Dopo aver percorso una parte della Francia, il Belgio, la Germania,
ci fermammo a Vienna il tempo appena necessario a sir William per
presentare i suoi omaggi all’imperatore Giuseppe II, avendo avuto
l’onore d’essergli stato presentato quattr’anni prima, quando era
venuto incognito a Napoli, senza seguito, sotto il nome di un semplice
gentiluomo: poscia partimmo per Venezia, Ferrara, Bologna e Roma.
A Roma sir William si decise di cominciare a farmi conoscere la società
italiana. Le ricerche archeologiche l’avevano più volte condotto, non
dirò nella metropoli del mondo cristiano, ma nella capitale dei Cesari,
e v’era in intrinsechezza con le famiglie più distinte.
Vi arrivammo al principio della primavera del 1788.
Pio VI occupava da tredici anni il trono di San Pietro, e ne avea
settantuno. Il bell’Angelo Braschi, che, quando venne nominato Papa,
succedendo a Clemente XIV, avrebbe volentieri preso il nome di Formoso
II, tanto era vago dell’incarnato gentile del suo volto e dei suoi
belli capelli biondi, era sempre l’adoratore della propria bellezza. —
Si raccontano le cose più ridicole sull’ammirazione che egli aveva di
sè stesso.
Le cattive lingue, — e ve ne sono dovunque, anche a Roma, — dicevano
del resto che Sua Santità dovea una certa riconoscenza a quella grande
bellezza, non essendo stata estranea all’alta sua fortuna, alla quale
avea anche contribuito con tutto il suo potere il decano del sacro
Collegio, il cardinale Ruffo, che amava, dicesi, il giovane prelato
di un amore, a trovar l’eguale del quale bisogna ricorrere alla storia
antica, e che può essere paragonato a quello di Socrate per Alcibiade.
Quella bellezza che avea cominciato la sua fortuna la continuò, —
parlo sempre, ben inteso, come le cattive lingue di Roma. — Angelo
Braschi, avendo perduto il suo protettore, tentò di supplirvi con una
protettrice, e si fece l’amante della ganza del cardinale Rezzonico,
nipote del Papa, che lo fece nominare gran tesoriere, carica che il
buon Ganganelli gli tolse nominandolo cardinale.
È vero che Clemente XIV non poteva fare altrimenti; il cappello toccava
di dritto ad ogni gran tesoriere della santa Sede che usciva di carica,
giustamente o ingiustamente. Angelo Braschi non tralasciò per altro di
ringraziare Ganganelli della dignità, alla quale avevalo promosso; ma
il papa vuolsi che così ingenuamente gli rispondesse:
— Vi ho fatto cardinale, perchè volevo dare il posto di tesoriere ad un
uomo, la cui probità non fosse posta in dubbio.
Il ringraziamento era degno del favore. Braschi non stimò opportuno di
rinnovarlo pel motivo che glielo avea fatto accordare.
Quando arrivammo a Roma, mi si presentò una bella occasione per vedere
Sua Santità, il quale, come si sa, _incontra le signore_, ma non le
riceve.
Difatti, quando qualche illustre straniera o qualche nobile dama romana
desidera di vedere il sovrano pontefice, fa domandare un tale favore a
Sua Santità, che generalmente risponde che passeggerà nel tal giorno,
alla tale ora, nel giardino del Quirinale, se d’estate, o in quello del
Vaticano se d’inverno.
La dama si trova nel giorno e nell’ora indicati, sulla via che percorre
Sua Santità, e riceve la benedizione pontificale.
Ma nella mia qualità di protestante io non poteva nemmeno sperare un
tal favore, e però giunsi per un mezzo ancor più semplice, ad ottenere
questo onore.
I direttori del collegio della Propaganda avevano ottenuto che Sua
Santità assistesse ad una delle loro dispute accademiche: niente dunque
di più facile a sir William dell’ottenere due posti per la sua qualità
di ambasciatore.
Essendo que’ posti riservati, non fummo obbligati di attendere nè
metterci in coda, ma arrivammo all’ora precisa.
Appena seduti, un gran romore annunziò l’arrivo di Sua Santità.
Confesso che aspettavo con grande curiosità: sarebbe difficile,
davvero, di vedere un vecchio più bello di Pio VI. I suoi capelli
biondi erano diventati bianchi, ma aveano serbato la loro ondulazione
elegante; il viso era troppo fresco per essere esente da ogni
preparazione, ma i denti erano belli e l’occhio di una vivacità
considerevole.
Forse in quel giorno l’occhio era più vivo ed il viso più colorito del
solito. Circolava a bassa voce la diceria che Sua Santità avea dato
poco prima in uno di quegl’impeti di collera, che erano il terrore di
tutti quelli che lo circondavano, e che la causa più leggera bastava a
fare scoppiare.
Pio VI avea ordinato al suo sarto un abito nuovo per la solennità
cui dovea assistere; ma una malaugurata piega nei calzoni turbava
la regolarità delle forme di cui era tanto altiero. Egli rimproverò
questo difetto di taglio al povero diavolo con una vivacità, che costui
cercava mitigare con una umile scusa; ma la scusa, per quanto umile,
fu respinta con un vigoroso schiaffo. — Lo spavento più che il male
fe’ svenire il colpevole, il quale non rinvenne se non dopo un copioso
salasso.
La seduta incominciò: tutto andò a meraviglia sino ai due terzi di
essa: ma a questo punto, credendo di far piacere al sovrano pontefice,
provandogli quanto la Chiesa fosse estesa, giacchè avea sudditi fin
sotto la zona torrida, i direttori introdussero un giovane negro del
Congo, che cominciò un discorso che mi parve eloquentissimo, ma che fu
interrotto fin dal principio dell’esordio dal santo padre che si alzò
ed uscì, dando segni visibili di malcontento. Dopo qualche secondo,
la causa del suo cattivo umore fu conosciuta: egli non aveva badato
nè alla bellezza del discorso, nè al Congo, nè al grado di latitudine
ov’era situato.
Egli non avea veduto che un negro bruttissimo, la cui antipatica figura
avea ferito la suscettibilità de’ suoi organi visivi, ed era uscito
raccomandando che per l’avvenire non gli mettessero più sotto gli occhi
siffatti mostri.
Ecco quanto aveano guadagnato i direttori del collegio della Propaganda
con la loro delicata cortesia.
È vero che qualche mese prima, il 6 ottobre 1787, — la data era rimasta
come quella di un giorno di festa, nella memoria di tutti quelli che
circondavano Sua Santità, — la Provvidenza avea accordato a Pio VI una
grande consolazione.
La principessa duchessa, la signora Costanza Onesti avea dato alla
luce un maschio. — Chiamasi in Roma principessa duchessa la moglie di
quel nipote del papa che vien fatto da lui principe duca: gli altri
generalmente son tutti cardinali.
La principessa duchessa, vale a dire la moglie del duca principe
Onesti Braschi, era cara per molte ragioni a Sua Santità, per quanto
lo si assicura, prima perchè sua nipote aveva sposato il principe
duca, poi come figlia dell’amante del cardinale Rezzonico di cui egli
stesso, il bel pontefice, era stato amante, vale a dire la bella Giulia
Falconieri. Molti dicevano che la principessa duchessa era molto più
stretta parente del papa di quanto egli stesso fingeva di credere; e di
fatti Pio VI rifiutava quanto poteva quella paternità, trattenuto dai
suoi principii religiosi che non gli vietavano di commettere adulteri,
ma che ripugnavano all’incesto.
Nell’occasione di questo parto, vi furono grandi feste a Roma, e tutti
i cardinali e prelati testimoniarono la loro gioia e la loro divozione
a Sua Santità, colmando di doni la principessa duchessa.
Suo marito, che trovai alle conversazioni della principessa Borghese,
le meno noiose di tutte le riunioni di Roma, — da questa tristezza
generale escludo però quella del vecchio cardinale di Bernis ove si
rinviene tutta la scioltezza della Francia che egli rappresenta, — era
un uomo piuttosto bello della persona, di forme e d’aspetto atletico,
nato per essere principe duca nella piccola città di Cesena. Era d’una
ignoranza patriarcale, ed a Roma, quando si vuol parlare di un uomo
arrivato all’ultimo grado dell’idiotismo, si dice che è bestia come il
principe duca.
La prima volta che venne dalla principessa Borghese, dopo il suo arrivo
da Cesena, gonfio ancora della sua qualità di principe duca, e della
genealogia che un dotto romano avevagli scoperta, ebbe bisogno di un
bicchier di acqua e lo chiese alla padrona di casa.
Il principe duca era appoggiato al caminetto.
— Tirate due volte il cordone che vi sta dietro, disse la principessa,
ed avrete quanto desiderate.
Il principe duca obbedì senza comprendere; ignorava l’uso de’
campanelli, che del resto, inventati da madama di Maintenon, non
datano, come si sa, che da un centinaio di anni. Fu dunque grande la
sua meraviglia quando, appena tirato due volte il cordone, vide entrare
il domestico con un vassoio di rinfreschi. Per soddisfare alla sua
curiosità si dovette spiegargli il meccanismo dei campanelli, che, —
rendiamo questa giustizia, — eccitò in grado tale la sua ammirazione
che ne parlò per tutta la sera.
La sua ammirazione, fu tale, che invece di ritirarsi a casa sua, si
fece condurre al Vaticano, e risvegliò suo zio per farlo consapevole
della scoperta che avea fatta.
Il papa, che era coricato, tirò il campanello che pendeva accanto al
letto, e disse al cameriere che accorse al romore:
— Riconducete il principe duca, e prima di lasciarlo entrare a queste
ore, informatevi se ciò che mi vuol dire val la pena di svegliarmi.
Questa ignoranza si estende a tutto: una seconda volta lo incontrai
dalla marchesa Bocca Paduli Gentili; si parlava di letteratura inglese
e francese, di Shakespeare, di Ben Johnson, di Racine, di Corneille, di
Molière.
Il principe duca rimaneva a bocca aperta; non conosceva nessuno di
questi signori, e li udiva nominare per la prima volta. Sir William, a
proposito della tragedia _Maometto_ dedicata a Ganganelli, pronunziò il
nome di Voltaire.
— Ah! costui, esclamò il principe duca, saltando per la gioia sul suo
seggiolone, lo conosco. È un frate tedesco che ha fatto molti torti
alla Santa Chiesa.
Il buon principe avea confuso Voltaire con Lutero.
Del resto pareva che una fatalità attaccasse questo imbecille ai nostri
passi. Il giorno dopo ci trovammo insieme a pranzo dall’ambasciatore di
Vienna. Si parlava di Vienna e della galleria imperiale dei quadri.
Il principe duca, preso da un bello entusiasmo artistico, esclamò:
— S’io fossi a Vienna, passerei in quella galleria la mia vita, in
contemplazione dinanzi alla _Notte_ del Correggio.
Tutti si guardarono in faccia; tutti sapevamo che la _Notte_ del
Correggio è stata acquistata da Augusto III, elettore di Sassonia, alla
galleria di Modena, e che ora si trova a Dresda.
Lord Hervey, duca di Bristol, vescovo di Derry in Irlanda, non volle
lasciar passare, senza notarlo, un simile tratto d’ignoranza.
— Affè, eccellenza, diss’egli, sono dolente di contraddire un uomo del
vostro sapere, ma non esito punto ad affermarvi che siete in errore,
e che il quadro, che vorreste a Vienna per contemplarlo a vostro
bell’agio, non è a Vienna ma a Dresda.
— Bene, gli rispose il principe duca, volete voi saperlo meglio di mio
zio, che me lo ha detto, e che nella sua qualità di papa è infallibile?
— Eccellenza, rispose lord Hervey, mi date una cattiva ragione; sono
un vescovo protestante, e però non riconosco l’infallibilità di vostro
zio.
Ho accennato all’alterigia che sentiva il principe duca per la
genealogia inventata espressamente per lui, e che lasciava indietro di
molto quella inventata per il duca di Guisa dall’avvocato Nicola David,
che lo faceva discendere da Carlomagno.
Ecco il fatto.
Angelo Bruschi è di famiglia povera ma nobile di Cesena. Sua sorella
sposò un povero diavolo chiamato Onesti, negoziante, che non aveva la
minima pretesa di salire nei cocchi del re di Francia.
Ma quando il nipote del papa fu nominato principe duca, bisognava
trovargli una prosapia degna del rango.
Allora un genealogista lesse queste parole nella vita di S. Romualdo
scritte in latino:
«_Romualdus ex honestis parentibus natus_.»
Il genealogista afferrò l’occasione pe’ capelli; prese l’epiteto
_honestis_ pel nome di famiglia del santo, e fece stampare l’anno
dopo un’opera, con un gran lusso tipografico, in cui si provava che
S. Romualdo era nato da una famiglia Onesti, di cui il nipote del papa
discendeva in linea retta.
In virtù di questa genealogia incontestata, come si comprende bene, il
primogenito del principe duca, il bambino la cui nascita ha prodotto,
il 6 ottobre ultimo, una gioia così grande alla corte di Roma, ha
ricevuto da suo zio al fonte battesimale il nome di Romualdo.