Quando intraprendemmo di pubblicare una serie progressiva di scritti
tendenti alla rigenerazione italiana, noi intraprendemmo, convien dirlo
francamente, una cosa superiore alle nostre forze. Noi soli non possiamo
vincere tutte le difficoltà che s'attraversano -- non isvolgere
convenevolmente, e in tutte le sue applicazioni letterarie, filosofiche,
politiche il concetto vasto, e fecondo, che ci affatica la mente -- ma
noi fidammo nell'aiuto de' nostri fratelli italiani.
Noi calcolammo gli ostacoli, pesammo i doveri, intravedemmo i pericoli
-- tutto sfumò davanti all'utile dell'intrapresa. Oggimai, la stampa è
l'arbitra delle nazioni. Le nazioni hanno sete di verità. L'Italia non
ha una voce che si levi a bandirla; e chi mai può scrivere, o lagnarsi
in una terra, dove fin la indipendenza letteraria procede esosa a'
governi, dove il gemito è argomento di pena, e la ruga de' profondi
pensieri stampata sulla fronte al giovane è spia di tendenze pericolose
agli inquisitori politici? L'Italia non ha una voce, che si levi a
snudarne le piaghe, a romperne il sonno, a predicare i rimedi. Ogni
giorno segna una vittima della tirannide -- e non v'è alcuno che ne
raccolga l'ultima maledizione. Ogni giorno genera un voto, una idea di
progresso nei giovani cuori -- e non v'è alcuno, ch'esprima altamente i
voti e le idee, che solcano l'anime, che balenano nelle menti, poi si
perdono inavvertite, perché nessuna penna dà loro forma, e perpetuità.
-- E il furore delle poche anime generosamente feroci si consuma
solitario nella disperazione, e i molti vivono d'una vita materiale, non
s'attentando pure di rompere un silenzio, che si traduce poi lentamente
in obblio.
Ma gli esempli di tutte le età, e di tutte le nazioni ci avvertono, che
dove non si propaga colla stampa il lume de' principii alle moltitudini,
dove non si trasfonde colla parola la fede, difficilmente si prorompe in
un moto energico ed efficace. E le cure che i governi pongono a
reprimere ogni libertà di scrittori, e le precauzioni minute usate
contro la introduzione d'ogni libro che parli parole libere, c'insegnano
quanto essi tremino dell'effetto di siffatte dottrine, perché
_l'inchiostro del savio vale quanto la spada del forte_, e Maometto, che
proferiva queste parole, s'inoltrava tra le genti colla spada in una
mano, e il Corano nell'altra. -- E noi potremmo citare le circolari date
dal re Carlo Alberto a' doganieri del suo Stato, poi che il manifesto
del nostro giornale ebbe veduta la luce, perché vegliassero a impedirne
la introduzione e le inquisizioni praticate fin d'ora su' viaggiatori a
vedere se mai ne fossero portatori.
Però, noi ci determinammo all'impresa.
Ma siffatte imprese non giungono all'intento, se non durano ostinate, e
progressivamente migliori. La stampa non giova, se la diffusione non è
vasta, continua, ed universale. -- Di mille esemplari d'uno scritto,
cinque cento vanno perduti per la vigilanza di chi sta contro, o per le
paure degli uomini a' quali giungono. -- Gli altri circolano
generalmente tra chi ne ha meno bisogno, né trapassano, se non di rado
alla gioventú, che le cure della esistenza allontanano dagli studi e
dagli agi. -- Poi, uno scritto che riescirà ottimo per una classe, è
parola muta per l'altre, ineducate e senza esercizio di lettura. -- E
però noi abbiamo in animo, se avremo aiuti, di pubblicare unitamente a
questo un giornale popolare, pianamente scritto, e pensato, destinato a'
parrochi di contado, agli artieri, alle classi insomma operose. -- Ma
perché l'opera riesca, efficace, conviene estenderla quanto si può -- è
d'uopo, che il numero degli esemplari s'aumenti gradatamente -- è
d'uopo, che in ogni angolo de' loro stati, nelle officine, ne' teatri,
nelle università, dappertutto la _parola libera_ s'affacci agli
oppressori, come il _Mane, Thecel, Phare_ di Balthazar.
E perciò -- noi ci rivolgiamo a' nostri fratelli d'esilio -- a quanti
giovani hanno sortita un'indole forte, e un ingegno svegliato dalla
natura -- a quanti son posti dalla fortuna in condizioni che concedono
mezzi di soccorso pecuniario e morale all'impresa -- Italiani, nostri
concittadini! noi v'invochiamo tutti. Questo giornale non si sosterrà se
non per voi. Se a voi sembra giovevole la diffusione de' buoni principii
-- se vi pare che noi non siamo indegni di assumerci questo ministero,
sta in voi di promuoverlo. -- Spiate la tirannide che v'opprime, ne'
suoi minimi atti: raccogliete i documenti delle infinite ingiustizie,
che passano inosservate: raccogliete il grido della miseria: notate le
vessazioni, le venalità, le brighe, le persecuzioni: e fate che giungano
fino a noi -- additateci il linguaggio che trova la via dei cuori:
rivelateci i pregiudizi, che meritano d'essere combattuti a preferenza,
gli errori piú radicati, le riforme le piú urgenti, perché si prepari il
terreno da noi. -- Poi, soccorrete all'opera italiana coi mezzi
necessari alla propagazione: versate l'obolo per la causa santa. --
Abbiate fede in noi. -- Noi la richiediamo, perché sappiamo di
meritarla: perché possiamo levar la fronte a Dio, e agli uomini, e non
arrossire: perché la mente può mancarci all'uopo, ma il core è puro, le
intenzioni sante, e il proposito deliberato.
Ora noi abbiamo fatto il nostro dovere: del resto avvenga che può. Noi
innalziamo una bandiera. Spettai a voi, o Italiani, circondarla
d'affetti e di sacrifici: a voi reggerla sublime all'aure. -- Noi la
sosterremo questa bandiera, finché le braccia nostre varranno. Se
avranno a ricadere stanche sul petto -- ed altre braccia non
sottentreranno alle nostre -- noi ci racchiuderemo nel silenzio,
aspettando l'ora, che deve chiamarci tutti alle vie dell'azione.
_Mazzini._
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