(LUGLIO 1830).
I Parigini, sempre inquieti pel sistema retrogrado che il re Carlo X
voleva far prevalere in Francia, attendevano che una qualche favorevole
circostanza presentasse loro il mezzo di smettere il giogo dal quale
erano oppressi. Gli editti reali del 25 luglio infransero le barriere ed
il fantasma del diritto divino fu dissipato dal coraggio del popolo di
Parigi. La monarchia, imposta dal dispotismo d'un milione di baionette,
fu rovesciata da 50,000 coraggiosi che seppero anteporre l'acquisto
della libertà allo spargimento del loro sangue. Il popolo parigino,
nelle tre memorabili giornate di luglio, vendicò i suoi diritti,
maltrattati dalla forza, e dal dispotismo degli alleati. Questo popolo
portò al supremo comando l'uomo puro, l'uomo integerrimo, l'uomo della
libertà, Lafayette: il trionfo del popolo, la sera del 29 luglio
sembrava assicurato.
Una frazione d'uomini, corrotti e perversa, immaginò d'impadronirsi di
questa rivoluzione e di farla valere a suo profitto. D'una rivoluzione
nazionale si fece una rivoluzione di palazzo. Con questa mira si
allontanarono gli amici della causa popolare, e si avvicinarono al trono
gl'intriganti e gli ambiziosi. Furono congedati Lafayette, Dupont de
l'Eure, Odillon, Barrot, ecc., e conservati Talleyrand, Sebastiani,
Perrier, Montalivet, ecc. La rivoluzione di palazzo fece aprire le
trattative coi re dell'Europa, riconoscere gl'ignominosi trattati del
1814 e del 1815, ricusare le offerte dei Belgi, abbandonare, disperdere
i patriotti di Spagna e dell'Italia, e commettere l'azione la piú
impolitica e la piú infame, nel lasciar perire l'eroica Polonia. La
rivoluzione di palazzo rimase tutta a profitto di quei vili che ambivano
gli onori, gli impieghi, e le ricchezze. Costoro non si occuparono che
di quello soltanto che poteva e doveva consolidare il loro ben essere
particolare. Nel mentre che la corte, i ministri, e la Camera dei pari
favorivano i propri interessi, la Camera dei deputati non intendeva il
proprio dovere. Questa Camera avrebbe dovuto vigorosamente opporsi al
sistema che voleva adottare il suo governo. Essa non poteva ignorare la
pubblica opinione. La stampa periodica non ha mai taciuto; questa
interprete del voto nazionale, a rischio de' suoi materiali interessi, e
del suo ben essere, ha svelato i misteri, ed ha combattuto
incessantemente i nemici del popolo. Anche i pochi buoni
dell'opposizione hanno con coraggio sostenuto gl'interessi della causa
popolare, hanno però dovuto essi pure soggiacere alla maggioranza.
Gl'interessi della nazione furono sagrificati.
La libertà, per tutto circondata dal potente e baldanzoso dispotismo,
come potrà trionfare? Ai Pirenei, alle Alpi, al Reno stanno in agguato i
piú acerrimi nemici della Francia e della libertà. Come potrà prosperare
l'industria francese, avendo gl'Inglesi alla direzione delle manifatture
del Belgio? In caso di guerra, che disposizioni potrà dare un generale
francese, avendo un re inglese ad Ostenda, a Mons, ed a Lussemburgo?
Quando piú mai la Francia vedrà tre milioni di Polacchi, resi dal loro
coraggio indipendenti, combattere in favore della stessa causa, e
degl'interessi di lei!
La gioventú francese, colla coscienza del suo vero bene, voleva correre
a Brusselles per aiutare quel popolo che spargeva il suo sangue, per
unirsi alla Francia. L'eroica difesa dei Polacchi trovava simpatia ed
ammirazione in ogni cuore. Allorché si è voluto rallegrare la guardia
nazionale di Parigi, e distrarla dai sinistri riflessi che potevano
esserle richiamati dall'anniversario delle tre giornate, si è immaginato
di far spargere la notizia di una vittoria riportata dai Polacchi. Il
machiavellismo del ministro francese credette utile di traviare il
pensiero dei Parigini, facendo trovar loro sulla Vistola quella
consolazione che non potevano avere sulla Senna.
Gloria eterna al coraggio ed all'intrepidezza del popolo di Parigi, ed
esecrazione a coloro che fecero piegare il trionfo del popolo a
vantaggio d'una rivoluzione di palazzo. Esecrazione a coloro che
soffrono vilmente, che la causa della libertà perda il frutto di
circostanze cotanto favorevoli.
Non tarderà no il giorno nel quale la Francia dovrà pentirsi di essere
stata spettatrice indifferente del sacrifizio della sua libertà, e di
avere lasciato nelle mani di pochi intriganti il destino della patria.
Sí; la Francia si pentirà di aver permesso che l'egoismo del traffico e
dell'ambizione abbiano prevalso al ben essere, alla gloria, ed all'onore
dell'intera nazione.
_Articolo comunicato._