Ho detto che le conversazioni romane erano molto noiose; avrei dovuto
aggiungere per gli altri, perchè per me sono uno spettacolo talmente
nuovo, che sono dilettevoli, anzi straordinarie.
Le Romane sono belle di certo, ma più belle nel popolo che
nell’aristocrazia: non è raro di trovare nelle trasteverine e nelle
contadine dei dintorni di Roma, dei tipi che ricordano le Madonne di
Raffaello; ma, ripeto, que’ tipi sono quasi tutti popolari.
Delle nobiltà, le bellezze sono più rare, sicchè la mia apparizione ha
fatto grande sensazione nelle sale di Roma.
Fu quasi una rivoluzione fra i prelati ed i cardinali.
Bisogna sapere prima, che cosa sia abitualmente una conversazione
romana, quando un grande avvenimento come quello della mia presenza non
vi porta il disordine e la confusione.
Le conversazioni di Roma partecipano naturalmente dello spirito
del governo e del sacerdozio; si passa il tempo in complimenti di
etichetta, e se qualche volta si è interessato il cuore, lo spirito non
lo è mai.
Dovunque si resta impacciato; dovunque si trova la ritenutezza, la
gaiezza non esiste nemmeno fra i giovani.
La paura è in tutti i cuori, la diffidenza in tutti i volti, e invece
di abbandonarsi a quell’espansione, come in Francia od in Inghilterra,
si guarda, si osserva e si tace, perchè si ha paura. I forestieri
non hanno simili paure, ma l’atmosfera gelata che li circonda li
rende freddi: tutta la società somiglia ad un immenso pendolo, di cui
sieno fermi i congegni e che tratto tratto riprendono a scosse i loro
movimenti per poi fermarsi ancora. Per fortuna si giuoca e forte, ed
io, quantunque buona giuocatrice, preferisco di studiare ciò che mi si
presenta sotto gli occhi: per ritornare alle carte ho sempre tempo.
Se la padrona di casa non gioca, s’impossessa di qualche eminenza o
di un ministro, e discorre con lui finchè dura la serata: gli altri
personaggi insigniti di una dignità qualunque fanno lo stesso, e questi
colloqui a quattr’occhi per quanto siano numerosi, sono così serii e
silenziosi, che in mezzo a cinquanta persone si sentirebbe una mosca
a volare; l’immobilità di tutta quella gente mi ricorda quella dei
senatori dell’antica Roma, seduti sulla loro sedia corule, aspettando
la morte per mano dei Galli.
Quando alla conversazione vi sono tre o quattro cardinali la cosa
diventa molto incomoda per gli spettatori; queste illustrissime
eminenze passeggiano continuamente, bisogna cedere loro il posto,
salutarli profondamente quando vi passano per davanti, e guardarsi bene
dal camminare sull’enorme coda del loro abito; i semplici prelati che
li circondano camminano curvi come parentesi, ed applaudiscono ad ogni
frase che l’eminenza si degna di lasciar cadere dalla sacra sua bocca.
Il mio arrivo a Roma, e la mia presentazione nei loro circoli, ha
rovesciato tutto. Le eminenze invece di passeggiare in lungo ed in
largo, come l’ammalato immaginario di Molière, fanno circolo intorno
a me; e siccome io parlo facilmente l’italiano e pochissimi parlano il
francese e nessuno l’inglese, essi sono maravigliati di potermi fare i
loro complimenti scipiti ed esagerati ad un tempo nella lingua dove il
sì suona, come dice Dante.
Uno dei più assidui a farmi la corte è il nostro lord Herney vescovo di
Derry; e siccome egli mi parla in inglese, e se non ha dello spirito,
ha della originalità nella sua conversazione, ridiamo alternativamente
delle cose che diciamo; le eminenze e i monsignori sono molto
imbarazzati.
Fra tutte queste conversazioni, quella che trovai più aggradevole
finora, è quella della principessa di Santa Croce. È vero che nel suo
circolo intimo, ove grazie alla posizione di sir Hamilton sono stata
ammessa, non si riceve che una società scelta composta quasi tutta dal
corpo diplomatico.
Avevo molto insistito per essere presentata alla principessa di S.
Croce, sapendo che a dieci ore di sera si trovava alle sue piccole
riunioni il cardinale di Bernis, e che desideravo di conoscere questo
caro vecchio, di cui avevo letto le poesie, che egli chiama i suoi
peccati di gioventù.
Il cardinale di Bernis ha settantatrè anni, e non ha perduto nulla
del suo spirito, direi quasi della sua giovinezza; egli porta qui
il titolo di Protettore della Francia, dopo aver avuto parte alla
diplomazia europea; si sa che ebbe assai presto gli ordini e prese il
titolo di Abate; e venuto giovane a Parigi, si fece conoscere pei suoi
versi galanti, piacque a madama di Pompadour, entrò nell’accademia a
29 anni, e dopo la morte del cardinale Fleury fece una rapida fortuna,
fu nominato ambasciatore a Vienna e divenne cardinale. Fu egli che,
come ministro degli affari esteri, firmò il trattato d’alleanza con
l’Austria, e durante la guerra dei sette anni, cadde in disgrazia per
aver consigliato la pace contro l’avviso di madama Pompadour; ma madama
di Pompadour essendo morta nel 1764, il cardinale di Bernis fu nominato
arcivescovo di Alby, e cinque anni dopo ambasciatore a Roma; nei primi
anni della sua residenza ebbe una parte brillantissima, e quantunque la
Spagna avesse riacquistato a Roma la principale influenza, il cardinale
per le sue qualità personali ha mantenuto la Francia in una buona
posizione.
Noi fummo tosto presentati a Sua Eminenza, che ci invitò a pranzo pel
giorno dopo.
Sapevamo già che il pranzo del cardinale di Bernis era eccellente, e
che contra l’abitudine sparsa nel servidorame romano, i suoi domestici
non vengono il giorno dopo a farsi pagare dai convitati il prezzo del
pranzo del giorno prima. Il cardinale vive splendidamente, tiene corte
bandita, basta essergli stato presentato una volta per aver sempre
il suo posto a tavola. Queste spese giornaliere, le feste che dà, lo
sciupo che si fa in casa sua lo conducono, per quanto lo si assicura,
in rovina, tanto più che la famiglia incaricata dell’amministrazione
dei suoi beni in Francia, inventa ogni anno per dispensarsi
d’inviaglierne i frutti, ora la siccità, ora una inondazione; le
riparazioni assorbono poi ciò che il flagello avea risparmiato.
L’amabile vecchio mi raccontava tutto ciò ridendo e vezzeggiando
con me, dicendo; per fortuna che ho 73 anni, e che mi resterà sempre
qualche cosa per andare alla fine.
Ahimè, il degno uomo s’ingannò; rivocato tre anni dopo per la sua
opposizione alla rivoluzione francese, spogliato di tutta la sua
fortuna, passò da una rendita di cento mila scudi romani ad una
strettezza che sarebbe diventata la miseria, senza il soccorso che gli
fece ottenere dalla Spagna il cavaliere d’Azara suo amico.
Noi incontrammo dal cardinale questo degno spagnuolo, sulla cui onestà
e cortesia non v’ha che una voce sola in Roma. Egli e la sua corte,
quella di Carlo III, trovavasi in contegno momentaneamente freddo con
Sua Santità a proposito di un piccolo raggiro che gli aveva teso, e di
che, malgrado le sue istanze, non aveva potuto ottenere giustizia.
Ognuno sa, che la società di Gesù fu cacciata nel 1767 dalla Spagna
e da Napoli, e finalmente soppressa nel 1773 da Clemente XIV, che
sopravvisse soltanto due anni a questa soppressione.
Benchè il re Carlo III fosse adirato contro i buoni padri, per aver
fatto spargere la voce all’epoca della sua nascita, che egli non era
figlio di Filippo V, ma del cardinale Alberoni, la sua vendetta erasi
limitata a cacciarli dai suoi stati e a farli cacciare da quelli di suo
figlio Ferdinando; ma continuava a pagare le loro pensioni in buone
piastre spagnuole, che erano apprezzate in Italia, e specialmente a
Roma, ove la moneta è orribilmente falsificata.
Ora un bastimento carico di piastre inviate dalla corte di Madrid era
arrivato a Civitavecchia. Queste piastre erano destinate al pagamento
delle pensioni degli esuli.
Pio VI le fece depositare alla zecca.
Una volta lì, invece di distribuire ai buoni padri questo denaro, al
primo titolo che era destinato per loro, egli lo fece fondere, vi
mischiò un quarto di lega, e fece battere paoli, papetti, testoni
e carlini, e pagò i padri di Gesù con questa miserabile moneta,
guadagnandovi sopra, come ci assicurò Ienkena il banchiere di sir
William, più del 25 per cento.
I gesuiti ebbero bellamente a reclamare, e così pure il signor Azara;
ma non fu loro resa giustizia tanto che inviarono una supplica al re
Carlo III, pregandolo di farli pagare d’ora innanzi direttamente per
mano dell’ambasciatore.
Ma ciò è nulla in confronto di ciò che si racconta sui mezzi impiegati
da Sua Santità per procurarsi del denaro, o piuttosto per aumentare la
fortuna del principe duca e del cardinale Onesti suoi nipoti: tant’era
Sua Santità roso fino alle ossa dalla cancrena del nipotismo.
Si è al punto che Sua Santità, malgrado il suo potere temporale
e spirituale, è in procinto di perdere un processo, che avrebbe
guadagnato se non fosse che ingiusto.
Per sventura è iniquo.
Ecco il fatto.
Vi era a Roma un facchino dei dintorni di Milano, che col suo lavoro,
un vero lavoro da facchino, avea radunato la somma favolosa di 800,000
scudi romani, 4,400,000 lire di Francia.
Questo facchino si chiamava Lepri.
Aveva tre figli, Amasi, Giuseppe e Giovanni.
Ripartì la sua fortuna fra loro tre, mettendo per condizione che la
eredità di ciascun fratello che morisse senza figli maschi sarebbesi
accumulata a vantaggio degli altri.
Giovanni, il maggiore, morì senza figli poco dopo suo padre; Giuseppe,
il secondo, morì lasciando una figlia per nome Anna Maria; rimaneva il
terzo, Amasi, che erasi fatto prete, e per conseguenza non poteva esser
nel caso d’aver figli maschi.
Giustizia avrebbe voluto che tutta la fortuna ritornasse alla figlia,
anche l’eredità del prete, perchè essa era sua nipote, e che nessuno
dei defunti avea lasciato figli maschi.
Al contrario il prete pretendeva che tutto veniva a lui e s’impossessò
diffatti di tutta la fortuna in detrimento di Anna Maria, di cui egli
non amava la madre.
Anna Maria intentò un processo a suo zio.
Allora il prete, abusando delle sua influenza, subornò i testimoni, ai
quali fece deporre che Anna Maria non era legittima.
Questa frode non ebbe altro risultato che di sollevare contro di lui la
coscienza pubblica.
Il processo giunse alle orecchie di Sua Santità, che fiutò un buon
affare, ed incaricò un certo Nardini di andare ad offrire ad Amasi
il cappello cardinalizio ed una rendita di cui si discuterebbe
l’ammontare; si fece osservare ad Amasi che questa fortuna, essendo
stata guadagnata interamente da suo padre negli stati di Sua Santità,
era giustizia, che meno la porzione che gli sarebbe attribuita,
ritornasse a Sua Santità.
Amasi scorse in questa offerta un mezzo per soddisfare ad un tempo il
suo orgoglio ed il suo odio: fece al papa una donazione di tutti i suoi
beni, riportandosi alla sua generosità per il compenso.
Il papa mise immediatamente il principe duca in possesso di questa
fortuna; ma dimenticò di dare la rendita ed il cappello promesso ad
Amasi.
Amasi reclamò, ma inutilmente.
Allora preso dal rimorso di aver fatto gratuitamente una cattiva
azione, fece un testamento nel quale dichiarò che la donazione che
aveva fatto a Sua Santità, era il risultato della frode e dei cattivi
consigli, aggiungendo che egli aveva ceduto specialmente all’odio che
portava alla cognata, di cui implorava il perdono, confessando il suo
delitto e rivocando la donazione.
Nardini, l’agente di Sua Santità, cui senza dubbio erasi dimenticato
di pagar la sua mediazione, si unì ad Amasi, dichiarando che si
pentiva di aver prestato il suo ufficio a Pio VI per compire un’azione
abbominevole.
Il testamento di Amasi e la confessione di Nardini furono tosto
pubblicati; un mormorio scoppiava da tutte le parti; ma il papa si
accontentò di rispondere, che la munificenza di Amasi era un miracolo
di San Pietro, e che non spettava a lui di opporsi alla benevolenza,
che il Santo conservava pei suoi successori.
All’epoca in cui era avvenuto il fatto, il papa avea sessantun anni.
Anna Maria e sua madre si limitarono di ottenere un consulto dei
migliori avvocati di Roma, salvo ad aspettare la di lui morte, onde
tentare il processo non già al papa ma al principe duca.
Questa risoluzione spaventò Pio VI, lui morto non sarebbe più là a far
preponderare con tutto il suo potere il disco della bilancia, che una
vecchia tradizione mitologica mise nella mano della giustizia.
Egli forzò dunque la pupilla a far valere i suoi dritti ed a
intentargli un processo; ma l’interesse che ispirò la povera fanciulla
che egli voleva spogliare divenne così generale, — tanto era evidente
l’ingiustizia contro cui reclamava, — che i giudici avvisarono Sua
Santità che non potrebbero fare altrimenti che conchiudere contro di
lui, consigliandogli di entrare in trattative.
Il papa, in conseguenza di ciò, fece delle offerte ad Anna Maria. La
cosa rimase là, e si dice che Anna Maria accetterà la metà dei beni di
suo avo, e lascerà l’altra metà al principe duca, che in tal maniera
sopra 4,400,000 lire s’intascherebbe due milioni e ducento mila lire.
Se questo non è forse un togliersi onorevolmente d’impaccio, è però un
togliersi fortunatamente.