Nel quale si comincia a sapere chi fosse e che cosa facesse l'uomo
vestito di nero.
Il dottor Collini uscì dal vicolo di Mezza Galera molto contento de'
fatti suoi. Dal caso di San Nazaro in poi, era quella la prima volta
che il valentuomo si mostrava quasi ilare in volto e si stropicciava
le mani.
Quantunque la gente non gli avesse apposto a grave colpa l'essersi
malamente diportato in quella sua contesa col Montalto, il Collini non
aveva per fermo a lodarsi della figura fatta, e fra le cose che più
gli dolessero, c'era questa del non poter più andare dalla Cisneri, e
di dover troncare così il suo romanzetto al primo capitolo.
Ma più ancora venne a sapergli male che il suo padrino, l'uomo che si
era battuto in sua vece, fosse andato in casa della Cisneri, dove un
mazzo di carte e le parole di una cameriera dicevano troppo
chiaramente in qual conto egli fosse tenuto. Come aveva potuto
andarci, egli che non conosceva punto la contessa? E perchè c'era
andato? Il Collini non lo sapeva ancora; ma l'amarezza che ne sentiva
in cuore, gli faceva indovinare come i suoi proprii diportamenti
fossero la cagione di tutto, e com'egli ne avesse il danno e le beffe.
Povero Collini! Con tutto il suo ingegno e la sua avvedutezza, esser
riuscito a fare la parte del bietolone!--Oh! ma se ne avranno a
pentire!--pensava egli, stringendo i pugni nel segreto delle sue
tasche, mentre la signora Momina gli raccontava la sua gita in casa
della Cisneri. E allora gli tornavano in mente le acerbe parole di
Lorenzo Salvani nella chiesuola di San Nazaro, e sentiva odiarlo lui
più fieramente, più profondamente, che non odiasse il suo vero
avversario Aloise di Montalto.
Ma perchè, con tutta questa amarezza, nell'uscire dal vicolo di Mezza
Galera, egli si andava stropicciando le mani, a guisa di uomo
contento? Or ora lo sapremo, se i lettori vorranno seguirci.
Il dottor Collini se ne andò per la via dei Giustiniani: voltò a
destra verso la piazza di San Lorenzo, scese per Scurreria e Campetto,
donde risalì per un labirinto di vicoletti fino alle Strade Nuove, e
proprio rasente ad un gran palazzo, nel cui portone entrò con la
spigliata franchezza di un uomo, il quale avesse fatta quella strada
centinaia di volte.
Salì per un largo giro di scale fino al piano nobile; dov'era un
grand'uscio, a cui volse lo sguardo della volpe d'Esopo al famoso
grappolo d'uva, ed entrò per un andito in una scala più stretta, la
quale andava su per altri due piani. Giunto all'ultimo, suonò il
campanello, e poco stante l'uscio si aperse appena quel tanto che
consentiva il ritegno d'una catena tirata attraverso i due battenti,
lasciando scorgere il viso di una donna attempata, alla quale il naso
bitorzoluto e i peli del mento, la gonna di lana nera, la cuffia e il
grembiule di tela bianca, davano aria d'una portinaia di monache.
Costei, appena riconobbe il Collini, spiccò la catena dal gancio, e
dischiuse l'uscio per lasciar passare il noto visitatore.
--È in casa il signor Bonaventura?--chiese il Collini.
--Sissignore, è sul terrazzo, intorno ai suoi fiori. Aspetti, e corro
a chiamarlo.
--No, no, signora Marianna, non s'incomodi; andrò io stesso.--
E così dicendo, il Collini s'inoltrò per due o tre camere fino ad un
corridoio, che riusciva appunto sul terrazzo. La signora Marianna, che
vedeva quasi sempre ogni giorno il Collini, lo lasciò andare, e dopo
aver chiuso l'uscio e rimessa la catena, gli tenne dietro fino alla
camera dov'essa accudiva alle sue faccende domestiche.
Il terrazzo del signor Bonaventura, era come tutti gli altri dei
nostri palazzi genovesi, lastricato a quadri bianchi e neri, coi suoi
orticini dai lati, molti vasi bellamente posti in giro, nei quali
fruttificavano alcune piante di aranci e di limoni, una vasca di marmo
col delfino che gettava il suo zampillo d'acqua, e un pergolato di
rose gialle e di gelsomini.
Il signor Bonaventura, che noi chiameremo alla spiccia il padre
Bonaventura, a cagione della sua antica ascrizione alla compagnia di
Gesù, stava presso un orticino sarchiellando il terreno e nettandolo
dalle erbe selvatiche, per seminarvi lattuga ed altre ortaglie di
stagione.
Era vestito, come sempre, di nero, e in cambio del cappello, portava
in capo una berretta di velluto. Cosa strana per un giardiniere suo
pari, accanto al sarchiello ed all'innaffiatoio, e' ci aveva un grosso
cannocchiale da teatro.
Il padre Bonaventura andava pazzo per l'arte del giardiniere, e
l'educazione dei fiori, come di tutte le pianticelle degli orti, era
il suo passatempo prediletto.
Orticultura, fioricultura, sollazzi proprii delle anime innocenti! Ma
se il padre Bonaventura, che amava tanto i fiori, le lattughe e il
prezzemolo, non era un'anima innocente, non era neanche un tristo, nè
un furbo volgare; bensì qualche cosa di più grosso, un uomo d'ingegno,
nato per comandare a' suoi simili. Un tempo, il suo gran diletto era
stato quello di far discepoli. Era gesuita, maestro esercitato nelle
più astruse discipline, e i giovani posti nelle sue mani facevano
ottima prova; testimone il Collini, che era stato suo discepolo, e si
chiariva profondo nell'arte sua, com'era sottile in ogni maniera di
accorgimenti.
Non avendo più giovinetti da tirar su nello studio, il padre
Bonaventura educava i garofani e le camelie con lo stesso amore, con
la stessa perseveranza di assidue cure. A Genova dimorava per antica
consuetudine, e sebbene fin dal tempo della cacciata dei Gesuiti egli
avesse gittato l'abito, rimaneva in Genova ugualmente utile alla
Compagnia, per tutte quelle cose che verremo dicendo, e teneva
carteggio pressochè quotidiano col padre generale dell'Ordine.
Uomo di lui più destro ad ogni maniera di lavori non si sarebbe potuto
trovare. Egli però continuava ad essere come ministro plenipotenziario
in un luogo dove i suoi non erano più ufficialmente rappresentati, e
più utile assai di un vescovo nominato __in partibus infidelium__,
egli poteva dirsi un agente segreto, ma potentissimo, in una città
dove non avrebbe potuto stare, nè giovar molto, con aperta dignità di
padre provinciale. Era quello un posto difficile, epperò fatto a bella
posta per un uomo di fede provata e di accorgimento sopraffino, come
veramente appariva il padre Bonaventura; nè poco era il lavoro, nè
lieve la malleveria dell'ufficio.
A Genova, nel tempo di cui parliamo, la libertà aveva largamente
fruttificato. Quello spirito d'indipendenza che deriva dall'uso dei
traffichi, e dal continuo muoversi d'una popolazione marinara, la
lontananza dalla sede del governo, e le stesse ricordanze repubblicane
del paese, erano un potentissimo aiuto allo svolgimento dei concetti
liberali consacrati dalla rivoluzione del 1847 e dalle riforme
legislative che l'avevano accompagnata.
Ma se a Genova c'erano i più gran rompicolli di tutta Italia, se qui
era il centro più temuto e più sospettosamente vigilato della
rivoluzione, c'erano anche i più ostinati fautori dell'antico ordine
di cose, e forse la più operosa officina della reazione.
C'era anzi tutto il volgo ignorante degli uomini avvezzi a millantare
le più arrisicate dottrine, in quella che lasciavano le loro famiglie
pensare a operare in tutto altrimenti: spregiudicati a parole, liberi
pensatori senza sapere che cosa pensare, audacissimi mangiatori di
grasso in venerdì e sabato, ma fuori di casa, e destinati a diventare
la gente più divota e insieme la più codina della cristianità, nella
stagione dei malanni insanabili.
C'erano poi i ricchi patrizi, i quali, la più parte, astiavano il
governo piemontese e ricordavano il patrio Consiglietto: e tra essi la
gente più strettamente divota al Papa e all'Imperatore nella loro
significanza da medio evo; epperò tale, per larghezza di censo ed
autorità di nome, da doversi accarezzare e tenere in carreggiata, oggi
blandendola cogli onori e la reverenza alla grandezza dei titoli,
domani spaventandola col fantasma minaccioso delle plebi irruenti.
C'erano i titolati meno abbienti, anzi poveri addirittura; gente da
sostentare in ogni modo migliore, la mercè di Opere pie acconciamente
sfruttate, di antichi legati, di pubblici uffizi, e da scrivere
intanto nelle file della tenebrosa legione, nella quale avevano a
militare per vecchia tradizione e per nuovo debito di gratitudine.
C'erano i ricchi plebei, i villani rifatti da tirare, spinte o sponte,
nel girone superiore, per la naturale attrattiva del vivere sfoggiato,
per la cupidigia degli onori e di tutti gli altri amminicoli della
superbia mondana.
C'erano i liberali sinceri da combattere, da traccheggiare, da
molestare di continuo e in ogni ragione di cose, fossero poveri o
ricchi, nobili o plebei, sicchè avessero a guastarsi il sangue, a
perdere gli uni la costanza dei propositi, gli altri il loro buon nome
nelle angustie della necessità.
C'erano sopra tutto i giovani da domare, i vigorosi intelletti da
isterilire nel fiore della pubertà. Con quali armi? Anzitutto un
ordinamento meraviglioso, ragnatela finissima, le cui cento fila
mettevano capo in ogni ceto di persone, in ogni ragione di negozi. Il
beneficato e l'ambizioso, mutati di subito in acconci stromenti di
propagazione, erano tutti sfruttati secondo la misura delle forze
loro, dell'ingegno, delle particolari attitudini e delle aderenze
domestiche.
Però le opere pubbliche, le amministrazioni in mano loro, gli
instituti di carità e di beneficenza soggetti al loro indirizzo. La
reazione, sempre padrona delle coscienze nei tre sommi momenti della
vita, la nascita, il matrimonio e la morte, signoreggiava del pari le
moltitudini, la mercè di questa intromissione dei suoi creati in ogni
garbuglio mondano, in ogni gara di private ambizioni, in ogni dramma
domestico. Si esercitava la virtù come un mestiere, e si sfruttava il
peccato come una cartella del debito pubblico.
Il governo d'allora non avversava punto la setta, che anzi aveva a
tenersela cara, come quella che gli guerreggiava i partiti avversarii
e gl'indocili. Il popolo, svogliato, facile a mutar consiglio,
ateniese insomma fino al midollo, lasciava correr l'acqua al mulino e
una cosiffatta congrega girare a sua posta le chiavi nella toppa mal
custodita del santuario domestico. Che cosa potevano i pochi, i
rivoluzionari da caffè, contro tante forze riunite? Non mai il demonio
fu così degno del nome di __Legione__, come quando era incarnato nella
mente di padre Bonaventura. Era egli infatti che muoveva tutte quelle
fila svariate secondo il suo ordinato disegno.
E poi, oltre al disegno generale, il padre Bonaventura ci aveva altri
fini da conseguire, altre reti da tendere. Alla Compagnia doveva
andare quanto più si potesse di denaro, ma soprattutto le ricchezze
del banchiere Vitali, le quali erano frutto, diceva egli, di un grosso
deposito confidato dai gesuiti a quello specchio di probità, sebbene
non vi fosse modo di farglielo confessare o di metterne fuori le
testimonianze.
Il Vitali era stato fin dalla sua giovinezza uno dei più fidati
amministratori del denaro della Compagnia, e la sua fortuna, fatta
legalmente alle loro spalle e mercè il loro aiuto, s'era illegalmente
rimpinzata di quel grosso deposito. Ma il padre Martelli, che sapeva
di tutto quel negozio, era morto poco dopo la cacciata del sodalizio
da Genova, non avendo tempo a dir altro se non che il danaro lo aveva
il Vitali. E il Vitali negava.
Che cosa fare? Armato di tutto punto e forte di mille spedienti contro
un uomo giovine, il quale si combatte nel rigoglio di tutti i suoi
affetti, buoni o malvagi, l'astuto Bonaventura era impotente, o quasi,
contro un vecchio come il Vitali. Non c'era altro che una speranza,
poggiata sulla paura che il vecchio Vitali aveva grandissima della
morte, e sul terrore che gli metteva addosso il pensiero della
dannazione dell'anima. Senonchè, fino a tanto si sentiva in gambe, non
c'era verso di cavarne un costrutto, e le fiamme dell'inferno, che gli
davano molestia quand'era ammalato, gli sfioravano a pena la cute,
quando era sano ed aveva fatto una buona digestione.
Il signor Giovanni Vitali era stato nella sua giovinezza un libero
pensatore de' suoi tempi, che aveva letto il Voltaire e citava il
__Dizionario filosofico__ con tutte le sue celie da scomunicato. Ma
egli ci aveva pure una religione, quella dell'oro, che è maestra e
consigliera di tutte le altre. In Turchia, per far quattrini, non
avrebbe tardato a diventare un fervente seguace del Corano; da noi,
per la stessa ragione, si acconciò all'andazzo dei tempi e diventò una
creatura dei Gesuiti. Questa è una strada che molti hanno fatta,
antichi miscredenti, ai quali ha messo conto venire a patti e aprir
banco di mercatanti sulla gradinata del tempio.
Ora questo signor Vitali, che s'era ingrassato alle spalle della
Compagnia, non voleva restituire il mal tolto. Il padre Bonaventura,
che conosceva i suoi polli, aveva fatto il disegno di levargli le
forze, e (ci si condoni la frase, perchè qui viene a taglio davvero)
di accarezzargli una cronica malattia in cambio di combatterla,
affinchè, spossato e pauroso della morte, consentisse di buona voglia
a far testamento, a pagare con qualche milione la sua pace con Dio. Ed
è agevole il vedere come, con l'aiuto del discepolo Collini, il padre
Bonaventura avesse avviato per bene il negozio, che Aloise di Montalto
(caso non preveduto) gli cominciava a guastare.
C'era dunque assai più di un furbo volgare sotto quella giubba nera
che teneva apparenza mezzana tra il laico e il cherco. C'era infatti
il generale d'un corpo d'esercito, mallevadore di tutte le sue
operazioni, colla sua fama a repentaglio innanzi a que' giudici severi
della Compagnia di Gesù. La voluttà del combattere e l'agonia del
vincere, levavano il padre Bonaventura molto più su di tutti i suoi
compagni e di tutti quei miseri strumenti che egli educava al
proseguimento dell'opera comune e delle loro private ambizioni.
Il lettore non reputerà che noi ci siamo dilungati troppo in questa
sposizione, la quale vuol essere considerata come una di quelle chiavi
di ferro che sono necessarie a stringere insieme le parti di un
edifizio. E noi d'altra parte non potevamo farne senza, per le
necessità del nostro racconto.
--Oh! siete voi?--esclamò il padre Bonaventura, voltandosi al rumore
dei passi, e riconoscendo il Collini.
--Sì, padre mio, e vi porto molte novità.
--Davvero? Mettetele fuori!--
Così dicendo, il padre Bonaventura s'era rimesso a sarchiellare il suo
orticino.
--Tengo finalmente nel pugno il Salvani!--disse l'altro, cominciando
__ex abrupto__.
--Bene! ottima preda!--rispose il padre Bonaventura.--E in che modo?
--Sono padrone del suo segreto.
--Di bene in meglio! E qual è questo segreto?
--Egli si è gittato a capo fitto nelle imprese dei rompicolli. Costoro
vanno maturando una rivolta, e il Salvani è tra i primi.
--È tutto qui?--chiese il padre Bonaventura con quell'aria sbadata che
aveva assunta fin da principio.
--O che?--esclamò meravigliato il Collini.--Non vi pare che basti?
--Per che farne?--ribattè il padre Bonaventura, stringendosi nelle
spalle.
--Per che farne, voi dite? Per andare a Palazzo, avvisarne le
autorità, e quando costoro siano invischiati per bene, farli cogliere
e mettere in gattabuia.
--Benissimo, Collini! Aspettare che siano caduti in trappola.... che
non possano più dare indietro.... Sì certo, è un accorgimento di buon
conio; ma chi vi dice che le autorità non ne sappiano quanto voi?
--Oh, è impossibile che ne abbiano sentore. Fino ad ora non c'è nulla
di fatto; sono discorsi accademici, tra i caporioni, i quali non li
hanno certamente lasciati trapelare.
--Sì, lo so che non c'è nulla di fatto....--soggiunse il padre
Bonaventura.
--Lo sapete?
--Sicuramente; perchè farne le meraviglie? Voi pagate per sapere; io
so senza pagare.
--Come? da chi?
--Da quel tale che spaccia queste primizie a voi. Non forse per mezzo
mio avete conosciuto quel fior di donna della signora Momina, e quel
pendaglio da forca di suo marito? La signora, parlandomi di molte
cose, mi ha toccato anche delle vostre confabulazioni col Bello. Io le
ho detto che non se ne avesse a stupire; che si trattava di cose
innocentissime, per non guastarvi il negozio. Il Bello poi mi ha
parlato schiettamente, sebbene abbia negato di ricever denaro da voi.
Ma io conosco il galantuomo! Ditemi, Collini; quanto avete dato al
Garasso, per cavarne questi segreti?
--Dugento lire.
--È troppo salato, il vostro segreto. Io invece so tali cose del
Garasso, che egli viene da me come la biscia all'incanto, e mi
spiffera tutto, parendogli grazia che io voglia star zitto sui fatti
suoi.
--Ma io non sapevo nulla di ciò;--sì provò a dire il Collini,
mortificato.--Voi, padre mio, la sapete più lunga....
--Del diavolo, volevate dire? Sia pure. Il Garasso, tanto che lo
sappiate, ha dimestichezza con una certa combriccola di ladri, che la
Questura non è anche venuta a capo di scovare, e tiene il sacco a
costoro, nascondendo o facendo vendere alla cheta qua e là i frutti
della loro industria.
--Che cosa mi narrate voi mai, padre Bonaventura! E coi guadagni che
farà certamente in questo ramo di commercio, ha egli bisogno di
giuocare? Io so che il suo denaro egli lo manda a male a picchetto e a
biliardo.
--Lo sapete! Ve lo avrà detto egli. Io so invece, e l'ho di buon
luogo, che non è un giuocatore sfortunato. Il biliardo e qualche
partita a picchetto non sono poi la botte delle Danaidi. C'è anzi
qualche luogo riposto dove si giuoca alla carrettella e alla
__roulette__, e dove il Garasso ha trovato il filone di una miniera;
ma ci vuol altro a saziare le voglie della Violetta!
--Della Violetta? Chi è questa Violetta?
--Ah, non lo sapete? È una mala femmina, molto bella e molto
capricciosa. Si fa chiamare così, per scimiottare quella tal donna che
hanno messa sul teatro.
--La __Traviata__?
--Sì, che è una figlia naturale della __Signora delle Camelie__.
--E voi dite che il Bello....
--È innamorato fradicio di questa donna, e tutto il danaro che egli
ruba agli altri, passa per le mani della Violetta, come pel buco
dell'acquaio!
--E la signora Momina non ne sa nulla?
--Bravo! se lo sapesse, gli caverebbe gli occhi. Quella vecchia
peccatrice è pazza del marito, e gli dà anche una parte de' suoi
denari, perchè la sfoggi cogli amici e tiri innanzi a volerle bene.
Anche costei ci ha trovato la penitenza de' suoi peccati, in quel suo
bel maritino; e chi sa che un bel giorno egli non le faccia scontare
tutte le sue ladrerie!...--
Il padre Bonaventura faceva quel discorso edificante, in quella che
proseguiva a sarchiellare i suoi orticini e a mettervi le sementi di
lattuga. Era un uomo assennato, il padre Bonaventura, e soleva dire
che chi ha tempo non aspetti tempo.
Il dottor Collini era rimasto muto, e tutto vergognoso in cuor suo per
la soverchiante saviezza del maestro, il quale sapeva tante cose e
cavava profitto da tutte.
--Eccovi dunque, mio buon figliuolo,--proseguì il gesuita,--in che
modo io tenga stretto il Garasso, e perchè io abbia a così buon
mercato i segreti che voi pagate così cari. Ma non ve ne date pensiero
più del bisogno; tutti i giorni se ne impara una, ed io sono molto più
innanzi di voi nella vita. Soltanto io vi raccomanderò di studiare, di
non perdere una parola di tutto quello che udrete narrare da altri,
sebbene a prima giunta non v'abbia a parere di molto rilievo. Non v'è
nulla d'inutile a questo mondo, e presto o tardi ogni cosa viene in
taglio. Sapete la storia del ferro di cavallo?
--Io no; che storia è questa?
--È una storia dell'Evangelio: di uno degli Evangelii apocrifi,
intendiamoci bene; che non vorrei esser preso da voi per uno
spacciatore di frottole ed un cattivo cristiano. Ve la racconterò,
perchè mi pare che calzi mirabilmente al caso vostro.
--Raccontatela, padre mio, se è vero che io debba cavarne profitto.
--Una volta.... Come vedete, la storia incomincia al modo di tutte le
altre. Una volta, nostro Signore (e così dicendo il gesuita si cavò
umilmente la berretta di velluto) andava a diporto per un paesello,
che non so bene se fosse Emaus, o Cafarnao, e gli veniva ai panni
l'apostolo Pietro. Andando innanzi, quest'ultimo incespicò in un
piccolo arnese di ferro che stava per terra, e chinati gli occhi a
guardare, e veduto che era un ferro di cavallo, gli diede un calcio
per buttarlo sprezzatamente da un lato della strada. Nostro Signore,
che vedeva tutto, si volse e andò a raccogliere quel pezzo di ferro.
Pietro, il quale a que' tempi non era ancora il principe degli
Apostoli e quel valentuomo che divenne poi, crollò le spalle, come se
quella del maestro fosse stata una fanciullaggine. Ma il maestro non
disse nulla, e come furono giunti dinanzi alla bottega di un
maniscalco, vendette quel ferro di cavallo per due soldi, che gli
servirono poco stante per comperare una manata di ciliegie.
--È una graziosa storia!--esclamò il Collini, ridendo.
«--Statemi a sentire, che viene il buono: Pietro non aveva badato più
che tanto a quei traffichi, e quasi rideva sotto i baffi di quella
lezioncina del maestro, la quale non gli pareva poi molto rilevante.
Ma egli avvenne poco dopo che dovessero fare una lunga strada in un
luogo deserto, sotto il flagello del sollione. Pietro si lagnava
dell'arsura, e non si sentiva più gambe da tirare innanzi.--Se
trovassimo una fontana!--diceva egli tra sè. Ma la fontana non c'era,
e il povero apostolo moriva di sete. Ma vedete miracolo! Andando con
gli occhi bassi e la lingua penzoloni, alla guisa dei cani, vide a
terra una ciliegia; la colse e se la mangiò con un gusto da non dirsi
a parole. Più oltre gli avvenne di trovarne una seconda, poi una
terza, una quarta e via discorrendo, le quali andavano tutte a
rinfrescar l'ugola arsiccia dell'apostolo. Sapete il proverbio,
Collini?
--Una ciliegia tira l'altra;--rispose il discepolo;--è questo il
proverbio al quale accennate?
--Sì, per l'appunto. Una ciliegia tirava l'altra, perchè la tasca di
nostro Signore era bucata, e le ciliegie cadevano sempre, senza che
egli avesse aria di addarsene. Quando non vi furono più ciliegie,
erano giunti al loro destino: Pietro non pativa più la sete, e sebbene
non ardisse parlare, ringraziava in cuor suo la previdenza del
Maestro. Questo allora sorridendo si volse e gli disse:--O Pietro,
uomo di poca fede, crederai tu ora che non c'è nulla di inutile a
questo mondo, e che anco un ferro di cavallo, trovato in mezzo alla
strada, può giovare a qualcosa?
--L'apologo è bello,--disse il Collini, chinando il capo, ed io voglio
farne il mio pro'. Ma intanto, facessi male, o no, a pagare così
profumatamente il Garasso, questo Salvani è in nostro potere.
--Non lo nego. Io già ve lo avevo detto là sulla spiaggia di San
Nazaro: tutti costoro daranno nella pania da per sè. Sono scapati,
pieni di fumo e di vento, e noi potremo, quando ci paia, farli ballare
sulla croce di un quattrino. Ma credete voi ora non ci sia nulla,
proprio nulla di meglio da fare?
--E che cosa?--esclamò trasognato il Collini.
--Prendete questo cannocchiale.
--Per che farne?
--Ora vedrete. Aggiustate le lenti alla vostra veduta a guardate
laggiù, su quel tetto aguzzo, che cade appunto nella visuale del Molo
vecchio.
--Vicino al porto?--chiese il Collini, guardando.
--No, molto più vicino a noi. Quando vi dico che casca nella visuale
del Molo vecchio, gli è per farvi intendere la direzione. Vedete su
quel tetto aguzzo un terrazzo con quattro pali verdi sugli angoli?
--Ah sì, presso il campanile delle Vigne.
--No, più a sinistra. C'è anco in un cantuccio una pianta stecchita,
che a guardarla così senza cannocchiale sembra un gran ramo secco, ed
è in quella vece un pèsco od un mandorlo, come potrete vedere dai
fiori che ha messo.
--Sì, sì, vedo; c'è anche una donna su quel terrazzo.
--Molto bella, non è vero?
--Sì, molto bella. E chi è?
--Non capite. Quella è la casa di Lorenzo Salvani.
--Ah!--disse Collini.--Sua sorella....
--Sua sorella!--esclamò con piglio ironico il padre Bonaventura.--Lo
dicono; ma non è sua sorella.
--Oh oh! Un altro segreto?--soggiunse il dottore, levando il
cannocchiale dagli occhi e guardando il maestro.
--Perchè no?--rispose questi.--Ce n'ho di molti, io, e vi so dire che
escono tutti a suo tempo dal bossolo.
--Voi dunque dicevate che non è sorella del Salvani?
--No, certo; ma il dirlo non basta, e bisogna averne in mano le prove.
Quella bella fanciulla che vedete lassù, intenta a gettar le briciole
di pane ai colombi del vicinato, fu condotta dal padre Lorenzo Salvani
in casa della moglie, che poteva avere otto anni, o in quel torno.
Taluni credettero che fosse il frutto di un amorazzo del colonnello
rivoluzionario; ma questa era un'invenzione delle male lingue, ed io
so che la fanciulla non è in nessun modo consanguinea del vostro
signor Lorenzo.
--Il mio!--borbottò il Collini tra i denti.--Così diceste il vero!...
--Sarà, sarà, non dubitate, uomo di poca fede! Ma pensiamo ai modi. È
una buona e savia giovinetta, quella che vedete, ed io so ancora di
certi misteri domestici che le tornano ad onore grandissimo. Insomma è
l'angelo di quella casa, e occorre levarla di là, combattere
l'avversario nel suo campo.
--E come fare?--chiese il Collini che stava con tanto l'occhi a
guardare il maestro.
--Eh! bisognerà scoprire anzitutto il segreto di quella nascita. C'è
in casa Salvani un certo cofanetto d'ebano nel quale potremmo trovare
il fatto nostro; ma quel cofanetto è molto ben custodito; e per averlo
in mano....
--Qui sta il busilli!
--Sicuro, il busilli sta qui; ma è già un gran che averne scoperta
l'esistenza.
--Certo, padre mio; ma in che modo avete potuto trapelare tutto ciò?
--Questo, poi,--disse il padre Bonaventura inarcando le ciglia e
stringendo le labbra con aria di sussiego,--è il mio segreto. Io ve ne
ho già detti tanti in mezz'ora, che non ve l'avrete a male se vi
tacerò questo.
--Avete ragione, vogliate perdonare. Ma non sapete altro finora, di
questa fanciulla? Non avete sospetto di nulla intorno all'esser suo?
--Eh, in quanto ai sospetti, sì certamente ci ho i miei! E se fossero
fondati sul sodo, io metterei pegno di poter toglier la ragazza da
quella casa. Ma per esserne certo, occorre mettere il naso in quel
benedetto cofano.
--E questi sospetti si potrebbero sapere? Sarebbe questo per avventura
un altro dei vostri segreti, padre mio?
--Vi siete apposto; è un altro de' miei segreti, e ve ne starete a
becco asciutto per ora.
--Oh! non mi preme punto di sapere il vostro segreto;--rispose il
Collini.--Purchè io mi vendichi, non ho altro da chiedere. Voi non
sapete, padre mio, quanto mi crucci questo pensiero, e che inferno mi
sia diventata la vita, aspettando il giorno che mi vengano sotto le
mani costoro!...
--Adagio, Biagio!--interruppe il padre Bonaventura.--Non vi scaldate
così per tempo. Una cosa non può stare senza l'altra, e la vostra
vendetta non può scompagnarsi, per correre più spedita, dallo
adempimento del debito vostro.
--E l'ho forse dimenticato, il mio debito?
--No, figliol mio, non lo avete dimenticato; ma si può dire che lo
trascuriate un tantino. Avete veduto il Vitali?
--Sì, l'ho veduto ieri. Perchè mi fate questa dimanda?
--Non avete notato,--proseguì il padre Bonaventura, senza aver l'aria
di rispondere alla inchiesta del discepolo,--come il vecchio sia
indurito nel peccato.... e nella sanità di corpo?
--Eh, certamente l'ho notato; ma che farci? Quel vecchio ha una
complessione più salda che non paresse da prima. La dieta rigorosa e
l'estratto di acònito stentano ad infiacchirlo.
--Ah! ah! Voi dunque portate opinione che la sua resistenza al male e
ai rimedii sia proprio l'effetto della sua complessione robusta?
--Sì, lo credo; e che cosa volete che sia?
--Buon uomo! tre volte buono!--esclamò il gesuita.--E poi dicono che
siete un gran medico!...
--Padre!--rispose il Collini, rizzando il capo con aria di corruccio.
--Suvvia, non andate in collera! Voi altri medici sapete sempre in un
modo o nell'altro tirar l'acqua al vostro mulino, e capacitarvi anche
di tutto quello che ha minore apparenza di ragionevole. Ma io, vedete!
io, che non so un iota di ricette, vi so dire che gatta ci cova, e che
il vecchio ci sfugge di mano, se non ci mettiamo tutta quanta la
nostra avvedutezza.--
A quelle parole del padre Bonaventura, il Collini diede uno sbalzo
indietro.
--Che dite mai?--gridò egli.--E come potrebbe avvenir ciò? Donde
cavate questa vostra congettura?
--Da certe mie considerazioni, le quali giudicherete da per voi.
Ascoltatemi. Sono oramai parecchi giorni che il Vitali sta più
contegnoso del solito, e, cosa strana, non si fa più pregar tanto,
quando si tratta di mandar giù qualche cucchiaiata della vostra
emulsione. Anzi, per dirvela schietta, ogni qual volta io gli
consiglio di bere, si affretta a prendere, non una, ma due dosi
(scusate se non vi so parlare con le frasi dell'arte) e di sovente me
ne domanda una terza. Ora, questo fare mi ha dato nel naso, e ier
l'altro appunto ho voluto indagarne la cagione, se mi fosse dato
trovarla. Avevo l'aria di uno sbadato, e guardavo, dondolando la
testa, gli affreschi del soffitto; ma con la coda degli occhi stavo
attento all'infermo. Vorreste crederlo? Quel manigoldo mi guatava con
que' suoi occhietti di cinghiale, e pareva farsi le beffe del fatto
mio. Oh, qui c'è del buio,--dissi tra me,--e bisognerà vederci dentro.
--Ma perchè non dirmi nulla?--soggiunse il Collini.
--Perchè? Perchè non volevo dir quattro, fin che il pan non era in
sacco. Anzitutto mi bisognava chiarire il sospetto. Sapete già,
figliuol mio, che io sono l'uomo dei sospetti. Che diamine! Il mio
buon Collini lo ha ridotto allo stremo con le mignatte, l'estratto di
acònito e la fame, e il catarro cronico, in cambio di durare, vuol
mentire al suo nome? E l'ammalato sta saldo e se la ride per giunta?
perciò mi sono messo a studiare....
--E che cosa avete scoperto?
--Nulla, allora; ma ieri sera qualche cosa. Erano forse le undici, ed
uscivo dalla casa del vecchio. In cambio di volgere per la via della
Maddalena e ridurmi a casa, tirai innanzi dalle parti di Fossatello,
per un mio negozio, anzi appunto per la faccenda di quella ragazza che
vedete là sul terrazzo. Spesi forse un'ora; e al ritorno, mentre ero
per risalire nella via di San Luca, vidi uscire dal portone di casa
Vitali due persone, le quali vennero incontro a me con passo spedito.
Io mi feci da un lato, e siccome nulla è inutile a sapersi, li guardai
un po' nel mostaccio. Ora indovinate chi fossero! Aloise di Montalto,
e quel tal mediconzolo che lo accompagnava nella gita di San Nazaro.
--Chi? Il Mattei?
--Sì, appunto il Mattei. Figuratevi come rimanessi di stucco! Essi non
mi riconobbero, anzi non guardarono neanche dalla mia parte. Ah,
questi signorini sono pure scapati! S'argomentano di far la guerra, e
non ne sanno i primi rudimenti. Hanno letto le storie moderne
dell'America e dell'India, e non ricordano gli accorgimenti sottili
delle __Pelli rosse e dei Thugs__, pei quali un ciottolo smosso, un
filo d'erba piegato, sono indizio del passaggio di un nemico. Perchè
vivono in un paese civile, costoro non pensano che ci sia da studiare
il terreno, e da guardare, verbigrazia, ogni volto di persona in cui
s'avvengono di nottetempo. Povera gente! Perciò sono sconfitti, e la
loro baldanza va in fumo.
--Ma come mai,--disse il Collini,--come mai il Montalto e il Mattei
avevano da trovarsi colà? Non è nemico del nipote, il vecchio Vitali?
--Anch'io dissi tra me; come mai?--proseguì il padre Bonaventura.--Ma
a questo mondo bisogna aspettarsene di tutti i colori. Qui, pensai
tosto, qui s'ha da trovar la chiave del segreto. Il vecchio che sta
saldo e se la ride alle mie spalle; Aloise che esce di notte dalla
casa del nonno, dove è certamente entrato alla cheta, appena ne sono
uscito io, e che si fa accompagnare da un medico.... Qui giace nocco!
Ora non è da cercare perchè fu fatta la pace; piuttosto è da sapersi
in che modo.
--Sicuro!--interruppe il Collini.--È da sapersi in che modo.
--E come ve la cavereste voi, figliuol mio? Sentiamo un po' il vostro
consiglio.
--Il vecchio,--soggiunse il Collini,--non può' muoversi dal letto, e
di questo non possiamo dubitare. Egli ha dunque avuto bisogno di un
intermediario.
--Benissimo!--esclamò il padre Bonaventura, accennando del capo.
--E bisogna trovare questo intermediario;--aggiunse il Collini.
--Arcibenissimo! Voi volete andar molto innanzi, col vostro ingegno.
Ma chi potrà essere questo intermediario del malanno?
--Un servitore, di certo.
--__Optime__! E questo servitore qual è? Il vecchio Vitali ne ha tre,
senza contare la governante.
--Ah! qui, padre mio....
--Qui vi casca l'asino, non è vero? Io invece vi dirò che ha da essere
il servo prediletto, quello di cui si fida maggiormente, e quello che
gli ruba di più.
--Ma se v'ingannaste?...--disse con esitanza il Collini.
--Oh, non abbiate paura. Tra i servitori c'è sempre quello a cui mette
più conto accattarsi la benevolenza del padrone, e qui non si sgarra.
Per fortuna anche noi ci abbiamo il nostro tornaconto a invigilare i
servitori come i padroni, e messer Battista vedrà com'io so
aggiustarlo pel dì delle feste, se per avventura si mette a farmi
l'indiano.
--Ah! il Battista!...
--Certo, il Battista; e chi altri volete che sia?
--Avete ragione, padre mio; andiamo dunque; non c'è tempo da perdere.
E quel figuro del Mattei, che mi vien sulla mano? Non è un trattar da
collega, il suo, e bisognerà che io gli renda pan per focaccia.
--Sì, come vorrete;--rispose il gesuita.--Intanto c'è da parare il
colpo di questi signori, e questo, appena io abbia dette due paroline
al Battista, sarà compito vostro. Siete un valente medico, e non
dovete fallire al vostro buon nome.
--Oh, in quanto a ciò, se voi avete il modo di guastare il tranello di
que' signori, abbiatelo per cosa fatta.
--Ed io vi prometto che vi darò tanto in mano da vendicarvi dei vostri
nemici; parola di Bonaventura Gallegos. Andiamo dunque.--
E così dicendo, il padre Bonaventura, degno concittadino di
Torquemada, come i lettori hanno già indovinato dal suo cognome, andò
a lavarsi le mani sotto lo zampillo di acqua che mandava per le nari
il delfino della vasca; poi prese il suo cannocchiale e precedette
nelle sue stanze il discepolo.