III.

S’intende che la mia passione pel teatro m’indusse, appena giunta

a Roma, a pregare sir William di condurmi a qualche spettacolo

drammatico. La mia curiosità era vieppiù eccitata dall’aver udito

narrare che si ha qui la usanza di far rappresentare da’ giovanetti le

parti di donna.

Non so se si possono chiamar giovanetti gli esseri anfibî, cui son

affidate le parti di donna. I Greci, adoratori ardenti della bellezza,

inventarono l’ermafrodito, riunione di tutto ciò che è bellezza de’ due

sessi, e che era ad un tempo Ebe e Ganimede.

I Romani hanno inventato un essere a parte, che non è dell’uno nè

dell’altro sesso, e che non è nè Ebe nè Ganimede.

Per questi strani esseri i prelati romani fanno in ogni età le stesse

pazzie che i nostri giovani _gentlemen_ fanno a Londra ed a Parigi per

le donne da teatro.

Sir William mi condusse al teatro Valle: vi si rappresentava l’_Armida_

di Gluck, e la parte d’Armida era sostenuta da un giovane cantante, che

godeva allora di tutto il favore della prelatura romana.

Quando entrò in iscena, — e confesso che se non fossi stata avvertita

avrei giurato che era una donna, anzi una bella donna, — prima che

avesse emesso una sola nota, tutto il teatro ruppe in applausi. Gravi

prelati, vecchi cardinali, il cui rigido aspetto m’aveva colpita,

mi parvero voler svenire di giubilo nel momento che quel... — non so

veramente come dire, — quell’_oggetto_ uscì dalle quinte.

Il suo trionfo fu completo.

Avevamo nel palco il cardinal Braschi Onesti, fratello minore del

principe duca: riavutosi da un lungo malore, che aveva messo Roma

in lutto, aveva pensato che una passione per quel novello Sporo

non avrebbe nulla di pericoloso per un convalescente. Ci narrò,

pavoneggiandosi, che il morbo, di cui era stato afflitto, era stato

prodotto da un rifinimento completo di forze venutogli dopo un’orgia,

in cui aveva scommesso di tener testa a cinque de’ più grandi beoni ed

alle cinque più belle cortigiane di Venezia.

Era stato in pericolo di morte, ma aveva guadagnato la scommessa.

Il cardinal Braschi Onesti era uno de’ più assidui adoratori della

meraviglia in voga, ed offrì al cavalier Hamilton di condurlo nel palco

della bizzarra

Armida, e di farlo assistere alla toeletta della maga, che mutava

vestito fra il secondo ed il terz’atto.

Gli chiesi se le dame solevano andarvi.

Mi rispose che non era l’usanza, ma che certo, come forestiera,

sarei perfettamente accolta dal signor Veluti, — era il suo nome; —

soprattutto se volessi accondiscendere a fargli qualche complimento,

chè, del resto, il signor Veluti adorava le belle donne.

Il cardinale ci fece aprire la porta del teatro. Traversammo il

palcoscenico e penetrammo nel corridoio che menava al suo camerino.

V’era folla all’uscio; il corridoio era ingombro.

Ma alla vista del cardinal nipote, la calca s’aprì, gli adoratori

secondari si ricantucciarono al muro, e ci lasciarono passare.

Entrammo in un camerino tutto parato di raso cilestrino, che poteva per

l’eleganza gareggiare col gabinetto d’una damina.

L’idolo era innanzi all’ara, cioè innanzi alla toletta: accolse il

cardinal nipote col più seducente sorriso, e gli chiese come osasse

presentarglisi, senza portargli un mazzolino o un cartoccio di

confetti.

Il cardinal Braschi Onesti si cavò dal dito mignolo un anello del

valore d’un migliaio di scudi romani e lo passò all’indice del signor

Veluti, pregandolo d’accettar invece quella gemma. Venuto al teatro con

l’ambasciadore e l’ambasciatrice d’Inghilterra, non era certo di poter

andare a riverirlo; ma, avendo sir William Hamilton e Lady Hamilton

bramato veder il gran cantante che avevano applaudito, egli aveva

colto quell’occasione per andargli a dir l’immenso diletto che aveva

risentito durante il primo atto d’_Armida_, e ci presentò il signor

Veluti, che si degnò far a sir William Hamilton l’onore di dargli la

sua mano a baciare ed a me quello d’invitarmi a sedere.

Sia che l’esser forestieri fosse per noi una raccomandazione, sia che

fosse lusingato dal ricever la visita dell’ambasciadore d’una potenza

straniera di prim’ordine, il signor Veluti fu per noi amabilissimo,

mi fece gli occhietti teneri, e ci disse che, ove lo permettessimo, si

terrebbe fortunato di renderci la visita.

Ci guardammo bene dal rifiutar un tanto onore.

Poscia, occupandosi particolarmente di me, mi pregò di dirgli il nome

della pomata con cui mi ungevo le labbra, e del liquore con cui mi

rinettavo i denti.

Gli risposi, che mai pe’ denti m’ero servita di altro che d’acqua pura,

e che le mie labbra erano naturalmente del colore ch’egli le vedeva.

Il signor Veluti gridò impossibile un tanto miracolo; prese il lume e

mi chiese licenza di guardarmi da vicino le labbra ed i denti, disamina

a cui mi prestai con la maggior possibile cortesia, e dopo la quale il

signor Veluti esclamò che ero la più bella donna che avesse mai veduta.

Poscia, pensando con questo elogio avermi pagato il suo tributo

d’ospitalità, si rimise alla toletta, vezzeggiandosi co’ suoi

adoratori, e tratto tratto dicendo qualche amena facezia, subito

applaudita dagli astanti.

Era curioso di veder l’affaccendarsi di quelle persone, appartenenti

tutte, o quasi tutte almeno all’alta prelatura per ottenere uno

sguardo, un sorriso, una parola dalla falsa Armida. Uno teneva pronta

la corona di rose; l’altro la verga magica; questi il velo, che doveva

non coprire ma lasciar trasparire i suoi vezzi; quegli la mantellina,

che doveva preservar quella voce celeste dalle correnti d’aria che

avrebbero potuto offenderla. Io era presente; guardavo, ascoltavo,

udivo, mi pareva sognare; sorridevo macchinalmente a que’ segni di

rispetto, dati, da uomini creduti dal popolo venerabili, a quell’idolo,

che aggiungeva un nuovo incredibile nume allo stuolo innumerevole di

false divinità, raccolte nel Panteon delle eresie umane.

Venne il momento d’entrar in iscena; il campanello del buttafori si fe’

sentire pel volgo degli artisti; ma pel signore o la signora Veluti,

— come, vorrete, — l’invito fu fatto a viva voce, con tutti i segni

d’ossequio dimostrati ad una vera regina.

La bella Armida non si scusò se non con me sola della sua assenza

forzata; poscia, toccandomi con la verghetta:

— Non posso farvi più bella che non siete, mi disse; ma posso fare per

voi ciò che la sibilla di Cuma, che andate a visitare, aveva obliato di

domandar ad Apollo di fare per essa. Posso con la mia arte magica far

che restiate bella eternamente.

Poi, pronunziando alcune parole, che avevano la pretesa di esser

cabalistiche, la maga mi fece un inchino femminile e s’allontanò,

dondolandosi e solfeggiando note, alla cui nettezza e finezza debbo

dire che nulla potevasi riprendere.

Uscii muta di stupore e tornai nel palco, posto tanto vicino al teatro

da poter io esser riconosciuta dal signor o dalla signora Veluti, che

ebbe la bontà, durante tutto il resto della serata, di darmi segni

della sua attenzione, sia volgendomi i suoi più difficili trilli, sia

ferendomi de’ suoi sguardi più assassini.

Il domani ricevetti la visita del conte di Bristol, al quale narrai gli

avvenimenti favolosi del giorno innanzi. Si mise a ridere, e mi riferì

che a Roma esisteva nell’alta prelatura un ottavo peccato capitale,

detto il _peccato nobile:_ i prelati protestavano contro quest’accusa,

ma con tanta debolezza, tanta indolenza, con fatuità tanto strana, che

mostravano compiacersi più che dispiacersi dell’accusa.

È vero che con lui, inglese e vescovo protestante, si stavano sul

sostenuto, ma ciò non toglieva che monsignor Bristol non avesse

su questo punto dei costumi romani i particolari più curiosi e più

incredibili.

Qualunque fosse la mia curiosità di rivedere da vicino ed in piena

luce il signore o la signora Veluti, non permisi che il moderno

Sporo entrasse in casa mia quando, alle cinque del pomeriggio, si

presentò all’uscio in un elegante abito d’abate: gli feci rispondere

che i preparativi della partenza mi obbligavano a sospendere ogni

ricevimento.

Ma la notte stessa, che precedè quella partenza accadde un fatto

curioso, che darà un concetto della polizia di Roma e della giustizia

di Pio VI.

A cinquanta passi da noi, sulla piazza di Spagna, un furto era stato

tentato alle due dopo la mezzanotte, a danno d’un tal Rovaglio,

orologiaro del Vaticano. L’orologiajo, suo figlio e due servi s’erano

difesi; uno de’ ladri era rimasto sul luogo, e l’altro era stato

trovato spirante al canto di via del Babbuino.

Il domani si seppero i seguenti particolari, e come Rovaglio s’era

fatto giustizia da sè.

Non era la prima volta che i ladri tentavano introdursi nel magazzino

di Rovaglio, che sapevasi riccamente fornito d’orologi e gioielli:

due volte già aveva respinto, strepitando dentro il magazzino, due

tentativi di rottura.

Ogni volta era andato ad avvertire la polizia; ma il prelato Busca,

incaricato del ripartimento della Pubblica Sicurezza, aveva risposto

con belle parole, ma senza far nulla contro i ladri.

Vedendosi così abbandonato dall’amministrazione che avrebbe dovuto

proteggerlo, Rovaglio, andando un giorno a dar corda agli orologi

del Vaticano, incontrò il Santo Padre e gli narrò tutto, chiedendogli

soccorso contro gl’industrianti, che volevano a mano armata prender

parte al suo commercio.

— Mio caro Rovaglio, gli rispose il papa, duolmi profondamente il

fatto vostro; ma non vi posso nulla; giacchè monsignor Busca non vuol

proteggervi, non lo posso obbligare; ma proteggetevi da per voi.

— Come, Santità? chiese Rovaglio.

— Appiattatevi co’ vostri figli e co’ servitori, con fucili, pistole

e tromboni, sia nel magazzino, sia fuori, e quando que’ furfanti

torneranno per derubarvi, fate fuoco: tanti ne ucciderete, tante

assoluzioni vi do anticipatamente.

Rovaglio aveva seguito il consiglio del papa, s’era protetto da sè

stesso, ed aveva ucciso due banditi.

Il papa gli tenne fede, e pubblicamente gli diè l’assoluzione di que’

due delitti.

Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8 · 第 9 / 25 题