uscir di casa ella aveva baciato Alberto al suo posto prediletto,
dietro l'orecchio, facendogli promettere che a tavola, quando ella lo
avrebbe guardato, ricorderebbe quel bacio e sarebbe come se ne
ricevesse un altro. Ma Alberto la guardava smemorato, si capiva,
attratto dalle ciarle della sua vicina, messo in vena allegra
dall'ottimo vino, dal pranzo squisito. E di mano in mano che a suo
marito cresceva il buon umore, cresceva a lei la tristezza.
Si domandava se quelle erano le gioie della vita; mangiare, bere,
discorrere con degli indifferenti, sorridere a delle sciocchezze,
divertirsi a delle puerilità.
Già le allusioni più o meno velate correvano or all'uno or all'altro
dei due sposi, facendo arrossire la novizia e piombando Toniolo in una
vanitosa beatitudine. Merelli sfondava una parete ad ogni parola che
gli usciva di bocca. Il dottorone, intento ai piatti, andava dicendo
inutilmente: «È troppo presto, è troppo presto.» Il _diapason_
scottante continuava a salire con un crescendo meraviglioso.
Una specie di nebbia avvolgeva la mensa, evaporazione delle vivande,
dei doppieri accesi, fiato, sudore, odor di vino e di pasticcio caldo,
con una sottile venatura di muschio che partiva dalle due sorelle di
Toniolo. Le faccie dei commensali, rubiconde, si confondevano colle
piramidi di mele, tagliate a mezzo dalle bottiglie, spostate
dall'animazione crescente che faceva muovere i più giovani dalle loro
sedie, ritornarvi, ripartirne ancora. La sorella nubile di Toniolo
aveva sbucciata una melagrana e girava attorno, offrendola sulla mano,
con attitudine civettuola e provocatrice.
Marta vedeva tutto ciò nella impassibilità letargica di un sogno,
trovandosi sempre più isolata e più triste. Le venivano in mente cose
tragiche: la morte di suo padre, un fanciullo ch'ella aveva visto
cadere da una finestra, le crociere degli ospedali, i manicomi; e poi
un dolore al cuore ch'ella aveva provato, da giovinetta, e che avrebbe
potuto essere vizio cardiaco incurabile. Guardava Alberto con una
passione, con uno struggimento di tutto il suo essere che le affilava
il volto, che le toglieva qualsiasi altra sensazione. Ad un tratto, in
mezzo al vociare generale, colse a volo questa parola «Elvira» che la
vicina di suo marito aveva pronunciata con malizia, nascondendosi
dietro il ventaglio.
Per cinque minuti buoni, l'incrociarsi dei piatti e dei bicchieri, gli
evviva tumultuosi, le impedirono di vedere Alberto; ma quando il di
lui viso apparve accanto a quello della bionda incipriata, l'argomento
doveva essere cambiato, ed era evidente che si facevano dei
complimenti reciproci sulla precedenza nell'assaggiare dell'uva di
Corinto.
Marta pensava che sul cavalletto di tortura si può almeno gridare. Al
contrario ella doveva stare composta, con un certo qual sorriso di
partecipazione alla gioia degli altri e rispondere, tratto tratto,
alle parole che per cortesia le rivolgeva il suo cavaliere di destra,
e mettere pure in bocca qualche cosa e fingere di bere.
Dal suo cuore gonfio si sprigionavano delle lagrime che ella sentiva
affacciarsi alle palpebre. Era così persuasa di essere brutta,
sciocca, incapace di farsi amare, che avrebbe in quel momento
desiderato di morire; senonchè un amaro rimpianto, il desiderio
insoddisfatto delle ebbrezze terrene, la trascinava violentemente
verso suo marito, il solo a cui poteva, a cui voleva chiederle; e in
questa tenzone odiava tutto il mondo e se stessa.
Pare impossibile--pensò il dottorone riposando le mascelle e le mani,
coll'occhio lucido, il torace prominente--come quella donna cambia ad
un tratto. Non si direbbe più lei.
Un momento dopo mettendosele vicino, ancora col tovagliolo al mento ma
con un raggio diverso nelle pupille, quasi il suo cervello staccandosi
improvvisamente dal corpo volasse in regioni eteree, le disse:
--Che follia festeggiare le nozze con inviti e brindisi! È la stessa
follia che fa dipingere l'amore rubicondo, paffuto, intento a ridere e
a trastullarsi, mentre si dovrebbe cercare l'amore nello scheletro più
distrutto della danza macabra; uno che non abbia più nemmeno le
occhiaie per tenervi le lagrime, e il petto squarciato da cima a
fondo. Così vorrei dipingere l'amore!
--Sì, sì--fece Marta senza comprendere, solo perchè quelle parole
tristi rispondevano alla sua tristezza.
Al caffè si ruppero le file. Alberto, sempre gentile, venne a chiedere
a sua moglie se avesse pranzato bene.
--È fortunata--disse la signora Merelli mettendosi al fianco di
Marta.--Io, nel suo stato, mi sentirei orribilmente; tolta
quest'ultima gravidanza, che è andata un po' meglio, tutte male, tutte
male!
--Mia moglie non vuol sentir parlare del _suo stato_,--soggiunse
Alberto sorridendo--non ci è ancora avvezza. Lei porrebbe darle
qualche lezione, signora Merelli!
--Buon Dio!--esclamò la prolifica signora giungendo le mani.--Sono
uscita ieri di puerperio. Ma lei sta proprio bene, carina, nevvero che
sta bene? Nausee, al mattino, non ne ha?
--Un poco, quasi nulla,--rispose Marta, seguendo collo sguardo suo
marito che si allontanava.
--Sarà un maschio allora. E bruciori di stomaco?
--No.
--Segno che non avrà capelli.
--Non avrà capelli?
--Nascendo, s'intende. De' miei figli, solo la Pina e l'Adelina erano
calve; gli altri vennero al mondo pelosi come Esaù. Ma che bruciori di
stomaco, le dico!... Del resto è fortunata in tutto; non si accorge
nemmeno... parola d'onore; sembra una bimba.
Alberto si era appoggiato al caminetto insieme a' suoi amici. Avevano
accesi gli sigari e nel benessere sensuale della digestione la loro
affettività d'uomo esplodeva con gesti vivaci, con romorosi scoppi di
voce e colpi di mano. Lucide le facce, gli occhi scintillanti, essi
discorrevano fra loro in un gergo speciale, a sottintesi, urtandosi
coi gomiti. Alberto, il più educato, si poneva davanti a Merelli
quando parlava, per impedire che le di lui parole giungessero
all'orecchio delle signore; Toniolo invece vi si crogiolava, nella
voluttà egoistica di un gattino che fa le fusa.
--Sibarita!--mormorò il dottorone--si prepara lo stomaco cogli
stimolanti.
La sposina intanto, circondata dalle donne, si lasciava ammirare ed
invidiare, facendo girare gli anelli sulle dita, più stordita che
contenta, rispondendo a monosillabi.
--Che bel matrimonio nevvero?
Marta si voltò. La bionda incipriata le stava alle spalle, col suo
fare lezioso, di protezione.
--Bellissimo--rispose Marta.
--Anche lei è sposa da poco tempo nevvero?
--Sei mesi.
--Io conosco molto suo marito; siamo cresciuti insieme. È un simpatico
giovane!
Obbedendo alle leggi naturali, Marta le avrebbe dato uno schiaffo; ma
frenandosi e dominandosi, riuscì ad abbozzare un sorriso.
La buona signora Merelli intervenne, chiedendo alla sorella di Toniolo
se fosse guarita da una nevralgia che aveva sofferto.
--Sì, sì, sono guarita perfettamente. Ma nevvero che molte ragazze
sarebbero state felici di sposare Alberto Oriani?
--Senza dubbio; eppure egli ha preferito questa sposina, nè io so
dargli torto--tornò a dire dolcissimamente la signora Merelli.
--Già, le ragazze del paese non hanno i vezzi delle
cittadine,--esclamò con enfasi la sorella di Toniolo.--A proposito,
non si è saputo più nulla dell'Elvira, la maestra?
A questa improvvisa e inopportuna domanda, la signora Merelli stette
per perdere le staffe, osservando che Marta impallidiva. Tossì,
tuttavia, si spianò le gale dell'abito, e disse col suo bel candore:
--E chi ci pensa più? Manca da tanti anni!
--Oh! questo non serve--rimbeccò l'altra malignamente,--quando si sono
lasciati certi ricordi dietro a sè... Non dicevano che avesse avuto un
figlio?
--Quante calunnie!
La signora Merelli, indignata, tese la mano quasi per attestare
l'innocenza dell'assente, Marta afferrò quella mano, e alzandosi, e
trascinando con sè l'ottima creatura, uscì dalla stanza, soffocata dai
singhiozzi.
Alberto che l'aveva vista uscire, le tenne dietro subito.
--Non si spaventi--disse la signora Merelli--fa un po' caldo in sala,
e poi tutti quegli sigari! Per quanto si stia bene, lo creda a me,
qualche cosa si soffre sempre...
--Ti senti male?--chiese Alberto con premura.
Marta gli si appese al braccio, negando col capo; e quando la signora
Merelli, vedendola al sicuro ritornò nella sala da pranzo, ella mosse
verso il cortile, proprio come se provasse un senso di soffocazione.
Il cortile della farmacia era messo a giardino, con delle scalinate di
fiori e degli arrampicanti piantati dentro a botti vuote. La luna lo
batteva in pieno, rischiarando ogni angolo colla sua luce fredda ed
eguale di doccia.
Marta si gettò nelle braccia di suo marito scoppiando in lagrime.
--Ma Dio, Marta, che hai?
--Dimmi che mi ami, dimmi che mi ami...
Alberto pensava che se lo avessero sorpreso nel cortile, abbracciato
con sua moglie, sarebbe diventato lo zimbello degli amici.
--Via--disse con un leggero accento di rimprovero---sono scene da
bambina, torna in te, sii ragionevole. Siamo qui per divertirci e non
per piangere.
Ella raddoppiava le lagrime, avviticchiata al suo collo, tremando,
spasimando.
--Marta... insomma!
Pensò poi che fossero fenomeni nervosi inerenti alla prima fase della
gestazione, e per il rispetto che professano gli uomini a questo
misterioso travaglio femminile, replicò con dolcezza annoiata:
--Lo sai bene che ti amo.
--Dimmelo ancora!
--Ti amo.
Ma ella non si staccava, sospirando sempre, aspettando che un guizzo,
un fremito passasse dal corpo di lui al suo, dandole la sensazione di
un'anima sola, rispondendo a ciò che ella stessa provava, la vita, la
rivelazione attesa... ed egli se ne stava ritto, rassegnato, e la luna
li illuminava entrambi freddamente serena.
--Camminiamo, ti passerà.
Marta non disse più nulla. Docilmente si lasciò infilare la mano nel
braccio di suo marito e fecero due o tre giri intorno alle botti degli
arrampicanti.
Egli non sapeva che cosa dirle. L'umidità della sera, forse, le
avrebbe dato noia? Ma doveva sentirla anche lei. Non era un gusto,
davvero, aver lasciata una stanza calda, un crocchia di amici, un buon
bicchiere e delle ciarle e degli scherzi, per passeggiare tondo tondo
in un cortile.
--Ti senti meglio?--domandò infine.
Marta fece un movimento impercettibile colle spalle, schiuse le labbra
senza poter parlare ed appoggiò il cuore, che le batteva
violentemente, contro il braccio di lui.
Egli stette ancora un momento incerto, guardò l'uscio della sala da
cui usciva uno sprazzo di luce allegra, guardò sua moglie, le botti,
il cortile deserto, e:
--Se rientrassimo?...
*
* *
Le avevano ordinato delle lunghe passeggiate. Accompagnava qualche
volta Alberto al podere, qualche altra gli andava incontro, prima del
desinare, ma senza entusiasmo.
Era diventata indifferente, pressochè apata; ella stessa non si
riconosceva più. Non aveva nessun desiderio, le dava noia il vestirsi,
l'adornarsi; si guardava raramente nello specchio.
Le sue belle camicie da sposa, le vite scollate guarnite di trine, le
calze a ricami giacevano nel cassettone, legate ancora coi nastrini
color di rosa, come gliele aveva accomodate la mamma. Portava la
biancheria liscia, semplice, quella che si stira più in fretta, che
non avrebbe data a lei o all'Appollonia una briga inutile.
Le sembrava che la sua giovinezza fosse finita e sentendo parlare
delle amarezze, dei disinganni dell'esistenza si riconosceva saggia,
si infervorava sempre più nel concetto serio che la felicità è
un'illusione.
Accudiva alle sue domestiche faccende, lavorava, era premurosa,
gentile con Alberto. Seguiva le variazioni del tempo per far asciugare
le frutta, per riporre le uova; andava spesso in cucina a trovare
l'Appollonia, le faceva raccontare qualche episodio dimenticato della
sua infanzia e l'ascoltava con interesse.
La casa non doveva essere il suo regno, il suo orizzonte, il suo
tutto? Ella procurava di animare i mobili e le stoviglie, si metteva a
cucinare qualche intingolo per vedere di soddisfarsi alla fine, di
trovare un appoggio al suo continuo bisogno di un perchè. Era stata
fantastica, ideale, ed aveva avuto torto; ora cercava la felicità
terra terra, non doveva essere così? Non l'avevano tutti così?
Alberto raggiava. Le faceva dei complimenti sinceri, la chiamava il
modello delle mogli, e il vedere lui contento non doveva essere la sua
parte di felicità per lei stessa? Era dunque felice appieno.
Ma perchè non aveva mai voglia di ridere? Perchè non le veniva sulle
labbra una nota di canto? e nessun impeto giulivo le faceva mai
balzare il cuore? Tutto era scolorito e monotono in lei, principio di
una anemia generale, del torpore che assale i viaggiatori smarriti
nelle nevi, che non soffrono, che non si lagnano, che muoiono
dolcemente nella tranquilla evanescenza di un sogno...
Il medico le dava la sicurezza che era incinta. Ella aveva avuto,
qualche mese prima, dei leggeri disturbi di digestione, che erano
scomparsi, e null'altra sensazione fisica abbastanza sensibile le
rammentava questo fatto che la lasciava indifferente al pari di tutto
il resto. Le grandi cose che aveva udite sulla maternità dovevano
essere, come quelle udite sull'amore, esageratissime; oppure ella era
una disgraziata priva di sensi e di viscere, sospetto che le veniva
tratto tratto e che la rendeva orribilmente triste.
Perchè sarebbe madre? Se non aveva mai trasalito, mai, in ciò che il
mondo chiama l'amore, se questo amore ella non lo capiva, se un
estraneo si era avvicinato a lei senza infonderle il brivido della
creazione, perchè ella avrebbe dato il proprio sangue e la propria
carne, ed avrebbe rischiato di toccare le soglie dell'eternità senza
conoscere quelle del piacere?
Se i figli sono frutti dell'amore, ogni frutto fa supporre la
precedenza di un fiore; ma ella sentivasi arida; niente del suo io
pensante rispondeva alle inconscie funzioni del suo io meccanico. Un
profondo avvilimento la degradava a' suoi propri occhi; il germe
caduto nel suo grembo poteva fecondare una Giuditta qualsiasi, e
sarebbe stato egualmente il frutto dell'amore.
No, l'amore non esiste!
Ella era giunta a questo.
Padre, fratello, amico, socio, marito, tutti sinonimi; uno poteva
valere l'altro, non l'amante. L'amante restava ancora per lei il
giovinetto imberbe che aveva sospirato sotto le sue finestre, che le
aveva rapito un fiore e stretta la mano, per cui ella recitava,
struggendosi di voluttà, i versi della vecchia strenna:
O fanciulla qual mesto contento
Mi discenda nell'alma non sai.
Una visione, una fantasia che non aveva corpo, nulla.
Del resto che cosa vedeva altrove? Gavazzini, dopo aver rapita la cara
donna e bevuto il dolce liquore delle sue vene, occhieggiava le donne
degli altri, fra due liti intime. Merelli dava bensì dei frutti
d'amore annuali alla angelica moglie, ma teneva le serve giovani e
belle. Toniolo, morta la prima sposa pigliava la seconda, con molte
consolazioni frammezzo e il contrappeso di una buona dote. Trasporto
momentaneo, eccitazione, sensualità, cupidigia, calcolo; amore, come
lo aveva sognato lei, mai!
Ma Romeo, ma Paolo, ma il fatto quotidiano dei bracieri di carbone
accesi nella soffitta di una modistina, ma i cadaveri trovati sui
talami, stretti insieme, bocca su bocca?
Romanzi.
Ma i delinquenti dell'amore? ma gli eroi dell'amore?
Mattoidi.
E le storie di tutti i secoli?
Leggende.
E i poemi di tutti i popoli?
Fantasia.
Così era giunta a recidere ogni aspirazione; l'anima sua nello
schianto, come pianticella orbata de' suoi rami, non sembrava più cosa
vitale.
Vegetava in una esistenza da vecchierella, sentendo già i brividi di
novembre, coprendosi molto, avvicinandosi al fuoco. Tolto il leggero
arrotondarsi della vita, le altre membra sembravano spersonirsi, la
pelle perdeva la lucentezza della gioventù; accanto alle labbra si
disegnava in permanenza una piega triste e gli occhi s'incavavano,
velati, e i muscoli apparivano meno elastici, meno pronti all'appello
di una volontà che sonnecchiava; un tutto insieme di lampada a cui
l'olio manchi, di macchina guasta ne' suoi più delicati congegni.
Appollonia le aveva ben detto di non uscire quel giorno, che il tempo
minacciava pioggia. Marta non le credette o credette di poter giungere
al podere prima che il tempo si guastasse. Erano gli ultimi bei giorni
dell'autunno, bisognava pure approfittarne innanzi di chiudersi in
casa a fare l'invernata; e poi aveva presa l'abitudine di quella
giterella, e l'abitudine, nella sua esistenza quasi monastica, teneva
già un posto importante.
Modesta modesta nel suo abito grigio, con un tocco di lontra in testa
ed uno scialletto sul braccio, Marta si allontanava sul sentiero
coperto di foglie secche, sparendo e ricomparendo col suo passo aereo,
mentre le serviva di sfondo ora una colonna d'edera addossata sul
tronco di una quercia, ora il pennacchio onduleggiante delle acacie
che sfioccavano via per l'aria le piccole foglie gialle.
Vi erano degli alberi dorati come le treccie di una Margherita ideale;
altri ancora che ricordavano i bagliori di una fiamma morente; ed
alcuni strisciati in rosa, con gradazioni tenere di carne, di corallo
pallido, sfumati, diafani, con una morbidezza di velo e d'ali d'angelo
cadute.
Tutta la materialità dell'amore e della fecondazione sembrava sparita
dai campi mietuti, dalle piante che non avevano più nè fiori, nè
frutti, che lasciavano pendere le foglie a guisa di pensieri vacui, di
illusioni isterilite; nè dai nidi pigolavano le rondini oramai
lontane; solo il freddo passero saltellando sui rami denudati,
salmeggiava la vanità di tutte le cose.
E Marta passava col suo lieve fardello, creatrice inconsapevole in
mezzo alla natura che moriva, sentendosi penetrare nell'anima una
dolce e tranquilla malinconia.
Sui lembi del cielo errava il suo sguardo, così come errava la sua
mente perduta nei ricordi, vaneggiando dietro il filo fantasioso che
riunisce una nuvola al colore di un abito, al profilo di un volto
conosciuto, ad una iniziale; per cui rinascono all'improvviso memorie
disparate, e scene e detti; e si riodono suoni di voce dimenticati.
Ella ricordava un salottino parato con una stoffa a grandi fiori
sanguigni, con certi divanucci bassi di una forma affatto speciale,
con un velario che mascherava il soffitto e sembrava proteggere quel
nido elegante dai contatti plebei. Ricordava sopratutto un trespolo,
poggiato in un canto, sul quale bruciava un qualche cosa di odoroso,
evaporando nuvolette cineree che si innalzavano misteriosamente verso
le pieghe del velario, lasciandosi dietro un profumo sottile e caldo
di persona viva. Una donna giaceva, coricata a mezzo, sopra uno dei
divanini; ma di quella donna rammentava appena gli occhi nerissimi e
un anello che portava sul mignolo della mano; anello bizzarro formato
di sette pezzi; un diamante, un rubino, uno smeraldo, un topazio, un
zaffiro, una perla nera e un dente--un piccolissimo dente di bimbo,
bianco e lucente come un'opale. Marta, che era allora una fanciullina,
non aveva visto altro. Conobbe più tardi esser quella una compagna di
collegio di sua madre, che aveva avuto grandi sventure ed amori
tragici, di cui il mondo sparlava e che sua madre non nominava mai
senza volgere gli occhi al cielo e dire: Poveretta!
Poveretta! ripeteva Marta a vent'anni di distanza. Non sapeva nulla
della sua vita e de' suoi errori, non ricordava nulla di lei, altro
che gli occhi ed un anello; era forse morta a quest'ora! Il segreto
del piccolo dente legato insieme alle pietre preziose, quel segreto
che aveva tanto colpita la sua immaginazione giovinetta, stava al
sicuro nel pudore e nell'oblio della tomba; eppure le sembrava di
averla conosciuta, di comprendere i suoi dolori; ed aveva un desiderio
ardente di assolverla, di rivederla nella purezza fredda di quel
giorno di novembre, assorgere fra le nuvole, e di là sorridere a lei
co' suoi occhi neri.
Ed altre visioni ancora, rotte, fuggenti; lembi di conversazioni,
ritornelli di canzoni ignote, battute di _walzer_; e certi sguardi che
non sapeva più a chi avessero appartenuto, e scoppi di risa di bocche
invisibili; tutto il suo mondo interno che si agitava, che usciva a
far parte del mondo esteriore, fondendosi col cielo, coll'aria, colle
foglie cadenti, col silenzio dei prati, colla tavolozza inimitabile
delle masse d'alberi, col respiro misterioso della terra e delle
acque.
Venivano a lei i lamenti degli alberi sfrondati, dei nidi deserti;
venivano le voci occulte dei fili d'erba, le timidi voci dei fiori
còlti e dimenticati; e ad essi ritornavano i sospiri della sua
giovinezza, i sogni, i rimpianti, le larve abbrunate.
Camminava senza sentire la terra, come portata da un amplesso; e non
s'era nemmeno accorta che il tempo s'andava rannuvolando sempre più,
tanto che giunta al podere incominciava già a cadere qualche goccia.
--Mio marito?--chiese subito.
Alberto non l'aspettava con quel tempo; egli era già partito da
mezz'ora, prendendo le scorciatoie attraverso i campi.
--Ed ora?
--Ora non le resta altro che entrare in casa.
Così disse allegramente la fattora, una sposina anche lei, ma che
aveva preceduto Marta nel riempire una piccola culla di vimini,
intorno alla quale si affaccendava con grandi ansie.
Marta conosceva appena la fattora; per solito incontrava Alberto
sull'aia, gli prendeva il braccio e non guardava altro. Fu sorpresa
della gaiezza di quel volto, della luce strana che le brillava negli
occhi, dell'aria disinvolta, padrona di sè.
Entrò.
Il bambino piangeva. La fattora se lo prese tra le braccia,
cullandolo, baciandolo lieve lieve sulla fronte, mormorando parole
tronche, senza senso, dolcissime.
Ella dunque avrebbe fatto allo stesso modo? E quello era l'amor
materno?
--Lo amate molto questo piccino?
--Se lo amo! Cara gioia... Proverà, proverà... non le dico altro...
Marta guardava il fantolino, rosso, rosso, con due occhietti tondi
senza sguardo ed una bocca continuamente umida. Per fermo egli non
doveva comprendere nulla.
--Dorme alla notte?
--Qualche volta sì, qualche volta no, secondo.
--E quando non dorme piange?
--Sicuro!
--E voi allora che cosa fate?
--Mi alzo, lo prendo e lo porto ingiro per la camera. Non c'è altro,
cara la mia signora. A lei sembra che non debba intendere perchè è
piccino, invece intende meglio di noi e si fa intendere. Bisogna
vedere quando entra il suo babbo!
--Vostro marito non dorme a casa tutte le notti, nevvero?
--Purtroppo! Quando va al mulino vi dorme anche; così fu jeri; ma oggi
lo aspetto, ed anche il piccino lo aspetta. Nevvero che aspetti papà?
Baciucchiando il suo bimbo, la giovane madre si animava. Aveva due
labbra fresche e mobili che dovevano conoscere i baci; un riso perlato
di donna felice; il collo sciolto, il seno palpitante velato appena;
una morbidezza in tutti i movimenti, un calore di membra appagate, di
sangue circolante, sano, nella completa espansione del benessere.
Marta domandò ancora:
--Vostro marito vi ama?
Al che l'altra non rispose se non arrossendo e chinando il capo sulle
guancie del suo bambino.
Continuava a piovere, e dalla finestra che dava sui campi la massa
verde degli alberi luceva, morbida e vaporosa, con dei contorni da
pastello. La fattora, rimesso il piccino nella culla, si diede a
rattizzare il fuoco:
--Il mio uomo se la prende tutta!
Marta pensava come avrebbe fatto a tornare a casa.
--Per fortuna--sentenziò la fattora, dopo aver data una guardatina di
traverso al cielo--non è un'acqua che durerà molto.
E girava dal caminetto alla culla, ed alla soglia dell'uscio, di dove
sbirciava nella via con occhiate lunghe, impazienti.
Marta, rannicchiata dietro il canterano sulla prima seggiola che aveva
trovata, seguiva tutti quei movimenti, guardando successivamente il
caminetto, la culla, la soglia dell'uscio e la gaia sposa che
trotterellava nel suo modesto regno con passo franco.