Rapidamente, un'ombra otturò il vano della porta; un uomo, gettando

via il cappello intriso d'acqua, si precipitò nella stanza. In un

balzo si ebbe sollevato tra le braccia la sua donna, tenendola alla

vita con una mano, cercando con l'altra il di lei cuore, mosso da un

impeto di sensualità appassionata, e con tale trasfusione di tutto il

suo essere che si squarciava per essa il mistero delle parole

bibliche: _formerete una sola carne e un solo spirito_. Per un istante

si udì il fremito delle labbra congiunte, il rantolo della voluttà;

poi la donna si sciolse, vergognosa, additando Marta.

Marta aveva soffocato un grido, come colpita al cuore; e nello stesso

momento aveva sentito le sue viscere sollevarsi, muoversi nel suo

grembo un essere, e per le sue vene, per la sua carne correre il

palpito atteso, la rivelazione di un'altra vita, scoppiata colla

rivelazione stessa dell'amore.

Ogni velo era tolto, sciolto ogni dubbio, la sua virginità cadeva in

quel punto, ella era fatta donna. Comprendeva, sentiva, desiderava

tutto. L'impressione era stata così rapida e violenta, che la presenza

di quell'uomo, adesso, le faceva male.

Si rizzò, pallida, volgendo altrove gli occhi.

--Vuol partire con questo tempo?--balbettò la donna.

Voleva partire.

L'uomo si offerse di accompagnarla; non accettò. Allora i due sposi,

imbarazzati, le diedero un ombrello, insegnandole la via più breve.

Quel balzo, quella stretta, quel bacio, quel rantolo, Marta portava

tutto con sè, l'avrebbe portato l'intera vita. E correva sotto la

pioggia, mentre da' suoi occhi scorrevano larghe lagrime, inondata dal

cielo, inondata dall'anima sua. Piangeva e rabbrividiva, con una

consolazione lontana, una consolazione che le veniva dalle viscere,

debole ancora, confusa, eppure deliziosamente soave.

Poco lungi da casa incontrò Alberto che la sgridò con dolcezza,

dicendole che era stata imprudente. Egli era agitato, temeva per lei;

ma sotto l'ombrello che la riparava, non vide le sue lagrime, no,

queste non le vide. Egli aveva d'altra parte una notizia a darle.

--Quale notizia?--disse Marta, distratta.

--Vedrai, vedrai!

Marta tornò a correre, precedendo suo marito, febbrile, ansiosa, tutta

fracida per l'acqua presa. Appena entrata nel cortile le apparve

davanti sua madre.

--Ah!--gridò. E le cadde nelle braccia.

*

* *

Le cortine fiorate del letto, velando la luce, spandevano intorno

un'aria raccolta d'alcova, una dolce aria di intimità, che Marta

respirava voluttuosamente.

Aveva avuto una febbriciattola, leggera, tuttavia non le permettevano

di alzarsi per quel giorno. Pioveva sempre, e nell'uggia del cielo

grigio la camera sembrava per il confronto più lieta, coi parati

nuovi, i veli della pettiniera candidissimi, i fiocchi azzurri così

dolci all'occhio, i cristalli del lavabo lucenti, iridati, entro cui

prolungava i suoi giorni un ciuffo di vaniglia, l'ultimo della

stagione.

--Come è simpatica questa casa!--disse la mamma.

La signora Oldofredi era ancor giovane, piuttosto piccola e

grassoccia, con una distinzione che le veniva dal sorriso, lo stesso

sorriso malinconico di Marta; senonchè l'espressione serena di tutto

il volto, la calma della persona, annunciavano un abito di filosofica

indifferenza alle tempeste della vita, un partito preso di ottimismo

ad ogni costo.

Aveva i capelli neri, acconciati con cura, le mani piccole e ben

tenute, una sciarpa di trina allacciata con un ampio fiocco sotto la

gola. Quando girava il capo le si vedevano scintillare i diamantini

appesi all'orecchio.

Stava seduta sulla poltrona accanto al letto, e di lì fissava un paio

di pianelle scalcagnate, poste dov'erano i vestiti di Marta.

--Che cosa guardi mamma?

--Sono tue queste pianelle?

--Sì, perchè?

--Non te le avevo comperate nuove, di pelle bianca, con una fodera di

raso _bleu marin_ che doveva accompagnare la vestaglia? E a proposito,

dov'è la vestaglia?

--La mettevo nei primi tempi--rispose Marta con esitazione--poi mi

parve di sciuparla inutilmente.

La signora Oldofredi rimase pensierosa su quell'inutilmente.

--Noi donne--disse poi--dobbiamo avere molta cura della persona, delle

vesti, di tutto ciò che indica pulitezza e grazia; specie quando si ha

per marito un giovinotto.

--Oh!--interruppe Marta--Alberto non bada a queste cose.

Tacquero, trascinate entrambe dai loro pensieri, divise per modo che

dopo un po' di tempo si guardarono in faccia disorientate. Molto c'era

da dire da una parte e dall'altra; immenso il desiderio di chiedere,

di confidare, ma un pudore ed un orgoglio di donna le tratteneva. La

madre si accontentava di guardar Marta intensamente, studiandone il

volto affilato, e Marta si lasciava covare da quello sguardo, restando

dolce, malinconica, sempre un po' distratta, coll'aria di una persona

che assiste a delle visioni.

Per farla parlare, la signora Oldofredi si interessò alle nuove

relazioni di sua figlia; ebbe così la descrizione dei coniugi Merelli,

di Toniolo, del dottorone. A sua volta le narrò degli amici di città,

dei matrimoni fatti o da farsi. Disse di una loro cugina che voleva

sposare per forza un sottotenente, che i parenti non acconsentivano,

che d'altra parte non vi era neppure la dote militare, che

l'ufficialetto pazzo d'amore minacciava di togliersi la vita e che

lei, la ragazza, sognava combinazioni incredibili per riunire la

somma; l'ultima trovata era di farsi attrice, andare in America...

Marta ascoltava in silenzio.

--Teste esaltate--concluse la signora Oldofredi, accomodandosi il

fiocco della sciarpa.--I buoni matrimoni sono quelli combinati dalla

ragione. Io, vedi, avevo diciotto anni quando conobbi tuo padre. Non

ne ero innamorata proprio niente. Veniva in casa nostra due volte alla

settimana a giuocare al sette e mezzo; si usava molto allora. Mi par

di vederlo: entrava duro duro, un po' angoloso, miope, salutava con

quel cenno vago delle persone che non veggono un palmo più in là del

naso: ed era molto meno bello di Alberto, senza confronto. Perdeva

spesso al giuoco. Mio padre gli diceva: fortunato in amore! Io

ricamavo, lo rammento come fosse adesso, due conigli sopra un fondo di

lana rossa; questo ricamo penzolava un po' qui, un po' là, non ero

allora quella terribile nemica del disordine che sono adesso...

Ebbene, egli guardava il mio lavoro con un interesse, con una

attenzione che non avrebbe potuto essere maggiore se la sua vita fosse

dipesa da quello. Il fatto è che terminati i conigli, chiese la mia

mano. Ed ecco tutto. Vedi che non è un romanzo.

--Mio padre però ti amava--disse Marta con una voce profonda che fece

trasalire la signora Oldofredi.

--Sì--rispose questa semplicemente.--Io pure gli volevo bene;

apprezzavo la sua onestà, le cure gentili di cui mi circondava, il suo

affetto nobile, sicuro, e fu una grave disgrazia il perderlo così

presto.

--Ti amava d'amore?--domandò Marta bruscamente.

E siccome la mamma esitava, cogli occhi erranti sulle pianelle di

Marta e con mille dubbi nel cuore, ella rincalzò con quel suo impeto

appassionato:

--Dimmelo mammina, mammuccia, mammolina...

--Oh! Marta--fece la signora Oldofredi chinandosi a baciarla--sei

ancora la stessa.

E si pose a ravviarle i capelli sulla fronte, le coltri intorno al

collo, e il guanciale, e il piumino, proprio come ad una bimbetta in

culla, bevendo il raggio di quei cari occhi mesti, dove ondeggiava un

pensiero inafferrabile.

--Vi sono delle parole sulle quali io credo non si arriverà mai a

metterci tutti d'accordo, bimba cara. Il sesso, l'età, il

temperamento, la educazione, l'ambiente, le circostanze sono

altretante cause che modificano il significato della parola amore. Noi

generalmente ce lo figuriamo come la quintessenza delle gioie mortali;

è naturale, lo vediamo così da lontano finchè siamo fanciulle! È la

fiammolina che guizza sulle zolle umide, è la fosforescenza dorata

della farfalla, è un gaz, è una polvere alla quale noi diamo i grandi

nomi di passione, di delirio, di estasi...

La voce della signora Oldofredi tremava un poco; ella riprese tuttavia

sforzandosi di parere calma e padrona di sè:

--E quando si scopre l'inganno, invece di accusare la falsità della

nostra immaginazione, ce la prendiamo coll'amore che, poveretto, non

può essere diversamente da quello che è sempre stato, un sogno, un

miraggio...

--No, mamma, l'amore esiste.--Marta, che dapprima aveva ascoltato

quietamente, si rizzò sui guanciali, febbrile, rosea, con quella

bellezza improvvisa che le veniva a sbalzi, colla pupilla ardente e

dilatata.--L'amore esiste!

Per un istante la madre scrutò fino in fondo il pensiero di sua

figlia.

--Facciamo una supposizione--continuò Marta appoggiandosi col gomito

sul guanciale--mettiamo una ragazza che abbia passato otto, dieci anni

della sua vita, divisa fra questi due pensieri che sono il fondamento

della nostra educazione: l'onestà e l'amore. Vuol amare, primo perchè

è il suo istinto, poi perchè trova scritto e sente ripetere che

l'amore è la massima delle felicità, che la donna è creata per

l'amore, ecc. La religione stessa, più castamente, le parla però di

amore e fa anzi dell'amore un sacramento. Vuol essere onesta, di

quella onestà tutta femminile che è il pudore, la riserbatezza, la

sottomissione; onestà che l'uomo non conosce, che è stata inventata

unicamente per la donna e che la porta a fuggire con orrore tutto ciò

che ha l'apparenza di una colpa. Che fa la ragazza? Ella riunisce le

due aspirazioni, i due punti principali del suo catechismo, e

dall'unione di due cose ben reali ne esce quel non so che di

incorporeo, di vaporoso, di sublime e di ridicolo insieme che si

chiama appunto l'ideale.

--Ma...

--Abbi pazienza mamma. Già non si parla di noi, è una supposizione,

nevvero? Lasciami dire. Se, entrando nella vita, quella ragazza non

trova le due aspirazioni riunite, se vede che l'amore non è sempre il

premio e il compagno dell'onestà, che, legati insieme barbaramente

come gemelli mostruosi, non sempre vanno d'accordo, non sempre si

intendono e viene il momento in cui uno dei due...

La signora Oldofredi scandagliò l'abisso e non la lasciò terminare; ma

trascinata dall'impeto che Marta frenava invano, ella pure si sentì

donna, ella pure colle guancie arrossate, l'occhio ardente, le labbra

che tremavano urtandosi al placido sorriso abituale, ella pure

illuminata da una arcana bellezza, esclamò:

--L'amore è una illusione! Credi tu che vi sarebbe tanta attività nel

mondo, che l'arte produrrebbe i suoi capolavori, che la pietà

innalzerebbe i suoi monumenti, che il patriottismo darebbe i suoi eroi

e la religione i suoi martiri, se l'amore come lo intendi tu

esistesse? Perchè si coltivano tanti fiori nei vasi e si tengono dei

canerini in gabbia, perchè si riempiono le case di ricami e di lavori

all'uncinetto, perchè leggiamo i romanzi e i giornali di mode, perchè

andiamo ai concerti, perchè vi è sì gran numero di istituzioni

filantropiche dove le donne sono patronesse, ispettrici, visitatrici,

se l'amore fosse una realtà, se l'amore potesse bastare almeno alla

vita di una donna?

--Eppure--ripetè Marta scuotendo il capo--è l'amore che ispira l'arte,

è l'amore che riscalda la carità...

--Sono i disinganni dell'amore, è l'impotenza, l'assoluta

impossibilità di estrinsecare nell'amore, nel solo amore, quella

tendenza al sublime che c'è in noi. Oh! ma tutto il mondo perirebbe,

non vi sarebbe più posto per nulla, per nulla capisci, se il lampo

dell'amore potesse durare?

Marta fu colpita dalla luce straordinaria che brillava negli occhi di

sua madre, rivelandole un fondo di ardore che ella non avrebbe mai

sospettato; come l'eco di battaglie lontane, di lotte, di pianti, di

morti, su cui era passata la grande, la benefica ala del tempo; e

sentì di amarla doppiamente; si sentì sua eguale, sua compagna.

Forse l'amore non è per tutti, forse è il più gran dolore della vita,

forse non dura, forse è un miraggio; ma ella aveva visto, aveva

visto!.. e cogli occhi gonfi di lagrime, mormorò, quasi parlando a se

stessa:

--Esiste.

Nel silenzio raccolto dell'alcova quest'unica parola cadde con un

mormorìo solenne di responso.

--Senti--disse la signora Oldofredi prendendole le mani e abbassando

la voce in ragione inversa dall'emozione crescente--facciamo un'altra

supposizione. Mettiamo una donna, una giovane donna libera di sè, e

mettiamo pure che ella incontri sulla sua via l'amore.

--Dunque c'è.

--Ma Dio!--gemette la signora Oldofredi con tutta l'anima negli

occhi--c'è il desiderio, il sogno, l'illusione! C'è l'istante del

delirio, c'è la febbre che fa dimenticare tutto, lo spasimo per cui il

piacere rasenta il freddo della morte; ma poichè tutto ciò passa,

poichè non resta nulla dei più sinceri trasporti, poichè gli amanti

finiscono col diventare stranieri l'uno all'altro e incontrarsi senza

che più nulla trasalisca del loro cuore nè dei loro sensi, bisogna

rinnegare l'amore, bisogna dire l'amore non esiste! Credi a me...

credi, credi.

Colle mani strette nelle mani si guardarono in fondo all'anima,

misurando le loro disperazioni; la madre violentata per non poter dire

di più, la figlia temendo di indovinare troppo.

--Allora--fece Marta, tergendosi la fronte quasi un sudore improvviso

l'avesse bagnata--non c'è nulla.

In quel momento si arrestò ascoltando. La stessa sensazione che

l'aveva fatta trasalire il giorno prima nella casuccia dei due

contadini, si rinnovava. Sentiva le sue viscere commoversi sotto un

impulso di persona viva, colla strana rivelazione di un altro essere

in se stessa. Sembrava una piccola mano che battesse contro il suo

seno, una piccola mano che voleva dire: Aprimi, io sono l'amore e la

verità.

--Gli uomini--continuò la signora Oldofredi, presa nella foga

vertiginosa delle proprie parole--conoscono presto l'amore, lo

valutano per quello che è e passano oltre, attratti dalla ambizione,

dagli affari, della vita pubblica. Ma anche noi non possiamo vivere

nella continua illusione dell'amore; per questo abbiamo la religione e

la maternità. È ancora l'amore, ma l'amore che si trasforma; l'ideale

risale al cielo, mentre la parte materiale di noi si anima e vive

della nostra stessa carne...

Marta non udiva, delle parole di sua madre, che il bisbiglio. Colle

mani raccolte sul grembo, le palpebre socchiuse, il corpo abbandonato

nei guanciali, aveva l'apparenza della più gran calma, ma un brivido

la scuoteva internamente, un brivido e una puntura. Vedeva ancora

quell'amplesso, quel bacio... come dubitarne, se tutto il suo essere

ne era stato scosso, se all'improvvisa rivelazione aveva compreso, lei

già donna, il mistero della virginità, quel mistero che è il segreto

di Dio e che l'amore solo comunica agli uomini?

Lievi lagrime brucianti sfuggivano dalle sue palpebre.

--Marta! Marta!--chiamava la mamma, curva su di lei, divinatrice

amorosa della lotta che si combatteva nel di lei cuore.

Marta, senza parlare, ripeteva fra sè: Sarà il raggio che sfolgora e

muore, sarà l'illusione che passa, sarà il sogno, il delirio di un

istante; pure esiste. Raggio che non scalda tutti i cuori, sogno che

non rallegra tutte le notti...

Ma intanto la piccola mano ripeteva con insistenza: Apri, io sono

l'amore e la verità.

E Marta rivedeva, in una specie di visione magnetica, la bella

campagna estiva, gli alberi frondosi ramificanti sopra lo sfondo

azzurro e un meschino insetto che tendeva i suoi fili d'argento.

Spezzato un filo gettava l'altro, e un altro ancora e ancora, sempre

avanti, la tela prendeva proporzioni gigantesche, i fili abbracciavano

tutto il creato, salivano ad altezze vertiginose, toccavano il cielo.

Era la vasta tela della vita umana, il lavoro ogni giorno rinnovato di

chi soffre e combatte; il lavoro temerario che poggia nel vuoto

guardando arditamente la luce; lo sforzo immane di milioni di esseri,

intelligenze torturate, cuori spasimanti, schiavi in pena, tutti

sorgenti dalle loro catene, tutti lanciando il loro filo d'argento al

misterioso Ignoto. E i fili si spezzano, e la tela si strappa e la

felicità dondola sempre sospesa all'impalpabile bava di un aracnide.

Che importa?

Tutto muore, tutto nasce, tutto cambia, tutto si rinnova, le tombe

scoperchiate servono di culla, i cuori insanguinati e piangenti danno

nuovo sangue e nuove lagrime alla vita.

Avanti, coraggio!

FINE.

LIBRERIA EDITRICE GALLI

DI

=Milano C. CHIESA e F. GUINDANI Milano=

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RACCOLTA DEI MIGLIORI ROMANZI MODERNI ITALIANI

UGO VALCARENGHI

I RETORI

LE CONFESSIONI DI ANDREA

Seconda edizione.--Un bel volume in-16 __L. 3.__

__Diamo alcuni giudizi dei più importanti Periodici su questo Romanzo,

che forma il primo volume della Serie «I RETORI.»__

«....La prefazione è splendida, e credo fermamente sia quanto di più

notevole si sia scritto da molti anni a questa parte intorno agli

intenti del romanzo.

«... Predomina nel romanzo la ricerca decisa, quasi febbrile, della

verità. Il Valcarenghi ha avuto il coraggio di dominare coll'idea il

sentimento, e di studiare a fondo l'anima propria non badando ai

dolori, agli strazi di vedere mille illusioni andarsene, dinanzi alla

necessità ineluttabile del vero scientifico.

«....Il romanzo del Valcarenghi sintetizza in modo chiaro e semplice

quello cui pochi hanno accennato appena, e che infine è nella

coscienza di molti. _Neera_, Gerolamo Rovetta, Antonio Fogazzaro,

_Bruno Sperani_, Filippo Turati, _Memini_ non hanno potuto leggere le

_Confessioni di Andrea_, senza provare una commozione profonda.

«....Il romanzo italiano, per vivere, ha bisogno di giovani, che, come

il Valcarenghi nutrano forti convinzioni e principii veramente

positivi.»

_Rivista di Filosofia Scientifica_ (Agosto 1888).

«Nelle _Confessioni di Andrea_, il Valcarenghi esce ardito,

gagliardo... egli vuole smascherare gli ipocriti della società; vuole

ribellarsi contro le convenzioni sociali.

«....L'Andrea, il suo protagonista, si confessa con sincerità brutale:

non giustifica nemmeno sè stesso quando erra nei suoi pazzi amori,

quando si mostra negli espedienti dell'egoismo; la sua anima non è

corrotta sino all'eccesso, ma è spesso cinica, in qualche momento fa

orrore, si svela tutta nelle sue convulsioni, e nello stesso tempo

tende inesorabile a smascherare le altre, mostrandone le bassezze.

«....In ogni pagina stride e quasi sghignazza uno scrittore che ha

stomaco di ferro e non ha peli sulla lingua; uno scrittore che ha

molte idee, filosofeggia molto, troppo, e che farà strada!»

=C. R. Barbiera=, nell'_Illustrazione Italiana_ (8 Gennaio 1888).

«Il libro del Valcarenghi sarà certamente molto discusso, perchè è un

libro ardito e coraggioso: tanto coraggioso che, veramente, nelle 370

pagine di cui si compone, non corre che una tenuissima favola. Sarà

molto probabilmente giudicato nei modi i più diversi: ma la

discussione e la disparità dei giudizi saranno la miglior

soddisfazione dell'autore; il quale, dopo tutto, ha dimostrato ed

affermato bene un fatto, quello di volere e di saper fare un libro con

intendimenti serii, con viste larghe, con profondità di pensiero.»

_Gazzetta del Popolo della Domenica_ di Torino (8 Aprile 1888).

«Le _Confessioni d'Andrea_ iniziano una serie, un ciclo di romanzi,

che meglio e più propriamente potrebbero chiamarsi studi sociali. Il

Valcarenghi mira con essi ad interessare i suoi lettori con lo studio

assiduo e paziente dei vizii, dell'ambiente, delle consuetudini ed

ipocrisie sociali che corrompono il carattere, la coscienza, quanto

v'ha di più nobile nel sentimento umano. Egli cerca di fondere

nell'artista il filosofo ed il sociologo, per dare dei mali della

società una descrizione fotografica, esatta; per studiarne in seguito,

con amore e verità, i rimedii.

«.... Questo volume nuovo del Valcarenghi, di gran lunga si lascia

addietro i suoi precedenti: e per esso e con esso s'avanza in prima

fila fra i migliori cultori del romanzo italiano.»

=M. Mariani=, nella _Cronaca Rossa_ di Milano (22 Aprile 1888).

«....Un uomo che mette a nudo il proprio egoismo con una schiettezza

rara, in omaggio alla verità.... Chi non sente gemere un cuore

d'artista e di galantuomo sotto le pagine spietate? E quella larga

nota di dolore che sale acuta, persistente da ogni pagina, non è dessa

la moralità tutta, tutta la bontà e la efficacia dell'opera

d'arte?...»

=Neera=, nel _Fanfulla della Domenica_ (15 Aprile 1888).

«....Già più d'una volta ebbi a lodare, ed anche in queste stesse

colonne, dei libri sinceri; principalmente perchè sinceri. Eccone un

altro da aggiungere al numeroso stuolo.

«....Innamoratomi alla prefazione, bellissima, lo divorai tutto in un

fiato....»

=Filippo Turati=, nell'_Italia_ (4 Aprile 1888).

«....Malgrado le lacune e le sovrabbondanze, le _Confessioni d'Andrea_

sono un romanzo forte pel concetto e bello di pagine, nelle quali

l'esecuzione corrisponde al concetto.

«....Le _Confessioni d'Andrea_ si leggono con profitto e con diletto

dalla prima all'ultima pagina.»

=G. Depanis=, nella _Gazzetta letteraria_ di Torino (7 Aprile 1888).

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UGO VALCARENGHI

SOTTO LA CROCE

ROMANZO

Un bel volume, in-16 L. 3.

«Dopo _Baci perduti_: _Sotto la Croce_; vale a dire, dopo le scene

della vita borghese, il romanzo. Questo prova che il Valcarenghi non

si è fermato sul successo di quel primo lavoro, ma che ha voluto far

qualche cosa di più seriamente pensato.

«L'argomento è una storia triste, ma vera, uno dei romanzi umani che

leggiamo nella vita d'ogni giorno. I fatti si succedono naturali ed i

caratteri, per lo più, sono disegnati con cura e sempre conseguenti a

lor stessi. Anche la forma è generalmente buona.

«..... _Sotto la Croce_, non ostante difetti parziali, è sempre un

romanzo di merito e di merito grande.»

_Gazzetta letteraria_ (20 Febbraio 1886).

«...Questo romanzo segna un gran progresso sui precedenti lavori

dell'Autore che è giovanissimo.

«Il libro si legge con interesse, non per curiosità dello svolgimento,

bensì per la naturalezza del racconto e per la verità della

rappresentazione.»

=A. Fogazzaro=, nella _Provincia di Vicenza_ (18 Marzo 1886).

«....Il romanzo del Valcarenghi mostra nell'Autore un giovane che ha

dell'ingegno, tanto come osservatore, che come artista. Il sentimento

della realtà non manca quasi mai in _Sotto la Croce_, e questo vuol

dire che i personaggi sono veri, e che vero è l'ambiente.»

Giornale _Cronaca Azzurra_ di Firenze (8 Aprile 1886).

«L'Autore ha facoltà di intuire e cogliere la vita borghese con

ischiettezza. Bel saggio n'è la descrizione di una festa da

ballo;--più bella, perchè molto più breve, la descrizione d'una

passeggiata nei giardini pubblici....»

Giornale _La Nuova Antologia_ di Roma (1 Aprile 1886).

«Se il giovane Autore dei _Baci perduti_, segni un progresso col nuovo

suo lavoro, tanto nello studio dei caratteri e dell'ambiente, quanto

nella forma, ognuno lo vede fra quei critici imparziali che lo

giudicarono con logica di criterii, e ne fanno testimonianza le lodi

tributategli da molti giornali, fra cui la _Piemontese letteraria_, la

_Lombardia_, l'_Italia_, la __Ronda__, l'_Illustrazione Italiana_, il

_Presente_, il _Patriota_, la _Venezia_, l'_Indipendente_ di Trieste,

la _Provincia di Vicenza_, con un articolo di Fogazzaro, ecc,»

=F. Cameroni=, nel Giornale _Il Sole_ (24 Marzo 1886).

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UGO VALCARENGHI

BACI PERDUTI

SCENE DELLA VITA BORGHESE.

Terza edizione.

Un elegantissimo volume con copertina disegnata

dall'illustre pittore L. Conconi __L. 2__.

«....Rilessi la 2^a edizione dei _Baci perduti_ collo stesso diletto,

come se si trattasse di un racconto nuovo, e questo è il miglior

elogio che per un racconto italiano si possa concretare. Il

Valcarenghi possiede qualità preziose di novelliere, prima fra tutte

l'arte di rendersi simpatico, di infondere nelle cose sue vita e

colore. Attraverso alle pagine dei suoi libri palpita l'anima

dell'uomo e dello scrittore, il quale, senza sostituirsi mai ai

personaggi, infonde loro un po' della passione che lo agita e lo

commuove.

L'indomani · 第 7 / 8 段