E accanto a queste riflessioni un'altra ne sorgeva, più profonda, che

avrebbe potuto superficialmente consolarla, ma che invece aggiungeva

amarezza ad amarezza. Era questa la persuasione che Alberto non aveva

corrisposto all'amore di Elvira. Tutto lo diceva; i dolci lamenti di

lei per la sua freddezza, le rare risposte, i fiori dimenticati,

quella dedica appassionata che egli non si era menomamente curato di

aggiungere al ritratto, e la taccia di _esagerata_, nella quale parola

Marta rivedeva Alberto tutto intero. Egli non aveva amata neppure

Elvira; non ricordava nulla, non aveva capito nulla.

E se l'amore delirante di Elvira non lo aveva infiammato, bisognava

proprio credere che egli fosse, al pari della salamandra, insensibile

a qualunque fiamma. Non era dunque per esaurimento di passione che

mostravasi nemico dei trasporti amorosi; non si trattava di guarire

una malattia, nè di ravvivare un sentimento; ella si trovava davanti

ad un nulla assoluto.

Ma questo nulla, percettibile alla sua analisi sottile, sfuggiva nella

sintesi che ogni onesta persona avrebbe potuto fare di Alberto. Egli

aveva tutto ciò che gli uomini credono sufficiente per una donna, e

che molte donne credono del pari; aveva di più la franchezza del suo

carattere e l'onestà de' suoi principii. Egli amava Marta nel solo

modo che gli era possibile di amare.

Poteva ella lagnarsene?

No, no, sarebbe stata una vile ed ingrata creatura. Piangeva, tenendo

ancora fra le mani le lettere di Elvira, dilaniata dalla tristezza,

sentendo il freddo di quelle ceneri morte, sentendo, insieme alla sua,

l'angoscia che saliva da tutte quelle illusioni distrutte, da

quell'irrimediabile passato.

Una cappa di piombo le sembrava caduta sulle spalle, fugando i sogni,

le mobili fantasie della giovinezza. Si sentiva vecchia di tutti gli

anni di Alberto, di tutto ciò che egli aveva visto, provato, di quegli

amori che egli aveva attraversato sfiorandoli, di quelle lagrime

inconsapevoli che aveva fatto spargere; e non provava ira nè invidia;

solo una grande, infinita stanchezza, come di ali spezzate.

*

* *

Alberto era uscito per la solita visita ai poderi e non sarebbe

rientrato che all'ora del desinare, verso le cinque. Come avrebbe

fatto Marta a deludere la smania che la divorava?

Decisa prima a tacere, dovette poi venire ad una transazione col

proprio orgoglio; parlerebbe, ma parlerebbe per sorpresa, volendo

impadronirsi degli intimi pensieri di suo marito, giocando con abilità

la carta che il destino le aveva posta tra le mani.

Intanto si era ricordata di un certo panierino dove stavano

ammucchiate fotografie d'ogni specie; andò a prenderlo e vuotate le

fotografie sul tavolino, incominciò ad esaminarle minutamente,

procedendo nella eliminazione di tutti gli uomini e di un can barbone

riprodotto con solennità nel bel mezzo di una poltrona.

Scartò poi frettolosa una caterva di vecchie zie, di avole, di

bisavole, di bambini ritratti nelle braccia della nutrice, di

bambinette raggruppate, finchè ridusse le fotografie ad una dozzina o

poco più di donne passabili.

E ancora occorreva molta immaginazione per raffigurarsi capaci di una

seduzione qualsiasi quelle figure sbiadite su fondo rossiccio, vecchie

come soltanto diventan vecchie le fotografie nel loro spietato

realismo; capelli piatti, oppure rialzati nella forma precisa di

polpette ripiene: occhi truci, terribili, o imbambolati nella

preoccupazione della posa; in generale faccie musone. E gli abiti?

Maniche larghe, a prosciutto, a zoccolo, a campana, alla contadina;

vite angolose, _falpalà_ arzigogolati, bottoni fuor del vero.

Che mostri!--pensava Marta--e probabilmente fra dieci o quindici anni

si dirà lo stesso di me.

Cercava minutamente, guardando in ogni piega delle vesti per scoprire

il nome di Elvira. Credette di averla trovata in una giovane donna,

appoggiata languidamente al tronco di una colonna, con l'indice della

mano destra affondato nella guancia, la mano sinistra ricadente lungo

l'abito; il nome di Elvira però non c'era in nessun posto. Allora fu

assalita dal dubbio che Alberto conservasse quel ritratto in qualche

luogo riposto, nel suo scrigno, in un santuario gelosamente nascosto,

forse sul suo cuore. Divampò. Certo, quello non era un amore dei

soliti; Elvira non si poteva confondere con Giuditta; egli ancorchè

più freddamente, doveva però aver amata quella fanciulla e conservato

di lei una memoria indelebile.

Crucciandosi per questo sospetto, non ricordava più di essersi

crucciata prima per l'impossibilità che Alberto avesse potuto

corrispondere all'amore di Elvira. Maneggiava una lama a due tagli; da

qualunque parte la girasse si tagliava.

Appollonia, vedendo la sua signora passeggiare smaniosamente per le

stanze, le domandò se si sentisse male.

Aveva l'inferno nel cuore. Fino a qual punto si erano amati? Fino a

quale? Era riuscita Elvira ad animare la statua? Si era data a lui con

quello ardore che traspariva dalle sue lettere?

E poi? E dov'era adesso?

L'inazione dell'aspettativa le riesciva insopportabile.

Prese l'ombrellino e s'avviò per i campi, incontro a suo marito. Anche

Elvira doveva aver percorso qualche volta quei sentieri, pensando a

lui, confidando all'aria e al cielo i suoi sospiri appassionati; e che

ne era rimasto? Dove va a finire l'amore, e perchè finisce? La fine è

la morte, ma la peggior morte è quella che si sente.

Oh! l'orribile tristezza!

Smaniava di vedere Alberto, di toccarlo, di persuadersi che era suo,

che non le sarebbe sfuggito mai; e voleva dirgli che lo amava, che lo

amava come Elvira, più di Elvira.

Piangeva, facendo rotolare i sassi cacciati dalla punta

dell'ombrellino, divorando la via.

A un tratto le si parò davanti il dottorone, tenendo tutto il sentiero

con la persona alta e grossa, con la _tuba_ voluminosa, l'unica _tuba_

che si vedesse in paese. Declamava versi, ma incontrando Marta si

fermò. La giovine sposa lo interessava, non aveva mai tralasciato

occasione di mostrarsele amico.

--Dove va?--le chiese senza complimenti.

--Vado incontro ad Alberto.

--Da questa parte?

--Non è di qui?

--No davvero. Ci arriverebbe ugualmente poichè tutte le strade

conducono a Roma, ma forse non incontrerebbe per quest'oggi suo

marito. Se permette, la metto io sulla dritta via.

Marta nell'imbarazzo aperse l'ombrellino per nascondere un po' la

faccia, intanto che si ricomponeva.

--Settembre è il più bel mese dell'anno--soggiunse il dottorone,

seguendo il corso de' suoi pensieri--i poeti dicono l'aprile, ma non è

vero. In aprile piove troppo, i campi non hanno spighe, nè gli alberi

frutti, le viti sono sfrondate, il sole non scalda, nevica qualche

volta! Maggio è un po' meglio; abbiamo le fragole se non altro. Giugno

glielo raccomando; tutto fiorisce, tutto sorge da terra, i campi sono

uno splendore, i piselli e i fagiuolini si vendono a buon mercato.

Tiriamo un velo sul luglio e l'agosto, è la sola cosa che si possa

fare in un tempo in cui ci si leverebbe perfino la camicia...

--Lei conosce--interruppe Marta approfittando della pausa--la maestra

del paese?

--Quella gobbina? Sì.

--Sta qui da molti anni?

--Sette od otto, non saprei.

--E la maestra precedente?

--Conobbi anche quella.

--Si chiamava Elvira?

--Ma!... Elvira, come?

--La parentela la ignoro. Era giovane?

--Abbastanza.

--Bella?

--Una morettina, sa, di quelle morettine con gli occhi neri e coi

denti bianchi, delle quali non si può mai dire che sieno assolutamente

belle nè assolutamente brutte.

--L'ha conosciuta molto?

--Oh! dir molto sarebbe troppo. Le ho parlato una volta o due. Era

simpatica.

--Perchè è andata via?

--Chi lo sa! Probabilmente le avranno cambiato destinazione.

--Non si può dunque rammentare se si chiamava Elvira?

--Proprio non lo rammento.

Marta avendo chiuso l'ombrellino, tornò a far rotolare i sassi in

silenzio.

--Settembre--continuò il dottorone--ecco il trionfo dell'anno! È il

mese in cui si riempiono le cantine e si provvede di selvaggina la

tavola; le aie si spogliano del loro bel tappeto giallo per colmare i

granai, la terra si riposa nella maestà tranquilla di una madre che

contempla i suoi nati. E veda, veda che cielo limpido, senza nubi! Che

splendore di vegetazione! Settembre--soggiunse dopo una pausa--è forse

anche la migliore stagione della vita. Non lo crede?

Marta, distratta, rispose con una esclamazione insignificante.

--Io ne sono convinto. La giovinezza è troppo acerba, la virilità

troppo burrascosa.

Rialzò con una specie d'orgoglio la testa brizzolata, da un lato della

quale la _tuba_ stava in bilico per un miracolo d'equilibrio; i suoi

occhi intelligenti scintillarono e le sue narici sensuali respirarono

l'aria fortemente.

--Le piante--disse Marta--sono più fortunate di noi.

Egli non sapeva a che cosa alludesse Marta; rispose a caso:

--Anche per esse c'è la grandine e l'accetta.

Tacquero poi, obbedendo entrambi alla tirannia dei propri pensieri,

subendo l'influenza di quel dolce pomeriggio d'autunno.

Camminavano lesti, leggeri, aspirando il profumo dei prati, nella

tranquilla ascoltazione delle cingallegre che volavano d'albero in

albero; l'occhio vagante, il pensiero alato.

Egli si fermò di botto.

--Che cosa guarda?--domandò Marta dopo di aver aspettato qualche

istante.

--Coraggiosa bestiola!

Questa esclamazione non essendo una risposta, Marta si pose anch'ella

a guardare.

Tra due rami d'acacia un ragno aveva gettato i suoi fili dall'alto al

basso, regolarmente, per accingersi poi a lavorare in tondo la tela;

un bruco cadendo da un ramo superiore, gli aveva rotto uno dei fili,

ed esso stava rimettendolo da capo.

--Non è coraggio questo?

Marta sorrise.

--Ma non basta. Aspetti un momento, tanto che esso abbia attaccato il

filo. Benone! Or ecco un colpo della sorte.

Diede un buffetto, coll'indice e il pollice, al nuovo filo.

--Cattivo!--fece Marta.

--Guardi, guardi--esclamò il dottorone entusiasmato--esso torna a

zampettare, bravo! Bravo, ti dico. E così vita natural durante, sa?

Questa bestiola non si avvilisce mai; rotto un filo ne getta un altro;

il secondo si spezza, viene il terzo. Avanti, sempre avanti! È il suo

motto gentilizio. Osservi come è già salito; è all'apice. Paf!

--Oh! crudele--gridò Marta nel vedere che aveva strappato ancora il

tenue filo--perfido uomo!

Egli la scrutò in fondo agli occhi che ella chinò subito, turbata.

--Le chiedo scusa; ho voluto mostrarle fino a qual punto si può essere

coraggiosi.

Il ragno rifaceva la tela, salendo, salendo, intanto che Marta lo

guardava non senza sorvegliare il suo brutale compagno.

Ma egli disse con semplicità:

--Andiamo a trovare Alberto.--Ed ella subito si mosse in silenzio.

Lo incontrarono non molto lontano. Se ne veniva lemme, lemme, con la

sua bella fisionomia aperta, serena, il passo regolare d'uomo senza

fastidi.

Ritornarono insieme tutti e tre fino al paese, fino alla porta dei due

coniugi, dove il dottorone si accommiatò.

Marta pensava che Alberto era finalmente nelle sue mani, e se lo

divorava con gli occhi, mentre egli appendeva tranquillamente il

cappello.

Visto così, di dietro, la sua nuca aveva una seduzione particolare,

colle orecchie morbide bene attaccate, i muscoli solidi; la guancia

offriva per tre quarti una linea pastosa, appena adombrata dalla

lanuggine, che attirava i baci.

--Ho appetito, e tu?--diss'egli sedendosi alla mensa apparecchiata.

--Ma si, discretamente.

--Appollonia è riuscita a trovare queste benedette quaglie?

--Oggi no, vi saranno per domani.

Marta aveva le lettere in tasca; le levò e andò a riporle nel tavolino

da lavoro; poi sedette accanto al marito, calma in apparenza, ma

coll'occhio fisso, la mente inquieta.

--La signora Merelli ha avuto una bambina stanotte.

--Sì?

--Potrai andare domani o dopo a farle una visita.

--Ci anderò.

--Pare che stia benissimo.

Dopo una lunga pausa, intanto che Alberto versava da bere ella chiese:

--Se io avessi una bambina come la chiameresti?

--Come vorresti tu.

--Ma però?

--Il nome di mia madre, per esempio, o della tua.

--Questo è meglio certamente; tuttavia vi sono persone che

preferiscono nomi di fantasia: Ida, Olimpia, Elvira... Ti piace

Elvira?

--Nè più, nè meno degli altri; dò poca importanza al nome. Non mi sono

mai informato come ti chiamavi tu, lo seppi da te stessa.

Marta lo osservava attentamente, mentre un tremito l'agitava tutta,

sperando che egli almeno si accorgesse della di lei inquietudine e

glie ne chiedesse il motivo. Si era già preparata. Se le domandava: Ti

senti male? la risposta doveva essere press'a poco così: Sì, di un

male che tu solo puoi guarire, ecc., ecc. Ma nulla di tutto questo.

Alberto mangiava, e, solamente, vedendo il piatto di Marta quasi

sempre vuoto, la esortò a mangiare anche lei. Sulla fine del desinare

domandò:

--Tua madre non ha ancora scritto?

--No.

--Se tarderà molto a venire, sopravverrà il freddo.

Ella avrebbe potuto svelare le ragioni del ritardo, entrare nei

particolari di un contratempo abbastanza buffo, ma ciò l'avrebbe

portata lontana dalle sue preoccupazioni e non si sentiva la forza di

fingere, nè di frenarsi. Preferì restare muta, bucherellando con lo

stuzzicadenti la tovaglia.

Alberto disse ancora:

--Quando viene le puoi allestire la camera in fondo al corridoio; vi

starà meglio che altrove, è bene esposta e molto allegra.

L'evocazione di sua madre commosse Marta nell'intimo dell'anima; il

ricordo di tante tenerezze perdute le fece gruppo alla gola, per cui

si alzò e fece due o tre giri nella stanza. Passando accanto al

tavolino da lavoro aperse rapidamente il tiretto, ne tolse le lettere

e buttandole davanti a suo marito:

--Vedi che cosa ho trovato oggi nella cassa, la cassa vecchia su in

soffitta!

Alberto guardò le lettere, prima con indifferenza, poi con sorpresa,

infine leggendone una esclamò:

--Ma da qual parte sono venute fuori?

--Te l'ho detto; erano nella cassa.

--Sole?

--Oh! con della frangia, delle cortine usate, dei chiodi...

--To, to, to!

--Non sapevi che erano là?

--Neppur per sogno.

--Ti dispiace che le abbia lette?

--Figurati! Acqua passata non macina più.

Respinse le lettere dolcemente, come dolcemente faceva tutto, disposto

a parlar d'altro.

Marta ebbe un'audacia insolita; andò a sedersi sopra i suoi ginocchi e

cingendogli il collo gli mormorò con la bocca contro l'orecchio:

--L'hai amata molto?

Egli ebbe un momento di imbarazzo; la situazione richiedeva uno di

quegli slanci ai quali il suo temperamento era refrattario; un solo

bacio, ma ardente, sarebbe bastato. Alberto invece provò un movimento

di stizza verso Marta che gli faceva subire questa seccatura.

--Che c'entrano adesso tali cose?

--Sono gelosa del tuo passato, lo sai--disse Marta senza staccarsi da

lui, sprofondata nel tepore del suo collo, che succhiava con piccoli

baci spessi.

Alberto si sciolse adagino dalle braccia di sua moglie replicando:

--E che ci posso fare io?

Era una risposta ad uso Appollonia, una di quelle osservazioni fredde,

piene di buon senso, che non lasciano nessun posto per le soavi bugie

del sentimento. Eppure Marta, nel caso suo, avrebbe trovato, senza

mentire, un'altra parola...

Si tolse dai ginocchi di suo marito e si pose sulla sedia, mettendosi

davanti le lettere.

--È morta?--domandò a un tratto.

--Non credo, ma da quando lasciò il paese non ne seppi più nulla.

--Tu non le avevi promesso di sposarla?

--Mai.

Marta fu ripresa da uno dei suoi slanci:

--Dimmi il vero, Alberto, dimmelo! Io ci capisco così poco in questi

vostri amori d'uomo...

--Che devo dirti?

Ella si accorse che formulare con una frase il suo pensiero non era

tanto facile; balbettò:

--Se l'hai amata molto... molto... e che ella pure...

--Non so se m'abbia amato molto molto.

Marta interruppe:

--Come dubitarne con queste lettere?

--Oh! le lettere--esclamò Alberto ridendo--è l'amore di voi altre

donne, frasi! Per parte mia mi piaceva.

--Niente di più?

--È quanto basta, credo, per fare all'amore con una ragazza. Ella poi

si esaltava, immaginando una passione romanzesca, rapimenti, fughe,

veleno. Sarei stato molto sfortunato sposandola.

Marta tacque un po', e poi:

--Era bella?

--Simpatica.

--Bionda o nera?

--Nera.

--Alta?

--Così così.

Altro silenzio.

--Grassa?

--Oh!... non so, non ricordo, non mi pare.

--Aveva le mani piccole?

--Ma è un passaporto quello che mi chiedi. Parola d'onore, ci pensi

più tu in cinque minuti di quello che ci abbia pensato io durante un

anno intero.

--Ciò vuol dire che non l'amavi come ti amava lei!

--Può darsi, e allora consolati, brucia questi scartafacci alla

buon'ora. Tanto il passato non si cancella, nè si rinnuova.

Era appunto ciò che pensava Marta, ma senza trovarvi nessuna

consolazione. Che Alberto avesse amato Elvira molto, poco o niente

affatto, restava per lei il fatto di quella corrispondenza infuocata

che parlava pure di baci dati e ricevuti. Se dati per amore, perchè

dimenticati? Se dati senza, perchè dati?

Stracciava i foglietti lentamente sotto la tavola, ascoltando il

piccolo rumore che facevano, divisa tra i rimorsi che le suscitava una

eccessiva delicatezza e il piacere materiale, indegno di lei, di quel

meschino trionfo; ma la vinceva il piacere.

Quando i pezzettini delle lettere non furono più suddivisibili, ella

riunì le pieghe della gonna, tenendoveli come dentro a un sacco e si

levò in piedi.

Diede uno sguardo ad Alberto, il quale aveva infilato la punta di un

sigaro in uno stecchino, lo stecchino nel tappo di una bottiglia,

mantenendo il sigaro trasversale, ed accostata una candela all'altra

estremità del sigaro, assisteva alla combustione attentamente, con le

mani in tasca. Pensò: gli farò dono di un accendisigari. E cedendo

alla tenerezza egoistica del suo affetto di moglie, Marta appoggiò,

passando, le labbra sul collo di Alberto.

Poi corse leggera in cucina, dove, scostando Appollonia dal camino,

rovesciò sul fuoco i frammenti di carta che teneva nella gonnella.

*

* *

Simpatico il volto un po' lunghetto, di un pallore bianco, che si

accendeva talvolta fino all'incarnato di una fiamma velata, non più in

in là. Intorno, sulla fronte quasi rettangolare, dietro le orecchie,

giù molto abbasso nella nuca, una cornice di capelli castagni, bruni

in massa, ma luminosi, accendentisi qua e là con striscie seriche, con

picchiettature d'oro brunito, spartiti modestamente nel mezzo e

appuntati con due spilloni d'argento. Gli occhi tranquilli, di un

colore indeciso, francamente aperti e sereni guardavano dritto, a

guisa di dardo scoccato; ed era il loro sguardo tutta una dolcezza,

una dolcezza invadente che assorbiva l'attenzione e la sviava dalla

irregolarità dei lineamenti. Il mento stesso, senza carattere, di un

disegno sbagliato, scompariva nella luce generale di quel volto a cui

la bocca, raramente sorridente ed anche nel sorriso mesta, dava una

speciale espressione di bellezza concentrata. Sotto il collo elegante

e fiero, le spalle non sembravano interamente sviluppate e la

delicatezza del seno che segnava ma non accentuava la femminilità, le

dava una vaga somiglianza colle statue classiche di Ebe giovinetta.

Piccola la mano, dove le vene si gonfiavano facilmente, dove, sotto

l'epidermide fina, si sentivano trasalire i muscoli.

Vestiva un abito di una mezza tinta, che ricordava un po' la peluria

delle tortore, un po' quel pulviscolo dorato che copre gli alberi in

autunno; e terminava ad ogni lembo, al giro del collo, all'apertura

delle maniche, con una striscia di pallido rosa.

La signora Oriani si trova in uno de' suoi giorni belli--pensò il

dottorone, dopo aver dato una occhiata ingiro e fermatala con compiacenza

sul volto di Marta, che gli sedeva proprio dirimpetto.--Non è certamente

una bella donna, ma è di quelle che hanno la possibilità di diventarlo a un

dato momento; è la donna che si trasforma, la donna per eccellenza.

Marta si accorgeva forse dell'effetto prodotto, perchè un raggio più

vivo brillò ne' suoi occhi, che rivolse ad Alberto, come per metterlo

a parte del suo trionfo e fargliene omaggio.

Sedevano al pranzo di nozze dato da Toniolo per presentare la sua

sposa. C'erano tutti; gli Oriani, i Merelli, il sindaco, il dottorone,

il vero dottore che per solito non frequentava la compagnia, ma che in

quella circostanza non aveva voluto mancare. Lo si era detto anche ai

Gavazzini, ma inutilmente; essi non si mostravano mai in pubblico.

Erano venute da un paese vicino le sorelle di Toniolo, l'una maritata,

l'altra no; due false bionde incipriate, cui era rimasta la farina

sugli zigomi, goffe civettuole da villaggio; e con esse un paio di

cugini incaricati di far loro il cascamorto; più il marito, uomo denso

e pacifico.

Il pranzo, cui aveva presieduto il dottorone in qualità di cuoco

consulente, si annunciava squisito con una specie di cappelletti fatti

in casa, mescendo pane grattugiato, cacio, salsiccia e uova; cotti poi

_rari nantes in gurgite vasto_ nel socculento brodo di due capponi

maritati lì per lì a un pezzo di manzo vero lombardo.

--Signori--disse il dottorone appendendosi il tovagliolo sotto il

mento--vi invito al maggiore raccoglimento, ad una concentrazione

religiosa davanti a questa tavola imbandita con ogni ben di Dio.

Mangiate, o signori; la mensa è l'unico vero.

Toniolo, a capo tavola, sorrise, volgendo i begli occhi di velluto

alla timida sposina che non osava contraccambiargli l'occhiata.

Il vocione di Merelli tuonò, attraverso i cucchiai rumoreggianti:

--Per un pranzo di nozze avresti potuto dire qualcos'altro.

--Oh!--fece il dottorone col naso nella scodella--non incominciamo

troppo presto.

Le due sorelle incipriate abbozzarono un mezzo sorriso, indecise tra

il fare la furba e il fare la ingenua. Avevano tutte e due un nastro

celeste nei capelli e dei braccialetti di similoro; mangiavano

smorfiosamente, avvicinando alla bocca la punta del coltello,

lasciando sempre qualche cosa sul piatto, accomodandosi ad ogni

istante il busto e la cintura.

La maggiore, quella maritata, sedeva vicino ad Alberto, che conosceva

fin dall'infanzia. Quantunque non si vedessero più da parecchi anni,

gli parlava con molta animazione, e non avendo nessun altro da

conquistare, per il momento, sfoggiava con Alberto tutte le sue

risorse, prendendosi una famigliarità di amica d'infanzia, con una

certa irrequietezza nei ginocchi che faceva fremere Marta dall'altro

capo dalla tavola.

Marta oramai tenevasi sicura della fedeltà di suo marito, ma ne era

gelosa sempre; sarebbe stata gelosa di una vecchia, di un bambino,

così come era gelosa de' suoi amici e di tutto ciò che egli amava.

Non aveva la sicurezza audace di colei che ha visto un uomo delirare

a' suoi piedi, quella sicurezza che mette un raggio intorno alla

fronte, per la gioia del dominio, per l'ebbrezza dei sensi

soddisfatti, e quel corteggio di memorie che avvolge come in una

nuvola, che solleva al di sopra dei mortali, per cui tutto in lei,

incesso, parola, sguardo, rivela la donna amata, la trionfatrice. No.

Marta si sentiva debole, mal sicura, diffidava di se stessa, provava

l'avvilimento di un soldato che dopo essersi preparato ad una rude

battaglia trova il campo libero e il nemico che dorme sotto la

bandiera bianca spiegata.

In questo stato d'animo, ogni piccola cosa la irritava, le dava ombra;

trovandosi malcontenta non era più nemmeno gentile; non compativa e

non tollerava più nulla.

Una sorda antipatia le sorgeva in petto per la sorella di Toniolo,

vedendo ch'ella osava servirsi del pane di Alberto, toccarlo sul

braccio, parlargli così vicino col volto che i loro capelli quasi si

confondevano; e chiamarlo ad ogni momento: «Oriani! Dica Oriani! Non è

vero Oriani?»

Aveva una vocetta stridula e volgare, voce da pettegola, a cui ella

dava certe inflessioni pretenziose, false come l'oro de' suoi

braccialetti e come il biondo della sua zazzera.

Evocarono dei ricordi d'infanzia: «Rammenta quella sera della

luminaria? E quando si improvvisò un ballo in farmacia? E quando ella

gli aveva cucito l'abito, per ischerzo?» Alberto rideva, eccitato, di

buon umore; nella pienezza della sua salute inalterabile, nella

felicità del suo cervello tutto al momento presente, senza dubbi,

senza curiosità ne per il passato, nè per l'avvenire.

L'indomani · 第 5 / 8 段