Egli disse: cara. Non era una dolce parola? Perchè Marta non

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_corsivo_ __grassetto__ =maiuscoletto=

_Neera_

L'INDOMANI

PRIMA EDIZIONE

MILANO

LIBRERIA EDITRICE GALLI

DI

CHIESA & GUINDANI

=Lipsia= e =Vienna=, F. A. Brockhaus--=Berlino= A. Asher e C.

=Parigi=, Veuve Boyveau--=Napoli= Ernesto Alfossi.

1889

L'INDOMANI

DELLA MEDESIMA AUTRICE

=Vecchie catene= L. 2--

=Novelle gaie= » 3--

=Il castigo= » 3--

=Un nido= (terza edizione) » 2--

=Iride= (nuove novelle) » 4--

=La freccia del parto= » 2 50

=Un romanzo= » 3--

=La Regaldina= » 2--

=Addio= (quarta edizione) » 2--

=Teresa= (quarta edizione) » 2--

=Lydia= (secondo migliaio) » 4--

=Il marito dell'amica= (seconda ediz.) » 3--

(Diritti di traduzione riservati).

_Neera_

L'INDOMANI

PRIMA EDIZIONE

MILANO

LIBRERIA EDITRICE GALLI

DI

CHIESA & GUINDANI

=Lipsia= e =Vienna=, F.A. Brockhaus--=Berlino=, A. Asher e C.

=Parigi=, Veuve Boyveau--=Napoli=, Ernesto Anfossi

1889

_Proprietà letteraria._

Milano. Tip. Lombardi.

_Ho pensato che qualche persona potrebbe arricciare il naso davanti a

questo_ indomani, _vocabolo non accettato da tutti; e qualche critico,

come succede a volte, concentrare tutto il suo acume sul frontispizio,

defraudando l'opera di quell'esame intelligente che è il miglior

premio cui aspiri lo scrittore._

_Cambiare_ l'indomani _con_ il domani _non era cosa difficile, se a

quel primo vocabolo, sortomi spontaneamente nel cervello col concetto

stesso dell'opera, io non ci avessi tenuto con una specie di simpatia

superstiziosa; oltre che mi sembra più snello, più vivo, più efficace,

più preciso._

_Decisi però di chiedere un consiglio, anzi ne chiesi parecchi, col

risultato di allargare la cerchia dei dubbi; perchè i partigiani del_

domani _e dell'_indomani _si moltiplicarono senza fondersi._

_Avevo, è vero, Manzoni dalla mia, per il fatto che nei_ Promessi

sposi _si trova_ l'indomani, _e con tale alleato mi potevo mettere in

guerra; ma volli ancora sentire il parere di un dotto giovane, valente

e noto poeta, che da Roma manda in giro tratto tratto versi squisiti

di pensieri e di forma; ed ecco la risposta:_

«L'indomani _ha avuto molti accusatori tra i quali Fanfani, e molti

difensori tra i quali Nannucci e Gherardini. Ne fece uso anche qualche

scrittore autorevole. Io penso che, mentre_ il domani _esprime meglio

un giorno determinato,_ l'indomani _esprime meglio un tempo

continuato; non è più il preciso avverbio, ma un vero sostantivo. La

preposizione_ in _gli dà questo senso, nè so vedere, essendone

l'etimologia puramente classica, perchè lo si dovrebbe bandire,

costringendo la parola_ domani _a significare un concetto che invece

ha la sua propria espressione nella parola_ l'indomani.»

*

* *

Nello schiudersi delle palpebre gli occhi di Marta, per abitudine,

cercarono la nota cameretta; ma prima ancora che le pareti, i mobili e

l'ampio letto la facessero avvertita del cambiamento, il cuore le

sussultò. Ella era sposa.

Guardò subito suo marito. Alberto dormiva, coi lineamenti calmi, le

guancie soffuse di un roseo colorito, così infantilmente placido e

sereno che la barba sembrava uno scherzo intorno al suo volto. Marta

lo guardò a lungo, intensamente, vedendo sfuggire in quel sonno

ostinato una delle sue più antiche fantasie d'amore, ma pur lieta di

vegliare e quasi di proteggere quel sonno, presa da una tenerezza

materna nella quale fondevasi la malinconia di un pensiero occulto.

Certo ella non poteva rimproverare a suo marito di non essersi

svegliato prima di lei; fors'anche era meglio così; sì, sì meglio. Un

altro ordine di idee la incalzò vivamente, facendola scivolare giù dal

letto con una sollecitudine che somigliava ad una fuga.

E intanto che si vestiva, adagio, nella penombra della camera,

prendeva intiero possesso della sua posizione di donna maritata,

guardando l'anello d'oro che le scintillava alla mano sinistra, avendo

paura di perderlo nell'infilare le maniche e studiando il problema se

dovesse toglierselo o no prima di lavarsi. Perchè ella voleva poi

continuare tutta la vita quello che avrebbe fatto il primo giorno; era

amica dell'ordine e del sistema; voleva essere una buona donnina come

la sua mamma e come tanti modelli di spose letti nei romanzi inglesi.

Il sogno della sua ardente giovinezza si era avverato a puntino; un

uomo giovane, simpatico, onesto, l'aveva chiesta in moglie, le aveva

dato il suo nome, la conduceva con sè; l'amava dunque. Era l'amore

ideale, vero, indistruttibile--_forte come la morte_.--La grandiosità

del paragone biblico la commosse; sentì uno slancio di profonda

riconoscenza per Alberto, che le dava tutto ciò e chinatasi lieve

lieve depose un bacio tenerissimo sulla mano che suo marito teneva

allungata fuori della rimboccatura.

Era però strano ch'ella si trovasse chiusa nella stessa camera con un

uomo che due mesi prima non conosceva neppure; che fino alla settimana

scorsa non le aveva dato del tu; ch'ella aveva sempre visto in circolo

con la mamma, coi parenti; del quale non sapeva il passato, e ne

ignorava i gusti, le abitudini, gli affetti, le ripugnanze. Ella che

era stata allevata nell'idea intangibile del pudore femminino, che non

avrebbe mostrato le spalle ad un fratello, ad un zio, aveva pur

dormito con quest'uomo!

Era giusto, legale, approvato dal codice e dalla religione; approvato

da lei stessa poichè aveva detto di sì, poichè Alberto le piaceva,

poichè aspettava da lui l'amore.

Aspettava! ma intanto si sentiva stordita, come uno che va a tentoni

con gli occhi bendati, urtando contro oggetti nuovi e indefiniti,

udendo la voce dei compagni che gli gridano: avanti, niente paura!

Quando le avevano presentato Alberto, Marta che aveva ventitrè anni,

che era intelligente e seria, comprese subito alle ansie della mamma,

allo sguardo scrutatore di lui, che si stava per compiere il grande

atto della sua vita.

Quello che non sapeva è che il suo destino veniva messo a partito da

parecchi mesi fra cinque o sei candidati scelti e vagliati dalle

amiche della mamma, per cui fu successivamente sul punto di diventare

la signora De-Martini, con un vedovo, capitano, nobile, uomo d'ordine,

discretamente provveduto; oppure la signora Valdranchi, sposando

Valdranchi, lo scultore di grido, che non aveva un soldo, ma

guadagnava assai, simpatico giovinotto a cui fioccavano le avventure

galanti. Si era contemporaneamente preso in considerazione Anselmo

Bianchi, negoziante di grani, un po' alla buona, piacente tuttavia e

ricco. Tre individualità assolutamente opposte, ma che, presentandosi

in forma di marito, offrivano le stesse garanzie di felicità per la

sposina, a detta delle amiche.

De-Martini, alto, sottile, biondo, un po' calvo, pieno di distinzione,

tranquillo, educatissimo, doveva piacere a Marta. Valdranchi, piccolo,

vivo, abituato alle compagnie equivoche, ma col fuoco del genio negli

occhi, irrequieto, simpatico, doveva pur piacere a Marta; e non vi era

nessuna ragione perchè non potesse piacerle Anselmo Bianchi quantunque

non più sul fiore degli anni, sano tuttavia, con una villa quasi

principesca, provveduta di una serra immensa, dove Marta avrebbe

potuto soddisfare la sua passione per i fiori. Di questo paragrafo fu

preso nota con molto interesse nel crocchio delle amiche.

Intanto che si discutevano le probabilità di tali matrimoni, che si

era già invitato a pranzo De-Martini, e che si era fatto parlare al

signor Bianchi della somma ventura per lui riposta in una brava

moglie; quando si stava persuadendo Marta che i capi scarichi sul

genere del Valdranchi diventano, alla lunga, i migliori mariti, capitò

Alberto Oriani. Guarda--osservò una cugina--che bella combinazione,

Oriani! E Marta è Oldofredi; non cambierebbe nemmeno le iniziali. Su

questa felice scoperta si incominciarono le trattative.

Alberto Oriani non era nuovo del tutto per la famiglia Oldofredi; la

mamma lo aveva conosciuto dieci anni prima; e poi a scuola, una Oriani

faceva lo stesso corso con lei, oh! si rammentava benissimo; una

morettina dagli occhi fulminei.

Alberto viveva in campagna, sorvegliando un suo podere; solo, agiato,

galantuomo, trentasette anni, la stanchezza del celibato, il desiderio

chiaramente espresso di prender moglie per finirla con la vitaccia di

scapolo. La mamma, i parenti, le amiche si guardarono in faccia e

gridarono: È lui!

Come poi Marta lo vide, parve il caso. Dopo aver passato tutta una

sera a teatro, avente al proprio fianco un giovanotto bruno, amabile,

con una vaniglia all'occhiello che odorava deliziosamente; dopo

essersi accordati sul merito della commedia e sugli abiti della prima

attrice, creando così una specie di simpatica intesa, di accordo

morale, Marta non ebbe nessuna ripugnanza a rivederlo, due giorni

dopo, uscendo dalla messa, e altri due giorni ancora accolto in casa,

da amico.

Quando fu il momento di decidersi, ognuno le fece osservare, ed

osservò ella stessa per quel po' d'esperienza che aveva, la singolare

fortuna sua nella media generale delle fanciulle; molte fra le quali

si maritano tardi, spoetizzate e già avvizzite; altre non si maritano

affatto; chi deve accontentarsi di un vecchio, chi di un vedovo, chi

di uno un po' corto a cervello, chi di uno spiantato o di un

balbuziente o di un mezzo tisico perchè--dicono le persone

assennate--tutto non si può avere.

Alberto aveva tutto o quasi, Marta dovette pur convenirne; e si

rallegrò seco stessa dalla buona ventura ed accettò con entusiasmo;

entusiasmo che non era precisamente per Alberto, ma per l'avvenire che

Alberto le avrebbe dato. Lo sapeva anche lei che così, subito, non

potevano amarsi; l'oggi non era che una preparazione; il domani solo

le avrebbe aperte le porte misteriose dell'amore.

A questo bene futuro Marta tendeva avidamente il cuore e le braccia,

in mezzo ai preparativi febbrili delle nozze; indifferente alla gioia

dei doni, toccando con mano distratta i ricami e le trine del corredo,

sorridendo lievemente agli auguri, non gustando, non afferrando quei

lembi, quelle particelle di felicità che le roteavano intorno, con gli

occhi fissi alla meta. Nè le gentilezze di Alberto, nè il bacio che,

presente la mamma, le imprimeva sulla mano e gli ultimi giorni sulla

guancia, la toccavano molto. Dopo--ella pensava--quando ci ameremo

davvero, quando saremo soli!

A quindici anni Marta aveva avuta la prima preoccupazione d'amore;

null'altro che un fremito, una lunga stretta di mano, uno sguardo che

la fece trasalire; e poi molte notti d'insonnia, molte ore di

tristezza, molte lagrime sparse in segreto; nessuna ebbrezza amorosa,

ma l'intuizione di tutte le ebbrezze. Ed era finito così.

Più tardi, in società, le era occorso di fissare a preferenza gli

occhi in certi dati occhi, di ballare volentieri con un giovane

piuttosto che con un altro; ma siccome ella non poteva andare incontro

a questi sprazzi d'amore, nè sollecitarli, nè abbandonarvisi, erano

passati otto anni, vuoti in apparenza e freddi.

Qualunque fossero stati i sogni, i desideri, le speranze, l'attesa

degli otto anni trascorsi, tutto doveva ora avere compimento. Nella

pienezza del suo sviluppo di donna, l'anima, i sensi, il pensiero

chiedevano la loro parte a Marta, che ripeteva trepidando: dopo! dopo!

L'altare, il municipio, la mamma che piangeva, la partenza dalla casa

paterna, ella vide tutto ciò ravvolto in una nube; una delle tante

nubi che avvicendandosi, sciogliendosi, riunendosi di nuovo sotto

forme ed aspetti differenti, le toglievano la percezione del vero, di

quell'unico punto essenziale dove ella figgeva gli occhi e che le

veniva sempre conteso. Non era mai stata sola con Alberto; quando si

trovavano insieme avevano una quantità di discorsi già preparati; il

tappezziere, la sarta, l'orefice, gli inviti, l'orario del viaggio.

Alberto correva avanti e indietro, affaccendato, con un fascio di

carte da controllare, da firmare; sempre sereno ed ilare.

È un angelo di bontà! esclamava la mamma. Marta lo guardava

intensamente, fino in fondo agli occhi, sì ch'egli diceva ridendo: Eh!

mi vuoi magnetizzare!

Finiranno questi trambusti, pensava Marta; egli sarà mio, tutto mio;

ancora due giorni, un giorno, un'ora....

Marta si vestiva adagio, in piedi nel corsello; allacciando a

malincuore il nastrino rosa della sua bella camicia da sposa,

fermandosi a guardare il fogliame dei trafori che spiccava in rilievo

sopra un fondo di piccole stelle.

Una delle sue preoccupazioni, prima di maritarsi, era stata quella di

dover mostrare le braccia ad Alberto, i suoi braccini esili di bimba

cresciuta presto. Fortuna, pensò, che non li ha nemmeno visti!

Strinse il busto, nuovo fiammante, punteggiato di seta bianca;

allacciò sui fianchi un amore di gonnellino tutto a balze ricamate

sopra un trasparente di flanella rosea--una gonnella pericolosa--aveva

detto la mamma. Perchè? Infilò le calze, gli stivaletti, l'abito; era

vestita.

Tornò a guardare Alberto e la riprese la commozione; una strana

commozione fatta di desiderio e di rimpianto, di tenerezza

ardentissima e di un freddo pauroso.--Oh! Alberto--mormorò con le mani

giunte--se io mi fossi sbagliata, se non dovessi comprenderti...

La serietà della sua educazione e del suo temperamento sorgeva

rigorosa in lei, inalberando il fantasma del dovere. Le pastoie

dell'immaginazione dovevano scomparire davanti al compito austero

della vita; assumeva ora una sacra missione, aveva in pugno la

felicità e l'onore di quell'uomo, gli doveva tutto l'affetto, tutta

l'ubbidienza, tutti i sacrifici. Si era sposata, era cosa sua.

Come avrebbe voluto fare qualche cosa di grande, di eroico, per

mostrare la sua forza di amore! Fuggire dal mondo, seppellirsi viva in

un deserto, rinunciare a tutto, ma coll'amore di Alberto, di quel bel

giovane che ella si struggeva d'amare, al quale chiedeva ancora con un

pauroso sgomento il responso della sua felicità.

Muta accanto al letto, sognava ebbrezze sconosciute, rapimenti

lontani, indefiniti, pur temendo di risvegliare Alberto, guatandolo

furtiva. Egli aveva un volto regolarissimo, il profilo nobile e puro;

una fossetta nel mento, la barba morbida e fluente, divisa alla

nazarena. I capelli vaporosi prendevano con la pressione del guanciale

cento forme, improvvisando riccioli fanciulleschi, circondando

capricciosamente l'orecchio di una delicatezza femminea.

Ma egli a che cosa pensava? Quali visioni gli attraversavano il sonno?

Aveva sempre dormito così su un fianco, con un braccio sotto la testa,

l'altro allungato? Così roseo, così calmo? Che cosa chiudeva la sfinge

di quel bel volto e quando mai ella potrebbe, penetrandogli

nell'anima, chiamarlo veramente suo?

Ella avrebbe tanto volontieri squarciata la sua mente e il suo cuore

davanti a lui, per mostrargli che ne era compresa; per un bisogno

irresistibile di fusione, che l'avvicinamento materiale aveva irritato

senza soddisfare. No, non poteva essere sempre così e niente altro che

così! Marta si sentiva ancora delle bende sugli occhi, dei lacci alle

mani; andava ancora tentoni, non possedeva ancora l'amore, non aveva

ancora afferrato il vero.

Un movimento di Alberto la scosse, e con naturale senso di pudore non

volle essere scoperta a rimirarlo. Mosse verso la finestra da cui

penetrava il gaio sole di marzo; alzò le tendine che coprivano i vetri

e dette uno sguardo alla via; l'ignota via di quella città. Era un

vicolo che metteva direttamente al porto, affollato in quell'ora da

carretti, da facchini e da pescivendoli, i quali tutti vociferavano in

un dialetto che Marta non capiva. Dette uno sguardo alle finestre

dirimpetto, basse, prive di persiane, tutte munite di funi, sulle

quali svolazzavano, asciugando, le biancherie.

Questo aspetto di città, così differente dalla sua città nativa, la

interessò senza piacerle; sollevò gli occhi, e, attraverso una fuga

grigia e malinconica di tetti d'ardesia, lontano, nello splendore del

mattino, scorse la linea azzurra del mare, grandioso e fantastico

nella sua calma, con qualche cosa di sognato, di immateriale, di al di

là....

*

* *

La carrozzella, dopo di avere accolti i due viaggiatori, il baule, le

ombrelle e la piccola borsa di cuoio che Marta collocò con precauzione

accanto a sè, mosse per il viale verde.

Finalmente!--pensava Marta--tocco il porto entro nel mio nido.

Era pur stanca di città, di alberghi, di monumenti, di musei, di

pinacoteche. Le Veneri che aveva viste, trionfanti nella loro nudità

superba; le Lede voluttuose, le Diane innamorate, uno sciame di ninfe,

un Olimpo di dee, tutte parlanti al senso della donna, proclamando per

la via dell'arte l'impero della bellezza, le avevano lasciato uno

sconforto e insieme un desiderio, una grande disillusione ed una

curiosità più grande ancora.

--Dimmi--disse, stringendosi ad Alberto, poichè in quella carrozza che

le apparteneva, le sembrava già d'essere a casa loro--la prima volta

che mi hai vista, quella sera, in teatro, ti piacqui subito?

--Subito--rispose Alberto, levando un virginia dal suo elegante

portasigari.

--Ti piacque il mio volto?

--Sì.

--E la mia figura?

--Sì.

--E la voce?

--Tutto. Io dissi fra me: Ecco una brava mogliettina.

Marta rimase sopra pensiero.--Egli le chiese se stesse comoda, se

volesse uno scialle sui ginocchi, ed avendo ella accennato

negativamente col capo, accese il virginia sorridendo, preso dal

benessere di quella trottata.

--E dopo, tornando a casa, ci hai pensato?--mormorò Marta, col viso

sulla spalla di lui.

--A che cosa?

--Nulla, nulla, una sciocchezza.

Il paesaggio si allargava ad ogni svolto della strada, ampio, sereno,

intersecato da viottoli bianchi che si perdevano indefinitamente da

lungi, sotto l'ombrello delle robinie. Il terreno leggermente ondulato

univa la pianura ai monti, i quali si ripiegavano su di essa, al

confine, a guisa di una legatura che stringe la perla. In giro, fin

dove l'occhio scorreva, una pace di campi ubertosi, di radi e lindi

casolari, di mulini giranti sopra ruscelli dalle acque cristalline. Un

asinello sul bianco dei sentieri, una mucca nel verde dei prati e al

di sopra il cielo soleggiato.

Quante cose voleva chiedere Marta, guardando l'interno della carrozza

rimessa a nuovo in onor suo, con una bella stoffa di color turchino, i

sedili imbottiti di fresco, il tappeto a rose! I suoi occhi, girando

sul cocchiere campagnuolo che, a casa, doveva disimpegnare altre

funzioni, si arrestarono sul cavallo.

--Come si chiama? È bello nevvero? Io non ho mai posseduto cavalli e

non me ne intendo affatto.

--Anzitutto è una cavalla--rispose Alberto allegramente--si chiama

Bigetta, non vanta grandi bellezze, ma mi appartiene da quattro anni e

mi serve bene. Non è vero, Gerolamo?

Gerolamo, dal suo posto, schioccò la frusta, assentendo.

Marta pensò che lei, la moglie, era la straniera fra il padrone, il

servitore e la cavalla. Suo marito e Gerolamo potevano intendersi con

una occhiata sopra una quantità di avvenimenti a lei sconosciuti; e la

cavalla stessa, quante carezze non aveva avute da Alberto prima, assai

prima che ella lo conoscesse! Tutto un passato li divideva dunque,

mentre ella avrebbe voluto fondersi con lui, immedesimarsi, formare

una cosa sola. Che altro se non ciò doveva essere l'amore?

--C'è molto prima di arrivare?--chiese mortificata quasi di non

saperlo.

--Tre chilometri circa li abbiamo fatti, ne restano cinque. Fra

mezz'ora saremo a casa. L'Appollonia ci aspetterà.

Almeno ella sapeva che Appollonia era la serva. Ne avevano già

parlato; suo marito gliel'aveva dipinta come una buona campagnuola

affezionata e fedele. Ma in quel momento volle sapere se l'Appollonia

era bella e lo domandò a voce alta; al che Alberto rispose con uno

scroscio di risa, a cui fece eco una specie di singhiozzo giulivo da

parte di Gerolamo, così che Marta stessa si pose a ridere

infantilmente, con molto piacere di suo marito, il quale amava le

persone di buon umore.

--Vedrai--soggiunse Alberto a sua moglie, toccandole la spalla da buon

camerata--anderai subito d'accordo con tutti, brava gente, ottima

gente. Il dottorone già, curioso, vorrà vederti per il primo.

--C'è un dottore curioso?

--Curioso proprio no, ma in questo caso sarà curioso, perchè mi

conosce da bambino e mi ha già avvertito che vuoi farti la corte. Te

ne intendi tu di poesia? E di cucina? Se hai sulle dita questi due

argomenti, il dottore è tuo.

--E con gli ammalati parla di poesia?

--Egli non fa visite a nessun ammalato; non s'intende nemmeno del

polso. Deve aver studiato medicina trent'anni fa, e per questo lo

chiamano dottore; ma poi ha fatto un po' di tutto, il signore, il

poeta, il cospiratore, il gaudente, il soldato, tutto fuorchè il

medico. È un originale, un essere squilibrato. A volte parla troppo, a

volte tace dei giorni intieri. Ma se hai da insegnargli qualche piatto

ghiotto, parlerà.

Intanto che Alberto schizzava il profilo del suo amico, Marta, che in

venti o venticinque giorni di matrimonio non si era ancora saziata di

guardarlo, seguiva i movimenti della sua bocca, de' suoi occhi, la

pozzetta graziosissima che il sorriso scavava nella sua guancia

sinistra. Mirava ad uno ad uno i peli dei suoi baffi e l'arricciatura

morbida della barba nella quale egli faceva spesso passare la mano,

seguendo quella mano, attaccandosi a lui per tutti i sensi, sentendosi

sempre troppo lontana. A poco a poco gli si era accostata, muta,

ansando lievemente col petto. Alberto allora si ritirò nell'angolo

della carrozza, gentilmente, per farle posto.

--Passa il signor Merelli--disse Gerolamo senza voltarsi, con la sua

voce da ventriloquo.

Ma Alberto l'udì. Si sporse vivamente fuori della carrozza

sbracciandosi verso due individui che costeggiavano la strada maestra.

I due si levarono il cappello.

--Salite?

--No, grazie. Ben arrivato.

Nuovo saluto alla signora.

--Nessuna novità?

--Nessuna.

--A rivederci.

Terzo saluto.

--Ah! cari--esclamò Alberto abbandonandosi sui cuscini della

vettura--quel capo ameno di Merelli, quel simpaticone di un

farmacista!

Tanto per dire qualche cosa, per interessarsi anche lei a quello che

interessava suo marito, Marta chiese:

--Sono tuoi amici?

--Merelli sì, Merelli fin dal ginnasio; abbiamo fatto la quarta e la

quinta insieme. Fu lui che il giorno onomastico del professore... Ah!

ma tu non sai, non sai, che bel matto!

--E l'altro?

--L'altro è il farmacista, Toniolo: quello che mi diceva sempre:

prendi moglie, alla nostra età è ancora il meglio che si possa fare.

Il piacere di aver riveduto i suoi amici, di riprendere le antiche

abitudini, coloriva il volto di Alberto e faceva luccicare i suoi

occhi piccoli e buoni. Egli si fregava i ginocchi colle mani,

guardando la coda della cavalla.

Marta si rimproverava di non partecipare a quella gioia, di provare

invece una impressione di tristezza, quasi d'invidia. Le venne in

mente sua madre, sua madre ch'ella aveva un poco dimenticata durante

il viaggio, e che da piccina le diceva e da grande le ripeteva: «Marta

sei troppo impressionabile, troppo esclusiva, senti troppo, pensi

troppo. Ciò non conduce alla felicità.» Parole che ella aveva ritenute

come un'aria da organetto e che ora le tornavano alla mente, ma più

chiare, della chiarezza improvvisa di un lume che s'accende. Volendo

vincersi, volendo uscire da quell'esclusivismo che, a detta di sua

madre, non l'avrebbe resa felice, guardò intorno la bella campagna,

gli alberi, le siepi entro cui svolazzavano le farfalle.

--Ti piacciono questi luoghi? domandò Alberto.

--Sì, molto.

--Io non posso vedermi altrove. In città sto bene otto giorni, poi

sento la nostalgia de' miei campi.

--A me pare che starei bene dovunque con te.

--Cara!

Egli disse: cara. Non era una dolce parola? Perchè Marta non esultò?

Perchè rimase fredda in apparenza e muta? Ella ascoltava ancora,

ripercosso nell'aria e nel suo orecchio, il suono uguale, identico a

quello di un momento prima, quando aveva detto: cari! E le pareva una

stonatura, una nota falsa che alterasse il valore della parola. Si

chinò verso di lui, con la bocca contro il suo collo, mormorandogli

nel folto dei capelli: Caro! caro! caro!

Egli la respinse vivamente, indicando Gerolamo. Marta alzò le spalle.

Sarebbe stato così bello baciarsi, lì, sotto il cielo fulgido, intanto

che la carrozzella correva! Chi li avrebbe visti? E quand'anche! Tornò

a guardare la strada che fuggiva, guardò gli alberi; dal cortile di un

cascinale saliva acuto nell'aria il chiocciare di alcune galline. I

mandorli fioriti allargavano le braccia, i boccioli dei peschi

punteggiavano, nella freschezza rosea di labbra dischiuse, i loro

ramoscelli privi ancora di foglie; e delle goccie sparse, rugiada,

gomma, lacrime misteriose della natura, luccicavano sopra il verde

tenero, frammiste ai fili d'argento che gli aracnidi sospendevano da

ramo a ramo.

Il cuore di Marta si gonfiava, pieno di tenerezza, con un bisogno di

espandersi, di abbracciare, col segreto desiderio di quelle ferite per

cui l'animo trabocca e dilaga in passione, deliri, abbandoni,

singhiozzi, tutta la forza rinchiusa, l'intima essenza del sentimento

femminile.

Assetata d'amore ella disse a se stessa, stringendosi nel mantello per

sentire la carezza del proprio calore. «Egli mi ama, ne sono sicura.

Perchè mi avrebbe presa? Mi ama sopra tutte le donne; è mio, tutto

mio!» E, sollevata, sorrise a suo marito.

Alberto, che per parte sua non pensava a nulla, fu molto soddisfatto

nel vedere che la sua sposina aveva un buon temperamento; questo lo

persuase sempre più di aver avuto la mano felice nella scelta.

La cavalla intanto, sentendo prossima la stalla, prese un trotterello

giulivo. Già si vedevano da lungi i tetti del paese dominati dal

campanile, e, man mano che la carrozza progrediva, qualche cascinale

sparso, qualche cane che abbaiava, una fanciulla che conduceva le

oche.

--Sono le oche di Gavazzini--disse Gerolamo, indirizzando la sua

osservazione alla signora.

--Chi e Gavazzini?

--È il più ricco proprietario del paese--rispose Alberto.

--Tuo amico?

--Non dei più intimi, ma qui si è tutti amici. Del resto egli fa vita

ritirata, e sua moglie non si vede mai. Oh! un romanzo! Lei era una

istitutrice, fuggirono insieme, andarono in cima di un monte a passare

la luna di miele, scrissero i loro amori sulle corteccie degli alberi.

Figurati, una volta si punsero apposta un dito per bere il sangue

l'uno dell'altro.... quando ti dico romanzi!

Marta si interessava, avrebbe voluto chiedere di più, ma la faccia di

Gerolamo, che sembrava quella di un filosofo stoico in mezzo alle

follie del mondo, le dava un po' di soggezione.

Incominciarono le prime case allineate, coi portoni aperti, da cui si

intravedevano cortili verdeggianti, gruppi di vasi, lunghi anditi

freschi, riparati da tendoni a righe; una gonnella svolazzava tra due

usci, un visetto curioso spuntava da una finestra, i gatti

scodinzolavano sulle sedie di paglia, sbadigliando, socchiudendo gli

occhi. Più innanzi, nel centro del paese, si aprivano le poche

botteghe; il fornaio, il pizzicagnolo, il mercante, il tabaccaio, il

calzolaio, il barbiere.

--Ecco la farmacia--disse Alberto.

Marta guardò. Non c'era nessuno sulla soglia; una cortina verde,

strofinata e attorcigliata come una fune, lasciava scorgere

nell'interno un pezzo di scansia coi barattoli di terraglia bianca e

azzurra.

--Ha moglie il farmacista?

--È vedovo; ma la riprenderà. Che cosa deve fare?

--Sicuro--disse Marta, ripetendo macchinalmente tra sè: che cosa deve

fare!

--Guarda la casa di Merelli; sul canto di piazza, dipinta in giallo;

l'hai vista?

--No, non l'ho vista.

--C'era la serva davanti alla porta.

--No, non l'ho vista. Ha moglie Merelli?

--Sì, ha moglie.

--E la casa di.... di quel signore.... quello che ha bevuto il

sangue....

--Gavazzini? Ah! non è qui; è fuori di paese, isolata; più isolata

ancora della nostra.

--La nostra è l'ultima, nevvero? È forse questa?

La cavalla rallentò, Gerolamo fece una voltata da cocchiere esperto,

e, passando da un cancello spalancato, fermò di botto nel bel mezzo di

un cortile vellutato d'erba minuta, con alte muraglie imbrunite dal

tempo, su cui si sbizzarriva a rabeschi una lussureggiante glicina,

carica di fiori.

L'aspetto generale del fabbricato e del cortile era quello di una

vecchia casa borghese, comoda, dove un seguito di generazioni agiate e

tranquille si erano succedute senza scosse, senza cambiamenti.

Appollonia corse fuori, tutta traballante nella sua rotondità di pan

buffetto, con la facciona lucida raggiante di semplicità, la bocca

aperta, le mani sporche di farina.

Marta, nel guardarla, non potè a meno di sorridere, e balzando lesta

dalla carrozza gridò:

--Buon giorno, Appollonia.

Furono le prime parole che la nuova padrona pronunciò entrando ne'

suoi dominî. Gerolamo ammiccò segretamente Appollonia, con uno

stringimento di palpebre che voleva dire: Va bene, va bene! E la

grossa serva, sgangherando la bocca fino alle orecchie, mostrò di aver

inteso il senso di questa affermazione.

Marta non doveva dimenticare più quel momento del suo arrivo, in un

ridente giorno di aprile; i grappoli lilla che fiorivano sui muri,

l'erba del cortile, una pace, una serenità diffusa nell'aria, un

benessere sicuro che sembrava uscire dalle muraglie della vecchia

casa; perfino il volto bonario di Appollonia e il nitrito della

cavalla che scuoteva il muso fine sotto le carezze di Gerolamo.

Alberto, senza aspettare ch'ella si levasse il cappello, passò il

braccio sotto il braccio di sua moglie e la condusse subito a visitare

la casa.

Niente di ricercato nè di pomposo. Una grande comodità in tutto, nella

disposizione delle camere, nei mobili, negli ampi seggioloni, nei

divani sparsi con abbondanza; una certa ricchezza tradizionale ma

tranquilla; buoni quadri, stipi intarsiati, biancheria accuratissima,

delle vecchie maioliche di famiglie.

--Queste sedie le ha ricamate mia madre--disse Alberto.

Erano otto sedie di legno chiaro con profili dorati, coperte di ricami

a mezzo punto, bellissimi, tutti l'uno differente dall'altro.

Marta le ammirò religiosamente, commossa.

--Questo è il mio ritratto di quando ero bambino.

Marta vi si precipitò sopra, coprendolo di baci e di esclamazioni,

portandolo sotto alla finestra per esaminarlo meglio.

--Come è bellino! Care queste spalluccie nude! E che occhietti! E le

manine, Dio, che manine... ma avevi le mani così piccole allora?

--Caspita, i bambini!...

Risero entrambi, stringendosi il braccio, felici. Salirono così lo

scalone che conduceva al piano superiore.

--Ma è tutto bello qui, sai?

--Sì, non c'è male. È comodo.

Entrarono nella camera da letto. Tre finestroni la illuminavano,

facendo penetrare i raggi del sole attraverso un ricco cortinaggio di

stoffa a fiori sopra un fondo cilestrino. Della medesima stoffa era il

panno del letto, altissimo, ampio, per metà ricoperto di un piumino di

seta celeste, sull'orlo del quale ricadeva, accuratamente stirata, la

trina del lenzuolo. Sulla pettiniera un'altra trina, nel festone della

quale serpeggiava un nastro celeste, faceva da sopporto a un servizio

di cristallo, lucentissimo. Sugli specchi, sulle cornici non si

scorgeva un atomo di polvere.

--È stata l'Appollonia a preparare queste belle cose?

--Lei, certamente. Vi avrà impiegato tutto il tempo che ci volle a noi

per percorrere l'Italia; ma infine, ognuno fa quello che può.

Marta, levandosi il cappello e la spolverina, sedette sul divano che

era ai piedi del letto, sentendosi finalmente in casa propria.

--Oh come si sta bene qui!

Tese le mani a suo marito, invitandolo a sedersi anche lui sul divano.

Ora non dubitava più di essere la signora Oriani.

La sua felicità doveva incominciare da quel momento; prima era stata

una corsa vertiginosa, contraria all'amore. L'amore ha bisogno di un

nido.

Marta sollevò gli occhi, girandoli torno torno come per prendere

possesso d'ogni cosa; e quando ebbe ben riguardata la camera, il

letto, le cortine a fiori, fissò Alberto con un'estasi tale di

riconoscenza, di tenerezza timida e ardente, che egli, un po'

sorpreso, la baciò, non sapendo che dire. Ella trasalì tutta, colla

speranza di una rivelazione.

--O mio Alberto, mi amerai sempre, sempre?

--Che domanda!

--Dillo!

--Ne dubiti dunque!

--Dillo...--ripetè Marta, stringendosi, avviticchiandosi a lui tutta

tremante, con la bocca socchiusa.

Un'ondata di sangue colorì la fronte di Alberto, che rispose per la

durata di un attimo alla stretta di sua moglie. Poi si sciolse,

dolcemente, ravviandosi i capelli.

--Andiamo--disse--non facciamo ragazzate.

*

* *

La prima visita fu per i Merelli; lui, il marito, se l'era fatta

promettere solennemente da Alberto, quando questi era ancora

fidanzato.

Appena Marta pose il piede nella casa gialla, sul canto di piazza,

urtò un cestino dove un bimbo muoveva i primi passi; mentre curvavasi

ad accarezzare il bimbo, uscì come un razzo, da una porta laterale,

una ragazzotta sui venticinque anni, bruna, ardita, con due occhietti

che sembravano granelli di pepe, e senza aspettare che Marta od

Alberto parlassero, con facile loquela li invitò ad entrare, dicendo

che la padrona li aspettava, che li avrebbe visti tanto volentieri.

Sì dicendo, aperse loro la via attraverso una barricata di seggiole

capovolte, di balocchi, di pannilini ammonticchiati, ripetendo ad ogni

oggetto rimosso:--Scusino, sono i ragazzi, non si può mai tenere un

po' d'ordine, scusino.

Merelli apparve, alto, complesso, coi baffi rigogliosi, la pelle

lucida e piena, lo sguardo lucente; una certa eleganza campagnuola

negli abiti, che le sue membra riempivano fino a tenderne le cuciture;

tutt'insieme, un aspetto di uomo sano e senza fastidi; una voce da

toro.

--Giulietta! Giulietta!--si pose a gridare, intanto che aiutava la

serva a sgomberare il cammino, sorridendo in pari tempo ai visitatori.

Una faccina da monello, leggermente imbrattata d'inchiostro, uscì

curiosa da un paravento.

--Va a chiamare tua madre--tornò a gridare Merelli--sporcaccione!

La servetta era riuscita, in questo frattempo, ad aprire prima l'uscio

e poi le finestre del salotto, passando accortamente una mano sulle

sedie più in vista, e con atto cerimonioso invitò Marta a prender

posto sul divano.

--Ecco mia moglie--disse Merelli andando incontro a una donnina nè

bella, nè brutta, col petto liscio, e il ventre sporgente, un profilo

da madonna invecchiata troppo presto.

La signora Merelli salutò, un po' impacciata, inesperta, tenendosi per

mano una marmocchietta che rosicchiava una crosta di pane.

--La famiglia è tutta qui?--chiese Alberto girando gli occhi.

--Questa e l'Adelina: smetti di mangiare, via! Battistino era là

quando sei entrato, dietro il paravento, a farne delle sue; il piccino

lo hai visto, nevvero? e tre. La Pina è a letto, un po' indisposta, il

quinto è in viaggio...

Dopo questa enumerazione il silenzio gravò, penoso, per cinque minuti.

--Si annoierà in campagna--disse la signora Merelli, con una voce

stanca--se è abituata alla città...

--No, no, la vita di noi donne non è nella famiglia?

La signora Merelli assentì, facendo un lieve tentativo per togliere di

bocca il pezzo di pane alla piccola Adelina.

--Questo paese poi è simpatico, la posizione è bella... Lei ci è nata?

--Non qui, ma vicino. Mi trovo in questa casa da dieci anni.

--Già dieci anni?

--Molti nevvero? e--soggiunse la signora Merelli con un sorriso

rassegnato--in dieci anni cinque figli e quattro aborti...

Marta arrossì. Non era ancora avvezza a queste confidenze di donna

maritata. Involontariamente guardò il signor Merelli, poi la piccina,

poi si pose ad abbottonarsi un guanto.

Si udivano i respiri delle quattro persone e della personcina.

--Mi pare che non tieni allegri la signora sposa!--tuonò Merelli--e

dov'è andata Ninetta? Ninetta!

Con la prontezza di un baleno la serva apparve.

--Prepara il caffè.

Alberto volle protestare, Marta anche.

--Che? disse Ninetta. È subito fatto.

--Non prendo mai caffè--soggiunse Alberto--e mia moglie...

Ninetta intervenne lestamente:

--Un bicchiere di vin bianco allora?

--Brava!--fece Merelli.--Ben pensato; va' a prendere il vin bianco.

Durante la piccola discussione la signora Merelli non s'era mossa, con

le mani incrociate sul grembo, dolcemente. La bambina, accanto a lei,

rosicchiava il suo pane con un grazioso rumore di topolino sotto un

uscio.

Ninetta tornò, sorreggendo con una mano il vassoio carico di

bicchieri, coll'altra tenendo la bottiglia.

--Conduci via l'Adelina--le disse piano il signor Merelli--non vuole

ubbidire.

La serva rispose con un'occhiata d'intelligenza, ma prima stappò la

bottiglia, versò il vin bianco e lo servì, e siccome Marta esitava,

ella la incoraggiò, assicurandola che era vino schietto, fatto in

casa.

Indi prese per un braccio l'Adelina, scuotendola un poco, mormorandole

all'orecchio che era una cattivaccia, e se la trascinò dietro in

cucina.

Marta, che pure aveva una certa pratica di società, non trovava una

parola. Guardava quella famiglia singolare, cercando inutilmente lo

sguardo di suo marito, che sembrava sotto il fascino di Merelli.

--Ha la mamma, nevvero?--chiese ad un tratto la voce fioca della

signora Merelli.

--Sì, ho la mamma.

--Il padre no?

--No, sgraziatamente.

--È proprio una disgrazia quando muore il capo di casa!

La signora Merelli, che era rimasta coll'occhio vagante, quasi

seguendo nell'aria lo svanire delle proprie parole, riprese,

rassegnata sotto il peso dei suoi doveri di padrona:

--E fratelli?

--Nessuno. Ero io sola con la mamma; ora sono sola con Alberto.

--Ma non starà a lungo sola!--soggiunse con una grossa risata il

signor Merelli.

Marta tornò ad arrossire.

--Vorrei andare un momento a vedere la Pina--mormorò la signora

Merelli, che aveva esauriti tutti i suoi argomenti di conversazione.

--Va e conduci la signora.

--Oh!... non è un divertimento...

Marta protestò che le avrebbe fatto piacere conoscere anche l'altra

bambina.

S'avviarono su per una scala modesta, cogli scalini di mattonelle, ed

entrarono in uno stanzone che serviva di guardaroba, di dormitorio e

di ripostiglio per gli stivali del capo di casa: stivali rossi di

cuoio, stivaloni lunghi a gambiera, uose, tiranti, il tutto allineato

lungo una parete, colla canna di un fucile che luccicava in un angolo

e la casacca di fustagno dai bottoni di rame, gettata sullo schienale

di una sedia, tesa ancora e quasi calda della plasticità vigorosa di

chi la aveva rivestita. Davanti al letto della piccina, intanto che

Marta ne lodava il volto intelligente, la madre sospirò:

--Lei è adesso nella sua luna di miele... le auguro che duri a lungo.

--Oh! sempre--esclamò Marta con vivacità.

Un'espressione di meraviglia passò negli occhi della signora Merelli,

che poco dopo soggiunse:

--Almeno non avesse troppi figli... perchè qualcuno ci vuole, ma

troppi! Io non ho aspettato neanche un giorno; nove mesi giusti dal dì

del mio matrimonio nacque Battistino.

--Davvero?--fece Marta--È egli possibile?

--Come le dico. E ho sofferto tanto quella volta!

Si allontanò dal letto voltando le spalle alla bimba;

--Tre giorni interi coi dolori e poi un male, un male...

Marta ascoltava, terrorizzata, sentendosi un brivido alla superficie

della pelle.

Dopo un po' di silenzio si arrischiò a domandare:

--E gli altri?

--Meno; tuttavia è una gran brutta parte che il Signore ha dato a noi

donne. Gli uomini hanno tutto di buono, essi!

Quante domande sulle labbra di Marta! Quella donna maritata da dieci

anni avrebbe potuto scioglierle una quantità di problemi, ma non osò.

Diede timidamente un'occhiata all'esercito degli stivali e a quella

casacca baldanzosa, meditando le parole: hanno tutto di buono essi! E

le parve di sentire l'eco di risate rumorose, di passi pesanti, di

parole alte e brutali, tutto un egoismo scettico di padroni e di

conquistatori.

Di ritorno nel salotto provò un'impressione di sollievo vedendo

Alberto.

--Partiamo?--gli disse.

Egli rispose gentilmente:--Come vuoi.

Nell'andito sbucò fuori la Ninetta, complimentosa, aggiungendo i

propri saluti a quelli che i suoi padroni andavano facendo agli sposi.

Le due signore si abbracciarono, promettendo di vedersi spesso.

Ninetta soggiunse:

--Ma sì, venga!

Quando la porta della casa gialla fu chiusa, Marta si strinse al

braccio di suo marito.

--Ti sei annoiata un pochino?--chiese egli ridendo.

--No, ma desideravo trovarmi sola con te. Mi pare che tutti gli altri

abbiano a portarmi via qualcosa del mio Alberto, perchè tu sei mio,

non è vero?

--Oramai, se anche non volessi, è cosa fatta.

--E quel signor Merelli è lui pure tutto di sua moglie?--chiese Marta

insidiosamente.

--Oh! capirai, non posso saperlo...

--Non mi piacerebbe per marito.

--Ne sono ben lieto.

--È grossolano.

--Un pochino.

--E troppo pingue.

--Converrai che di questo non ne ha colpa. Sua moglie, che te ne pare?

--Una buona donna, con poco spirito se vuoi, oh! ma ha sofferto tanto.

--Ti ha raccontato?...

--Sì, il suo primo parto...

--Ah! solamente ciò?

--Sicuro--fece Marta, dandosi l'importanza di una matrona iniziata a

segreti misteri.

Tacquero fino a casa. Sulla soglia trovarono il dottorone, impettito.

Egli, che era già stato presentato a Marta, la salutò chiedendole che

cosa l'era parso dei coniugi Merelli.

--Ma... gentili.

--E la servetta?

Il dottorone lanciò questa domanda con tale malizia negli occhi, che

Marta stupì.

--Andiamo--fece Alberto prendendo il dottore sotto braccio--vieni a

desinare con noi.

--Non posso. Ho a casa una galantina di lepre con certi tartufi che

sono una meraviglia. La mia serva non ha l'abilità della Ninetta... ma

per la galantina!

Si baciò la punta delle dita, sempre con gli occhi birichini, e fatta

una scappellata alla signora, e detto che s'era fermato apposta per

augurarle il buon pranzo, se ne andò, lento lento, col corpaccione

male assettato nell'abito nero, coi calzoni color lumaca troppo corti,

il cappello a _tuba_ posto in bilico sopra l'orecchio.

Marta si spogliò in fretta; doveva preparare una salsa di cui ella

sola conosceva la ricetta e che, nel suo ardore di neofita, giudicava

più accetta ad Alberto, se fatta da lei.

Comparve a tavola tutta rossa, impaziente di conoscere l'esito. Quando

Alberto ebbe dichiarato che la salsa era gustosa, allora si calmò;

mangiò e bevve di buonissimo umore; fece l'enumerazione dei piatti che

preferiva, combinandoli con quelli preferiti da Alberto, vedendo con

soddisfazione che si incontravano nel gusto.

--E, dimmi--esclamò improvvisamente--che cosa intendeva il dottore con

le sue allusioni alla serva dei Merelli?

Alberto era l'uomo meno adatto del mondo a nascondere checchessia;

rispose, un po' imbarazzato, che il dottore scherzava volentieri.

--Non è ciò--interruppe Marta a cui si schiarivano le idee

meravigliosamente--se non ci fosse nulla di positivo, lo scherzo non

avrebbe avuto ragione d'essere.

--Ebbene, disse Alberto, pensando che, in fin dei conti, la cosa non

lo riguardava affatto e che Marta l'avrebbe saputa egualmente--Merelli

fa all'amore colla Ninetta.

--Così?--esclamò Marta sgranando gli occhi.

--Come, così?

--In presenza della moglie...

--Ma!...

--Con tanti bambini?

--I bambini non c'entrano.

--Ma è un orrore!

--Certo non lo approvo.

--Tu non avresti questo coraggio, eh?

--Non mi sono mai piaciute le serve.

--Ah!--tornò a fare Marta con un sospiro di sollievo, mentre l'onesto

faccione dell'Appollonia le attraversava il pensiero.

E dopo un po' di tempo mormorava ancora:

--È un'infamia, è un'infamia. Ma perchè sei amico di quell'uomo?

--Oh! bella, dovrei levargli il saluto in causa del suo gusto per le

serve? È una debolezza in lui, non può correggersi. Ninetta non è la

prima.

--Ma sua moglie? Poverina, voglio avvertirla...

--Non ci mancherebbe altro!

--Almeno consigliarla a tener serve vecchie...

--Non ci stanno in quella casa, con tutti quei bambini, rifletti.

--Oh! povera donna, povera donna!

---Senti--continuò Alberto prendendo le mani di sua moglie per

calmarla--secondo ogni probabilità, la signora Merelli non sospetta

niente; e se lo sospetta, forse non ci pensa; può anche darsi che lo

sospetti, che ci pensi, ma che non gliene importi un cavolo. In tal

caso tocca a noi farci cattivo sangue?

Marta stette zitta un momento.

--È impossibile--scattò poi--che ella resti indifferente!

--E perchè impossibile?--dopo dieci anni di matrimonio...

--Alberto, che cosa dici? L'amore fra marito e moglie non deve essere

eterno?

--Cara mia, se tutte le cose che _dovrebbero essere, fossero!_

--Tu dunque fra dieci anni non mi amerai più? E amoreggerai?...

L'Appollonia tornò a passare nella mente di Marta portandovi un raggio

così giulivo che, nel bel mezzo della sua indignazione, dovette

sorridere; di che accorgendosi Alberto, disse:

--Ma sì, farò all'amore coll'Appollonia.

Ella rideva, adesso; avendo posata la fronte sulla spalla di suo

marito, eccitata da un ordine nuovo di idee che le si erano parate

dinanzi.

--Però, senti, non capisco come una persona educata, un uomo che ha

studiato, infine che non è un villano del tutto, possa perdersi con le

serve.

--Anche un uomo educato non trova sempre delle duchesse, mia cara

Marta, e poi, se ti dico che è il suo debole! Vuoi uscire a fare due

passi in giardino?

--No.

Ella tornava al suo argomento, appassionandovisi con una voluttà

rabbiosa e crudele.

--Ma non pensa alle conseguenze, al disonore della ragazza, a...

--Che cosa vuoi che pensi!... Finiamola, se non ti dispiace, coi

Merelli.

Alberto si era levato in piedi, non dissimulando una certa seccatura,

e passeggiava innanzi e indietro fermandosi ogni tanto a guardar fuori

dalla finestra.

Marta sentì una stretta al cuore. Non cambiò positura, non si mosse.

Aveva ancora davanti il piatto sul quale stavano alla rinfusa dei

picciuoli di ciliegia; li prendeva a due a due, allacciandoli insieme

per vedere quale si rompeva; a conti fatti, i picciuoli rotti erano in

gran maggioranza. Li riunì con cura in un monticello.

--Hai detto all'Appollonia che non faccia più tanto rumore, alla

mattina, co' suoi zoccoli?

--Sì, gliel'ho detto.

--E tu sarai così buona da cucirmi, domani, quei bottoni alla mia

casacca di velluto?

--Sono già cuciti.

--Oh! che tesoro di donnina.

Ella sperava ancora che l'avrebbe guardata in faccia; ma Alberto si

fermò dietro la sedia di sua moglie, accarezzandole il collo colla

punta dell'indice.

--Addio, vado fuori un po'.

Chinossi, baciandola sulle guancie, sonoramente.

Marta rispose: addio--e si strinse nelle spalle, sembrandole che la

stanza diventasse fredda.

*

* *

Gli amici di Alberto Oriani non capivano perchè la sposina non

fiorisse di quel rigoglio pieno ed espansivo che accompagna

generalmente il passaggio dalla fanciulla alla donna.

Eppure Marta era felice; lo diceva a tutti, lo scriveva alla madre, ne

era ella stessa convintissima. Se la malinconia l'assaliva qualche

volta, era una malinconia vaga, uno scoraggiamento del quale non

accusava Alberto, ma sè stessa.

Ella faceva continui confronti tra suo marito e gli altri mariti,

trovando che Alberto li superava tutti in bontà, in gentilezza; certo

non era molto espansivo, ma è forse necessario? Egli diceva spesso che

l'amore, come lo descrivono i poeti, è un sogno da matti; e Marta

ripeteva questa frase nelle lunghe ore della sera, le ore che Alberto

passava in farmacia con gli amici. L'amore vero era quello che Alberto

aveva offerto a lei: il suo nome, la sua casa, i suoi servi; i pasti

presi insieme, le notti dormite insieme nella bella camera col parato

a fiori; e poi, il bacio che egli le dava tutte le mattine,

regolarmente, nello stesso tempo in cui allungava il braccio fuori

dalla coltre per prendere il bicchier d'acqua sul comodino.

L'indomani · 第 1 / 8 段