Il re aveva ragione di amare la caccia, perchè era di una bravura
rimarchevole; sir William Hamilton era l’ordinario suo compagno di
caccia, e che era pure un eccellente tiratore, mi diceva che il re
faceva a questo esercizio dei veri prodigi: benchè non tirasse mai
che a palla, era sicuro di ferire l’animale dove voleva, vale a dire
nell’incavo della spalla: ma ciò che è curioso si è che esigeva dagli
altri cacciatori, non già un’abilità eguale alla sua, il che sarebbe
una cosa impossibile, ma una che ci si avvicinasse: una volta che
aveva cacciato tutta la giornata nella foresta della Ficuzza, e che i
cacciatori erano riuniti intorno ad un mucchio di cignali uccisi, il re
ne scoperse uno ferito al ventre.
Il rossore della collera gli salì alla fronte, e gettando uno sguardo
irato sulla comitiva:
— Chi è quel porco, disse, che ha fatto questo colpo?
— Io, sire, rispose il principe di San Cataldo, e per questo bisogna
forse impiccarmi?
— No, disse il re, ma bisogna restare in casa.
L’onore che il re faceva al presidente Cardillo andando a caccia da
lui, eccitò l’ambizione dei suoi cortigiani; le abbadesse dei conventi
siciliani ebbero allora la felice idea di popolare i parchi dei loro
conventi di cervi, di daini e di cignali, invitando il re a dare alle
povere recluse, di cui esse dirigevano le anime, la distrazione di una
caccia. Si comprende bene che Sua Maestà, che non aveva più, come nelle
sue foreste di terra ferma, la casa di riposo di cui abbiamo parlato,
si guardò bene di rifiutare un simile invito. Era un mezzo di ritrovare
a cento leghe da Napoli la sua Colonia di S. Leucio, quella caccia, che
egli rimpiangeva dopo quella dei cignali agli Astroni, e dei fagiani a
Capodimonte.
Mentre il re Ferdinando dimenticava la perdita del suo regno
ripopolando i suoi parchi della Ficuzza, di Castelvetrano, e della
Favorita, e devastando quelli del presidente Cardillo e delle
religiose; vi era però un uomo che chiuso in una cella del convento
della Gancia, pensava a riconquistare il regno.
Quest’uomo era il cardinale Ruffo, detestato dalla regina e quasi
dimenticato dal re, e che voleva vendicarsi del rifiuto che gli
era stato fatto di un posto militare, provando che egli aveva più
iniziativa di tutti i generali che erano fuggiti col re, e che
sollecitavano l’onore di accompagnarlo alla caccia o di fare la sua
partita al reversi.
Del resto, siccome il reversi era un giuoco troppo grave, per la parte
frivola della corte di cui faceva parte, si creò un banco di trenta e
quaranta.
Avevo sempre amato con passione il giuoco, più libera che mai in tutte
le mie fantasie; mi ci abbandonai con furore.
Nelson non giuocava mai, ma stando seduto dietro di me col suo unico
braccio appoggiato alla spalliera della mia sedia, mi parlava sottovoce
del suo amore, il che mi cagionava un doppio piacere pel giuoco.
Ahimè! ed oggi che sto languendo al dileguarsi di una moneta d’oro
necessaria pel nostro nutrimento della settimana, non è senza rimorsi
che mi ricordo quell’epoca, in cui colle mani nell’oro fino ai gomiti
ne gettava manate sulla tavola.
A proposito di colui che teneva il banco, vale a dire a proposito del
duca di S...... debbo aggiungere un particolare a questa confessione
che promisi di rendere completa.
Il duca di S...... era una specie di Casanova, appartenente d’altronde
ad una famiglia di Sicilia; era molto conosciuto in Europa pei suoi
viaggi, pel soggiorno che aveva fatto nelle principali città, e
specialmente pei suoi duelli, che quasi tutti ebbero origine dalla
straordinaria sua fortuna al giuoco.
Ma ora non si tratta di ciò. Non so se come banchiere il duca di
S..... avesse scrupolosamente nel mazzo le cinquantadue carte; ma ciò
che so, si è che ogni giorno aveva una spilla nuova alla camicia ed
un brillante nuovo in dito. Ero donna, il diamante mi tentava; glielo
chiesi per osservarlo, lo metteva in dito o al collo; lo pregava di
cedermelo, egli me l’offriva colla certezza che glielo avrei rifiutato;
ma il mio desiderio sarebbe stato ascoltato o dalla regina o da sir
William o da Nelson; in ogni caso era sicura di trovare il giorno dopo
sulla mia toletta l’oggetto di cui mi era invaghita il giorno prima.
Chi me l’avesse dato, non me ne informai nemmeno; in questa vita di
prodiga spensieratezza agitantesi nell’oro senza sapere donde esso
venisse a dove andasse, che m’importava mai di due o trecento luigi di
più o di meno?
Però l’ho saputo poi. Ognuna di quelle monete d’oro veniva dal popolo,
ed era ancor rorida di sudore quando non lo era di sangue.
In ogni caso, una cosa di cui posso rispondere, si è che il duca di
S... non ha fatto dei cattivi affari privandosi per me ad uno ad uno
dei gioielli del suo scrigno.
Il mese di gennaio passò in questo modo; le notizie che si ricevevano
da Napoli erano disastrose.
Da principio era stato conchiuso un armistizio fra il principe
Pignatelli vicario generale ed i francesi; poi questo armistizio
essendo stato violato dai lazzaroni, e non eseguito dal vicario
generale, i francesi avevano marciato su Napoli, e dopo tre giorni di
lotta accanita erano entrati in città.
Il vicario generale allora fuggì anch’egli, ed era giunto a Palermo.
Infine il 22 gennaio la Repubblica era stata proclamata a Napoli. S.
Gennaro aveva fatto il miracolo, e il Vesuvio, avendo fatto una piccola
eruzione, aveva anch’esso, al dire dei soldati francesi, inalberato il
beretto rosso.
Il re Ferdinando si era da qualche tempo disgustato con S. Gennaro, che
dopo avergli rifiutato di fare il miracolo in di lui favore, lo aveva
fatto invece pe’ francesi; è vero che per determinarlo, Championnet,
per quanto si assicura, aveva adoperato dei mezzi irresistibili.
In conseguenza di ciò, Ferdinando destituì San Gennaro del suo grado
di luogotenente generale, che il general Mack aveva esercitato per
quindici giorni in suo nome, e gli tolse lo stipendio annesso alla
carica.
Ma ciò non era tutto.
I giacobini, colle loro immense relazioni nelle provincie, lavoravano
per la democratizzazione degli Abruzzi, della Terra di Lavoro e delle
Calabrie.
Se si arrivava a democratizzare le Calabrie, la rivoluzione non aveva
che a passare lo stretto per metter piede in Sicilia, e la Sicilia
aveva pure buon numero di giacobini, che avevano la speranza che
al primo allontanamento della flotta inglese, Palermo, come Napoli,
farebbe la sua rivoluzione; e allora non si trattava nientemeno per il
re e per la regina che di far loro un processo come quello di Luigi XVI
e di Maria Antonietta, in seguito al quale, la piazza di Luigi XV la
poteva mutare di denominazione e diventare piazza della rivoluzione.
Il giorno stesso in cui la Repubblica era stata proclamata a Napoli,
vale a dire il 22 gennaio 1799, il re aveva riunito un gran consiglio
di stato a Palermo, nello scopo di trovare un mezzo qualunque per
rintuzzare la rivoluzione che si avvicinava a gran passi.
Si discuteva già da due ore, senza venire ad una conclusione, quando
l’usciere entrò e chiese pel cardinale Ruffo il permesso di entrare in
consiglio e prendere parte alla deliberazione.
Egli veniva semplicemente per proporre al re di mettersi alla testa dei
reazionarii calabresi, e di marciare con essi sopra Napoli.