Una tale proposta meritava di essere presa in considerazione,
quantunque al primo momento avesse sollevato il dubbio in tutti gli
animi; ma Ruffo che fin dal suo arrivo in Sicilia, vale a dire dopo
il 26 dicembre, aveva inviato cinque o sei messaggeri in Calabria ed
aveva scritto a tutti i membri della sua famiglia, diede tali prove
che la Calabria non aspettava che lui per sollevarsi, che il re, seduta
stante, diede la sua adesione al progetto del cardinale, e giudicando
che non aveva tempo da perdere per metterlo in esecuzione, promise
al cardinale che fra tre giorni avrebbe il suo brevetto di vicario
generale.
Ruffo chiedeva che, dal momento che il consiglio era riunito, gli
dessero immediatamente le lettere patenti, ma il re dichiarò che voleva
incaricarsi della relazione.
Quando il re parlava in tal modo, si sapeva ciò che voleva significare;
la cosa era riservata al suo consiglio intimo, vale a dire alla regina,
al generale Acton ed a sir William.
Il re entrò altiero e giulivo; il suo amico cardinale tanto sprezzato
dalla regina, quell’uomo di chiesa, che non si era creduto degno di
un posto di capo d’ufficio al ministero della guerra o della marina,
proponeva una cosa che si sarebbe dovuta aspettare dal principe reale,
e di cui egli non ebbe nemmeno l’idea.
Egli riunì la regina, sir William, lord Nelson ed il generale Acton, e
comunicò loro la proposta di Ruffo.
Tutti furono dell’opinione di accettare, fuorchè la regina che non
approvò nè disapprovò, accontentandosi di stare in silenzio.
Sir William fu il primo a dire che la situazione essendo disperata, non
eravi da esitare un momento.
Siccome la regina non aveva altro motivo di rifiuto da dare che la sua
antipatia pel cardinale, la sua ragione non prevalse.
Si convenne che alla mattina del giorno seguente il cardinale sarebbe
chiamato a palazzo, e che, in sua presenza e coi suoi consigli, si
sarebbe discusso e compilato l’atto che gli conferiva la lettera di
vicario generale.
Alla sera stessa del 22, l’ammiraglio Francesco Caracciolo si presentò
a palazzo, e chiese di essere ricevuto dal re.
Il re che si sentiva di aver torto verso Caracciolo, e che per
conseguenza avrebbe difficilmente sopportato la sua presenza, fece
rispondere che, occupato in affari urgentissimi, pregava l’ammiraglio
se aveva qualche cosa da chiedergli, glielo chiedesse in iscritto.
L’ammiraglio lasciò una petizione, in cui chiedeva la sua dimissione
del grado di ammiraglio della marina napoletana e pregava il re di
dargli il permesso di tornare a Napoli.
Il re, suscettibile come chi si trova di aver torto, prese l’occasione
di sbarazzarsi dell’ammiraglio, e scrisse sulla dimanda:_ Si accordi —
ma sappia il cavaliere Caracciolo che Napoli è in potere del nemico_.
Caracciolo non fece attenzione ai termini in cui era stato accordato
il congedo; non vide che il permesso di lasciar Palermo; e col cuore
amareggiato lasciò Palermo il mattino del giorno dopo.
Nel momento che egli lasciava Palermo si compilava questo manifesto.
*
* *
«CARDINALE RUFFO
«La necessità di accorrere prontamente, con ogni efficace e
possibil mezzo, alla preservazione delle province del Regno di
Napoli, dalle numerose insidie, che i nemici della religione, della
corona e dell’ordine promulgano ed adoprano per sovvertirle, mi
determina ad appoggiare a’ di lei talenti, zelo ed attaccamento la
cura ed importante commissione d’assumere la difesa di quella parte
del Regno non ancora invasa dai disordini di ogni genere e dalla
rovina che la minaccia nell’attual seria crisi.
«Incarico pertanto Vostra Eminenza di portare sollecitamente nella
Calabria, come la parte, che premurosamente ho a cuore di porre,
per la prima, nel massimo grado di praticabile difesa per combinare
le operazioni o misure con quelle che convengono alla difesa del
Regno di Sicilia, e camminare in esse di concerto contro il comune
nemico, tanto per rendere immune l’una e l’altra parte da ostilità,
come dai mezzi di seduzione che si possono introdurre, negli estesi
loro littorali, per arte e tentativi dei malintenzionati della
capitale o del resto dell’Italia.
«Le Calabrie, la Basilicata, le provincie di Lecce, Bari e di
Salerno, l’avanzo di quella Terra di Lavoro e di Montefusco, ch’è
restato dopo la scandalosa cessione fatta, saranno l’oggetto delle
di lei massime ed energiche premure.
«Ogni mezzo, che dall’attaccamento alla religione, dal desiderio
di salvare la proprietà, la vita e l’onore delle famiglie, o dalle
ricompense per chi si distinguesse, crederà di potere impiegare,
sarà adoprato senza limiti ugualmente che i castighi più severi.
Qualunque molla finalmente che giudicherà poter suscitare in
quell’istante a credere capace di animare quegli abitanti ad una
giusta difesa, dovrà eccitarla. Il fuoco dell’entusiasmo, in ogni
regolar senso, sembra nell’attual momento il più atto a superare
come a contrastare con le novità, che lusingano l’ambizione di
alcuni, con l’idea di acquistare per rapine, colla vanità e l’amor
proprio di altri, e colla illusoria speranza che offrono i fautori
delle moderne opinioni e de’ maneggi rivoluzionari, ma di cui
gli esempii in tutta l’Italia ed Elvezia presentano il contrario
aspetto e le più desolanti conseguenze.
«Per mandare ad effetto ogni qualunque misura, diretta alla
conservazione delle provincie, al riacquisto benanche di quelle
invase, come a quello della disordinata capitale, l’autorizzo,
come commissario generale nelle prime province, ove manifesterà
la sua commessione, e con la qualità di vicario generale di quel
Regno, allorchè si troverà in possesso, e munito di attiva forza in
tutte o nella maggior parte delle medesime, a fare i proclami, che
stimerà migliori e conducenti al fine ingiuntole.
«Le accordo coll’_alter ego_ le facoltà di rimuovere nel mio
nome ogni preside, ogni regio amministratore, ogni ministro di
tribunale, ed inferiori impiegati in qualunque grado politico,
come anche di sospendere ogni uffiziale militare, allontanarlo,
farlo arrestare, occorrendo, se ne troverà motivo, e d’impiegare
interinalmente chi stimerà per rimpiazzare le vacanze, e finchè le
abbia io approvate per la proprietà, sulle di Lei richieste, acciò
tutti i dipendenti del governo riconoscano nell’Eminenza Vostra
il superiore primario da me destinato a dirigerli, ed agiscano con
vivacità, senza mora nè difficoltà alcuna a quanto necessita negli
ardui e critici attuali momenti.
«Questa caratteristica di commessario o di vicario generale sarà
assunta a di Lei scelta nel modo e quando crederà conveniente
all’oggetto, perchè colle facoltà ed _alter ego_ che le concedo,
nel più esteso modo intendo che faccia valere e rispettare la mia
sovrana autorità, e con essa preservi il mio regno da ulteriori
danni.
«Dovrà perciò adoprare con severità e prontamente ogni più rigoroso
mezzo di castigo, qualora a ciò la richiami la necessità del
momento e della giustizia, sia per farla ubbidire, o per ovviare a’
serî sconcerti onde coll’esempio e col togliere di mezzo la radice
o seme che troppo rapidamente potesse estendersi e germogliare,
negl’istanti di disorganizzazione delle autorità da me stabilite, o
disposizione di alcuni al sovvertimento, venga riparato a maggiori
eccessi ed inconvenienti.
«Tutte le casse regie di ogni denominazione dipenderanno dai suoi
ordini. Veglierà che non ne passi somma alcuna nella capitale,
mentre si trova questa nello stato d’anarchia in cui, senza
legittimo governo, soggiace attualmente. Il denaro di dette casse
sarà da lei adoprato pel comune e necessario bene delle provincie,
ne’ pagamenti opportuni al governo civile, e ne’ mezzi di difesa,
da provvedersi istantaneamente, come al pagamento dei loro
difensori.
«Mi darà conto regolare di ciò che sullo assunto avrà stabilito o
penserà di stabilire, e sopra di cui vi fosse tempo da sentire le
risoluzioni e ricevere i miei ordini.
«Sceglierà due o tre assessori legali, probi e di sua fiducia,
per affidar loro la decisione di alcune cause più gravi, che per
appello doveano mandarsi ai tribunali della capitale: acciò essi
terminino con finali decisioni quelle pendenze nel modo il più
breve. Potrà prevalersi dei togati della capitale o de’ ministri
delle provincie per tale commissione, autorizzandoli a decretare
benanche le altre cause che ai medesimi stimerà di commettere; come
anche gli appelli che ne venissero portati, ed assicurerà colla
dimissione di detti ministri, se occorrerà, la più retta giustizia,
che amministrerà in mio nome nelle provincie da Lei dipendenti.
«Dalle annesse carte, che le riunisco, rileverà che nella
persuasione che non fosse del tutto sbandato il numeroso esercito
che teneva in quel regno, e da cui sono stato crudelmente servito,
aveva ordinato che quegli avanzi si fossero portati in Salerno,
e fino nelle Calabrie per difesa di esse, o per un concerto
indispensabile colla Sicilia. Nei momenti attuali, qualunque sia il
comandante che si presenterà in esse provincie con qualche truppa,
dovrà andar d’accordo in ogni parte di servizio e movimenti con
Vostra Eminenza, cessando necessariamente le disposizioni enunciate
negli annessi fogli; ma il Duca della Salandra o altro generale che
giungesse con detta truppa, seguiterà le prescrizioni nuove che qui
accenno. Le notificherà al medesimo, e spedirò in appresso quelle
provvidenze ulteriori, che i lumi e le notizie che mi manderà
potranno richiedere.
«Rispetto dunque alla forza militare, dovendo presumere che
non n’esista della regolare, sarà di Lei cura, ed è l’oggetto
principale della sua commissione, di eccitare ogni mezzo ed ogni
maggiore energia perchè si organizzi un corpo militare qualunque,
sia composto esso di soldati fuggiaschi o disertori, che in patria
riacquistassaro il coraggio e l’animo che ha distinto i bravi
corpi dei Calabresi ne’ recenti fatti col nemico; oppure sia di
quei buoni e ben pensanti abitanti, che le sacre ragioni esposte
e patenti di valida difesa, come l’onore nazionale, posson indurre
efficacemente a prendere le armi.
«Per ottenere ciò io non le prescrivo i mezzi che tutti lascio al
suo zelo, tanto in modi d’organizzazione che per la distribuzione
delle ricompense d’ogni genere: se queste saranno in denaro, potrà
accordarle subito, se saranno in onore ed impieghi che prometterà,
potrà istallare interinalmente quelli che giudicherà, e me ne
renderà inteso per la conferma ed approvazione, come pure pei
distintivi promessi.
«Giungendo la truppa regolare che aspetto potrò farne passare una
porzione in Calabria, o in altre parti della terra ferma, come
egualmente quei generi in munizioni ed artiglieria, che potrò
dividere fra quelle provincia e la Sicilia.
«Sceglierà le persone di sua fiducia che nel militare, o in
impieghi politici crederà di situare alla sua immediazione;
stabilirà per essi condizioni provvisorie ed appoggerà loro quelle
incumbenze che stimerà poter meglio convenire.
«Per le spese di V. Eminenza, adoprerà la somma di ducati
_millecinquecento_ il mese, che possono esserle indispensabilmente
necessarii; ma le accordo ogni ulteriore somma maggiore che
crederà convenire al disimpegno della sua Commissione, nel portarsi
specialmente da un luogo all’altro, senza peso alcuno a que’ popoli
ed università.
«Le concedo parimente l’uso del denaro che troverà nelle casse (e
che sarà sua cura di farsi entrare dalle stabilite percezioni) per
adoperarne porzione all’acquisto di notizie indispensabili alla
sua commissione, sia dalla capitale o dalle provincie, sia anche
da fuori per le mosse del nemico. Siccome trovasi nel maggior
disordine la detta capitale pei partiti che la lacerano, e dei
quali è giuoco il popolo, farà vegliare da abili ed adattati
soggetti, ad informarsi del tutto bene e giornalmente; e si
procurerà ivi benanche delle corrispondenze ed intelligenze
che fomentino tra i buoni e cordiali vassalli i veri sentimenti
d’attaccamento ad ogni loro più sacro dovere: non risparmierà
denaro per quest’oggetto quando crederà poterselo proficuamente
impiegare.
«Non mi estendo in particolari maggiori per le misure di difesa che
nel massimo grado da lei aspetto; molto meno per quelle contro le
mozioni interne, attruppamenti, seduzioni, emissari, e mala volontà
di alcuni. Lascio al discernimento di Vostra Eminenza il prendere
più pronte determinazioni, e per la giustizia subitanea contro tali
delinquenti. I presidi (quello di Lecce specialmente) alcuni ben
cordati vassalli ed abitanti in quelle parti, i vescovi, i parrochi
ed onesti ecclesiastici, la informeranno di tutti i bisogni, come
dei mezzi locali, e questi ultimi saranno certamente adoperati
con quella straordinaria energia e vivacità, che prescrivono le
circostanze.
«Attendo dall’Imperatore soccorsi d’ogni genere; il Turco me
li promette ugualmente: così la Russia: onde le squadre di
quest’ultima potenza, prossima al litorale di queste regioni, sono
pronte a soccorrermi.
«Ne avviso lei, perchè nelle occasioni possa prevalersene ad
ammettere benanche porzione di quelle truppe nelle provincie, se il
caso lo richiedesse; come ricevere pure dalle loro squadre quegli
ajuti, che la natura delle operazioni facessero considerar utili
alla sicura loro difesa.
«Le accenno queste misure dipendenti dall’esterno per ogni buon
fine, mentre le farò passare indi quelle ulteriori notizie che
riguarderanno un più sicuro concerto. Lo stesso saprà relativamente
agli Inglesi, la squadra dei quali veglia assiduamente alla
salvezza della Sicilia.
«Ogni modo di ricevere nuove e di spedirmele regolarmente, almeno
due volte la settimana, sarà da lei stabilito ed assicurato
con precisione, perchè le notizie concernenti la importante sua
Commissione mi giungano spesso e opportunamente come necessarie;
indispensabili benanche alla difesa di questo Regno.
«Confido nel suo attaccamento e ne’ suoi lumi — ed attendo che Ella
corrisponderà, come ne sono sicuro, a quanto vivamente e pienamente
da Lei spero.
«Palermo, 25 gennajo 1799.
«FERDINANDO.»
Questo manifesto gli fu consegnato nello stesso giorno in cui fu
scritto, vale a dire il 25 gennaio 1799.
Il cardinale era stato prevenuto che, malgrado i sessantacinque o
sessantasei milioni che il re aveva portato seco, non poteva dargli
altro denaro che tremila ducati, vale a dire dodici mila franchi,
per sovvenire a tutte le sue spese per la ristorazione. Una volta in
Calabria, egli dovea pensare a provvedere ai mezzi di contribuzione
volontaria o forzosa, od in qual siasi altro modo trovasse più
conveniente.
Ma al momento della partenza si credette di aver trovato una miniera;
il marchese Luzzi prevenne il prelato, da parte del re, che il marchese
don Francesco Taccone, tesoriere generale del regno di Napoli, era
arrivato a Messina, latore di cinquecentomila ducati, vale a dire più
di due milioni, concambiati a Napoli con effetti del banco. Siccome
questo danaro apparteneva alla cassa generale del regno di Napoli, il
re acconsentiva di cederlo al prelato per i bisogni della spedizione.
Affrettiamoci a dire ciò che però maraviglierà punto coloro, che
conoscono quanto facilmente a Napoli il denaro resti aderente alle mani
di coloro che lo maneggiano; nè il cardinal Ruffo, nè il re, nessuno
insomma potè por mano su questi due milioni e cinquecento mila franchi.
Il cardinale non perdette tempo, al 26 gennaio, vale a dire il giorno
seguente a quello in cui ebbe il manifesto, partì per Messina, ove si
recò in parte per via di terra ed in parte per mare.
Dopo aver fatto inutili ricerche a Messina per l’incasso dei
cinquecento mila ducati, il cardinale passò in Calabria, ove arrivò
l’8 febbraio 1799 sulla spiaggia di Catona, ove spiegò dal balcone
del casino di suo fratello il duca di Baccanello, la bandiera reale,
portante da un lato lo stemma reale e dall’altro la croce, colla
iscrizione che era impressa quindici secoli prima sul labaro di
Costantino: