Prima ella si chiamava Oldofredi, adesso era Oriani; dalla città era

passata in un borgo; poteva mettere piume sul cappello e diamanti alle

orecchie; in casa della mamma mangiava a un tavolinetto rotondo, con

un servizio di terraglia bianca di Germania; nella nuova casa la

tavola era quadrata e il servizio antico con dei fiori rossi e blù.

Per ventitrè anni si era sentita chiamare signorina, ora la chiamavano

signora e qualcuno anche madama. Tutto ciò costituiva una grande

differenza e il repentino cambiamento la stordiva; molto più che anche

tutti i visi erano cambiati attorno a lei, cambiati i nomi, per cui le

accadeva ancora tratto tratto di pronunciare Matilde invece di

Appollonia.

Forse Marta aveva sognato un cambiamento di un altro genere. Secondo

lei era il suo proprio essere che doveva sorgere a nuova vita, tocco

da una forza misteriosa e potente. Il suo cuore, l'animo suo, i suoi

sensi che cosa avevano immaginato, che cosa aspettavano? Ella non si

sentiva cambiata per nulla, si meravigliava e quasi si accusava di non

aver scoperto nessuna ebbrezza nuova, e niente, ma niente, di quel

trasporto che, giovinetta, le suscitava la sola parola--Amore.

Quando si gettava nelle braccia di Alberto, chiedendogli

affannosamente se l'amava, e che egli sorridendo la assicurava di sì,

una sensazione di freddo le correva dalla testa ai piedi, l'angoscia

dolorosa di uno sforzo senza riuscita, l'abbattimento di un carcerato

che si slancia contro l'uscio della prigione e la trova chiusa.

In quei momenti Marta diventava pallida.

Se questo era l'amore, qualche cosa altro ci doveva essere, più

sublime o più triste, virtù o colpa, ma altra cosa, altra ebbrezza,

altro trasporto; visione di cielo o vertigine di abisso, la sensazione

a lei ignota del rapimento per cui Francesca si era dannata

eternamente, per cui le anime grandi di tutto il mondo piansero,

crearono, morirono.

Rammentava una sera lontana, quando aveva quindici anni e che il suo

cuore per la prima volta si era aperto all'amore, attratto

irresistibilmente verso un giovane che conosceva appena, ma per cui

passava le notti insonni.

S'erano trovati finalmente soli, per pochi istanti, nella libertà

della campagna, e nessuno aveva parlato, ma egli le aveva presa la

mano e gliel'aveva stretta così dolcemente che a pensarvi, dopo tanti

anni, si sentiva invadere da una ignota voluttà.

Che cos'era dunque quello? Amore? E perchè la mano di Alberto non le

dava la stessa sensazione? Era possibile ch'ella amasse Alberto meno

di uno sconosciuto? O era forse Alberto che non l'amava? Ma sì,

l'amava, glielo aveva detto e l'aveva sposata. Se no, perchè l'avrebbe

sposata?

Sempre Marta tornava a questo dilemma, e voleva sapere degli altri

matrimoni con un interesse, con una curiosità morbosa. Dalla signora

Merelli, che era venuta a restituirle la visita, ella aspettava

trepidante e confusa uno sfogo di infelicità coniugale; ma la signora

Merelli non si lagnava che delle sue frequenti gravidanze, parlando

del marito con un feticismo da odalisca, esaltandone la bellezza e la

forza.

--Nei primi tempi del nostro matrimonio--aveva soggiunto, ravvivando

momentaneamente i suoi occhi spenti--non mi lasciava mai salire le

scale, mi portava sulle braccia. Ed ero pesante, allora, ero grassa.

Marta ebbe invidia della signora Merelli. Lei era più sottile, Alberto

non avrebbe fatta gran fatica a portarla sulle braccia...

--Adesso non la porta più?--domandò.

--Oh! Le follie della luna di miele non possono continuare sempre.

Per tutto quel giorno Marta ebbe in mente le follie della luna di

miele. A pranzo, improvvisamente, come faceva per solito le sue

domande, frutto di lunghi pensieri solitari, chiese ad Alberto:

--Tu non hai mai fatto follie per nessuna donna?

Alberto che incominciava ad abituarsi alle domande di sua moglie, pur

trovandole bizzarre, rispose serenamente:

--Follie mai; son cose da manicomio, te l'ho già detto.

--E non hai mai amata nessuna donna più di me?

Alberto guardò il soffitto dondolandosi sulla sedia, con le mani

appoggiate contro la tavola.

--Non mi pare... no, no, ne sono sicuro.

--E... però...

Marta, sospinta dalle sue terribili curiosità, voleva sapere di più;

ma titubava davanti a quell'uomo che conosceva da pochi mesi, col

quale sentiva di non essere ancora una cosa medesima, che non le

apparteneva ancora intero. Tuttavia osò mormorare adagio, cogli occhi

bassi:

--Donne ne hai conosciute molte?

--Come no? il mondo ne è pieno.

--Voglio dire... sai... quelle donne che avvicinate voi altri uomini

quando non avete moglie.

--Sei amena con le tue domande; ma perchè ti interessi a queste cose?

--Perchè non le conosco, e perchè mi pare che il tuo passato, così

differente dal mio, ci tenga lontani. Forse è quello che io ignoro che

mi impedisce di essere per te la donna ideale...

--Non divaghiamo--interruppe Alberto.--Tu sei per me la donna che

cercavo, ti voglio bene, mi vuoi bene e basta.

Marta crollava il capo, sospirando, poco convinta.

--Abbi pazienza--disse ancora, tornando all'attacco con una tenacità

tranquilla, ma decisa--vi sono proprio alcune cose che io non arrivo a

capire. Dimmi almeno questo. Quelle donne, le amavi?

--Ma che! È un assurdo solamente il pensarlo.

--E allora...

Si fermò cercando la parola inutilmente e ripetè arrossendo:

--Allora... come potevi?

--Che diavolo!--esclamò Alberto gettando via il tovagliuolo.--Fa

bisogno di amare per questo?

Marta rimase impietrita, nè per quel giorno disse altro, ingolfandosi

sempre più nelle sue astrazioni, concentrando tutta sè stessa verso

quell'ignoto che sempre le sfuggiva, chiedendosi angosciosamente: Ma

che cos'è dunque l'amore?

Dopo suo marito e la signora Merelli, il dottorone era quegli che

offriva maggior pascolo alla sua smania di sapere.

Egli veniva quasi tutti i giorni a trovarla, ora montato sul trespolo

della poesia, ora diguazzando nella prosa grossolana, ma originale

sempre nelle sue opinioni; misto curioso del suo carattere che trovava

un perfetto riscontro nella faccia dai lineamenti volgari, sensuali,

tagliata a mezzo da un naso carnoso, sul quale gli occhiali avevano

lasciato il solco, e illuminata in alto da una fronte larga, dove gli

occhi brillavano con tutto il fuoco dell'intelligenza.

--Per le donne oneste--egli aveva detto una volta, prendendo vivamente

il braccio di Marta sotto il suo--l'amore non può essere che un dovere

o un peccato; un contratto stipulato, firmato, reso sacramento, reso

dovere civile, eguagliato all'estrema unzione ed alla vendita di un

podere; oppure uno strappo alle convenienze, alle leggi, alla

religione, all'onore... Nel primo caso l'uomo furbo lo idealizza. Egli

dice alle sue vittime: «Siete la gioia del focolare domestico, le

depositarie del nome e dell'avvenire nostro, le regine della nostra

casa; siete la pace, siete la sicurezza.» Potrebbe soggiungere: Siete

il minor male che noi scegliamo dopo d'aver conosciuti tutti gli

altri, siete la panacea delle nostre infermità, il letto di riposo

dopo il letto di campo, la sinecura dei nostri vecchi giorni. Per

cambio della vostra gioventù, del vostro candore, dell'ideale di tutta

la vostra vita, noi che non abbiamo più nè giovinezza, nè candore, nè

ideali, vi offriamo una cosa così comune, così facile, una cosa che

trovereste sul canto d'ogni via, se noi non ce ne fossimo fatto un

esclusivo monopolio, crescendola di valore col negarvene la libertà,

sostituendo il decoro, il pudore, la virtù umana alle divine leggi

della natura. E fin da bambine, all'età degli zuccherini, vi si fa

balenare davanti agli occhi quest'altro zuccherino, ammonendovi «se ve

lo meriterete con la docilità, la modestia, la pazienza,

l'abnegazione...»

Marta rideva, ma quando il dottore era partito meditava le di lui

sfuriate filosofiche e una lieve tristezza, che non era ancora

scetticismo, ma che gli scalzava la fede, si deponeva nell'animo suo.

Tutta sbigottita udiva una voce interna che diceva: Costui l'hai tu

scelto in mezzo alla folla, od è piuttosto quello che ti presentarono,

il solo che hanno potuto pigliare e che tu, perchè buona e docile,

perchè aspettavi da tanto tempo, ti persuadi essere veracemente colui

che deve formare la tua felicità?

Si disperava allora, correndo inquieta per la casa, urtando sempre

nella freddezza dolce di Alberto che non comprendeva nulla di queste

agitazioni, che le compativa però, suscitando così mille rimorsi nella

coscienza di Marta; per cui ella si gettava di nuovo fra le braccia di

suo marito singhiozzando.

Un desiderio, nato fin dal primo giorno del suo arrivo, le ero rimasto

insodisfatto e cresceva ogni giorno più. Ella avrebbe voluto vedere

quei due sposi modello, quei Gavazzali che si erano feriti per bere il

sangue l'un dall'altro. Non uscivano mai in paese; qualche sera, sul

tardi, nei viali deserti della campagna, due ombre apparivano da

lontano e si perdevano nel folto degli alberi.

La signora Merelli, che nemmeno lei aveva mai visto la coppia

singolare, propose a Marta di andare assieme a fare una questua per

gli asili infantili. Si posero subito d'accordo, e sui primi di

giugno, durante un caldo pomeriggio che metteva nell'aria una gaiezza

festosa, bussarono alla porta dei signori Gavazzini.

Una domestica dall'aspetto e dall'accento forestiero, dopo qualche

minuto di esitazione introdusse le visitatrici in un salotto molto

elegante. E aspettarono.

Aspettarono un buon quarto d'ora, avendo così tutto il tempo di

osservare l'arredamento nuovo e corretto, le poltrone che non

sembravano tocche, le piramidi di album lucenti nei loro fregi e nei

tagli dorati. Non un fiore, non un ricamo o un libro dimenticato, non

uno sgabello fuori di posto; niente del benessere comodo e lieto che

Marta aveva a casa sua; niente pure del disordine pieno di vita che,

in casa Merelli, quattro bambini pieni di salute si incaricavano di

mantenere costante.

Un fanciulletto di quattro anni, biondo, esile, con una faccina

anemica, fu il primo a mostrarsi. La signora Merelli volle

accarezzarlo, ma egli si ritrasse in silenzio contro lo stipite

dell'uscio.

E passarono altri dieci minuti.

Venne poi il signor Gavazzini, nascondendo, sotto un fare cerimonioso,

l'alterazione dei lineamenti, eccitati come dopo un alterco.

--Prego queste signore di scusarmi, e di scusare mia moglie; è un po'

indisposta...

Nello stesso momento una signora alta, molto esile, con la stessa

faccia anemica del bimbo, irruppe nel salotto; aveva un abito celeste

e i capelli sciolti per metà sulle spalle in una acconciatura

melodrammatica. Senza nemmeno guardare le due visitatrici, si rivolse

bruscamente a Gavazzini.

--Sapete bene che ho proibito a mio figlio di entrare nel salotto.

La confusione di Gavazzini divenne contagiosa; anche Marta e la

signora Merelli ne furono sorprese. Egli, con accento breve ed

imperioso, usando parimenti il pronome della seconda persona, rispose

che il bimbo era venuto in salotto da sè; poi, volgendosi alle

signore, balbettò:

--Mia moglie... scusino... era... è indisposta. Ha voluto presentarsi

egualmente.

La signora Gavazzini, in piedi, gualciva nervosamente i nastri del suo

abito, mentre il bambino guardava ora lei, ora il padre, con due occhi

malinconici.

Quando la signora Merelli espose timidamente lo scopo della visita,

Gavazzini mise mano al portafogli e con perfetta cortesia le consegnò

venti lire, guardando Marta con insistenza, tanto che ella sentì il

suo facile rossore di sposina salirle subito alle guance.

--Mia cara--disse poi volgendosi alla moglie con ricuperato sangue

freddo--ecco due buone e cortesi signore a cui potreste rendere sì

bella visita. Che ne dite?

--Non si fanno visite, quando si vive in un chiostro come vivo io da

cinque anni.

La voce aspra della signora Gavazzini echeggiava ancora nel salotto,

che già le visitatrici avevano preso commiato, seguite da Gavazzini,

il quale le volle accompagnare fin sulla porta, giustificando il

contegno della moglie con la scusa di crisi nervosa. Sì dicendo faceva

gli occhi teneri a Marta, tastandole il palmo della mano.

Marta uscì di là scandalizzata, incapace di parlare.

La signora Merelli, calma, domandò come le era parso quel nido di

tortorelle, e, nella sua rassegnata conoscenza degli uomini, aggiunse

che non vi era punto da stupire, che succede così spesso, spesso,

assai più di quanto si creda.

--Che cosa le dissi una volta? Follie della luna di miele! Non durano.

--E quando--chiese Marta con la voce che le tremava un po'--la luna di

miele non ha follie?

La signora Merelli riflettè un istante, crollò il capo e rispose con

lentezza:

--Chi sa! Forse è meglio.

*

* *

Toniolo prendeva il fresco sulla soglia della sua farmacia, coi

pollici nei taschini del panciotto, seguendo con occhiate lunghe e

profonde tutte le donne che passavano; occhiate che non gli costavano

nessuno sforzo, che erano naturali ai suoi occhi ben tagliati, dal

colorito intenso, che facevano supporre tutto un fondo di pensieri ed

avevano procurato alle sue attrattive di borghese sentimentale, un

discreto numero di simpatie femminili.

Stando così sulla soglia del negozio, assolutamente freddo, non

pensando a nulla, mostrando solo la faccia pallida illuminata dallo

sguardo, Toniolo aveva fatto fantasticare molte fanciulle del paese

che, da quando egli rimase vedovo, avevano sentito più che mai il

bisogno di prendere frequentemente della magnesia o del bicarbonato di

soda; egli, enigmatico come un cofano vuoto chiuso a chiave, non aveva

scoraggiata nessuna, vendendo a tutte la sua merce con la stessa

fisionomia romantica ed incompresa, mostrando, nell'accartocciare

gl'involti, le sue mani morbide, famigliari alle pomate, fini,

lunghette, ornate al dito mignolo da un piccolo brillante, ed il

sorriso vago di un uomo che insegue dei sogni.

Quando si era saputo che prendeva in moglie una ragazza del paese

vicino, la magnesia e il bicarbonato di soda divennero veramente

necessari a molte gastriti ed a languori di stomaco prodotti da

cruccio respresso; nè egli mostrò di accorgersene, manovrando con la

stessa dolcezza i barattoli e le spatole, prendendo il fresco ogni

sera sulla soglia della farmacia, guardando alternativamente le donne

e le stelle.

Alberto Oriani passò tenendosi a braccio sua moglie.

--Che miracolo!--disse Toniolo.

Si fermarono. Erano andati a vedere dei vasi di fiori che il dottorone

voleva regalare a Marta, Si parlò un momento di fiori, tutti e tre in

piedi sulla soglia; poi del tempo che voleva rannuvolarsi, infine:

--Vuol entrare?--chiese Tomolo a Marta, con molta gentilezza, e

soggiunse per incoraggiarla:--Le mostrerò la camera che sto allestendo

per la sposa; mi darà dei consigli.

Marta vide sulla faccia di suo marito la stessa gioia di quando, in

carrozzella, aveva scorti i suoi amici. Decisamente, pensò, egli li

ama molto. Un'altra idea stava per svolgersi nella sua mente, questa:

e si trova in loro compagnia meglio che... ma non volle terminarla.

Salì svelta il gradino della farmacia, seguita dai due uomini.

--Manca molto a questo matrimonio?--domandò Alberto intanto che

attraversavano il tinello.

--Sarà verso la fine d'autunno.

--Fa' vedere a Marta la fotografia della tua fidanzata.

Toniolo pose la mano nella tasca interna dell'abito, poi in quella

esterna, mormorando:

--È singolare, dove diavolo l'avrò cacciata?

--L'avrai lasciata sotto il guanciale, stanotte--disse Alberto

ridendo.

Marta guardò con interesse gli occhi di velluto di Toniolo,

accogliendo la supposizione che egli dormisse coll'immagine della

donna amata: ma Toniolo indicò subito con la mano la fotografia,

appoggiata sul caminetto, contro la pendola.

--Le assomiglia?--chiese Marta.

--Mi pare di sì.

Era una giovanotta rubizza, dalle forme pronunciate e dalla faccia

ingenua. Marta voleva domandare ancora: L'ama molto? ma non osò.

--E che dirà Giuditta?--esclamò Alberto, battendo sulla spalla

dell'amico.

--Oh quella si consolerà di me, come si è consolata di te...

Marta fremette, intanto che i due uomini scambiavano un'occhiata di

intelligenza. Toniolo soggiunse:

--Il successore c'è già; fa il suo tirocinio in questi ultimi mesi,

sai, io non sono geloso, e Giuditta trova che due valgon meglio che

uno, ma io l'ho già avvertita che il mio abbonamento scade alla fine

d'autunno e che non lo rinnoverò più. Non voglio impicci.

--Fai bene--disse Alberto con convinzione.

Entrarono nella camera dov'era già il letto di noce, i comodini e i

cassettoni.

--Sono quelli che avevo, li ho fatti rilustrare e mettere a nuovo; ma

le sedie e le tappezzerie le voglio rifare di pianta. Che ne direbbe

di un bel giallo?

La domanda era rivolta a Marta.

--È forse un po' fuori di moda e facile a macchiarsi...

--Avevo pensato all'azzurro, ma scolorisce col sole, coll'aria, con la

polvere, scolorisce anche al buio.

--Se prendesse una stoffa mista, a righe od a fiori?

Toniolo rifletteva, coi begli occhi abbassati, fissi sulla commessura

di due mattoni.

Marta intanto guardava il letto, dove aveva dormito la prima moglie,

dove la seconda avrebbe raccolto i baci ancora tiepidi avanzati a

Giuditta, e le danzavano davanti le parole «come si è consolata di

te.» Anche Alberto dunque? Anche lui?

I due amici si erano affacciati alla finestra; le loro teste, nella

luce crepuscolare, apparivano giovani, quasi somiglianti. Alberto più

colorito, più florido, ma egualmente dolce e simpatico all'aspetto.

Ridevano. Su quelle bocche i baci di Giuditta erano volati, senza

rivalità, stringendo anzi i loro vincoli, mettendo fra loro una cosa

comune, imparentandoli. Potevano pensare entrambi, nello stesso tempo,

allo stesso oggetto: le spalle o le braccia di Giuditta; intendersi

senza parlare, a gesti.

Il suo Alberto! Perchè suo? suo e di tutti. Quelle mani lì non avevano

abbracciata, stretta, accarezzata Giuditta? e quante altre! Ora lo

sapeva; e questa Giuditta era in paese. Quando lei passava al braccio

di suo marito, Giuditta poteva vederla, scrutarne il volto e

sorprendere i segreti della loro intimità. Avrebbe detto fra se

stessa: Ecco Alberto, ha la faccia de' suoi giorni buoni: oppure: non

ha la faccia de' suoi giorni buoni.

--Me le danno, sai, le trentamila lire?--diceva Toniolo affacciato

alla finestra.--Se non me le davano, lasciavo a loro anche la ragazza;

non ch'io sia interessato, ma quello che ci vuole ci vuole, e poichè

faccio questo sacrificio di mettermi la catena al collo per la seconda

volta, qualche compenso è giusto.

Si voltò, dando le spalle alla luce, così interessante nel suo pallore

di giovanotto linfatico, che Marta non riuscì a mettere insieme quelle

parole con quel volto, e stavolta la domanda, repressa prima, le

sfuggì:

--È molto innamorato della sua sposa?

--Oh! innamorato...--fece Toniolo, sul cui volto passarono

repentinamente la stanchezza e la vanità delle numerose conquiste--non

è poi necessario.

--Per lei, forse--interruppe Marta, meravigliandosi ella stessa del

suo ardire.

--Vedi--disse Alberto in tono conciliante--mia moglie si immagina che

quando un uomo sta per ricevere il settimo sacramento debba prepararsi

con mortificazioni, estasi, preghiere, ritiro dal mondo, astinenze...

--Già, già---esclamò il farmacista ridendo--sono tutte eguali. Non per

offenderla, sa? Le chiedo scusa, non per offenderla, ma anche la mia

fidanzata mi domanda sempre se l'amo, se amo lei sola, se l'amerò

sempre...

--E non è naturale?--disse Marta con fuoco.

Rispose Alberto:

--Tanto naturale che non occorre domandarlo.

Marta conosceva oramai quell'accento reciso, quella specie di muraglia

che suo marito innalzava quando il discorso non era di suo genio.

Sentì pure la sua debolezza, la sua solitudine in mezzo a quei due

alleati naturali, e allora più che mai vide la intimità di Alberto co'

suoi amici, quella grande porzione di vita da cui era esclusa, lei,

che aveva creduto, sposandolo, di fondere due vile. Un abisso la

separava dall'uomo a cui s'era data, che le era straniero, che non

aveva lo stesso sangue, nè gli stessi pensieri, nè la stessa anima,

che aveva vissuto trent'anni senza di lei, ch'ella non aveva mai visto

piangere, che trovava inutile dirle: ti amo... e un bisogno

irresistibile l'assalse, il bisogno di gettarsi nelle braccia di sua

madre.

I due amici erano usciti dalla camera, avviandosi giù per la scaletta

nel tinello.

--Badi che c'è un chiodo accanto all'uscio disse Toniolo--gentilmente

--l'avverto per l'abito.

Sul tavolino, nel tinello, giaceva ancora il ritratto della sposa.

Marta lo guardò a lungo, con una malinconica simpatia, e non riuscendo

a vincere la tenerezza di cui il suo cuore traboccava, si accostò ad

Alberto e gli strinse furtivamente la mano.

--Sì, sì--fece egli col tono di chi vuole acchetare un bambino

riottoso.

In quella entrarono Merelli e il dottorone.

--Che bell'incontro!

Il volto di Alberto raggiò:

--Nido di tortore!--esclamò il dottore.--Fortunato mortale cui è dato

abbellire la propria casa con la presenza di una donna! oh la donna!

Tu che con ali d'angelo

Scendi alla nostra vita

E dentro gli occhi hai lacrime

E rose infra le dita...

Marta osservò, meravigliatissima, che gli occhi del dottore avevano i

lucciconi.

Il farmacista accese la lucerna e fece sedere i suoi ospiti intorno al

tavolino.

--Bel tempo--disse Merelli--il grano turco cresce a vista, l'uva è una

meraviglia.

Soggiunse il dottore:

--Ho comperato oggi una razza di tacchini stiriani, i più belli che si

possano vedere, di quelli che appaiono sulle tavole dei principi con

la denominazione: _dinde truffée_. Le femmine però io le preferisco

lessate, con guarnizione di maccheroni al sugo.

--Che sigari cattivi!--disse Alberto tentando di accendere un

Sella--non si può più fumare.

Toniolo si alzò, andò a prendere una cassettina, e, dopo averne

chiesto il permesso alla signora, offerse dei virginia.

--Non ti annoi troppo, nevvero?

Così chiese sotto voce Alberto a sua moglie; ella che sapeva con

quanto piacere Alberto stesse con gli amici, rispose:

--Niente affatto.

Ma fra sè pensava: Casa nostra è molto più comoda, più elegante, non

ci manca nulla; io lo adorerei, vorrei spiegare per lui solo la mia

bellezza, il mio ingegno; so parlare anch'io, non sono una sciocca,

ma, a quanto pare, Toniolo, Merelli e gli altri valgono più di me. Io

però ho lasciato per lui mia madre, le mie amiche, tutto; e mi

basterebbe lui!...

--La signora è pensierosa?--chiese il dottorone chinandosi sulla sedia

di Marta, presentandole la sua faccia larga e sensuale, dove la parte

psichica si era tutta rifugiata nelle pupille.

Marta scosse il capo, e dopo una pausa chiese a sua volta:

--Perchè non ha preso moglie lei?

--Per umiltà, non credendomi degno.

--La ragione è speciosa.

--Dica vera. Come faccio ad essere sicuro che la donna che scelgo sarà

felice con me?

--Ma se è buona, se è virtuosa, se ha dei principii...

--Ecco tante belle cose che non hanno nulla a vedere con la felicità.

--Se si amano...

--Altra incognita. Le ho già detto, mi pare, che per le donne oneste

l'amore non può essere che un dovere o una colpa. Allevate nell'idea

fissa del matrimonio, il quale, con la morale odierna è la sola porta

d'uscita che esse hanno, non conoscendo l'amore nè l'uomo, ognuna

accetta quel marito che il caso, gl'interessi, la mamma o gli amici le

pongono davanti; è un _lotto_, una _roulette_, bazza a chi tocca, e

chi le piglia se le tiene.

--Oh!--fece Marta.

--La donna non è sempre vittima,--continuò il dottorone

animandosi--ella si vendica, come può, quando può. Ella risponde alla

mostruosa ingiustizia dell'amore civile coi suoi milioni di isteriche,

coi suoi miliardi di adultere. Colpita, colpisce; ingannata, inganna;

niente di più logico, Lei vede, cara signora, che rendo piena

giustizia al suo sesso, ma siccome non mi riconosco la forza di

legislatore, nè di apostolo...

Alberto, dall'altro lato del tavolino, gridò a sua moglie:

--Se dai ascolto a quel chiacchierone, ne esci intontita.

--Permetti, Alberto, io difendevo la causa della donna.

--Causa sballata--vociò Merelli facendo scricchiolare la sedia su cui

stava seduto.--Le donne sono tutte furbone, che pelano la gallina

senza farla gridare.

L'indomani · 第 2 / 8 段