--Ciò è tanto più meraviglioso--aggiunse Toniolo--che nel loro caso la

gallina è un gallo.

--La donna--riprese il dottorone, con lo stesso accento ispirato col

quale aveva, un momento prima, recitato i versi di Prati--è la poesia

della vita, è la bellezza...

--Sì, parlatemi della bellezza delle donne!--interruppe Merelli.--Ci

vogliono dei babbuini come noi per lasciarci gabellare nei teatri, nei

balli, nella penombra delle alcove chiuse, tutta la quantità di

ovatta, di gomma elastica, di bianco di bismuto e di kool, che forma

la nostra beatitudine, citrulli che siamo!

Piano, all'orecchio di Toniolo, Alberto mormorò:

--È per garantirsi contro il kool e contro il bismuto che egli si

attacca alle serve...

--Che cosa dite voialtri?

--Eh! nulla. Si approvava.

--La donna--continuò il dottorone come se nulla fosse--creatura

delicata, gentile, anima sensibile messa a contatto della nostra

brutalità.....

--Oh! per anima sensibile--rincrudì Merelli--non ho niente in

contrario. Quando ero all'università conobbi la moglie di un

professore, una deliziosa donnina, una sfumatura, un ideale, proprio

di quelle che hanno le ali e le rose. Un mio amico le faceva la

corte... infine la dolce creatura lo pregò di regalarle un divano,

perchè sullo stesso divano dove essi filavano il perfetto amore, il

marito fumava tutti i giorni la sua pipa, e ciò non le pareva

delicato...

Tumultuarono tutti. Il dottorone rinunciò all'elogio della donna,

sopraffatto dalla voce taurina del suo competitore; ma Alberto,

approfittando della prima pausa, domandò:

--Puoi essere così pessimista? Non esistono forse donne che non si

dipingono e che si accontentano di un solo divano come di un solo

marito?

--Caro Oriani, una volta, in un Museo di Storia Naturale, ho visto un

passero con quattro gambe. L'ho visto, ti dico! Ciò è la pura verità.

Io persisto tuttavia a credere che i passeri sono bipedi.

A momenti gli facevano un'ovazione. Merelli trionfava, come sempre,

rizzandosi sull'alta persona, dominando il crocchio degli amici, rosso

e lucente in viso, sentendosi ammirato.

Alberto ebbe il delicato pensiero di avvicinarsi un momento a sua

moglie per chiederle sottovoce:

--Stai bene?

--Sì, grazie.

Era però buono Alberto! Ella lo segui con gli occhi mentre tornava al

suo posto, attratta da quel viso simpatico, intenerita per il suo atto

gentile, e intanto che il discorso si metteva alla politica ella restò

muta, alquanto illanguidita sulla sedia di cuoio della farmacia, col

desiderio della sua poltroncina e dell'uncinetto che almeno le avrebbe

fatto passare il tempo.

Nella politica si riscaldarono, qual più qual meno, secondo i

temperamenti. Il pletorico Merelli gridava come un ossesso; gli veniva

dietro il dottorone nervoso ed entusiasta; più calmo Alberto,

quantunque allegrissimo, e Toniolo quasi indifferente, approvando col

capo ciò che dicevano gli altri, i pollici nei taschini, l'occhio

vagante. Ma tutti insieme riempivano la stanza, con le loro persone

massicce, la voce alta, gli scarponi che si agitavano sotto il

tavolino, il fumo dei sigari che s'innalzava, addensandosi sempre più.

Il volto di Alberto, sul quale Marta teneva sempre gli sguardi,

scompariva tra le spalle poderose di Merelli e il torace ampio,

squilibrato del dottorone; ella lo scorgeva come un punto luminoso,

velato leggermente dal fumo, e ne raccoglieva ogni parola, ne seguiva

ogni gesto, pascendosi di un'occhiata che cadesse dalla sua parte,

raccogliendo le briciole dello spirito e della cordialità che Alberto

distribuiva agli amici.

Erano suonate le undici da un pezzo ed ella, nella muta

contemplazione, si sfibrava, presa dalla noia e da un principio di

sonno, con la visione lontana del suo letto, della sua dolce casa.

Ma si erano messi a discorrere delle colonie d'Africa e venne la

mezzanotte. Merelli sbraitava nella esuberanza del suo temperamento

sanguigno, per cui Toniolo mormorò piano, sorridendo:

--Ce ne vorrebbero due al giorno delle Ninette per quello lì!

Marta si sentì sollevata quando Alberto, levandosi in piedi, annunciò

che si partiva.

Non volle il braccio di nessuno; appena uscita si avvinse a suo

marito, carezzevole, amorosa, con certi scatti da bambino freddoloso,

tenendo voltata la faccia per sfiorare con le labbra la manica di

Alberto.

Merelli e il dottore lasciarono che i due sposi andassero a casa soli.

A mezzo d'una via, una donna, uscendo frettolosa da una porticina,

attraversò loro la strada, passando così presso ad Alberto da urtarlo.

Marta sentì il contraccolpo di quell'urto, vide la donna che si era

fermata mezzo minuto, audacemente, accanto a loro, ed Alberto che

aveva fatto un movimento indietro, ed ancora la donna che era

scomparsa rapida, rompendo l'oscurità della notte con la striscia

chiara del suo abito.

Tutto il sangue di Marta le affluì al cuore.

--È Giuditta!--esclamò stringendo con violenza il braccio di suo

marito.

Alberto non rispose subito.

--Dimmi la verità, è lei?

--Ma che!

--Pure la conosci...

--No, ti dico. Non l'ho nemmeno guardata.

--Ma potrebbe esser lei?

--Non so...

A che insistere? Tacque.

Ma ricalcando le orme della donna, sembrava a Marta che la sconosciuta

avesse lasciato qualche cosa dietro a sè, nell'aria rotta dalla sua

persona, sui sassi battuti dal suo piede; un miasma che saliva,

nauseante, che l'avvolgeva tutta, la prendeva alla gola con un'ondata

di impurità, soffocandola, strozzandola; e nella acutezza della

sensazione le sembrava di udire laggiù, fra le tenebre della notte, il

ghigno beffardo di colei che aveva posseduto suo marito, perchè era

lei, lo sentiva!

*

* *

Le lettere che Marta inviava a sua madre, parlavano tutte di felicità.

Si esaltava scrivendo dell'amore che Alberto aveva per lei, e si

diceva il suo tesoro, la sua vita; parole che Alberto da sua parte non

aveva mai pronunciate, ma di cui ella inebbriavasi al punto che quando

aveva scritto, versando sulla carta l'amore di cui era compresa,

rimaneva sollevata, immaginando che Alberto provasse tutto ciò che

ella stessa sentiva. Scriveva: «i suoi baci appassionati, le sue

tenere carezze,» e rileggeva poi quegli aggettivi che le davano una

dolce commozione, una specie dei piaceri immaginari che gustano i

bevitori d'oppio.

E come l'oppio, questa eccitazione del cervello la prostrava veramente

e indeboliva i suoi nervi.

Molte volte dopo d'aver scritto a sua madre che «si adoravano,»

Alberto entrava e non si scambiavano neppure un bacio; lui serenamente

freddo, lei distratta, paralizzata nella realtà dalle false sensazioni

subite prima.

Tutto il fisico di Marta si risentiva di questo stato patologico. Era

magra, coll'occhio spento; soffriva lunghe malinconie; già più volte,

senza una ragione apparente, era corsa a nascondersi nella sua camera

per piangere. Che cosa avrebbe detto Alberto vedendola piangere?

La bontà inalterabile e gentile di suo marito, il lieto umore, la

fiducia illimitata, il suo contegno riservato colle donne, la

convincevano che egli era il modello dei mariti, e quel malcontento

intimo, quella tristezza che l'assaliva, ella riversava su sè stessa,

sul cattivo suo temperamento. Che poteva essere se non ciò?

Per alcune settimane era stata divorata dalla gelosia e non aveva

fatto altro che osservare ogni atto, ogni passo di Alberto; era

ritornata parecchie volte nella via dove le era apparsa la donna

sconosciuta, aveva interrogato, cercato, spiato; allargando i confini

del suo sospetto geloso, si era messa a sorvegliare tutte le donne che

Alberto vedeva, compresa la signora Merelli. Ma da queste ricerche

l'innocenza d'Alberto era uscita così trionfante, che lo stesso giorno

ella scrisse a sua madre: «Sono felice, felice, felice.»

I giorni peraltro le sembravano più lunghi e più vuoti. Suo marito si

alzava presto per andare a visitare le campagne; ella, pigra, con le

ossa indolenzite, rimaneva ancora sotto le coltri finchè Appollonia

non le portava il caffè. Lo sorbiva lentamente guardandosi le mani, le

braccia, toccando i piccoli ricami della camicia, lavoro suo, de' suoi

giorni di fanciulla.

Una specialmente, una bella camicia fina con lo scollo tondo

arricciato, le faceva ricordare una incisione che l'aveva colpita

tanto quand'era ragazza, che ella guardava di nascosto della mamma,

dentro una vecchia strenna, e rappresentava _Diana_ _di Poitiers_,

semivestita, con uno scollo così tondo, arricciato e irresistibile,

allacciando le braccia intorno al capo del regale amante prostrato a'

suoi piedi. Forse--pensava allora--bisogna essere molto molto bella

per ispirare l'amore.

Ma non è vero--soggiungeva un momento dopo--no, non dev'essere questa

la ragione.

Dalla recente esperienza, dall'osservazione degli uomini i quali non

si mostravano più davanti a lei così ritenuti come fanno con le

ragazze, dalle confidenze della signora Merelli, era venuta ad una

conclusione, ancora confusa, ma che distruggeva completamente

l'edifizio delle sue credenze in fatto d'amore. La conclusione era

questa: Gli uomini si danno a qualunque donna, bella o brutta, con

affetto o senza, con simpatia o con indifferenza. Una cosa mostruosa

ma vera!

Dalla bocca stessa di suo marito, dietro insistenti richieste, ella

apprese che, a sedici anni, Alberto aveva avuta la rivelazione

dell'amore per parte di una donna vecchia e brutta, che andava in casa

a fare il bucato.

Alberto le disse questa cosa naturalmente, soggiungendo che a quasi

tutti gli uomini succede così, non sospettando neppure la profonda

impressione che tali parole avrebbero fatto su Marta. Ella ne pianse

di dolore e di vergogna.

Ragionando poi nella sua mente, le parve di dover attribuire a quella

remota causa la differenza di sentire che esisteva fra lei e suo

marito.

Misurando per la prima volta le esigenze di un uomo che aveva data la

sua fiorente giovinezza ad una ignobile femmina, nella stessa età in

cui ella credeva ancora agli angeli e cercava l'amore in cielo, fu

assalita da una ben più tremenda gelosia, la gelosia impotente del

passato, quella che non si può distruggere, che si urta contro la

sentenza inappellabile del fatto compiuto.

Con uno sforzo doloroso dell'immaginazione sognava il suo Alberto

bello, puro; ne vedeva la persona elastica, l'occhio lucente, la bocca

fresca come fiore che si schiude; e l'anima nobile, il cuore fidente,

affettuoso, tutti gli impulsi generosi della giovinezza... Oh averlo

conosciuto allora, essere stati entrambi così puri, l'uno dell'altro,

per sempre, quello doveva essere l'amore!

E non poteva più averlo così! La vecchia femmina, Giuditta, tutte le

altre, chi sa quante, chi sa quali, gli avevano portato via la

spontaneità dell'entusiasmo. Ella era giunta ultima, inesperta, non

preparata alla lotta contro tutto un passato.

Perchè quella veramente era la sua angoscia: il passato di Alberto,

indistruttibile.

Rifaceva a sè stessa, con una raffinatezza crudele, il ritratto di

tutte quelle donne; le immaginava belle, provocanti, piene di

seduzioni ignote, di occulti filtri amorosi.

Brancolava fra supposizioni assurde, fra ipotesi strane, con l'ansia

di chi ha smarrita la via e le tenta tutte per orizzontarsi.

Metteva insieme le sue memorie più lontane, ricordandosi certe malizie

della scuola, volendo spiegarsele.

Non aveva dimenticata una ragazza, Collini, in terza; una faccia

scialba, dagli occhi neri e dalle labbra rosse, con la carnagione

picchiettata di lenti, la quale aveva sempre delle storie misteriose

da raccontare in segretezza; storie che non si sentivano mai per

intero, di cui le parole strane, svisate, spostate, volavano di bocca

in bocca, eccitando la curiosità senza soddisfarla.

Erano discorsi proibiti e per questo solo interessavano, chè del

rimanente non ci si capiva nulla, almeno Marta che non era punto

maliziosa.

Una volta la Collini aveva recata una parola nuova, bizzarra, che

nessuna delle bimbe aveva mai udito pronunciare. Cercata la parola nel

dizionario, si trovò che rispondeva a «femmina di mal affare;» per cui

tutte si guardarono in faccia meravigliate di comprendere anche meno;

finchè un altro giorno la Collini spiegò loro che quella parola voleva

dire: «donna che si vende:» onde nuova confusione, che le giovani

menti sciolsero ognuna a suo modo, restando nel pensiero di Marta

l'idea di una donna sucida e puzzolente.

Nè da tale concetto potè liberarsi più tardi, quando incominciando a

squarciare i veli della vita, seppe che vi sono nel mondo donne che si

danno a tutti gli uomini; ed anche non sapendo precisamente ciò che

implicava, in tal caso, il verbo darsi, queste donne rimasero per lei

un mito, qualche cosa di fenomenale come le sirene, e se le immaginò

sempre sucide e puzzolenti; tanto lontane da lei, così fuori dalla sua

orbita, che non le destavano nemmeno la curiosità.

Vivendo con la madre in un ambiente onesto, nessuna circostanza

rimoveva intorno a lei il lezzo della società, per cui la sua anima

nobilmente femminile si era alzata a poco a poco, senza urti, senza

ostacoli, all'idea vaga dell'amore; idea che poggia fra l'ignoranza e

il desiderio, descrivendo la curva iridescente dell'arco baleno, dove

tutti i colori sono riuniti per l'occhio che li guarda da lontano,

dove la mano non stringe nulla.

La sua verginale ignoranza faceva sì ch'ella non ammettesse altri

strati all'infuori delle nuvole o degli abissi, ed ecco che la terra

le mancava sotto ai piedi, e alla nuova rivelazione della vita

arrestavasi sbigottita, incerta.

Quanti amori vi sono dunque? Quello che la Collini spiegava in

segretezza, ignobile, vergognoso e che per una mostruosa catena si

riallacciava al primo amore di Alberto? o l'amore etereo celebrato dai

poeti, sognato nell'ebbrezza di una notte di luna, cantato sulle note

del cembalo? o l'amore voluttuoso e ardente di Diana di Poitiers,

stringentesi al seno la testa adorata?

Ma perchè nessuno, nè la Collini, nè i poeti, i pittori, le amiche, e

nemmeno la madre, le avevano parlato dell'amore come ella lo aveva

trovato? Perchè non le avevano detto: Tu entrerai, ignota, nel letto

di un ignoto; il vostro contatto sarà senza delirio e i vostri cuori

si avvicineranno senza fondersi?

L'inutilità de' suoi slanci amorosi di fronte alla freddezza di

Alberto, le fecero germogliare un dubbio. Si era dunque ingannata in

tutto! Per piacere agli uomini, per cattivarseli, non occorreva nè il

sentimento, nè la devozione, nè la grazia; che cosa ci voleva dunque?

Abbandonata a sè stessa la sua immaginazione si smarriva. Decisa a

tutto per vedere suo marito innamorato, avrebbe voluto conoscere

quelle che nei libri si chiamano: le arti delle cortigiane. Anche

nella storia, anche ne' suoi libri di istruzione aveva trovato esempi

di quelle donne maliarde che affascinano. La morte di Oloferne, la

disfatta di Cesare, non erano forse l'opera d'una donna?

Recentemente aveva letto di un sultano che si innamorò di una ignobile

negra addetta ai più bassi servizi del palazzo, la sposò e la fece

sultana _Validé_, preferendola a tutte le odalische dell'_harem_.

Non era dunque la gracilità della sue membra e il suo profilo

scorretto che vietavano ad Alberto i deliri dell'amore. No certo,

perchè Alberto le aveva detto tante volte, col suo accento gentile,

che gli piaceva così come era, gli piaceva tutta e la trovava

immensamente simpatica, co' suoi capelli castagni ondulati, la sua

fronte bianca, gli occhi ridenti e la bocca seria, ciò che formava un

grazioso contrasto.

Ma non era ancor tutto. Il punto per lei più oscuro, più

incomprensibile era che ella stessa non trovava nelle braccia di suo

marito, amandolo come lo amava, la più lieve ebbrezza. E questo la

persuadeva di essere una creatura imperfetta, incapace a dare ed a

ricevere l'amore.

I suoi scoraggiamenti avrebbero fatto pietà se Alberto li avesse

osservati, se avesse potuto comprenderli, se, nella sua bontà

superficiale, non si fosse appagato del malinconico sorriso di Marta e

de' suoi occhi dolci che lo guardavano amorosamente.

Dimagrava, è vero, e su questo fatto visibile i commenti degli amici e

degli indifferenti si sbizzarrivano con le supposizioni più disparate,

spesso maligne. Egli sospettava che fosse incinta, e senza cercare più

in là raddoppiava i modi cortesi, sorridendo al futuro.

Insieme non stavano molto; a colazione e a desinare, raramente nelle

ore intermedie. Alberto tutte le volte che usciva per i suoi affari,

baciava la moglie sull'una e sull'altra guancia. Ella lo seguiva,

attraverso il cortile, fino alla porta di strada; quando egli era in

fondo alla via, si voltava indietro.

Marta rientrava in casa momentaneamente lieta, sentendo la sua dignità

di moglie e di padrona, decisa a occuparsi dei suoi doveri di massaia.

Si era provveduta di un cuciniere moderno e su questo spiegava

all'Appollonia una quantità di manicaretti; occupandosi ella stessa di

una faccenda che interessava moltissimo Alberto, riempì la credenza di

conserve, di frutta nello spirito; discese in cantina, e, aiutata da

Gerolamo, vi pose un ordine nuovo; salì in soffitta, arieggiando

mobili accatastati da anni ed anni, rimettendo fuori stoviglie

disusate.

Nell'ampio guardaroba, che la madre di Alberto aveva arricchito di

ogni ben di Dio, passò giornate intere, rovistando, spiegando,

ripiegando, mettendo in fila dozzine di lenzuola.

Il suo istinto di donna trovava un pascolo nella casa agiata, nella

vecchia casa dove le stanze erano così liete, dove tutto sorrideva nel

benessere, nella pace, dove perfino la voce da ventriloquo di Gerolamo

aveva intonazioni festose, ed il faccione rubicondo dell'Appollonia

spiccava sulla soglia della cucina, nella sua onestà ingenua, come lo

stemma della casa patriarcale.

A tavola, Marta narrava tutto quello che aveva fatto nella giornata,

con vivacità, con una mobilità nervosa, domandando l'approvazione di

suo marito, che le veniva sempre concessa per intero.

Dopo, Alberto, che era ottimo mangiatore, faceva il _chilo_,

discorrendo dei suoi interessi, fumando in una lunga pipa che aveva

appartenuto a suo padre. Erano i momenti belli di Marta, la quale

stava ascoltandolo e guardandolo, tutto per sè, con una adorazione

muta, sentendo il principio di quella calda intimità che aveva sempre

vagheggiata, sentendo che qualche cosa di insolito si svegliava in

lei, un ardore nuovo desideroso di espandersi, una attrazione che

partendo da tutta la persona di Alberto la avvolgeva in un'onda

dolcemente sensuale.

Ma Alberto si alzava reprimendo, per convenienza, un lieve stiramento

delle braccia.

--Ho bisogno di muovermi--diceva.

Prendeva il cappello, la canna, la baciava e andava in farmacia a

raggiungere gli amici.

Con le braccia inerti, svogliata, Marta passava la sera sulla stessa

sedia dove aveva pranzato, prendendo spesso una tazza di camomilla che

Appollonia le portava a forza, vedendola pallida, assicurandola che le

avrebbe fatto bene.

Dava qualche punto, leggicchiava il giornale, sbadigliava. Le ore

erano lunghe, eterne. Finalmente Appollonia, dopo d'averle chiesto se

le occorreva nulla, veniva a darle la buona notte. Ella udiva il

rumore che facevano sul mattonato gli zoccoli della brava donna che si

allontanava, ultimo frastuono della giornata; e la casa ripiombava nel

silenzio.

Marta aveva sonno, ma aspettava Alberto. Quando credeva prossima l'ora

del ritorno, si affacciava alla finestra, tendendo l'orecchio. La luna

d'agosto, rossa, brillava, sul cielo senza nubi, in un aere molle,

grasso di vapori, e l'afa, che mitigata dalla frescura notturna,

prendeva un sembiante di carezza, le passava sul volto con l'effluvio

dei prati, delle vicine campagne dormenti.

Che cosa faceva Alberto laggiù? Perchè tardava tanto?

L'attesa, dapprima calma e rassegnata, volgeva, col volgere delle ore,

ad una inquietudine generale. Non poteva più star ferma; la finestra,

la sedia, il divano, l'uscio e poi da capo la finestra, e poi più

nulla. Ritta nel mezzo della stanza pareva una statua; le sue

sensazioni si concentravano in un immenso, in uno sfrenato desiderio

di vedere Alberto.

Il tempo passava, e dall'immobilità angosciosa Marta entrava in uno

stato di allucinazione sensuale. Con mano inconscia slacciava i ganci

dell'abito, allentava i nastri, cedendo a una sensazione misteriosa di

abbandono, con dei brividi a fior di pelle, la bocca assetata, arida,

le braccia aperte disperatamente.

Incapace a reggersi, piegava il capo sopra un guanciale, su una

spalliera di poltrona, su tutto ciò che poteva darle l'illusione di

una carezza. Perduta nelle immagini d'amore scioglieva i capelli, e,

attorcigliandoseli sul volto, ne aspirava l'aroma giovanile, gemendo

il proprio nome «Marta, Marta!», che la notte raccoglieva e agli echi

deserti della campagna ripeteva «Marta, Marta!»

Il tempo passava ancora, finchè l'eccitazione passando, la lasciava

sfinita, con le membra rotte, gli occhi pesti e vacillanti. Tuttavia

non andava a letto. Aspettava.

Alberto la trovava quasi sempre distesa sul divano, pallida come cera,

inerte. E la rimproverava; le diceva: «Dovevi coricarti, dovevi

dormire.»

Ella non rispondeva nulla. Barcollante terminava di svestirsi, con dei

brividi nelle ossa, e si cacciava sotto le lenzuola. Ma quando suo

marito avvicinandosele mormorava: «Andiamo, via....» tutto il suo

corpo si irrigidiva, si gettava indietro.

--Le donne--concludeva Alberto, voltandosi dall'altra parte--non si

arriva mai a comprenderle.

E Marta, sotto le coltri, piangeva.

*

* *

Appollonia frugava dentro un mucchio di ferravecchi, con la larga

schiena curvata a terra, e il faccione, per quella posizione scomoda,

più rosso del solito.

--Che cosa cerchi, Appollonia?

--Cerco quella chiave, sa bene, la chiave della cassa vecchia lassù in

soffitta; m'è venuto in mente che possa trovarsi qui.

Marta, dalla soglia della cucina a cui s'era affacciata, entrò e

sedette sovra una seggioletta bassa di paglia.

Veniva sovente, ora, a trovare l'Appollonia; seduta su quella

seggioletta, seguiva per ore intere i movimenti della buona donna,

acchetando il suo spirito nella contemplazione di quella placidezza

non alterata mai, domandandosi spesso come facesse l'Appollonia per

conservarsi così grassa, così rossa, così fresca e serena.

A lei invece chiedeva notizie sulla casa, sulla madre di Alberto, su

Alberto stesso. Era venuta a servizio quando Alberto aveva già passati

i vent'anni, ma sapeva tante cose. Sapeva che da piccino aveva corso

il rischio di morire per aver ingoiato il nocciolo d'una susina; che

faceva le bizze nell'andare a scuola, al punto che Gerolamo se lo

doveva prendere nelle braccia a viva forza e trascinarlo davanti al

maestro. Gerolamo, interrogato in proposito, confermava l'asserto,

rifacendo il vocione che usava per incutere rispetto al signorino.

Tutto ciò che aveva relazione con suo marito interessava Marta

moltissimo; le sembrava di attaccarsi maggiormente a lui, di entrare

nella sua vita non solo col presente e col futuro, ma ben anco coi

ricordi del passato.

Una volta che Alberto si era lagnato di un dolore al ginocchio, Marta

gli aveva detto: Sarà la ferita che ti facesti cadendo dall'albero,

sul quale eri salito per guardare nel giardino dei vicini.

--Come sai ciò?--aveva chiesto Alberto meravigliato; e Marta si sentì

tutta felice per questa presa di possesso nella esistenza anteriore di

suo marito.

Certi abitini di Alberto fanciullo, i suoi scartafacci, i libri di

testo, sciupati, con scritto in alto _Alberto Oriani_, erano

altrettante reliquie che Marta conservava, interrogandole, quasi

avesse potuto assorbirne ciò che Alberto vi aveva lasciato di sè

stesso, de' suoi giuochi infantili, della sua lieta adolescenza di

figlio unico.

Scoprì che a dodici anni egli aveva ricevuto la prima comunione; conto

fatto sulle immagini conservate con la data di quel giorno; e che era

stato ghiotto, imprudente, disubbidiente; bugiardo mai.

L'indomani · 第 3 / 8 段