Si sarebbe detto che la tempesta non aspettava che questa vittima
espiatoria per calmarsi; appena il real fanciullo ebbe reso l’ultimo
sospiro, il vento cessò ed il cielo si rischiarò.
Questo miglioramento nell’atmosfera era necessario alla famiglia reale,
perchè si accorgesse della perdita fatta di uno de’ suoi membri. La
principessa Maria Clementina mi parve la più colpita; essa non mandò
grida, nè diede alcun segno di dolore, ma a quel grido che mi sfuggì
dalla bocca: — il principe è morto — ella strinse sua figlia contro il
suo cuore, e grosse lagrime le scendevano sulle gote.
Coricai il piccolo principe nella mia cabina, e passai la notte seduta
vicino al suo letto.
Alle due del mattino intesi un gran rumore di ferri; era l’áncora che
si gettava, eravamo arrivati: un momento dopo ogni movimento cessò nel
bastimento.
Avemmo cinque orribili giorni di traversata, ed eravamo al venerdì 26
dicembre.
Alle cinque tutti erano pronti a discendere, ma io dichiarai che
restava vicino al piccolo principe per il seppellimento.
Il re, la regina, i fratelli e le sorelle del morto, senza molto
insistere, riposavano su di me per questa cura; si promise di mandare
nella giornata a prendere il corpo per esporlo nella cappella reale, e
Nelson s’incaricò di far costruire il feretro dal falegname di bordo.
Il re, la regina, la famiglia reale, Acton, sir William, i ministri
Castelcicala, Belmonte e Fortiguerra discesero nelle scialuppe, e
s’incamminarono verso la marina, ove il loro sbarco fu salutato dagli
urrà dell’equipaggio del _Vanguard_ salito sulle antenne; e non si tirò
il cannone perchè si era entro il molo.
Nelson rimase a bordo.
Fu in certo modo in presenza e sul cadavere del povero fanciullo, di
cui io suppliva la madre, che egli mi giurò un amore, che non si smentì
giammai.
Alle due dopo mezzogiorno il cadavere fu inchiodato nella bara, ed un
messaggero venne ad annunziarci che il carro mortuario lo aspettava
sulla banchina.
I marinai discesero nella lancia dell’ammiraglio; noi prendemmo posto,
Nelson ed io, come avrebbero dovuto fare il padre e la madre di quel
cadavere reale, e lo conducemmo alla banchina.
Il cadavere fu posto in un’urna, una carrozza di corte ci attendeva, e
noi seguimmo lentamente la carrozza di lutto.
Essa attraversò tutta Palermo, diviso in croce da due strade
principali, la via di Toledo e la via Maqueda, e arrivammo all’antico
palazzo di Ruggiero.
Il corpo fu deposto nella cappella bizantina, ove doveva restare tre
giorni, e allora poi chiesi che mi si conducesse all’appartamento della
regina.
Durante questo tempo Nelson si fece condurre agli appartamenti del re.
Lo trovò molto preoccupato, non già della disfatta dell’esercito,
dei progressi della rivoluzione; non già dell’epoca probabile in cui
i Francesi sarebbero a Napoli, ma di due altre cose ben altrimenti
importanti.
Eravi della caccia alla Ficuzza? e quale sarebbe il compagno ammesso
all’onore di fare alla sera la sua partita al reversi?
Erano quasi due mesi che il re non era andato alla caccia; e più di
otto giorni che non aveva fatto la sua partita di reversi.
Aveva bene con sè i suoi giuocatori ordinari, il duca d’Ascoli, il
principe di Castelcicala, il principe di Belmonte; ma piaceva al re di
mutar viso.
Ruffo non giuocava, d’altronde la regina aveva concepito una certa
antipatia per lui, che il re aveva rinunziato a riceverlo nella
intimità della famiglia. Se doveva parlargli di politica o consultarlo
su qualche atto del governo, gli scriveva un viglietto, e lo faceva
venire da lui.
Ora vi era precisamente a Palermo un uomo che era gran giuocatore e
gran cacciatore, e che poteva ad un tratto offrire al re Ferdinando le
due cose che cercava: una magnifica caccia nel suo feudo d’Illice, e un
compagno infaticabile al boston o al reversi.
Era il presidente Cardillo.
Il re detestava la nobiltà di toga; ma nella penuria in cui si trovava
momentaneamente di selvaggine e di giuocatori, superò la sua antipatia;
e per conseguenza si fece presentare il presidente Cardillo, che mise a
sua disposizione i suoi boschi, i suoi fagiani, i suoi caprioli, i suoi
cignali ed i suoi cani.
Il re, maravigliato dell’offerta, accettò una caccia pel giorno
seguente, ed invitò il presidente alla sua partita per la sera stessa.
Ma nella stessa giornata si prevenne il re Ferdinando, che il
presidente era il più irascibile giuocatore della Sicilia.
Il re si mise a ridere; ed io, disse, che mi credeva il più irascibile
giuocatore del mio regno, avrò trovato uno che mi guadagnerà la partita
su tutti i punti.
Si rifletta, che gli avvisi non mancarono al presidente Cardillo; tutti
questi avvisi riassumevano in queste parole: — non dimenticate che
avete l’onore di giuocare con Sua Maestà, frenatevi.
Il presidente fece le più belle promesse del mondo, e nella prima sera
maravigliò per la sua moderazione tutta la galleria, perchè tutti erano
prevenuti dall’irascibilità del presidente.
Una sola parola gli sfuggì che lo mise subito in grazia del re.
Il re, a cui erano state promesse le ire del presidente, vi si era
preparato, e non vedendole scoppiare, trovava che gli avevano mancato
di parola, e stuzzicava il povero presidente in modo che dimenticò il
suo giuoco e fece un grande sbaglio.
— Ah perdio! esclamò il re, sono un grand’asino, poteva metterci l’asso
e non l’ho fatto.
— Ebbene, rispose il presidente, cui la preoccupazione di serbare il
contegno aveva fatto dimenticare il giuoco, ed io sono ancor più asino
di Vostra Maestà, perchè poteva metterci la chinola e così mi è rimasta
in mano.
Il re diede in uno scoppio di risa, la risposta gli aveva ricordato la
franchezza dei suoi cari lazzaroni, e da quel momento il presidente
Cardillo entrò nelle sue buone grazie. Da parte sua il presidente si
familiarizzò col re, ed ogni volta che egli era invitato al giuoco di
Sua Maestà, dava un grazioso spettacolo alla galleria; quando giuocava
con tutt’altra persona, all’infuori del re, si lasciava andare alla
sua irritabilità naturale, fulminava contro i suoi compagni di giuoco,
li apostrofava, faceva volare le marche, le carte, il denaro e fino i
candelieri; ma quando aveva l’onore di far la partita del re, il povero
presidente aveva una briglia ed era obbligato di mordere il suo freno.
In certi momenti era quasi per dare in uno scoppio d’ira; cedendo alle
sue antiche abitudini, diventava quello di prima, e ghermiva, con una
intenzione che non isfuggiva a nessuno, il denaro, le marche, ed anche
il candeliere. Ma allora il re, cogliendo il momento, lo guardava, o
gli faceva qualche dimanda; allora il presidente sorrideva con tutta
la grazia di cui lo aveva dotato la natura, riponeva dolcemente sulla
tavola qualunque cosa che avesse preso, e si accontentava di strapparsi
i bottoni dell’abito, che si trovavano poi il giorno seguente sul
tappeto.
Ma una cosa che fece subito entrare il presidente nelle buone grazie
del re, è che non aveva un pelo sul mento, nè sul viso, nè un capello
in testa; era siccome il re, come già dissi, abbominava i capelli
tagliati alla Tito, ed aveva in orrore i mustacchi e le basette; nulla
dunque gli poteva essere più grato quanto quel mento pelato e quella
testa coperta da una immensa parrucca.
Ma il giorno dopo, in cui il re aveva fatto la conoscenza del
presidente Cardillo, gli fu dato di vederlo senza i suoi ornamenti
magistrali.
Il re non aveva potuto partire alla mattina come avrebbe voluto. Era
la domenica 28 dicembre, e si dovevano celebrar i funerali del giovine
principe; la regina era veramente ammalata di fatica e specialmente
di collera, e stava a letto; era quindi un obbligo del re di assistere
alla messa funebre del giovane principe.
Egli non potè dunque partire se non dopo mezzogiorno; e siccome il
feudo d’Illice era a dodici o quindici leghe da Palermo, non si arrivò
che verso le quattro di sera per mettersi a tavola.
Il presidente aveva avuto il tempo d’inviare un messo, e siccome il
degno magistrato era grande amatore della buona vita, il re trovò uno
splendido pranzo che lo mise di buon umore.
Aggiungasi anche i discorsi delle guardie che promettevano una caccia
magnifica, e comprenderete, per la cognizione che avete del carattere
del re Ferdinando, che egli dimenticò suo figlio, che era ancora
in età di rimpiazzare con un altro, e il suo regno che sperava di
riconquistare un giorno o l’altro. La serata fu allegra; il re alzò
talmente il presidente, che costui finì col prendere, secondo la sua
abitudine, un pugno di marche e di gettarle non già in faccia al re, ma
nel viso di un domestico, che portava dei rinfreschi su di un vassoio.
Costui, che era lontano d’aspettarsi quest’apostrofe, lasciò cadere
il vassoio ed i rinfreschi che vi erano disposti; questa inaccortezza
portò ad un tal grado l’esasperazione del presidente, già riscaldato
ad oltranza dalle eccitazioni del re, che fece un salto dalla sedia e,
istizzendo in mezzo alle tazze, cacciò il malcapitato domestico a gran
colpi di piedi nella parte posteriore, dicendogli che se tal cosa fosse
avvenuta altra volta, non gliela avrebbe fatta a sì buon mercato, e che
poteva contare anticipatamente a venticinque bastonate colla sua canna
dal pomo d’oro.
Quando il presidente dopo questa esecuzione ritornò a sedersi, il re
gli disse che era l’uomo più piacevole che vi fosse al mondo.
Siccome si doveva partire all’alba, si andò a dormire per tempo: il
presidente condusse egli stesso il re nel suo appartamento e gli indicò
la porta della sua camera che era precisamente dirimpetto a quella del
re, poi mostrandogli che non aveva che a tirare un cordone per essere
servito con tutta la diligenza, come nel suo palazzo di Napoli, augurò
la buona notte a Sua Maestà, e secondo la etichetta, si ritirò senza
volgere le spalle e chiuse la porta del re.
Ferdinando aveva tanto udito a vantare la caccia del presidente, che il
piacere che si prometteva gli tolse persino il sonno, cosicchè all’alba
si alzò, accese il lume, poi si diresse verso la camera del suo ospite,
volendo vedere che figura avesse il suo presidente, nel suo letto e
senza parrucca.
La metà dei suoi desideri fu soltanto soddisfatta; il presidente era
senza parrucca, ma non era a letto.
Il presidente, senza parrucca ed in camicia, era seduto in mezzo alla
camera su quella specie di trono su cui Monsignor di Vendome ricevette
per la prima volta Alberoni. Il re, in camicia anch’esso, andò
direttamente a lui, mentre, colto all’improvviso, il povero presidente
stava immobile, senza dir verbo, fissando sul re degli sguardi
scintillanti di stupore e di stupefazione. Il re gli mise il lume quasi
sotto il naso, per meglio vedere che figura faceva, poi cominciò a
fare il giro della statua e del piedestallo con una gravità ammirevole,
mentre la testa sola del presidente, che si teneva ferma sul suo seggio
a forza di mani, e mobile come quella di un puppo chinese, accompagnava
Sua Maestà con un movimento di rotazione circolare simile al movimento
centrale.
Finalmente i due astri che compivano il loro giro, si trovarono in
faccia l’uno dell’altro e siccome il re stava ritto ed in silenzio:
— Sire, gli chiese il presidente col più grande sangue freddo, il caso
non è preveduto dall’etichetta, debbo stare seduto, o levarmi in piedi?
— Restate, gli disse il re, ma non fatemi aspettare; ecco che battono
già le cinque.
Ed egli uscì dalla camera del presidente colla stessa gravità con cui
era entrato.
Ma debbo dire, che nell’assenza del presidente non si credette più
obbligato di mantenere quella gravità che aveva affettato innanzi a
lui, e sbellicandosi dalle risa ci raccontò quell’avventura al suo
ritorno.