................ Sí: ogni qualvolta voi condannate un patriotto, il
popolo v'annovera fra i complici dell'usurpazione di que' padroni che a
principio chiamavansi nostri eguali, di quegl'ipocriti, i quali si
vantavano repubblicani e democratici per giugnere piú agevolmente alla
_quasi legittimità_, e piú tardi corruppero con mani impure la croce di
Luglio ponendola sul petto a quattrocento indegni, l'uniforme della
Guardia nazionale, assoldando fra le sue file colle croci d'onore, colle
indennità, persin col salario quindici mila ligi per lo meno al potere.
Infatti, osservate come dal Luglio 1830, appena una dell'arti loro è
svelata essi ne sostituiscono un'altra. Se la Guardia nazionale rifiuta
aderire ad alcune pretese, essi cercano corrompere, ed ubbriacare i
soldati, perocché il francese nell'ebbrezza soltanto può rinnegare
l'onore. Ed allora sotto gli occhi del vostro re, il sangue francese
bagnò le lastre del Palazzo Reale. Io m'arresto a quell'unico fatto che
Carlo IX solo potrebbe invidiare: quest'unico fatto può far tacere per
un momento le rimembranze di Menotti, della Spagna, dell'Italia, e di
Varsovia, di questa sorella della Francia, che la Francia, o per meglio
dire, gl'ingrati che la governano, hanno tradita nelle mani dei
carnefici stranieri; e il ferro dei carnefici stranieri ci minaccia
tuttora da lungi ad onta di concessioni tanto crudeli. Eccovi, signori
giurati, i fatti de' quali vi fate complici, allorquando voi condannate
gli scrittori che li manifestano. Oggimai v'è di mestieri aprire gli
occhi: il popolo vi accusa d'una colpevole solidarietà, -- respingetela,
separatevi da questi uomini che fanno traffico de' vostri giudizj,
separatevi dai diplomatici speculatori frodolenti, i quali han posto il
trono sopra una banca, la Francia nel fango... Via questi intrusi, e la
loro infamia. -- Cittadini francesi, cessate d'essere i loro complici.
-- Essi lo sanno che voi pure nel profondo dell'anima nodrite, siccome
noi, un senso di dispregio, e d'ira contro di loro. -- Il sangue, che vi
corre nelle vene è sangue francese, e voi non potreste sentire
diversamente. Ma i Borboni son razza astuta, e da quindici anni si
giovano per ogni via della nostra credulità a soffocare le vostre
simpatie. Per cenno loro s'urlava nelle strade quel grido: i patrioti
vogliono reazioni: anelano alle vendette. I repubblicani cercan di
rinnovare il 93! Tremate, tremate, se non giugnete a schiacciarli.
I repubblicani non anelano il sangue del 93, donde trarlo oggimai? Essi
non richiedono che le sue istituzioni modificate secondo i bisogni
dell'epoca attuale. Né io m'avvilirò ad accertarvi che i repubblicani
abborrono la devastazione, ed il saccheggio. Qual banchiere, agente
politico, o speculatore fraudolento oserebbe pronunziare siffatta
bestemmia contro il popolo del 1830? Venga -- io non risponderò che
volgendo le loro borse lorde del soldo ch'essi rapiscono a milioni al
povero popolo che poi opprimono di calunnie.
Vi hanno detto, che noi bramiamo la caduta dell'attuale governo, --
v'hanno detto il vero. Noi bramiamo la caduta d'un governo dato alla
nazione dai Dupin, dai Guizot, e da un centinajo di deputati egualmente
venali: d'un governo, che finora non fu riconosciuto che dalle
deputazioni d'impiegati o d'aspiranti a cariche, quando non si voglia
interpretare a segni d'adesione le insurrezioni di San Germano
d'Auxerre, ed altre, la vittoria dei Lionesi, e le mille sommosse, che
scoppiano successivamente in tutte le parti della Francia. Noi bramiamo
la rovina d'un governo di fatto che ha logorate in Francia tutto le
molle di gloria, e di libertà, che curva a piedi delle nazioni la patria
per ottenere una pace a prezzo d'infamia: che distrugge a proprio
profitto l'industria, ed il commercio: che a comprimere il popolo
richiama nelle file dell'esercito i regali già vinti dal popolo, ed
appunta i cannoni di Montmartre contro Parigi, cosí ubbidiente finora
alle sue inique pretese: infine un governo, che semina col tradimento
tanta sciagura da ridurre quasi il popolo illuso a piangere quella
dinastia, che mandataria dei re stranieri governò a loro nome per
quindici anni la Francia, dopo aver combattuto vent'anni contr'essa nel
campo dell'inimico.
Ma noi non cospiriamo: noi vogliamo illuminare le masse, sottoporre i
nostri consigli al popolo sovrano, porci in somma alla testa
dell'influenza per seguire il movimento. Non punite oggi un diritto
riconosciuto da voi medesimi colla vostra adesione alla rivoluzione dal
1830.
Ho rispinta la calunnia, è tempo ch'io parli alcune verità; v'esposi ciò
che non vogliamo, udite ora ciò che vogliamo. Se la vostra opinione sta
contro alla nostra, confutatela, ma non ci condannate, però che a nessun
uomo quaggiú fu dato il diritto di porre a tortura colle accuse, colle
prigioni, colle ammende un uomo onesto per diversità d'opinioni.
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La _Società degli Amici del Popolo_ ebbe origine dalle barricate: tutti
i suoi primi membri aveano combattuto, ed i più appartenevano all'estesa
tela de' carbonari per ben quindici anni sostenitori della lotta contro
la restaurazione a prezzo del loro riposo, delle loro sostanze. Autori
immortali d'una incontaminata rivoluzione ne invocarono tutte le
conseguenze, e stettero in armi, quando seppero, che pochi aggiratori
usciti da un giorno da' nascondigli, ove la paura gli aveva cacciati,
s'annodavano intorno a un uomo venuto fuori da' suoi tranquilli giardini
a manomettere insieme la pubblica libertà, e profittare d'una
rivoluzione fatta senza l'opera loro.
Ma il libero dire, ed il coraggio furono vinti dall'oro, e dalla
corruttela: i nostri sforzi si rimasero sterili: una camera senza
missione racconciò una costituzione, ed elesse all'improvviso un re. La
trama poteva sciogliersi col sangue. La Società preferí l'armi
dell'influenza, e della persuasione. Il potere, che in allora dava
principio alla sua carriera di delusioni, fece nascere una sommossa di
vili diretta da' suoi assoldati, e la Società, avendo in orrore la
guerra cittadina, rinnegò per quel giorno la sua potenza, si raccolse in
un asilo inaccessibile al pubblico, d'onde piú tardi ragionava col
popolo per mezzo della stampa. Ora piú che mai, ve ne accerto, la
Società anela a quanto voleva in allora.
O ricchi, porgete orecchio alla nostra dottrina: io la ridurrò a somme
formole. Le leggi sinora furono coniate a vantaggio d'un potere
usurpato: il popolo non v'ebbe parte che a guisa di pecora da tosare. Le
meno inique tra quelle leggi trasudano ancora lo spirito aristocratico.
Le imposte accresciute ogni anno dalla monarchia pesano esclusivamente
sull'infelice proletario che vende i suoi generi in proporzione degli
oneri, che li gravano. Io non vedo il popolo, che lavora, rappresentato
né alla camera, ne ai tribunali. L'oro, l'oro solo regola ovunque la
capacità elettorale. L'ignoranza, patrimonio del povero dalla culla,
l'accompagna al campo di battaglia, dove spende la vita per una classe
meno prode, o per un uomo piú astuto. Povero popolo! tu dopo la
vittoria, tutta tua veramente, contempli ancora con ebbrezza la tua
libertà di cui altri fa traffico, e la tua gloria, di cui altri
s'adorna.
Eppure il popolo nacque al ben essere materiale; eppure la natura
beneficandoci della vita non dannava alcun uomo a perire nella miseria.
Il suolo della Francia coltivato con cura può bastare ai bisogni, ed
anco ai capricci di 60 milioni d'abitanti. In oggi tra noi non si
contano che 32 milioni, e i due terzi muoion di fame: dunque si sprecano
le risorse. Ecco il male: come rimediarvi? Questo è il problema: a noi
fa d'uopo d'un sistema politico in forza del quale non esista in
Francia, un solo «infelice che nol sia per colpa propria, o per vizio di
conformazione originale». O ricchi, aiutateci a sciogliere questo
problema: voi dovete avervi, credetelo, maggior interesse del povero,
che in silenzio divora gl'insulti profusi dal vostro egoismo.
Gesú Cristo credeva trovarne la soluzione nell'ebbrezza delle illusioni
della speranza; ma il nostro clima è meno poetico, e noi abbiamo
carattere piú positivo, bisogno piú forte di reale. -- Però la morale di
Cristo produceva savî in Oriente, e fra noi ha generato quasi sempre
ipocriti. La monarchia stancò per quindici secoli a sciogliere cotesto
problema tutte le risorse della piú astuta diplomazia; -- il suo sistema
rovinò per sempre nell'89. La repubblica espose il proprio: lottò sei
anni coll'Europa congiurata a suo danno pria di farne l'applicazione,
dacché il Direttorio non ne diede che un breve saggio alla Francia. --
Un Genio lo soffocò nel suo nascere, e compose un sistema misto
d'eguaglianza repubblicana, e di fasto monarchico: magica, ma perfida fu
la luce onde quel sistema fu splendido, e lo trascinò colla bella patria
sua sotto il giogo di piombo dei re vinti un tempo da lui.
Allora risorse la monarchia pura col corteggio del diritto divino, de'
titoli ereditari, della _quasi feudalità_, quasi a convincere vieppiú la
Francia della sua impotenza a fronte dei bisogni d'un gran popolo. La
Francia la struggeva col suo seguito: la Francia ha cancellato il
vecchio sistema, ma la pagina è bianca, -- la Francia ha da scrivervi
ancora.
La questione s'agita tutta in oggi davanti all'Europa: da un lato, la
monarchia cinta de' suoi vizi, e dei suoi seidi: -- dall'altro sta il
popolo con una disperazione che cova grandi disegni, guardando al
selciato delle sue strade. O bella Francia! quanto dolore ingombra il
tuo volto. Oh! i tuoi nemici gelosi stanno a' confini guardandoti con
gioia segreta! Qual tempesta è quella che pende sul capo tuo? Ah!
maladetto l'empio il quale a sbramare una sordida avarizia, e sostenere
un perfido sistema invoca la procella. Muoia il traditore, sopratutto se
porta nome di re. O popolo sovrano, affrettati, riprendi lo scettro ch'è
tuo, e noi detteremo le leggi. Tu solo puoi bandirle giuste, e rette,
perché tu solo puoi conoscere le tue risorse, e i tuoi bisogni.
E però noi teniamo l'intima convinzione, che il popolo quando il
despotismo organizzato non comprimerà il suo entusiasmo, e non illuderà
il suo patriottismo, stabilirà egli stesso i seguenti principj, e noi
avremo il dí dopo la soluzione del problema.
«Ogni cittadino francese ha il diritto eterno, incontrastabile di
concorrere alla elezione de' suoi magistrati, de' capi della guardia
nazionale, e de' mandatari a' quali è commessa la rappresentanza del
popolo nel Congresso, che redige le leggi, e vota le imposte.
«Ogni cittadino francese giunto all'età di venticinque anni è soldato,
dove un forte motivo non coonesti la sua esecuzione, dove il voto de'
suoi concittadini non lo chiami ad altri uffici. I pericoli dello Stato
modificano i quadri dell'esercito: alla sorte, e all'elezione è
riserbato il compirli.
«Tutti gli uffici civili, scientifici, e militari saranno affidati per
concorso, o per elezione. Il giurí dei concorsi è nominato da un giurí
primario, e questo è formato dai cittadini competenti. La lista dei
giurati definitivi è determinata dalla sorte all'apertura della
sessione. Da questo punto incomincia l'inamovibilità degli uffici;
tuttavia un giudizio richiesto dalle parti interessate può romperla.
L'eredità de' titoli è follia: quella degli uffici usurpazione. I soli
rappresentanti del popolo hanno il diritto di nominare il potere
esecutivo: la sua missione spira dopo alcuni anni. Il membro, se il
potere esecutivo è in mano di molti, o il presidente se è in mano d'un
solo, finita la loro missione, ritorna privato, né può essere rieletto
che scorsi dieci anni.»
Non piú accumulamento di pensioni e di beneficii: le retribuzioni degli
uffici hanno ad essere modiche.
Perché dovrebbesi seppellir vivo sotto le rovine delle _Tuilleries_,
quel cittadino che richiedesse la povera Francia di 14 milioni per
mantenere la vita.
Ogni affare contenzioso, civile, militare, politico e scientifico, verrà
sottomesso ad un giurí competente, a una specie di giudizio d'arbitri,
ed il magistrato, perduto per sempre ogni potere inerente alla sua
dignità, non interviene che a dirigere la discussione, e provvedere
l'esecuzione della sentenza.
Non piú i giudici in causa propria avranno l'imprudenza di vendicare le
ingiurie personali.
La stampa è libera in tutta l'estensione della parola. La legge punisce
le sole ingiurie alla morale pubblica, e all'onore de' cittadini
innocenti.
La libertà individuale è inviolabile. Non v'è sentenza che possa
rapirla, quand'essa non minacci di grave pericolo tutta la società.
La pena di morte, il marchio d'infamia, e la confisca sono abolite. La
prigione debb'essere una scuola di buoni costumi e non una tortura: il
prigioniero otterrà la remissione della pena col lavoro e la buona
condotta. Insomma la giustizia non si vendica piú, né infama; protegge e
migliora.
Non piú cariche venali nella magistratura. Camere di magistrati a spese
dello Stato faranno le veci dei tabellioni, e procuratori pagati dalle
parti; quindi il retaggio della vedova, e dell'orfanello non sarà piú
divorato dall'ingordigia, dalle formule forensi, e da' riti di
processura. Un giurí composto d'operai, e di capi-lavoro e presieduto
dai magistrati stabilirà la tariffa de' prezzi al minimo dei lavori,
onde l'opera dell'esecutore, e l'intelletto dell'inventore abbiano la
dovuta parte nel guadagno che risulta dalle vendite.
Nessuno deve chiedere invano lavoro per guadagnarsi la vita: lo Stato
provvede all'operaio senza lavoro, qualunque siasi il suo mestiere.
Gravar d'imposte gli oggetti necessari è furto, gravare il superfluo è
restituzione. Quindi l'abolizione delle imposte dirette, e personali,
perché alla fin dei conti, esse pesano soltanto sul povero. Il sistema
delle imposte progressive, stabilito bensí sovra basi tanto saggie, che
l'applicazione non serbi alcun carattere di legge agraria. Ogni
monopolio è vietato; all'agricoltura, all'industria e al commercio
s'aspettano gl'incoraggiamenti speciali del Governo, e punizioni severe
frenano i venditori di mala fede.
L'insegnamento è libero; lo Stato veglia attivamente alla moralità degli
educatori. Ma un giurí composto di padri di famiglia ha solo il diritto
di scegliere le persone destinate ad adempiere questo ufficio. Ogni dolo
di speculazione concita la severità delle leggi. Amministrazioni dello
Stato, polizia, finanze, aggiudicazioni, imprese, tutto si compie
apertamente, senza mistero, e davanti agli occhi del popolo.
Queste sono le principali basi della dottrina, la cui applicazione ci
sembra dover somministrare la soluzione del problema, concedendo alla
Francia un governo a buon mercato senza corruttele, e senza seidi, un
governo favorevole allo sviluppo delle facoltà morali, e fisiche
dell'uomo.
Allora finirebbe ogni pericolo di rivoluzione, perché non vi sarebbero
usurpazioni: ogni miseria, perché non vi sarebbero monopoli: ogni
possibilità di lesioni perché non esisterebbero privilegi.
Certo: adottando cotesto sistema avreste Repubblica. Ah! direte, la
Repubblica è impossibile in Francia! il primo saggio non riuscí felice.
Che? non fu che un saggio, e retrocedete? Oh! noi siamo oggimai al
settantesimo saggio della monarchia -- e _l'ultimo è il pessimo!_ Come
non disperare? come non rovesciare un sistema contro al quale grida lo
sdegno, la delusione di quindici secoli?
Noi abbiamo cercato propagare queste dottrine pubblicando gli scritti
popolari, che in oggi sommettono alla vostra inquisizione. Noi abbiamo
voluto parlare al popolo: hanno voluto impedire al popolo che ci
ascoltasse. Hanno trattato noi, come seduttori, il popolo come un
fanciullo: il popolo raccoglieva avidamente i nostri stampati: la
polizia s'impadroniva de' poveri venditori, che traevano da quegli
opuscoli la sussistenza delle loro famiglie; il dí dopo questa deforme
polizia facea vendere essa pure, e impunemente nelle strade dei libelli
sozzi di scurrili calunnie contro i patriotti pacifici, ch'essa
tormentava. O pudore pubblico! la polizia s'arroga sola il diritto
d'insegnare al popolo, d'educargli lo spirito, e il cuore!
La prova sta, dic'essa, nel diritto ch'io ho d'immergervi nelle carceri,
-- e l'ha fatto. Ma sei mesi di prigione non bastano alla sua collera:
essa esige altri sei mesi dal vostro giudizio. La nostra pazienza
stancherà questo potere di fatto; ma né le sue carceri, né le ammende
stancheranno noi: noi sfideremo quest'armi come abbiamo sfidato i suoi
assassini assoldati e i suoi libelli.
Abbiamo a compiere una grande missione: noi la compiremo, se è
necessario, per altri quindici anni sul banco delle Corti di giustizia.
La compiremo sull'orme di quelle giovani vittime della libertà, il
sangue delle quali grida vendetta qua dentro. La compiremo sotto la
scure della tirannide, perocché la nostra è piú che missione: è un culto
sacro, è un fuoco che abbrucia, è l'amore dell'umanità. Ora il potere
prosiegua: confuti le nostre teoriche colla prigione, colle catene,
colle ammende, mentre sotto l'egida dell'impunità, il forense aumenta i
suoi illeciti guadagni, il capo d'ufficio divide coll'impresario, il
commissionario cogli uomini del potere, finalmente, il segretario di
Stato dà marito alle sue Frini vendendo gl'impieghi. Un potere ladro, ed
imbecille per un solo grido venuto dal fondo della coscienza riversi
pure sul capo del giusto, che lo proferisce tutta la collera che
dovrebbe rovesciarsi pure sul carlista che si cela ne' ranghi della
guardia nazionale; e sul sergente di città, che col favor delle tenebre
ha intinto il suo ferro nel sangue de' nostri concittadini. Prosiegua:
il piú lieve pretesto basti a tenerci sei mesi sotto un'accusa, mentre
una donna contro la quale stanno terribili probabilità, e gravi
sospetti, gode di tutta la sua libertà, direi quasi, esulta del suo
trionfo, pendente ancora il giudizio di sangue. I nostri fratelli siano
lasciati al gemito della fame, e del freddo nelle carceri, mentre questa
baronessa sfoggia la sua veste rossa nei balli della corte, che non
serba neppur tanto pudore per rifiutare i frutti per lo meno equivoci
d'un'adultera compiacenza. Tutto questo è naturale, perocché tutto
questo è monarchico.
Ma noi che non assistiamo ai balli di corte, noi che non offriamo al
guardo d'un re poc'anzi repubblicano i nostri abiti rozzi ma immacolati,
noi che non curviamo il ginocchio davanti ai cosacchi, né abbiamo
tradita la causa dei popoli, noi che abbiamo le mani pure d'ogni benché
menoma frazione dei 25 milioni prodigati in quest'anno dai traditori ai
venali: ah! noi siamo colpevoli. -- Condannateci, condannateci se siete
servili al potere. Condannateci, ma non isperate cangiarci. Bensí
cercate un popolo diverso da quello del 1830, per chiedere la ricompensa
dovuta a tali atti. Perocché il popolo, che punisce collo spregio,
rimunera colla stima, -- e non è alla pubblica estimazione che aspirano
gli autori di siffatte condanne[82].
[82] Il cittadino Raspail fu condannato alla prigione ed all'ammenda
unitamente a' suoi fratelli di opinione e di accusa. Bensí assolti
come _amici del popolo_, furono condannati per le arringhe
proferite nella difesa. La contraddizione de' giudici, che
dichiararono innocente la credenza degli accusati, e colpevole lo
sviluppo di questa credenza, rimarrà ne' fasti della magistratura
francese del 1832, in un col giudizio, che intervenne nella causa
Dumenteuil, giudizio in cui le pretese della intolleranza cattolica
furono rinnovate a fronte delle leggi civili, de' dogmi politici
dello Stato e dell'incivilimento del secolo XIX!
1831.
Crescit in adversis virtus.
Ed era pur l'anno che al suo cominciar prometteva la per secoli invocata
rigenerazione de' popoli! Ed era pur l'anno in cui l'ora al dispotismo
fatale dovea scoccare! Perché trascorse fecondo in avvenimenti, ma non
rispose ai voti ardenti della razza umana? Come andò egli a confondersi
nel prodigioso numero di quelli che l'uomo ci mostrano nell'obbrobriosa
schiavitú ancora sepolto? Corse egli intero sottraendosi alla legge
possente del progresso? Fu irreparabilmente esso perduto per la santa
causa della Libertà?
Riposi qualche istante il desiderio inquieto di leggere nell'incerto
avvenire e volgiamoci ad esaminare impassibili se il 1831 respinse o
sospese il movimento progressivo politico, o se benché lentamente, lo
secondava.
Riscossa la Francia dal sovrastante pericolo di perdere ogni sua libertà
avea fin dalla metà del precedente anno con uno slancio inaspettato, e
tutto nuovo acquistato il diritto di mettersi alla testa delle nazioni
d'Europa mature all'emancipazione, e guidarle ad ottenerla: la subita ed
inattesa rivoluzione avea atterriti i despoti che vili per costume
nell'avversità riconobbero Filippo da pochi illusi, o deboli eletto a re
dei Francesi, e si piegarono per sottrarsi alla rovina che li minacciava
a sancirne il principio di _non intervento_ proclamato a favorire gli
sforzi delle nazioni, che sorgessero ad imitarli. La grande scossa era
data, l'assolutismo vacillava, e sarebbe caduto se incauti i Liberali di
Francia che avean fatta la rivoluzione non chiamavano al reggimento
delle cose loro quegli uomini i quali non si erano a dir vero mostrati
nel pericolo, ma che per le loro professioni di fede, e per
l'opposizione costante nella quale si eran mantenuti col governo di
Carlo X, la pubblica confidenza avean sopr'essi raccolta: la tradirono
questi come tradiron la loro coscienza, come cogli interessi della loro
patria gli interessi sagrificarono degli altri popoli, i quali non
dissimulando la loro simpatia per la nazione che superiore all'altre in
civilizzazione rinunziava generosa all'antico desiderio di dominazione,
si mostravan disposti ad esserle compagni all'impresa magnanima di
condurre a Libertà l'Europa intera. Primi infatti si mossero alcuni
stati di Germania: chiedevano i Sassoni al loro re una costituzione piú
larga; al loro duca la chiedevano i Brunsvikesi: oppresso dal dominio
tirannico della casa d'Orange, e depauperato dall'Olanda insorgeva il
Belgio a volere l'indipendenza ed un governo a sua voglia. Piú forte e
piú decisa dichiarava la Polonia sfidando le barbare orde del nordico
tiranno voler essere ormai terra libera o cambiarsi in vasto sepolcro.
S'impegna quindi la lotta ineguale, ed infiammati di patrio amore,
sostenuti dalla speranza di giugnere alfine la Libertà e l'indipendenza
bramata, oppongono i valorosi Polacchi non contando i nemici lunga e
ostinata difesa. Sventurati! i prodigj di valore inauditi, i sagrifizj
senza esempio a salvarli non valsero: furono rovesciati dal torrente de'
Vandali ch'essi con una mano armata tentavan respingere mentre chiedevan
coll'altra il promesso soccorso alla Francia, la quale, dimentica delle
perdite e del sangue che all'antica alleata costava la sua fedeltà, di
cantici e lodi sol la sovvenne.
Creduto opportuno l'istante si sollevò quindi una, parte d'Italia a
procacciarsi Indipendenza e Libertà, tanto piú da lunghi anni desiderate
quanto piú grave era il giogo sotto cui gemeva, quanto piú triste ne era
la condizione. Modena diede prima l'esempio; era il colpo fallito per la
vigilanza del sospettoso tiranno se Bologna commossa non ne secondava la
rivoluzione facendo la propria: la Romagna e le Marche non indugiarono e
si sottrassero al governo sacerdotale. I Parmigiani venian appresso e
respingevan da loro una principessa che nulla avea di comune col
grand'uomo cui era stata compagna se non un fasto che impoveriva i
sudditi, che alla di lei condizione mal conveniva.
Vedevano intanto i Toscani con interesse procedere a quel modo le cose
in Italia disposti a seguirne in appresso la sorte, ma non anco maturi
alla grand'opra attendean circostanza opportuna a sollevarsi contro un
governo che di liberale non avea che l'apparenze, che simulando
tolleranza, era come gli altri della Penisola tutto arbitrario e
dispotico.
Guardati da vigilanti e numerose truppe straniere Lombardi e Veneti si
volgean con fiducia al Piemonte lusingati che spingerebbe le temute
legioni a secondare gli sforzi d'Italia: ma i Piemontesi non ancora
volean dichiararsi, fidando nel principe che tra non molto dovea
succedere al re Carlo Felice, di cui la cagionevol salute, e l'avanzata
età facean presagire prossima la fine. Ahi quanto male giudicavan
l'inetto! Chi tradiva, una volta la santissima causa non poteva sentire
né amore di libertà né ambizione, di aggiungere al suo nome quello di
liberatore d'Italia: codardo nel cuore, e colla febbre di regnare si
collegò coi nemici della sua patria, ma coi rimorsi nell'anima, ma col
tormentoso presentimento che colla maledizione degli amici sagrificati
un giorno da lui, la pena nol giunga che al traditore è dovuta.
Titubando nell'incertezza aspettavan dal tempo consiglio i Napoletani
preparati a far causa comune coi loro fratelli se ne venia loro il
destro, e se propizie le circostanze si mostrassero; a decidersi
prontamente li tratteneva però la speme riposta nel giovine re da poco
tempo salito sul trono che l'avo e il padre spergiuri avean veduto
vacillare, e che crollerà sotto lui, poiché la lezione non lo fece piú
saggio.
Se con fermezza si mantenea la Francia nell'onorifico posto che avea
scelto, il tempo felice era giunto, ed essa dettava la pagina piú bella
nella sua Istoria: nol volle; rinegò o tradusse a suo modo gli emessi
principj: quindi gli inciampi che il concepito movimento rallentarono:
non s'arrestava però, e ne uscivano generali vantaggi. Strapparono ai
loro principi concessioni non lievi alcuni stati germanici: se non
ottenne la Belgica un governo repubblicano, o l'aggregazione alla
Francia l'una dopo l'altro richiesti, fu dell'indipendenza assicurata.
Fu la misera Polonia schiacciata, ma tutti i popoli d'Europa fecero eco
al gemito che cacciava spirando; ma benché dall'Austria infida forzati a
rimanere in uno stato di _quasi barbarie_ mandavano gli Ungheri da ogni
circolo, da ogni casolare indirizza a Vienna, perché fosse un termine
alla strage pei Polacchi superstiti nei quali raddoppiava l'odio pei
loro carnefici. Non ritrasse la Francia tutti i beneficj dalla sua
rivoluzione, ma escludendo nei Pari l'eredità diede il colpo mortale
all'aristocrazia del sangue. Ma stanca, nell'impero, di una gloria
inutile al vincitore, al vinto molesta; tormentata nella ristorazione
dal bisogno di togliersi all'abbiezione in cui l'avean precipitata i
Borboni che a mantenersi in trono avean venduta la patria: disingannata
degli uomini che abbastanza manifestarono che la loro missione era di
parole soltanto: vergognosa di esser guidata dal timido coniglio non dal
gallo generoso corre veloce a cercare la sola felicità de' popoli nelle
istituzioni veramente libere, nella Eguaglianza repubblicana. La
scintilla elettrica della libertà passa in ogni cuore, investe ogni
classe: e qual potenza potrà frenarne gran tempo lo scoppio?
Sull'oligarchía avean vittoria i liberali inglesi colla proposta del
Bill di riforma, la quale, benché non per anco ammessa dal Parlamento, è
aspettata e quotidianamente dal popolo richiesta.
Se d'armi non forniti, se dalla brevità del tempo sorpresi fidando
anch'essi nella Francia non opponean gl'Italiani al Tedesco che una
debole resistenza, si conobbero, si inteser tra loro, si chiamaron
finalmente fratelli: alla non ben apprezzata patria gli affezionò
l'emigrazione dacché viddero quanto amaro sia il tozzo ch'altri con
disprezzo ti getta nella terra che t'accoglie profugo. Eccitò in essi
l'emulazione il pugno di bravi che racchiusi nella casa del Menotti
infelice si votarono alla patria, e animosi sostennero il ripetuto
assalto del moderno Ezzelino. Ma li persuase che per tutta l'Italia è un
desiderio solo, un bisogno, anche la pietà delle venete madri che ai
teneri figli mostrando come liberatori della patria que' prodi che
l'Austria contro ogni diritto in un mare non suo avea predati, nei
giovanili petti sensi italiani infondevano.
Amare perdite al certo furono ai liberali e l'italiano Menotti col
compagno Borelli dal supplizio dell'assassino e del parricida rapiti per
sentenza del mostro che avea piú volte promesso salvarli! e
l'instancabil Torijos che dall'insidie dei satelliti del tiranno
spagnuolo sul patrio suolo attirato soffriva cogli intrepidi suoi
seguaci il martirio della libertà: e il siciliano de Marchi che fu cogli
undici amici sagrificato perché tentò sottrarre la patria dall'abborrito
servaggio. Ma ogni stilla del loro sangue innocente è seme d'infamia ai
despoti e a note incancellabili ha scritto pei popoli -- leggi e
libertà. Per tutta Europa ora celato ora palese serpeggia l'incendio; se
tenta il despotismo estinguerlo dove si mostra, piú grande si sprigiona
e in altra parte si fa strada; una segreta forza, una specie di moral
magnetismo i popoli attrae alla benefica libertà. La spinta è
comunicata; non è a sperare riposo finché non sia ogni privilegio
distrutto; tenti ostinato l'assolutismo a sua posta di arrestare il
progresso, non farà che affrettarlo; vegga egli nelle ripetute sommosse
di Parigi e delle provincie di Francia l'opera di bonapartisti, o de'
settatori d'Enrico, o che piú gli giova: ma chi non prevenuto le osserva
attentamente e le segue è a ragione convinto che son assalti vigorosi
all'unica aristocrazia che ora in Francia rimanga; l'influenza delle
ricchezze. Tutte sono proteste de' popoli contro la tirannide, tutte
imperiose domande a riavere i loro diritti: condotti dalla luce che il
secolo andato spandea, convinti che la forza per essi solo è costituita,
procedono risoluti sul terreno che l'assolutismo cede ogni giorno.
Non è l'ora lontana in cui dopo essersi in altrettante nazioni libere
divisa, sarà l'umana razza condotta dalla legge d'amore, ad unirsi in
una sola famiglia. Abbiano intanto anch'essi una volta gl'Italiani una
patria. Sia tutta unita l'Italia, e allo straniero non serva. Non
dubbio, ma certo ma universale è già fatto quel voto: se uniti, siamo
all'opra bastanti, non inutil ricordo ci lasciava il Menotti morendo, di
non calcolare sugli ajuti stranieri, di non aver fede che in noi. Non
piú indugi, non piú transazioni; dove voglia una rivoluzione aver base,
là deve esser guerra e mortale. L'ultime prove ci hanno ammaestrati
solennemente: badiamo a non confondere la moderazione coll'inerzia: il
nemico è dovunque si nuoce alla patria, dovunque si tradisce il voto del
secolo. Chi è reo d'infamia a di codardia abbia col nemico comunione di
sorte: giaccia inonorato senz'onore di tomba: il sepolcro patrio sia per
coloro che piansero sulla Italia, sorsero a darle vita e morirono.
Racconti la pietra ai nepoti il premio che la tirannide concedeva a chi
non respirava che nelle patrie virtú. La esperienza c'insegni, -- che
l'affetto di libertà non riesce a buon porto se non assume i caratteri
di religione: c'insegni che dalle fondamenta alla cima tutto nuovo deve
essere l'edifizio che innalzeremo: c'insegni a spegnere ogni spirito
municipale, e che nella concordia sola è riposta la forza: nel fermo
volere e nella fiducia del sacrificio il successo: nel salire
all'altezza de' moderni principii il tipo italiano del secolo XIX. --
Questo c'insegni l'anno trascorso; e chi potrà dirlo perduto?
_Mon._