della lavandaia che veniva in casa quando Alberto aveva sedici anni;
ma questo desiderio le andò fallito, perchè al tempo in cui Appollonia
era entrata in servizio, la signora Oriani si era già decisa da un
pezzo a far lavare fuori di casa. Seppe però che donne ne bazzicavano
poche, essendo la signora Oriani severissima in fatto di costumi, e
che se il signor Alberto aveva qualche pasticcetto doveva pensare a
cucinarselo altrove.
Appunto--riflettè Marta intanto che Appollonia cercava la chiave--come
mai mia suocera, che era tanto accorta e previdente, si acconciò a
prendere una serva giovane quale doveva essere costei allora?
--Appollonia, quanti anni avevi il giorno che venisti in questa casa?
--Ventiquattro, venticinque o ventisei, non lo so neppur io.
--Eri però giovane.
--Oh sì, signora, ero giovane.
Marta non voleva esprimere tutto quanto il suo pensiero, scrutando la
fisionomia della serva, sembrandole al disopra di ogni sospetto; e
tuttavia dubbiosa, per quell'eccesso di zelo che in ogni cosa
dimostrano i novellini.
--E non hai mai pensato a prendere marito?
Tale domanda fu lanciata così a bruciapelo, che Appollonia sollevò gli
occhi e trasse le mani dal mucchio di ferravecchi, restando a bocca
aperta, tra il vergognoso e il meravigliato: finchè calma, calma,
scuotendo il capo e rimettendosi carponi, rispose:
--Chi vuol mai che mi prendesse!
Non v'era in queste parole neppur l'ombra del rammarico, dell'ira o
dell'invidia; nessun lampo di desideri assopiti, nessuna puntura di
vanità, niente altro che la semplice, serena accettazione del fatto
compiuto.
Marta l'ammirò questa volta, non da padrona a serva, ma da donna a
donna.
--Prima di tutto--disse, dolcemente, sentendo il bisogno di questa
carezza spirituale--non sei nè gobba, nè zoppa, e nemmeno brutta;
avresti potuto maritarti tu come qualunque altra...
--Ah! è vero, zoppa no, gobba no; ma pure...
--E quand'anche nessuno ti avesse cercata, potevi ben tu avere il
desiderio di collocarti.
Appollonia crollava la testa, sempre curva, ma dalle gote sporgenti
sugli zigomi appariva chiaro ch'ella rideva in pelle in pelle.
--Di', Appollonia?
--Nossignora, nossignora, questo desiderio bisogna essere in due per
averlo.
--Si può tuttavia avere, da sola, il desiderio di trovare il secondo.
--Ma sarebbe un desiderio inutile.
Marta rimase colpita da una manifestazione di criterio così solido in
sì umile creatura.
--Sei una testa forte--disse ridendo.
--Forte, forte--confermò Appollonia dandosi un pugno sul capo, per
avvalorare le parole.
--Sicchè ti trovi felice?
--Io sì.
--Ma felice di che?
Parve che Appollonia non comprendesse subito, perchè esitò qualche
istante; disse poi risoluta:
--Felice di essere sana e di poter lavorare.
Marta la guardò con stupore.
--Infine questa chiave non si trova--esclamò la serva levandosi in
piedi.--Credo che se lei vuol guardare nel cassone, dovrà farlo aprire
dal fabbro. Vado a chiamarlo?
--Non preme. Siedi un momento, riposati. Che cosa facevi prima di
venir qui? Hai servito in altre famiglie?
Appollonia si passò la mano sulla fronte, quasi per raccogliere idee
sparse e molto lontane. Fu ancora Marta che riprese:
--Già, mia suocera doveva conoscerti molto bene, altrimenti non ti
avrebbe presa.
--Sicuro che mi conosceva ed aveva conosciuto anche mia madre. Io no.
--Non hai conosciuto tua madre?
--Nossignora.
--E con chi vivevi?
--Con mio padre.
--Voi due soli?
--Noi due soli.
--Che mestiere faceva tuo padre?
--Era contadino.
--Anche tu hai lavorato la campagna?
--E come! Quando ero proprio piccina andavo a scuola, ma ci andai
solamente due inverni perchè una vicina mi mandava insieme alle sue
figlie, e quando venivo a casa mi dava un po' della sua minestra ed io
rifacevo il letto alla meglio.
--Dov'era tuo padre?
--Faceva il giornaliero, un po' qui, un po' là. Alle volte veniva a
dormire a casa, ma non sempre; d'estate stava fuori le intere
settimane, non lo vedevo che al sabato.
--E alla domenica.
--Alla domenica poco; si sa, egli preferiva andare all'osteria.
--Tu dunque rimanevi sola? Non ti annoiavi?
--Non ne avevo il tempo. L'anno che la mia vicina cambiò casa e che io
dovetti rinunciare alla scuola, mi rimasero le faccende da disbrigare,
il letto, la minestra; poi, tanto per guadagnare qualche cosa, andavo
anch'io a giornata per servizi leggeri. Alla sera cucivo quel po' di
roba nostra, rattoppavo i calzoni di mio padre; nei giorni festivi
leggevo.
--In complesso facevi una vita tranquilla.
---Oh! sì, per un po' di tempo.
Marta non avvertì queste ultime parole, intenta ad immaginarsi
l'Appollonia piccina, tonda, tonda, ruzzolare come una palla dal letto
al focolare, dal focolare al lavatoio, pacifica, col suo bel faccione
da luna piena.
--E quando tuo padre stava fuori alla notte, dormivi sola?
--Sola.
--Senza aver paura?
--Di che? Eravamo così poveri che la nostra casa non poteva tentare i
ladri; andavo a letto già mezz'addormentata e qualche volta non mi
ricordavo nemmeno di chiuder la porta. Una notte scoppiò un temporale
fortissimo che mi spalancò tutto quanto l'uscio; l'acqua entrava a
torrentelli ed alla luce dei lampi io la vedevo che saliva, saliva,
portando in giro per la stanza le scarpe nuove di mio padre, tanto
inzuppate alla fine che non si poterono più muovere e ci volle poi una
settimana per farle asciugare. Fu la sola volta che ebbi paura.
--Avesti paura allora?
--Madonna santa, pareva il finimondo! Mi cacciavo sotto le lenzuola
per non vedere e non sentire, ma vedevo e sentivo sempre; e credevo
che le anime dei morti venissero a portarmi via in mezzo alle saette.
Mio padre, il giorno dopo, mi battè ben bene perchè non ero scesa a
chiudere l'uscio. Aveva ragione.
--Ragione di batterti?
--Ma sì.
--E di lasciare in casa una bimba sola?
--Questa non era colpa sua. Doveva pur andare a lavorare. I signori
sono i signori e i poveri sono i poveri.
Marta si sentiva la voglia di abbracciarla, e lo avrebbe fatto se il
movente di quella sensazione fosse stato solamente la bontà; ma si
accorse che in una leggera sfumatura di bontà, il suo cuore
tripudiava, sollevato dai propri mali, ed ebbe vergogna di mostrare
una sensibilità che in fondo non era altro che egoismo.
Ripromettendosi di compensare altrimenti le modeste virtù di
Appollonia, si abbandonò per il momento al piacere che le dava quella
specie di autobiografia, dove la sua anima sitibonda di ideale,
trovava un pascolo inaspettato.
--E hai continuato in tal modo fino...
--Sempre, fin che visse mio padre.
--Lo amavi molto tuo padre?
--Sì; è dovere.
--Ma non si ama solamente ciò che è dovere--insinuò Marta.
--Si ama ciò che si deve amare--rispose Appollonia, candidamente.
--Era buono almeno tuo padre?
--Sì, come uomo.
Queste parole sintetiche fecero ridere Marta. Appollonia soggiunse:
--Nei primi anni le cose andavano discretamente. Mio padre, si sa,
ogni uomo ha il suo vizio, beveva; ma beveva soltanto alla domenica.
Tornava dall'osteria che sembrava un bambino, rideva, rideva e diceva
delle parole senza senso. Io lo chiamavo: «babbino, caro babbino.»
Egli mi abbracciava e poi cadeva sul letto. Non c'era niente di male,
nevvero? Ma quando il lavoro divenne scarso e che egli non potè andare
tutti i giorni a lavorare, me lo vedevo confitto in casa da mattina a
sera brontolando, prendendosela con tutti, anche con me, che ero una
bocca inutile e che se fossi stata un uomo avrei almeno potuto
aiutarlo. Io, naturalmente, non rispondevo nulla, e, sul tardi, se
egli usciva per «cacciare i dispiaceri,» come diceva lui, non potevo
impedirglielo. Così incominciò a bere tutti i giorni, proprio allora
che mancavano i denari!
--Mi pare che non fosse un padre modello! esclamò Marta.
--Bisogna compatirlo. Gli uomini, quando non hanno lavoro, fanno tutti
così. Prima non era cattivo; andandogli male i suoi affari gli si
guastò il sangue. Gli dicevo bene qualche volta: «Babbino non bere,
che sprechi i denari e la salute.» Ma egli mi rispondeva che le donne
devono tenere la lingua a casa. Anche questo è giusto. Dunque, più mio
padre beveva e meno i padroni volevano prenderlo a giornata; meno egli
andava a giornata e più beveva. Le lascio considerare! Dovetti allora
lavorare per due; fortuna che la salute c'era. Andavo durante il
giorno a falciare, a sarchiare, a battere il grano, a cardare il lino,
e molte ore della notte le passavo cucendo abiti per le donne e per i
ragazzi, che in questo ci riuscivo benino, ed anche mi piaceva. In
complesso non mi lagnavo; tolto di alcune feste in cui vedevo le mie
compagne andare alla sagra tutte vestite in ghingheri, ed io non
potevo accompagnarle; prima perchè non avevo abito, nè scarpe, nulla;
poi chi avrebbe avuto cura della casa e di mio padre? Il mio destino
era questo.
--E non ti capitò allora di prendere marito?
--Com'era mai possibile? Avevo due camicie in tutto!
--Nessuno ti fece mai la corte?
--Se non uscivo nemmeno!
--Dovevano sapere che eri una brava ragazza e che saresti stata
un'ottima moglie.
--Ma non avevo nulla. E mio padre chi lo avrebbe preso? Si sposa una
persona, non se ne sposano due. Del resto le giuro che non avevo
affatto voglia di prendere marito; mi bastava mio padre.
--Oh!--fece Marta--non è la stessa cosa.
Appollonia si strinse nelle spalle; la differenza, secondo lei, non
valeva la pena di essere discussa.
--Per finire, a che punto arrivò tuo padre?
--Mio padre arrivò al punto che non si moveva più dall'osteria.
Standosene là tutto il giorno gli capitava a volte di fare una
commissione, di scaricare roba, di tenere un cavallo, tanto per
buscare qualche soldo.
--E allora te li portava?
--Oh! nossignora, li beveva per farsi passare il dispiacere di non
poter guadagnare di più. Per parte mia ero contenta che trovasse modo
di farsi passare i dispiaceri; ma quando mi veniva a casa barcollante
che non gli si poteva far intendere una ragione, e mi toccava
prenderlo, svestirlo, metterlo a letto senza cavarne un costrutto al
mondo, proprio come un bambino appena nato, le confesso che mi sentivo
nel cuore uno stringimento e un desiderio di essere al suo posto; al
suo posto per fare diversamente, capisce?
--Sì, sì, capisco.
--Ma ognuno ha la sua parte e nessuno può cambiarla. Negli ultimi
tempi non andavo più nemmeno a messa; egli veniva a casa a qualunque
ora, in quello stato, e se non c'ero io rompeva ogni cosa,
bestemmiando, che se ne andava tutto il frutto della messa. Il signor
curato lo sapeva e diceva che facevo bene. Finalmente, quando fu la
sua ora, si sentì male davvero. L'oste e i vicini dicevano: È
ubbriaco! Io capivo che non era ubbriaco questa volta. Lo avevo
chiamato «Babbino, babbino» e non rispondeva più. Allora corsi, era di
notte, a chiamare il dottore. C'era la neve tanto alta! Il dottore
brontolò che non era tempo da disturbare i cristiani. Poveretto! ma
anche noi, come si doveva fare? Un po' per uno. E si tornò insieme,
nella neve, con un freddo che non si sentiva nemmeno. Quando arrivammo
a casa, mio padre rendeva l'ultimo respiro!
Dopo una pausa, Marta disse:
--Fu in quell'occasione che ti decidesti di andare al servizio?
--Io veramente non ci pensavo. La signora Oriani venne a trovarmi il
giorno del funerale e mi disse: «Che vuoi fare qui sola? Vieni da me.»
Non avevo nessuna ragione per rifiutare. Poi mi sono trovata contenta.
La signora Oriani è morta presto: anche questo era destino. E così va!
--Quanti anni hai adesso?--chiese Marta.
Appollonia rispose filosoficamente:
--Trentotto, trentanove o quaranta, chi lo sa!
*
* *
Finalmente la vecchia cassa era stata aperta. Da molto tempo Marta
chiedeva a suo marito che cosa contenesse, ma egli non sapeva
dirglielo.
Ora, rovesciato il coperchio, apparvero alla rinfusa oggetti
disparati: lembi di cortine, pezzi di frangia, un sacchetto di chiodi,
due o tre libri, lettere, guanti usati e due spalline della guardia
nazionale.
Si capiva che tutta quella roba era stata gettata là a casaccio, per
disfarsene, abbandonata ai topi, alle tignuole ed alla muffa.
I libri erano: due volumi scompagnati di Walter Scott, una grammatica
francese e una strenna, di quelle che usavano una volta, rilegate in
cartoncino filettato d'oro, con la prefazione alla gentile lettrice e
le vignette riparate dalla carta velina. Marta amava queste vecchie
strenne; le aveva guardate da piccina, nelle sere invernali, aprendole
prima adagio adagio, con precauzione, soffiando sulla carta velina per
poterla voltare senza sciuparla e gettando dei piccoli gridi
ammirativi ad ogni pagina illustrata. Più tardi vi aveva cercato le
forme dell'amore nei sonetti romantici, nelle leggende delle
castellane e dei paggi biondi, in certe frasi appassionate ed oscure.
Diana di Poitiers le era comparsa innanzi così bella e poetica come
Giulietta, come Desdemona, come Margherita. Al solo vedere una strenna
le tornavano a memoria i versi che ella aveva imparati più volentieri
di tutti gli altri, che l'avevano fatta piangere di tenerezza, quando
aveva diciotto anni.
Oh! fanciulla, qual mesto contento
Mi discenda nell'alma non sai.
Se dischiudi l'angelico accento,
Se mi fissi o mi stringi la man...
Ah! se m'ami tu pur sentirai
Quel che sento d'esprimerti invan!
Quando a notte l'impero del cielo
Si distende su tutto il creato,
E palliata di candido velo
La tua cara sembianza m'appar,
E il mio nome con giubilo ascolta,
E la bocca mi sento baciar...
Sorge allora più ardito il desìo,
Più gagliardo nell'alma romita;
E sul labbro, bell'angelo mio,
Questa voce dal core mi vien:
Ah! se tutta trascorrer la vita,
Me beato, potessi al tuo sen!
Le sembrava ancora la più bella poesia del mondo, l'aveva recitata un
giorno al dottorone, sperando di commoverlo, ma egli aveva risposto:
Non creda ai poeti; essi cantano d'amore nello stesso modo che i
becchini seppelliscono i morti, per professione.
Nelle pagine della strenna c'era un foglietto, staccato, come si
vedeva, da una lunga lettera. La carta era sottile, rasata; la
calligrafia femminile, diceva; «mai, mai lo dimenticherò, mai! Esso è
qui sulle mie labbra, più ancora che non sia nel mio cuore; perchè
sulle labbra me lo hai messo tu e ribaciandole lo risento.» Il
rimanente era stracciato.
Quel brano di lettera bruciava nelle mani di Marta. Quantunque non vi
fosse un dato positivo, ella sapeva già a chi era stata diretta, e i
pochi o molti anni trascorsi, non modificavano l'impressione violenta
ch'ella provava leggendo le parole d'amore scritte da un'altra a suo
marito. Un'altra!
La stessa calligrafia minuta, ineguale, la stessa carta sottile
leggermente azzurra, traversata da lineette dalle quali le parole
saltellavano or sotto or sopra, quasi nervose e indomite, riappariva
man mano che Marta toglieva gli oggetti dalla cassa; foglietti
spiegazzati, strappati, tra le cui pieghe si annidavano gli insetti
minuscoli che vivono di carta, su cui erano cadute delle macchie
ignote dilatando l'inchiostro, gonfiando le parole; foglietti che
avevano l'apparenza di lebbrosi, esalanti un odore stantìo di rose
secche e di muffa.
Qui--pensava Marta--qui è la giovinezza d'Alberto, i suoi entusiasmi,
i suoi palpiti, i suoi ardori, i baci che io aspetto invano.
Afferrava le lettere febbrilmente, volendo leggere subito, stentando a
mettere insieme le pagine, impazientandosi per le frequenti lacune.
Non pensò neppure un istante a portarle a suo marito; al contrario,
chiuse l'uscio per non essere disturbata, e sedendosi sopra un mucchio
di panni incominciò a fare lo spoglio per ordine, un ordine relativo
perchè mancavano quasi tutte le date. La firma invece c'era intera:
Elvira. Non fu più possibile neppure il dubbio sulla persona a cui
erano indirizzate: fin dalla seconda lettera il nome d'Alberto era
scritto e ripetuto con una compiacenza raffinata, con una calligrafia
migliore, quasi che su quel nome la mano inquieta si fosse arrestata
per prolungare la dolcezza di scriverlo.
Un'altra lettera, più fresca, chiusa ancora nella sua busta, col
suggello rotto, ma intelligibile negli arabeschi di un piccolo stemma;
la carta sostenuta, perlacea, sparsa di stelline; la calligrafia di
una eguaglianza perfetta: «Se tutto quello che mi avete detto è vero,
se io sono ancora per voi la più adorabile delle donne, venite oggi
alle cinque. Sarò sola.»
Nessuna firma.
Dopo un movimento di dispetto, gettò questa lettera in un canto. Il
suo interesse era per le prime, per quella Elvira appassionata che non
nascondeva il suo nome, che lo ostentava invece nella franchezza
prepotente del vero amore.
Adagino, con pazienza, riusciva a metterle insieme, le mani frattanto
le tremavano e la sua testa era in fiamme.
Fu distratta un'altra volta da un bigliettaccio mal piegato, male
scritto, con qualche errore di ortografia: «Ti ho aspettato in piazza
e non sei venuto. Non vengo più.»
Questo le fece male. Il fatto di una donnaccia che dava del tu al suo
Alberto, e che da lui era stata guardata, preferita, amata forse--e
senza forse amata nel modo che amano gli uomini--questo fatto, che
pure in genere conosceva, la ripiombava nelle sue amare riflessioni,
nei suoi eterni dubbi. Come potrebbe egli intenderla, se ella non
riusciva a intender lui?
Messe l'una sopra l'altra, le lettere d'Elvira formavano un piccolo
pacco.
La prima, l'unica che avesse una mezza data, era questa:
I.
22 febbraio.
Gentile signore o amico mio? Amico mio è più dolce, il mio cuore lo
suggerisce subito e la mia penna lo scrive ben volontieri. Ma è poi
vero? Siete, sarete voi il mio amico per sempre? Sono così turbata,
così commossa che non oso dirvi tutto quello che sento. Forse faccio
male ad amarvi, ma Dio mi è testimonio che sono sincera e credo voi
pure animato dagli stessi miei sentimenti. Ditemelo, ditemelo!
=Elvira=.
II.
_Amico mio,_
Sì, io vi chiamo amico mio; oramai non potrei più riprendermi questo
cuore che è vostro, ma voi rispondete al mio affetto? La vostra
lettera era fredda, e di uomo distratto... scusatemi, Alberto; caro
Alberto, non vorrei recarvi dispiacere colle mie esigenze. Egli è che
mi rende tanto felice il pensiero di essere amata da voi!
La famiglia che mi tiene in pensione non fa altro che lodarvi; se
sapeste come ne sono orgogliosa! Non potreste entrare in relazione con
questi miei ospiti? Ci vedremmo allora più spesso...
Lo so che non sono degna di voi, che meritate ben più dell'amore di
una povera maestra, ma vi dò tutto quello che ho, tutto, tutto, o mio
sogno!
Mancava il secondo foglio di questa lettera.
III.
_Diletto Alberto,_
Perchè non mi scrivete? Ho passato una notte agitatissima, senza
chiuder occhio. Alle undici e mezzo vi ho sentito passare sotto le mie
finestre insieme ai vostri amici; ridevate forte e, non so perchè,
quelle risa mi scendevano sul cuore come colpi di martello.
Pensate a me almeno? Scrivetemi subito una riga, una parola.
=Elvira.=
Ve ne scongiuro, _subito_, _subito_.
IV.
Mercoledì.
Impazzisco, Alberto! Non una parola durante otto giorni interi. So che
siete in paese; vi ho visto ieri andando a messa; eravate lontano, vi
ho riconosciuto egualmente, e voi non mi avete sentita?
Ho passato questi otto giorni correndo dalla porta alla finestra,
sempre nell'aspettativa di una vostra lettera, non vivendo d'altro!
Forse siete in collera perchè non vi ho ancora dato l'appuntamento che
mi chiedeste? Ma come fare? Se ci trovassimo per istrada lo saprebbero
tutti e nei paesi sono così maldicenti! Perchè non venite a casa?
Tuttavia ci penserò, ci penserò tanto che pure troverò il modo di
poter stare insieme con voi almeno un istante.
Anche di questa lettera mancava la fine.
V.
_Mio Alberto_,
Che gioia insperata! Vedervi, stringervi la mano, udirvi parlare,
respirare l'aria stessa respirata da voi... oh! che bel giorno ieri!
Lo ripenso continuamente, senza posa, intanto che lavoro, intanto che
faccio scuola, intanto che mangio o che parlo o che taccio, che
passeggio o che dormo, sopratutto quando dormo perchè il mio sonno non
è che un lungo colloquio con voi.
Non chiamatemi più _esagerata_ perchè mi fa dispiacere. Vi amo come
sento, ma vi amo sinceramente, con slancio, senza restrizioni. Voi non
mi avete promesso nulla ed io nulla attendo e nulla vi chiedo se non
questo: lasciate che vi ami! Ho fede che il mio amore scuoterà la
freddezza dell'animo vostro. Io per voi mi sento il coraggio di
affrontare qualunque ostacolo; mostratemi una meta e mi divida pure da
essa tempo, persone o destino, io moverò a quella contro tutto e
contro tutti, per voi!
Alberto, prendete queste due piccole violette che ho legate insieme
con uno de' miei capelli, che ho baciate, che ho tenute sul mio cuore
e che vi mando perchè le mettiate sul vostro; così come vorrebbe
esserci la vostra, tutta vostra
=Elvira=.
Le due violette si trovavano ancora in mezzo al foglio, fermate con un
piccolo taglio nella carta. Il capello non c'era più.
Non sapendo precisamente dove collocare il frammento che incominciava
con le parole «mai, non lo dimenticherò mai!», Marta lo pose subito
dopo questa lettera, argomentando per il tono più intimo delle
seguenti che gli amanti dovevano essersi avvicinati.
VI.
_Mia vita_,
Non ho che te! Non penso ad altro, non voglio niente altro. Tu dici
che non puoi ammogliarti ora, che m'importa? Sfido le ipocrisie del
mondo, voglio il tuo amore, non il tuo nome, non la tua casa, non i
tuoi beni, non la pace e la salvaguardia che mi verrebbero da te, ma
te solo, te, te, te!
Aspetto tue lettere con la sete di Agar nel deserto. Mille e mille
baci.
VII.
_Alberto_,
Credevo di non avere più lagrime, ma soltanto nello scrivere il tuo
nome adorato esse mi sgorgano profondamente dal cuore, dal midollo
delle ossa. Non so bene da dove vengano, ma con esse tutto il mio
corpo si sfibra; e mi pare che non acqua, ma sangue cada da' miei
poveri occhi.
Tu non lo credi, nevvero? Oh! se lo credessi, non potresti lasciarmi
in queste angustie! Amor mio, vita mia, sei pur buono, e perchè mi fai
tanto soffrire? Quando penso che sono stata nelle tue braccia, che il
mio cuore ha palpitato sovra il tuo, che le nostre labbra si unirono,
che per un istante l'universo e Dio non esistettero più per noi, per
me... mi domando se vivo ancora, o Alberto!
Come le mie braccia sono vuote! E come fredde le mie labbra! Oh se
potessi morire...
=Elvira= tua.
In margine a questa lettera, scritto a matita, c'era un conticino da
trattoria.
VIII.
(_Frammento_).
..... eternamente tua.
Hai ricevuto la fotografia? Aspettai inutilmente un tuo bigliettino.
Nel momento di mandartela non potei scrivervi altro che il nome, in
fretta, fra una piega dell'abito; cercalo.
Ma non mi basta il nome; scrivo qui le parole che desideravo unire
alla fotografia; ritagliale e con un po' di gomma falle aderire al
cartoncino da tergo.
Al mio unico amore Alberto Oriani
Dò tutta me stessa in questo ritratto.
Ricordati, sai? Ci tengo.
Al tuo ritratto ho fatto un sacchettino di seta, vi ho unito il
garofano rosso che mi hai dato la prima volta che ci siamo visti e
porto questo con me, su di me
=Elvira=.
Marta aveva cercato, avidamente, il ritratto di Elvira. Non era
insieme alle lettere, come non era unito alle ardenti parole della
dedica; nè altro chiudeva la cassa che potesse avere rapporti con
Elvira.
Lesse ancora e rilesse le lettere ben due o tre volte torturandosi con
tutte quelle frasi d'amore, sentendo una stretta al cuore per ogni
bacio che Elvira aveva dato ad Alberto, oppressa dalla disperata
convinzione che per quanto ella facesse o dicesse, non avrebbe potuto
cancellare dalla mente di suo marito quei ricordi. E con altri ricordi
era possibile l'amore pieno, illimitato come se lo era immaginato lei?
Se i suoi baci succedevano ad altri baci, se non poteva trovare nuove
carezze, se le parole che ella credeva di avere per lui non erano che
una ripetizione di cento e cento altre dette prima, che cosa era ella
dunque se non l'ultima arrivata, la grama viaggiatrice che trova tutti
i posti presi?