Di una gita che fece il dottor Collini nel vicolo di Mezza Galera.
Conoscono i lettori il vicolo di Mezza Galera? È uno di due, che
salgono da piazza delle Erbe (detta dal popolino __Piazza Nuova da
basso__) fino al celeberrimo vicolo del Fico. Quei luoghi, tra
Sant'Andrea, Sarzano e San Donato sono ancora, insieme coll'altra
regione da Scurreria fino a Banchi, tra i più sudici e tetri della
vecchia Genova; e il vicolo di Mezza Galera, ai tempi del nostro
racconto, era degno più che mai del suo nome, poichè raccoglieva nel
bel numero de' suoi abitanti la famiglia Garasso, nella cui casa
dobbiamo oggi recarci.
Non ci sarà da turarci il naso, badate. Entreremo in una scala
abbastanza pulita, col vestibolo imbiancato di fresco, e certi scalini
di lavagna sui quali si sono già commessi piedini più riguardosi dei
nostri; i quali piedini salivano, al pari di noi, fino al secondo
piano, dov'era un uscio dipinto a nuovo tutti gli anni, con un
picchiotto di ferro, per farsi udire dalla gente di casa. Il
campanello sarebbe stato arnese di troppo sfoggio colà, e i monelli
del vicinato non avrebbero posto gran tempo a strapparne la corda, o a
tagliare la nappa.
L'appartamento di quel secondo piano è piccolo; ha tre camere, la
cucina e qualche bugigattolo dei soliti. Le masserizie sono vecchie e
malinconiche, segnatamente in una sala più grande, che ha l'aria
d'essere il salotto della casa, se si badi ad una tavola quadrata
posta nel mezzo e coperta di un grosso tappeto di lana rossa, con due
stoini da' piedi; ad un vecchio stipo intagliato, con suvvi una
scarabattola di cristallo, nella quale si vede un Gesù bambino vestito
di raso bianco, che tiene il mondo in mano; ad un sofà, con due
cuscini ritti a mo' di spalliera; finalmente ad un grosso armadio di
noce, a sportelli, sull'alto del quale fa bella mostra di sè una
civetta impagliata.
Un'altra civetta, ma non impagliata, è seduta presso la finestra, su
d'una larga sedia a bracciuoli. È la padrona di casa, a cui diamo quel
nome per una certa aria di parentela che il suo volto ci aveva con
quell'uccello di rapina, quantunque ella, a' suoi tempi, fosse stata
in voce di donna belloccia anzi che no, e coi suoi quarantacinque
suonati, con la esorbitanza adiposa delle forme, potesse ancora,
presso taluni di più facile contentatura, passare per un bel pezzo di
femmina. Era una femmina alta e di grosso calibro, come le vecchie
colubrine dei nostri antenati, e chiudeva la prepotenza smisurata
delle forme in una casacca di velluto nero, orlato di fettucce di seta
marezzata, e in un gonnellone di lana verde, partito a larghi quadri,
molto appariscente, sebbene un po' stazzonato dall'uso.
Quella donna aveva fatto di molte cose, nella sua gioventù; ma nel
tempo di cui si narra, aveva anche messo di costa qualche migliaio di
scudi, e da quattro anni si centellava le purissime gioie di un
matrimonio d'inclinazione.
In quel cuore, coperto a sette doppi come lo scudo di Aiace, era
dunque penetrato il dardo d'amore? Sissignori; la nostra signora
Momina (a chi nol sapesse diremo che Momina era un vezzeggiativo di
Geronima) aveva un cuore fatto a bella posta per amare, a malgrado di
tutte quelle cortine, rivellini e bastioni di carne, che vietavano gli
approcci della fortezza.
Fin da quando ella era a' servigi del signor Omobono, vecchio
calzettaio, il quale appunto da quattro anni aveva tirate le calze, la
signora Momina, che allora aveva titolo di donna di casa, ed ufficio
di serva padrona, aveva adocchiato un giovanotto dalla zazzera bionda
e dalla faccia rosea come le mele carle, il quale passava tutti i
giorni sotto le sue finestre.
Costui era stato garzone di bottega presso uno stipettaio; poi si era
accomodato da un fabbro; più tardi aveva mutato d'arte e di
principale, ma non imparando altro che a darsi bel tempo e suonare la
fisarmonica. Gli amici lo chiamavano il __Bello__, e tale pareva alla
signora Momina; la quale si reputò la più avventurata femmina del
quartiere, quando si fu avveduta che quel giovinotto era tutt'occhi
per lei, e che alla notte andava a farle la serenata col suo
malinconico strumento a manticino.
Tutte quelle cose le andarono cosiffattamente al cuore, che non
istette lunga pezza a farsi trovare sull'uscio di strada; e colà,
poichè la signora Momina non era donna da volerlo far sospirare e
struggersi, con troppo danno di quelle guance rosee, furono fermati i
primi patti della resa. D'allora in poi il Bello salì fino in casa;
dapprima raramente e con molti riguardi, poi tutti i giorni alla
libera. Il vecchio calzettaio era a letto e non aveva nulla a vedere
di quell'intruglio; di guisa che il Bello non ebbe più mai a piatire
in casa propria per desinare e cenare, come faceva senza portarci
quattrini.
Là, in casa del vecchio bietolone, egli ci aveva ogni cosa; i bocconi
prelibati, le vestimenta e i denari per le male spese. La provvidenza
gli s'era fatta incontro, sotto le spoglie della signora Momina, e
figuratevi che gran provvidenza l'avesse ad essere, una provvidenza
innamorata.
Il vecchio padrone morì, e quella sera se ne bevve un bicchiere di
più, per dargli l'estremo vale all'uso degli antichi. Gli eredi non
avevano potuto ritogliere alla signora Momina quel tanto che il
vecchio le aveva lasciato, in ricompensa delle sue cure assidue, nè
quel tanto che ella aveva saputo metter da parte, di roba e denaro.
Però, quando ella profferse la sua candida mano al biondino, egli non
se lo fece dire due volte; e due mesi dopo, il parroco delle Vigne
celebrava le nozze.
Il Bello la faceva contenta fra tutte le mogli. Di tanto in tanto
correva qualche manrovescio, ma le lividure erano sempre colorite d'un
tal poco di gelosia: onde la signora Momina, se per avventura le
dolevano le carni, aveva a ricattarsene largamente nella soddisfazione
della sua vanità femminile. E poi, era un così leggiadro garzone, e
sapeva chiedere così bene la pace, quando aveva bisogno di denaro! Chi
bene ama, soleva dire la signora Momina, chi bene ama, bene bastona.
Costei, come si è detto, ci aveva in serbo un bel gruzzolo di scudi;
ma guadagnava anche piuttosto largamente, facendo l'indovina coi mazzi
di carte, e in casa sua ci bazzicavano molte signore, senza contare le
gran dame che la mandavano spesso a chiamare. Questa di sapere il
futuro è sempre stata una manìa delle donne, e talvolta anche degli
uomini; laonde la nostra indovina del vico di Mezza Galera faceva
quattrini a bizzeffe ed aveva modo di mettere il naso in un visibilio
di pettegolezzi, i quali è fama andasse poi a rifischiare ad un certo
valentuomo che li pagava ad oro sonante.
Che cosa faceva intanto il Bello? Si occupava di cose politiche; era
un Verrina in sessantaquattresimo, un Bruto che avrebbe ucciso non uno
ma dieci tiranni, e che, mancandogli la buona occasione di trovarseli
sotto le mani, passava il tempo nelle ultime sale della bottega da
caffè del Gran Corso, giuocando grosse poste a biliardo e a picchetto.
Leggeva __l'Italia e Popolo__ e si vantava anzi di aver contribuito
coi suoi denari al sostentamento di quel democratico giornale, nè si
riteneva dal dire qualche volta (in un crocchio di amici profani alla
politica) come egli avesse stretto la mano a Giuseppe Mazzini.
Queste cose, già s'intende, non si arrisicava a dirle al cospetto di
Francesco Bartolomeo Savi, direttore di quel giornale, ed ottimo
cittadino di cui Genova rimpianse nel '64 la morte luttuosa, nè
d'altro dei capi del partito, ed amici del Mazzini; i quali, parte non
lo conoscevano neppure, parte lo avevano in conto di un semplice
gregario, e gli perdonavano l'ozioso vivere e la mania del giuoco, in
grazia del fervore che egli mostrava per la causa comune.
Parecchi di questi ottimi popolani sapevano bensì della vita oziosa
del Bello, e del bazzicar che faceva in certi luoghi; ma, buona gente
ed aliena dai cattivi giudizi, non ci guardavano tanto nel sottile.
Alla fin fine, spendeva del suo, e nessuno andava a grattare quella
superficie per vedere sotto l'intonaco. D'altra parte, egli era così
ardito nella affermazione de' suoi propositi, si mostrava così
bollente ne' suoi entusiasmi, che sarebbe stato proprio un fargli
villania, il non aggiustar fede alla saldezza ed alla onestà de' suoi
intendimenti.
Questo bel mobile era il marito della signora Momina, dottoressa in
cartomanzia. Adesso vedremo che cosa andasse a fare in casa loro quel
signore dai capelli rossigni, il quale, mentre noi eravamo intenti a
dipingervi quella coppia felice, saliva le scale e bussava all'uscio
del secondo piano.
--Serva umilissima, signor Magnifico!--esclamò la signora Momina,
aprendo l'uscio al dottor Collini; che era appunto egli il visitatore
della famiglia Garasso.
--Buon giorno, signora Momina; è in casa suo marito?
--Sissignore, è in casa; ma il poverino è ancora nel primo sonno.
Questa notte, per far servizio a Vossignoria, come mi ha detto, è
venuto a casa molto tardi. Ma non dubiti, corro a svegliarlo.
--Brava! gli dica che si spicci, perchè ho fretta.--
La signora Momina andò nella camera da letto a scuotere il marito, che
borbottò un poco e bestemmiò per giunta; ma quando ebbe udito che
c'era il magnifico dottor Collini ad aspettarlo, fu pronto a sedersi
sul letto e a stropicciarsi gli occhi.
--E così, signora Momina, come vanno le faccende?--chiese il Collini
alla femmina, quando ella tornò in sala a fargli compagnia.
--Oh, non c'è male; io non posso lagnarmi della fortuna. A proposito,
sono già stata questa mattina dal signor Bonaventura. Quello è un uomo
che si alza per tempo! Tra l'altre cose che ho potuto raccontargli ce
n'è una, la quale egli mi ha detto di riferirla a Vossignoria; e
sebbene io non sappia quanto le possa premere....
--Dite, dite! Di che si tratta?...
--Si tratta di una cameriera alla quale sono andata a far le carte
ieri mattina, di là dall'Acquasola. Costei ci ha un suo innamorato,
del quale voleva conoscere la fedeltà, e mentre stavamo nella sua
camera a fare il giuoco, è sopraggiunta la padrona, una gran dama, che
ha voluto fermarsi a vedere, e poi le è frullato in capo che
indovinassi qualcosa anche a lei.
--E come si chiama questa signora?--chiese il Collini.--Se il signor
Bonaventura vi ha detto di raccontarmi questa, gli è segno che mi sarà
necessario di conoscere i personaggi.
--È la contessa Cisneri;--disse la signora Momina,--una bionda....
--Ah, sì, la conosco, proseguite.
--Orbene, ho fatto il giuoco anche alla signora contessa, ed ho
scoperto un fante di fiori, il quale era cotto straccotto per la
regina di quadri: che essa non lo vedeva di mal occhio; che lo
aspettava e che egli era appunto per via.
--Benissimo, e poi?
--La signora contessa ha riso molto, ed ha voluto che continuassi il
giuoco, stando molto attenta a tutte le cose che io le narravo, segno
che le carte dicevano la verità. Poi mi ha congedato, dandomi due
scudi.
--È qui tutto?
--No. Quando la signora contessa se ne andò, la cameriera mi disse che
avevo indovinato tutto per bene; che il fante di fiori c'era da
parecchi giorni; un certo signor Sovani.... Silvani....
--Forse Salvani?--interruppe il Collini, a cui quelle storpiature
della signora Momina avevano fatto aguzzare gli orecchi.
--Sì, per l'appunto, Salvani; un signore bruno, che si è battuto in
duello. Così mi disse la cameriera, e infatti nelle carte, il duello
c'era sempre alle spalle del fante di fiori.
--Ah!--disse il Collini tra sè.--E come diamine lo ha conosciuto, la
Cisneri? Sta bene che per ora io non posso andare in sua casa, dopo
quel maledetto negozio.... Ma esserci andato subito egli.... Oh,
adesso più che mai è necessario che io mi vendichi di tutti costoro.--
Poi, volgendosi alla signora Momina, e simulando un'aria contenta, il
Collini le disse:
--Vi ringrazio della storia; ma in fede mia non capisco perchè il
signor Bonaventura vi abbia detto di raccontarmela. Conosco la
Cisneri; ma che abbia un fante di fiori o non l'abbia, non è cosa che
possa premere a me. Vedremo poi, se ci sarà una continuazione; e chi
sa che non n'abbia a nascere cosa che torni utile di sapere.
--Certo, signor Magnifico, ed io sarò sempre disposta a dirle ogni
cosa. Ma ecco mio marito.--
«Mio marito!» Per dire queste due parole, la signora Momina compose le
labbra ad un sorrisetto vanitoso che pareva dicesse: guardate che
bell'omino gli è mai!
Ma il Collini non ci badò più che tanto; e dopo aver, risposto ai
saluti del Bello, entrò con lui nella camera da letto, dove si sedette
e cominciò subito a parlare di cose importanti.
--Orbene?
--Ci siamo;--disse il Bello,--vogliono fare da senno.
--Ma egli, come c'entra?
--A capo fitto; è dei più caldi.
--Ma via, raccontatemi tutto. Dove si radunano? Quali sono i loro
mezzi? Che cosa intendono fare?--
Il Bello non rispose a questa furia di domande se non stringendo le
labbra più volte, abbassando gli occhi, e simulando l'esitanza di un
uomo che sente un po' di rimorso.
--Suvvia!--disse il Collini.--Che cosa vi ho mai rifiutato, io? Non
sono ricco, e mi levo, sto per dire, il pan di bocca per voi. Volete
di più? Fin dove la mia borsa consentirà che io giunga nello spendere,
giungerò. Eccovi intanto questi altri sul conto.--
E così dicendo, il Collini, posto mano al portamonete, ne cavò fuori
un biglietto rosso che diede al Bello, e che questi, non che
ricusarlo, si affrettò a mettere in tasca, accennando al Collini che
parlasse più sommesso, per non essere uditi da quella colomba di sua
moglie.
--Che cosa?--disse il Collini.--Vostra moglie non sa nulla....
--Nulla, signor dottore. Le ho detto che dovevo farle servizio in una
certa faccenda; ma ella non s'immagina che Vossignoria mi abbia a dare
la croce di un quattrino. Per dinci, se lo sapesse, sarebbe donna da
voler la sua parte.
--Mentre in cambio voi volete la vostra di quelli che essa guadagna.
--Eh, signor dottore, come fare? Perdo sempre, a quel maledetto
giuoco! E poi, alla mia età, bisogna bene che mi dia un po' di bel
tempo.
--Avete ragione; tristo chi non sa pigliare il mondo pel suo verso. Ma
veniamo al buono, e ditemi tutto quello che sapete.--
Il Bello faceva ancora lo schizzinoso, per non aver l'aria di cedere
così presto. C'è il pudore dei bricconi, come quello dei galantuomini.
--Ma gli è.... vede Vossignoria?... vi sono di certe cose!... Alla
stretta de' conti, si tratta d'amici, e non vorrei....
--To'! avete degli scrupoli di coscienza?
--Oh no, signor dottore. So pure che Ella è un uomo per la quale, e
non vorrà giovarsi di queste cose a fin di male. E poi, sono certi
segreti, che ognuno li conosce a menadito.
--Io, per esempio,--disse il Collini, che cominciava a stizzirsi di
tanti preamboli,--non ne so ancor nulla, ed e per questo che vi dò
dugento lire al mese.
--Via, non si scaldi!--rispose il Bello, arrossendo un poco;--le dirò
tutto quello che so. Gli è fino dell'anno scorso che se ne parla. È un
disegno nato nel cervello di parecchi popolani.
--E non vi sono capi?
--Cioè.... Non ho detto che non ce ne siano. Da principio quella gente
operava di suo capo; ma poi se ne apersero con Giuseppe Mazzini, il
quale è venuto a bella posta in Genova.
--Quando?
--Oh, alcuni mesi or sono, e adesso deve tornare.
--L'avete veduto, voi?
--Io no; ma lo seppi, quando c'era, e parecchi furono a vederlo. Il
disegno da prima non gli andava a' versi; ma quando gli fu detto degli
apprestamenti fatti, del gran numero di uomini sui quali si poteva
contare, se ne capacitò. Si tennero molte conferenze, e fu nominato,
sotto la sua direzione, un comitato misto di artigiani e di signori,
per dividersi il lavoro e provvedere a tutte le occorrenze.
--E il danaro? Senza danaro non c'è musica; lo saprete pure!
--Oh, del denaro ne hanno, e col denaro si è potuto avere delle armi a
carra.
--E ora cosa s'argomentano di fare?
--Non lo so. Probabilmente non lo sanno neppur essi.
--Badate, Garasso! Io voglio saper tutto; se no, smetto la musica.
--Sicuro!--rispose il Bello, ridendo sgangheratamente.--E la sua
musica, signor dottore, io non son uomo da disprezzarla. Ma veda,
quando io le dico che non lo sanno ancora neppur essi, gli è che non
lo sanno davvero, ed io non voglio mangiarle il pane a tradimento. Che
so io? Parlano di una spedizione nel regno di Napoli, nella quale
entrerebbero tutti questi emigrati che sono a Genova. Altri vorrebbe
tentare anche un colpo a Livorno. Altri dice che non si devono
spartire le forze; insomma non c'è ancora nulla di stabilito. Qui poi
si vorrebbe mettere il governo in angustie, perchè non mandasse a
monte il negozio; epperciò v'ha chi propone di impadronirsi dei forti
e della Darsena, come avvenne nel '49; altri pensa che quando s'è
presa una cosa, non bisogna lasciarsela fuggire di mano, e che si
potrebbe fare un governo provvisorio per aspettare l'esito certo della
rivoluzione a Napoli, e mettere in fiamme tutta la penisola. Ma finora
sono discorsi accademici, e bisogna aspettare una risposta di laggiù.
--Da dove?
--Da Napoli. Si dice che là sia già tutto preparato, le armi
distribuite, e gli animi disposti all'impresa, appena una mano di
patrioti giunga a sbarcare su quelle spiagge. Ma qui vogliono esserne
ben certi, e non dir quattro fino a tanto non sia nel sacco; epperciò
si è mandato qualcheduno a pigliar lingua, a vedere come stiano le
cose.
--Perdio!--esclamò il Collini.--E voi dicevate che non c'era anche
nulla di fatto? A me pare che ce ne sia d'avanzo. E il nostro bel
signorino, che fa in mezzo a costoro?
--È dei primi. Lo hanno anzi nominato membro del comitato, e lo
tengono in grandissima considerazione, sebbene in molte cose mostri di
non intenderla a modo loro.
--È dunque uno dei capi?
--Sì, certamente. Pare che egli non aggiusti gran fede a certi
disegni; ma nessuno lo crede uomo da ciurlare nel manico, il giorno
delle busse. La si figuri; si voleva menar le mani subito, e fu egli
che, con le sue storie, persuase gli altri a rimettere il colpo a
tempo opportuno.
--E che occasione si aspetta?
--Non ha inteso? Si aspetta la risposta di laggiù.
--E quanto credete che l'abbia a tardare?
--Non lo so. L'uomo è già partito, e non si aspetta altro che il suo
ritorno per pigliare una deliberazione.
--Lo avete voi veduto?
--Chi? l'uomo che è partito?
--No; vi parlo di lui, del nostro signorino.
--Oh sì, l'ho veduto parecchie volte alla Società degli Operai, dove
dà lezioni di storia, e tutti stanno ad udirlo con tanto d'orecchi.
Infatti parla molto bene, e vi racconta le cose in modo che tutti le
capiscono, e par quasi di toccarle con le mani.
--Questo m'importa poco, anzi nulla;--soggiunse il Collini.--E non
avete altro da dirmi?
--Le ho detto tutto quanto sapevo.
--Bene, bene! Badate a non nascondermi nulla, quando vi avvenga di
saper qualche cosa; e anzi tutto non perdete tempo. Sapete dove sto di
casa, e potete venirmi a cercare.
--Non dubiti, signor dottore; ma Ella mi promette....
--Che cosa?
--Che il mio nome non uscirà fuori per nessun modo. Se s'avesse a
risapere, io non potrei dirle altro. E poi....
--E poi, che cos'altro?
--Vorrei,--disse il Bello,--che i miei amici non ne avessero a patire.
Ella sa, signor dottore, che se dico queste cose a Lei, gli è perchè
la credo un galantuomo.
--E perchè vi pago profumatamente. Suvvia, non mi fate quel muso.
Patti chiari, amici cari, dice l'adagio, A voi mette conto il parlare,
a me il sapere; e una mano lava l'altra.
--Orbene,--soggiunse l'altro, crollando le spalle,--sia come Ella
vuole. Io del resto so che sono tutti pazzi da catena, e me ne lavo le
mani.
--Bravo! questo è parlare da savio. Lavatevene le mani. E intanto a
rivederci.--
Dopo queste ed altre parole di minor conto, il dottor Collini se ne
andò, non senza aver salutato la signora Momina, che lo accompagnò
fino sul pianerottolo della scala, come si conveniva ad una persona
tanto ragguardevole.
--Ve'! ve'!--disse il Bello, mentre infilava la giacca per uscire a
sua volta.--È un comodo mestiere, la politica, e ci si guadagna da
vivere, senza molta fatica. Chi sa che diamine vada mulinando nel suo
cervello, questo medico del malanno? Basta; vengan danari; al resto
pensi chi vuole, io no, certo.--
Che brava gente, quella famiglia Garasso! La moglie, con l'aiuto delle
carte, diceva la buona ventura e faceva la spia nelle case. Il marito,
pel vizio delle carte, vendeva i segreti degli amici. L'asso di
quadri, simbolo del danaro, lo avevano ambedue al posto del cuore.