnale, che appare così fine, e va
diritta nelle carni; che fa un buco da nulla, e tuttavia vi s'immerge
nel cuore.
Intanto per Lorenzo Salvani le parole di Matilde furono come una
trafittura, e il primo atto del giovine fu quello di recarsi una mano
sul cuore, come se appunto colà fosse andato a ferire il dispregio
della bionda signora, che stava ritta in piedi dinanzi a lui,
guardandolo con piglio sdegnoso.
Egli tuttavia non disse parola. L'assalto era stato così repentino e
violento, che egli non seppe che cosa rispondere. A volte anco il
silenzio è sublime, e Lorenzo fu sublime tacendo, in quella che
guardava la contessa con aria di doloroso stupore.
--Signor Salvani,--proseguì la contessa,--siete voi dunque disceso
così in basso, da calunniare i gentiluomini che vi danno molestia?--
Lorenzo impallidì a quella seconda percossa; quindi per naturale
contrasto, gli divampò il volto, all'improvviso rifluire del sangue
alle tempia. Si cacciò una mano ne' capelli, e strinse così forte,
come se volesse strapparseli.
--Calunniare! calunniare!--ripetè egli con una terribile progressione
di accento.--Oh, voi lo amate, signora.... Voi lo amate! Adesso vi
porreste invano a negarlo.--
Matilde rispose crollando le spalle, e stringendo le labbra; quindi si
mosse per andare allo specchio.
Era quello uno stato di cose difficilissimo per ambedue. Lorenzo aveva
già posto mano al cappello per andarsene, quando si udì il fruscio
d'una veste, e subito dopo un batter di nocche sull'uscio.
--Avanti!--disse la contessa, rivolgendosi da quel lato. L'uscio si
aperse, ed entrò la cameriera ad annunziare l'arrivo del conte Alerami
col marchese De' Carli.
--Ah! lo sapeva che non sarebbero stati molto a giungere!--esclamò la
contessa.--Signore, eccovi dunque contento! Il marchese De' Carli è la
lingua più lunga di tutta Genova, e si piglierà certamente una satolla
de' fatti miei.
--Signora,--rispose Lorenzo, facendo ogni sua possa per
rattenersi,--perdonatemi! Me ne andrò.
--Sì, ve ne andrete adesso, perchè vi vedano uscire, e tutti abbiano a
risapere che eravate qui solo nel mio spogliatoio.--
Il giovine Salvani chinò gli occhi, e si morse le labbra, per non
rispondere altro.
--Che cosa avete detto a que' signori?--chiese la contessa a Cecchina.
--Ho detto che la contessa non aveva anche potuto por mano a vestirsi.
--Sta bene. Andate, e fateli entrar qui. E voi intanto, signore,
sedetevi e ricomponetevi.
--Non temete, signora!--rispose Lorenzo con piglio modestamente
contegnoso;--i miei occhi si sono rasciugati, e spero non avrete ad
arrossire più oltre per cagion mia.
--Tanto meglio!--soggiunse la contessa, e andò per sedersi allo
specchio; ma poi, pensando che quella positura avrebbe potuto parere
studiata, corse al sofà dov'era già seduto Lorenzo, col suo cappello
in mano, e gli si pose daccanto, in atto di chi prosegue un discorso.
In quel punto entrarono i due signori annunziati da Cecchina, l'uno il
conte Alerami, che i lettori conoscono per quel tanto che ne abbiamo
già detto, l'altro il marchese De' Carli, un vecchio sui sessanta, o
in quel torno, tutt'e due in falda e coi guanti paglierini.
--Ah! ah!--esclamò il marchese, che rideva sgangheratamente ad ogni
tratto, e tartagliava per giunta;--entriamo dunque nel santuario?
--Sì, per l'appunto; entrate, Onofrio,--gridò allegramente la
contessa,--e non vi spaventate, per carità, se troverete la dea
vestita ancora da casa. Stavo qui domandando il parere del signor
Salvani sull'abbigliatura che debbo indossare; ma egli non ha voluto
dirmi nulla; di guisa che pregavo il cielo che mi mandasse qualche
buon consigliere. Ed ecco, capitate voi, che siete il buon gusto
incarnato.--
La scaltrita contessa voleva con tutti que' vezzi accattarsi la
benevolenza del vecchio marchese, e la sua perorazione era tale da
farlo andare in brodo di succiole.
Era un ridevole personaggio, quel marchese Onofrio De' Carli, o
marchese Tartaglia, come gli si diceva alle spalle da certi burloni.
Da giovine aveva fatto il vagheggino, e perseverava ancora, come se
gli anni non fossero venuti. Si tingeva baffi e capegli, avendone
l'aria di un vecchio Cupido rimpennato e ritinto. Quando parlava, era
necessario tenersi alla larga; se no, con la sua lingua impacciata, vi
schizzava addosso le bollicine di saliva. Sapeva la storia di tutti, e
faceva il gazzettiere nei salotti, dettando anche sonetti e madrigali
per ogni occasione, come un vecchio Arcade. Le signore lo mandavano
ogni tanto a cercare, e tra perchè temevano la sua linguaccia e perchè
si pigliavano spasso de' fatti suoi, non potevano stare un giorno
senza di lui. Questo sapevano tutti, epperò si faceva a chi gli desse
più argutamente la baia intorno alle sue avventure galanti; ed egli a
gongolare, a ridere più sgangheratamente che mai, ed aspergervi della
sua eterna rugiada.
--Il signor Salvani ed io,--disse egli, andando a sedersi nella
poltrona accanto a Matilde,--possiamo darvi ottimi consigli, ma il
vostro specchio ve li darà migliori. Sarete la regina della festa, o
ce ne saranno due. Quella pettinatura, poi, vi sta a meraviglia. A
cavalcioni su que' biondi cernecchi se ne stanno gli amori, saettando
vicini e lontani....
--Basta, basta, Onofrio! Siete un vero diluvio.
--Nel quale la vostra bellezza va incolume come l'Arca.--
E detta quest'arguzia, il marchese Onofrio arrovesciò il capo sulla
spalliera della poltrona, ridendo a crepapelle e sfrombolando l'aria
co' suoi eterni sbruffi.
Lorenzo non aveva ancora aperto bocca. Egli stava rannuvolato
guardando il conte palatino, il quale, dopo aver baciato la mano alla
contessa, si era fatto in disparte, e taceva, come un innamorato in
ufficio.
--Suvvia, non ci perdiamo in chiacchiere!--disse Matilde.--Sarà tardi,
io credo.
--Sono le dieci!--soggiunse l'Alerami, cavando dalla tasca del
panciotto il suo orologio contornato di brillanti.
--Orbene,--proseguì la contessa,--poichè mi avete detto il vostro
parere, andatevene nel salotto, ch'io mi vestirò in fretta.
--Oh, non istate a darvi tanta premura,--disse il marchese.--Purchè
andiamo alle undici, giungerete sempre in tempo, anzi comparirete sul
più bello, come una dea di Omero nel più forte della mischia.
--Benissimo; lasciatemi dunque indossar l'armatura. Se volete
giuocare, aspettandomi....
--Vi obbediremo, contessa;--disse il conte Alerami.--Signor Salvani,
vuole Ella fare una partita?
--Non giuoco, signore.
--Giuocheremo una partita innocente. Appena una piccola posta, tanto
per tener vivo il giuoco.
--Tanto meglio per Lei, signore;--ripigliò Lorenzo con asciutta
cortesia;--la sua borsa non ne patirà danni troppo gravi, nel caso che
il marchese De' Carli fosse il fortunato.--
Matilde, avvedutasi della brutta piega che stava per prendere la
conversazione, si affrettò a soggiungere in quella che volgeva
un'occhiata severa a Lorenzo:
--Il proverbio dice: chi ha fortuna in amor non giuochi a carte.--
Il marchese Onofrio fece un inchino e una risata, per ringraziar la
contessa. Lorenzo, dal canto suo, stette saldo, aspettando che il
conte palatino gli dicesse qualche altra impertinenza. Egli, in fin
de' conti, non aveva fatto altro che respingere, con modi cortesi,
sebbene asciutti, un assalto del suo fortunato rivale.
Ma questi, che si sentiva punto sul vivo dall'accento sarcastico di
Lorenzo, volle aver la rivincita, e rispose con aria burbanzosa:
--A me non fa caso il perdere.
--E nemmeno a me,--disse di rimando Salvani,--fa gran caso sapere se
il giuoco sia innocente, o no. Ogniqualvolta potrò aver la ventura di
giuocare con Lei, non sarà certo la posta che mi metterà in pensiero.
--Ella parla come un Creso, signor Salvani!--rispose l'Alerami,
impaniandosi sempre più.
--Non c'è bisogno d'essere un Creso per parlare come io faccio, e
tutti i tesori del famoso re di Lidia non varrebbero la posta che il
più meschino degli uomini potrebbe giuocare. Ella che è stato in
India, signore--(Lorenzo non diceva mai signor conte)--conoscerà
certamente la posta che mettono talvolta gli Indiani su d'una partita
a scacchi.
--Non la conosco, in fede mia!
--Orbene, la servirò io: si giuocano gli occhi.
--Diamine!--esclamò il marchese Onofrio, che non capiva un'acca di
tutto quel battibecco.
Matilde, pallida, sbigottita, si era accasciata sul sofà, aspettando
la fine di quel dialogo ch'ella s'era inutilmente industriata a
sviare.
--Sicuro, gli occhi!--proseguì Lorenzo, guardando sempre fissò
l'Alerami.--Ad ogni partita che un giuocatore vince, cava un ferruzzo
leggerissimo, e fa con gran maestria saltare un occhio all'avversario.
Ella capirà benissimo che non si possa far più di tre partite, a
questo bel giuoco; e l'ultimo occhio che rimane incolume all'uno dei
due, gli serve per andarsene pe' fatti suoi, dopo avere accompagnato
il perdente fino all'uscio di casa. Ella è dunque avvertita; io soglio
giuocar grosse poste, e quando le piaccia, sarò sempre ai suoi
riveriti comandi.
--Eh! chi sa che non me ne venga la voglia!--disse il conte Alerami,
che la rabbia aveva fatto diventar bianco come un cencio lavato.
--Si accomodi, signore! E adesso,--conchiuse Lorenzo volgendosi con un
grazioso sorriso ai muti spettatori di quella scena,--signora
contessa, signor marchese, loro servo divoto!--
Con queste parole si accomiatò, lasciandoli tutti sbalorditi.
Grama vittoria, nondimeno! Il povero Lorenzo si sentiva schiantare il
cuore, uscendo da quella casa, che era stata la culla ed era la tomba
dell'amor suo.